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Simulate e “ circuito della positività “: i punti di contatto tra formazione, counseling e coaching

category Psicologia Alfonso Falanga 30 Dicembre 2011 | 3,137 letture | Stampa articolo |
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Questa nota conclude la riflessione sul rapporto tra formazione, counseling e coaching. Ricordiamo che ogni argomentazione riguarda un percorso formativo che  abbia come suo oggetto privilegiato la conflittualità relazionale sia in ambito professionale che familiare e sociale. E’ nostra convinzione, comunque, che il processo possa essere generalizzato, anche nelle fasi spiccatamente esperienziali come quelle di cui ci occupiamo in queste righe, a lavori d’aula con tutt’altro contenuto.

Nei due articoli precedenti si è affermato che l’ intreccio tra le tre modalità di intervento si realizza attraverso un mutamento, in aula, della qualità e della direzione del rapporto tra docente ed allievi. Questo passaggio è segnato da una specifica tipologia di domande, osservazioni ed obiezioni attraverso cui i destinatari dell’intervento formativo non chiedono più delucidazioni teoriche bensì manifestano il loro punto di vista rispetto all’aderenza che i concetti appresi mostrano con la realtà vera ( professionale, sociale, familiare ) a cui quei medesimi concetti dovrebbero portare soluzioni.

Questo fase del confronto tra formatore ed aula evidenzia, di fatto, qual è il contenuto emotivo del problema vissuto dagli allievi nella messa in atto del ruolo e dà specifici segnali in merito al sistema di riferimento ( convinzioni, pensieri, idee, opinioni, pregiudizi ) attraverso cui ne interpretano l’esercizio e la problematica relazionale che deriva da esso. In quanto tale, la diversa qualità degli interrogativi rappresenta un’eccellente opportunità per il formatore di monitorare l’efficacia del suo intervento.

In questa fase didattica il domandare degli allievi lascia emergere quesiti, di natura prevalentemente emotiva ed etico/ cognitiva. che trovano risposta in procedure esperienziali più che attraverso argomentazioni concettuali. Ci riferiamo, in particolare, alle simulate ed al cosiddetto circuito della positività ( definizione nostra ) che rappresentano le fasi del percorso in cui il formatore si fa counselor e coach.

a)     La simulata

Con questo termine si intende un procedimento che nulla ha a che vedere né con l’improvvisazione né con la dimostrazione. Tantomeno con la finzione.

Proprio perché la simulata fa emergere contenuti fortemente emotivi ed etici è necessario un sistema di regole che la mantenga all’interno della cornice teorico – metodologica definita dal percorso e, dunque, che eviti di sollecitare inavvertitamente problematiche sia private che collettive non previste ( problematiche intrapsichiche, ad esempio, oppure conflittualità connesse all’esercizio del ruolo ma di natura differente da quelle che sono oggetto del percorso ).

Le direttive, poi, coinvolgono sia chi è prende parte direttamente alla simulata sia gli osservatori. Esse, generalmente, si riferiscono a :

b.1) la durata.

I tempi della simulata sono ben definiti prima del suo inizio. Non c’è spazio a riduzioni o prolungamenti se non in via del tutto eccezionale e solo quando il formatore, e non i partecipanti, lo ritenga opportuno per una maggiore efficacia della procedura.

La temporalità è strettamente connessa ai contenuti ed obiettivi del percorso. In ogni caso la singola simulata non dovrebbe eccedere i 4 minuti al massimo e ciò anche per soddisfare una funzione protettiva nei confronti della tenuta emotiva dei partecipanti. Così come non dovrebbe durare meno di 1,30/ 2 minuti.

E’ consigliabile che, a turno, uno degli osservatori si dedichi esclusivamente, con scrupolo, al controllo del tempo.

Il lavoro ha inizio al via del “ cronometrista “, che dovrà prima assicurarsi che i diretti interessati siano pronti, e termina al suo stop qualsiasi ne sia il punto di arrivo tranne che il formatore abbia dato disposizioni diverse in merito.

 

b.2) il rispetto dei confini

La simulata si svolge nel totale silenzio da parte degli osservatori. La sola interazione avviene tra i diretti interessati che non hanno alcuno scambio, anche solo non verbale, con il formatore o i colleghi.

Dalla simulata, una volta iniziata, non si esce a meno che uno dei partecipanti lo chieda espressamente ( se emerge, ad esempio, una forte emotività ).

Qualsiasi altra interruzione ne determina la fine.

 

b.3) gli obiettivi.

La simulata ha come oggetto un aspetto specifico dell’esercizio del ruolo. Essa, cioè, riguarda o un momento particolare dell’esperienza professionale/sociale/familiare di cui si sta discutendo o una modalità relazionale specifica, ad esempio il linguaggio non verbale o le manipolazioni oppure le strategie di ascolto. O tutto questo messo insieme.

