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Transizione alla genitorialità: i contributi psicodinamici

category Psicologia Mauro Acierno 10 Febbraio 2015 | 1,892 letture | Stampa articolo |
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La gravidanza e la nascita di un figlio, “turning point” nello sviluppo dell’identità femminile e nella vita di una coppia, comportano una profonda crisi “maturativa” di rimaneggiamento e riordinamento psichico alla ricerca di nuovi equilibri (Ammaniti, 1992). La transizione alla genitorialità delinea un processo di profonda trasformazione che riattiva rappresentazioni mentali strettamente legate alla precedente storia relazionale, dalle quali si riaffacciano le passate esperienze di attaccamento con le proprie figure genitoriali ed i vissuti di accudimento esperiti durante l’infanzia (Di Vita, Brustia, 2008).  Il tempo della gravidanza è fondamentale per i futuri genitori al fine di creare uno spazio fisico e mentale, che dovrà ospitare le rappresentazioni di sé come madre, del proprio partner come padre e del futuro bambino: in questo lungo e complesso processo di elaborazione “si snoda il tema dell’identità” genitoriale, di genere e familiare (Di Vita, Giannone, 2002).

Per la donna è evidente che la realtà biologica e psichica della gravidanza comportino una trasformazione della sua immagine corporea, “il corpo vissuto e il corpo reale”, e del sentimento di identità, che si attua in un processo di duplice individuazione di sé, “come figlia di fronte alla propria madre, come madre di fronte al proprio figlio” (Racamier, Taccani, 1986, p. 57), e nello stesso tempo di accettazione del figlio separato da sé. Tale processo di doppia individuazione avviene anche per l’uomo, che è figlio del proprio padre e nello stesso tempo diviene padre, anche se egli non vive i cambiamenti corporei e psichici e le ansie intense e complesse legate alla trasformazione del corpo e al parto. A lui spetta il compito non facile di sostenere il percorso della gravidanza, poi quello di favorire la relazione madre-bambino e il comportamento esplorativo successivo del bambino, attraverso il sostegno alla donna, la collaborazione e l’accudimento, ma ciò è possibile solo se anche il futuro padre avvia il lavoro psichico di profondo rimaneggiamento e ritrascrizione del proprio scenario rappresentazionale. L’adattamento a questi mutamenti può rappresentare un processo complesso, nel quale possono aprirsi scenari di fragilità psicologica, sia individuali che di coppia, che la letteratura ha ben analizzato negli ultimi decenni.

Nella trasformazione psicologica che caratterizza la gravidanza, centrale è la modificazione nella famiglia d’origine. La donna deve ricostruire il suo ruolo sociale e per fare ciò inconsciamente esplora il suo passato e il suo presente, i suoi vissuti di figlia, il rapporto con il partner; Lebovici (1988) sostiene che è il bambino che costringe la madre a costruirsi una nuova rete di schemi. Durante i 9 mesi prima e nel periodo post partum l’identità femminile presente fino al momento del concepimento non viene abbandonata ma integrata con la nuova identità di madre; cambiano però i valori, le priorità, tutto ruota intorno al suo “sentirsi madre”.  Bibring (1959) definisce la gravidanza “crisi maturazionale normativa”, paragonandola all’adolescenza e alla menopausa, un percorso in cui la donna rivive le sue tappe di sviluppo e la sua identificazione femminile e affronta una vera e propria riorganizzazione, che ha lo scopo di integrare le rappresentazioni di sé, che fino a questo momento hanno caratterizzato l’identità della donna, con la nuova rappresentazione di sé come madre del bambino che ha in grembo.  Stern (1998) descrive l’“assetto materno”, sostenendo come una donna non diventi madre nell’esatto momento in cui mette alla luce il suo bambino, bensì conseguenza di un lungo percorso intrapsichico che coinvolge la donna nei 9 mesi della gestazione e nei mesi successivi al parto.

L’identità della donna è in continua evoluzione e rinnovamento in conseguenza alle fasi e ai problemi che nell’arco di vita si presentano (Erikson, 1950),ma quel che accade durante la gravidanza è la creazione -anche se temporanea, infatti, si parla in termini di mesi o anni- di un’organizzazione psichica che respinge sullo sfondo o sostituisce quella precedente. Stern (1995) definisce lo stato psicologico della donna che diventa madre “costellazione materna”, intendendo uno stato importante ma passeggero che rappresenta la particolareorganizzazione psichica che si sviluppa nella donna al fine di prepararsi adeguatamente al bambino che verrà. Se il corpo si “ammorbidisce” per far posto al bambino che cresce, anche nella mente della madre, attraverso le fantasie sul bambino, sul suo ruolo di madre, sulla relazione che s’instaurerà tra loro, il bambino comincia a trovare uno spazio ove collocarsi. Stern (1995) specifica che la costellazione materna non è inevitabile, ogni donna la sperimenta in relazione alla sua individualità e in relazione al numero di figli, non sarà mai la stessa se avrà altri figli; inoltre, secondo l’autore la costellazione materna è “la reazione alla gravidanza e all’avere un bambino in una certa situazione culturale” (pp. 211) e sarebbe quindi socialmente determinata in relazione alle richieste implicite che ogni cultura si trova a proporre alla madre.