Il formatore poi decide se dare spazio alla discussione alla conclusione di ogni singola simulata ( dal nostro punto di vista è l’opzione da privilegiare ) oppure al termine dell’intero ciclo. In ogni caso ogni considerazione, prima da parte degli osservatori poi dei diretti interessati ed infine del formatore, deve riguardare gli obiettivi preventivamente definiti ed esulare da qualsiasi giudizio di valore (  es. “ hai sbagliato “, “ io al tuo posto avrei detto e fatto così “ , “ non mi sei piaciuto quando … “ e simili ).

 

Da queste sintetiche descrizione si evince la distanza tra questa procedura e, come già accennato, attività improvvisate e tese a  dimostrare/ spiegare o a prevedere. Così come dalla recita.

Insistiamo, infatti, sull’aspetto fortemente normativo che rappresenta l’elemento che, insieme ad una coerente definizione degli obiettivi, determina il successo dell’attività.

Le regole riguardano anche la determinazione e l’esplicitazione delle mete da parte del formatore: questa procedura non prevede che qualcuno, docente o allievi, possa navigare a vista.

La simulata, inoltre, non spiega le esperienze passate né serve a prevedere quelle future. Essa costituisce un territorio “ virtuale “ in cui si sperimentano nuove opportunità emotive/cognitive/comportamentali di vivere il ruolo e di interpretare la conflittualità derivante dalla sua messa in atto. La simulata, cioè, evidenzia che quello fino ad ora utilizzato è solo uno dei modi di vivere il ruolo ma certamente non l’unico. Tale procedura, dunque, più che dire che cosa accadrà o perché qualcosa accadde fa emergere nuovi scenari. Viverli o meno, è poi una libera scelta dell’allievo.

Durante la simulata, perciò, non si finge di essere ciò che non si è ( professionalmente, socialmente, ecc.)  ma si costruiscono opportunità di sperimentare in modo diverso ciò che già si è.

E’ questa la fase del percorso in cui il formatore si fa coach.

 

b)    Il circuito della positività

In queste note ci stiamo riferendo all’intervento formativo non come ad una esclusiva trasmissione di saperi bensì come ad un lavoro di coinvolgimento delle facoltà emotive, etiche e comportamentali dei partecipanti in:

una rielaborazione dei contenuti appresi;

un confronto tra tali contenuti e la loro specifica realtà, che sia professionale o sociale oppure privata;

una rivisitazione, alla luce degli esiti di tale raffronto, di quella stessa realtà.

L’intervento formativo, così inteso, tende perciò a favorire soluzioni rispetto al problema di cui i partecipanti, a vari livelli di coinvolgimento, sono portatori.

L’intervento formativo si concentra inevitabilmente sul problema. Pur elaborando soluzioni, il problema resta per forza il riferimento di ogni fase dei lavori. E’ di fatto la cornice in cui si realizza il percorso.

Questa connessione se da un lato fornisce concretezza all’intervento dall’altro  rischia di lasciare gli allievi intrappolati in una visione negativa di sé stessi sia come esecutori del ruolo che, spesso, come persone.

Più il problema, attraverso il lavoro in aula,  viene sviscerato in tutte le sue componenti ed appaiono all’orizzonte opportunità per risolvere, più gli allievi a volte sperimentano un senso di inadeguatezza o di vera e propria incapacità riguardo allo svolgimento del ruolo. Inadeguatezza ed incapacità che, però, sentono radicati nella loro struttura caratteriale più che in fattori esterni, contingenti.

Il formatore, perciò, deve tenere conto di questa variabile ed essere pronto, qualora effettivamente facesse la sua comparsa, a farsene carico, a gestirla senza esserne coinvolto per non sentirsi, a sua volta, inadeguato ed incapace a svolgere il suo, di ruolo.

 

Generalmente tale fenomeno si verifica all’inizio del percorso ed all’approssimarsi della sua conclusione. C’è però una significativa differenza: se nella fase iniziale il senso di inadeguatezza/ incapacità si riferisce prettamente alla messa in atto del ruolo e si esprime attraverso un’emozione di rabbia rivolta all’esterno ( l’azienda che non supporta, i clienti troppo esigenti, i colleghi non collaborativi, i familiari ingrati, ecc. ), nella fase finale l’inadeguatezza è percepita come colpa del tutto personale e si manifesta attraverso emozioni di rabbia ( rivolte all’interno ) e di tristezza intesa come senso di sconfitta ( “ sono io che non valgo “ ).

Il circuito della positività rappresenta una procedura che si rivolge proprio a questo ultimo tipo di negatività e non per contrastarla in una sorta di braccio di ferro emotivo/cognitivo. Tale procedura non vuole negare, infatti, l’insufficienza sperimentata dagli allievi ( anche perché, in taluni casi, tale insufficienza si palesa in esiti tangibili ) ma ha lo scopo di rendere evidente il fattore positivo all’interno di un’esperienza negativa. Vuole sottolineare i punti forti degli allievi che, nonostante gli insuccessi, accompagnano i punti deboli. Vuole indicare, dunque, quali sono o possono essere i punti di partenza ( del tutto personali ) da cui può avere origine l’elaborazione di una strategia comportamentale efficace.

Il formatore, perciò, è bene che ascolti attentamente, ed empaticamente, il clima d’aula al fine di cogliere in tempo il manifestarsi di tal genere di negatività ( un ritardo può comportare il fallimento dell’intero percorso ed a prescindere dai risultati ottenuti fino a quel punto ). Solo allora proporrà il circuito della positività che, stando così le cose, può precedere le simulate o seguirle ( come generalmente accade anche perché proprio durante la simulata l’allievo può sperimentare un senso di inadeguatezza caratteriale ).

Proprio quando più la negatività si manifesta e si trasmette da allievo ad allievo, il formatore chiederà ad ogni singolo partecipante di esprimere il suo punto forte ossia cosa fa di buono nella messa in atto del ruolo anche quando fallisce. Gli chiede di definire, dunque, qual è la positività che accompagna la negatività ( non c’è, dunque, alcuna svalutazione dell’insuccesso e della conflittualità che ne è origine ed esito ) ( non è quindi il discorso del “ bicchiere mezzo pieno “ che nega il fatto che quello stesso bicchiere sia mezzo vuoto e dunque insufficiente a soddisfare una sete un po’ più consistente).

 

Anche questa procedura richiede una forte struttura normativa fosse solo per superare le resistenze degli allievi che si chiederanno, e chiederanno, come mai si parla di positività proprio quando emerge una negatività che viene percepita definitiva.

 

A seconda del numero dei partecipanti, il formatore potrà

c.1)  se poco numerosi ( esempio fino a 20/ 25), invitarli a disporsi in circolo o in semicerchio e chiedere,poi, ad ognuno di esprimere verbalmente il suo punto forte, se poco numerosi;

c.2) se invece oltre i 25 partecipanti, invitarli a munirsi di carta e penna e di descrivere su foglio, in poche parole, il proprio punto forte. Poi esorterà chi vuole a leggere ciò che ha scritto. Il numero degli inviti dipenderà dal tempo che si ha a disposizione.

 

Messa in quest’ottica, il circuito della positività sembra essere nulla più che un elenco di buoni propositi. Ma le cose non sono così semplici.

Durante il primo passaggio, sia oralmente che su foglio, in genere gli allievi, ancora alle prese con la negatività, ne daranno semplicemente una ridefinizione. Essi, cioè, inconsapevolmente,  indicheranno ancora il punto debole. Solo che lo faranno con altre parole.

E’ a questo punto che il formatore si fa counselor e coglie, nelle parole dell’allievo, le svalutazioni che riguardo sé stesso/a e gli solleciterà una nuova riflessione.

In caso di aula numerosa, dopo avere ascoltato alcuni allievi, chiederà a tutti di riscrivere la definizione del proprio punto forte*.

Chiusa questa fase, il formatore, ormai calato nei panni del counselor, chiederà ad ognuno di indicare, verbalmente o per iscritto a seconda dei casi, che cosa farà in futuro, di diverso e di buono, nell’esercizio del ruolo.

Concluderà la procedura ripetendo gli inviti ad esprimersi e tendendosi pronto, anche stavolta, a cogliere ridefinizioni e svalutazioni.

Come già affermato all’inizio, queste riflessioni si rivolgono a percorsi formativi che hanno come oggetto d’osservazione la conflittualità relazionale nei diversi campi dell’agire umano.

E’ nostra convinzione, comunque, che esse siano generalizzabili ad ogni lavoro d’aula a prescindere dal contenuto specifico. Lì dove ci sono persone, infatti, si presentano nodi emotivi, etici, comportamentali, relazionali. In ogni tipo d’aula, perciò, è richiesto al formatore di essere, a momenti, anche counseling e coach.

 

 

*Tutti gli allievi sono dotati di un punto forte che è costituito dal fatto che nonostante il senso di negatività sono lì, in quell’aula, per prendersi cura dei loro insuccessi così come per rinforzare i successi.

 

Alfonso Falanga

Counselor e Formatore

info [@] comunicascolto [.] com

 

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Vedi anche:
Formazione, Counseling o Coaching ?
Formazione, Counseling o Coaching: un punto di svolta







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