La donna si trova ad anteporre il suo bisogno narcisistico a favore di un totale altruismo che la porterà a privilegiare i bisogni del bambino ai suoi (Winnicott, 1957). Questo è un passo fondamentale per la donna, che si troverà a fornire le cure primarie fondamentali per la sopravvivenza del bambino. Winnicott parla di “preoccupazione materna primaria”, cioè una condizione psicologica che consente alla madre di proteggere il bambino dall’ambiente esterno nelle prime ore e nelle prime settimane dopo il parto, proteggerlo dal senso di vuoto e annichilimento che deriva dal fatto che il bambino appena nato non ha alcuna idea di sé. Questo stato psicologico inizia appunto durante la gravidanza, Winnicott lo paragona ad uno “stato psichiatrico” in quanto la madre compie, infatti, una regressione, si chiude in se stessa, diventa vulnerabile tanto quanto il bambino, così da essere massimamente recettiva ai suoi bisogni. In questo periodo il bambino dipende dalla madre e la madre dipende essa stessa dal bambino. La qualità e la modalità in cui la preoccupazione materna primaria si esprime dipende largamente dalla storia passata della donna e dal grado di elaborazione di questa. Man mano che la madre esce da questa fase si fa capace di una nuova abilità: filtrare per sé e per il suo bambino piccoli frammenti di realtà, quel tanto che entrambi riusciranno a gestire.

Nel cambiamento che la donna deve affrontare a proposito della nuova identità, s’inserisce anche la riconsiderazione del suo ruolo in quanto figlia, anche per la donna più indipendente ad autonoma il ruolo di figlia dura per tutta la vita e occupa il nucleo centrale della sua identità. Con la gravidanza deve rielaborare il rapporto con i suoi genitori e il suo ruolo di figlia entra a far parte del passato. Stern (1995) parla in questo caso di “riesame dei ruoli primari” e se da un lato la donna sperimenterà un forte senso di perdita, dall’altro avvertirà la conquista di nuove dimensioni. E’possibile che, con la gravidanza della figlia, la madre riconquisti un ruolo materno andando a riparare qualche antica frattura. Pines (1972) considera tale momento come un’occasione per completare il processo d’individuazione-separazione dalla propria madre, poiché la donna si trova infatti contemporaneamente nel ruolo di madre e di figlia.La rappresentazione che la donna ha della propria madre, la rielaborazione della sua infanzia influenzeranno il modo in cui lei sarà madre. L’immagine della rappresentazione che la donna ha della propria madre non è necessariamente legata alla realtà storica, ma a come oggi “la donna pensa e parla della propria madre” (Stern, 1995). La coerenza narrativa della rappresentazione materna può essere più predittiva rispetto alla verità storica, ovvero a quanto realmente accaduto nella madre durante la sua infanzia. Dalla conoscenza nasce il confronto e l’analisi critica che porteranno la donna a rifiutare o accettare certi modelli di comportamento della madre.

Gravidanza e parto costituiscono quindi gli eventi di quella peculiare comunicazione fondante la relazione madre-bambino, la quale contiene le premesse per l’attuarsi di relazioni e transazioni interpersonali future: “l’esperienza bio-psicologica vissuta in utero trova espressione dopo la nascita, si conserva e si manifesta nel comportamento neonatale” (Soulè, 2000, p. 344). La separazione biologica del parto costituisce poi il passaggio complesso, e a volte traumatico, dalla gravidanza-maternità sognata alla nascita-maternità reale e comporta il difficile confronto fra il bambino immaginato e reale, fra il ruolo di genitore fantasticato e quello reale. La discrepanza tra le aspettative genitoriali e la realtà psicosociale dell’esperienza post-natale, la complessità delle cure neonatali, possono far riemergere questioni infantili irrisolte e renderà difficile la transizione alla genitorialità; inoltre, accanto all’idealizzazione della gravidanza e della nascita, vi è la mancanza, a volte, di sostegno psicologico alla donna in gravidanza e nel post-partum.  Nel mondo occidentale i reparti ospedalieri consentono alla puerpere ricoveri molto brevi, spesso vi è un mancato sostegno della donna a causa della sottovalutazione e medicalizzazione dei suoi bisogni; inoltre, i cambiamenti caratteristici di questo periodo storico nell’immagine socioculturale della donna, il suo inserimento nel mondo del lavoro, l’investimento nella carriera, la lontananza dalla famiglia di origine possono favorire vissuti di isolamento e vulnerabilità. In questo contesto di solitudine e di difficoltà a compiere la transizione biologica e psicologica alla genitorialità si possono manifestare sintomatologie ansiose o depressive, che possono poggiare su fragilità preesistenti e/o essere la conseguenza della riduzione della maternità alla responsabilità individuale, senza il riconoscimento di quanto sia complessa e “drammatica” la ridefinizione della propria identità alla luce della maternità (Delassus, 1995).

Il periodo perinatale, che si estende dalla gravidanza fino al primo anno di vita del bambino può, così, rappresentare per la madre un momento di grande rischio per lo sviluppo o l’esacerbazione di disagi emotivi, con sofferenze in grado non solo di compromettere l’equilibrio psicologico femminile, ma anche di influire negativamente a livello della relazione dicoppia, dell’interazione madre-bambino, talvolta ostacolando anche il normale sviluppo infantile. Considerando sia il periodo della gravidanza che quello del postparto (periodi che, appunto, il termine perinatale include), in letteratura compaiono numerosi studi che esplorano in maniera approfondita le caratteristiche della depressione e dell’ansia in entrambi i momenti, evidenziando differenze e somiglianze. In particolar modo, si è assistito ad un’esplorazione, attraverso ricerche trasversali e longitudinali, del quadro psicopatologico su più livelli, attraverso l’identificazione sia dei fattori di rischio sia della valutazione dell’incidenza. Gli studi, svolti in contesti europei ed extra europei, concordano sulla prevalenza del disagio ansioso e depressivo sia in gravidanza che nel post partum e, quindi, sulla necessità di articolare protocolli di intervento psicologico e sociale che prevengano e diminuiscano il rischio psicopatologico.

 

Dr. Mauro Acierno

 







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