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“Sii perfetto!”: come ci impediamo di guarire

category Psicologia Marina Belleggia 13 Dicembre 2011 | 1,932 letture | Stampa articolo |
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Diversi autori di Analisi Transazionale, la teoria psicologica nata negli anni Sessanta e che ha avuto come maggior portavoce Eric Berne, sostenevano quanto fossero importanti i messaggi verbali e non verbali (espressivi, corporei), che i genitori inviano al bambino, per la costruzione della sua visione di se stesso, degli altri, del mondo. E quanto questa visione influenzi le sue prime decisioni relative a sé e alla vita. Alcuni di questi messaggi genitoriali sono stati definiti messaggi spinta. Infatti, sono dei veri e propri comandi del genitore affinché il bambino faccia qualcosa. Questi, quando riceve tali comandi, sente una coazione a seguirli, poiché è convinto di poter essere amato fintanto che continuerà a comportarsi come il genitore gli dice di fare. Uno di questi messaggi spinta è quello che dice: “sii perfetto!”. Il comando ad essere perfetto può consistere nel prendere sempre il voto più alto a scuola, oppure nel non sporcarsi mai i vestiti, oppure ancora nel cominciare a fare qualcosa solo se veramente sicuro di poterla fare perfettamente. La spinta ad essere perfetto è, a mio avviso, uno dei messaggi genitoriali che il bambino segue, che influenzano di più, da adulto, il suo percorso di guarigione, e in particolare la percezione che egli ha dei propri cambiamenti durante la terapia. La percezione  non sarà allora aderente alla realtà, ma ad un ideale di perfezione soggettivo. Spesso, chi ha una forte spinta ad essere perfetto, ha un’idea perfetta su come dovrà diventare alla fine della terapia, e su come la sua guarigione possa essere tale solo qualora implichi l’assenza totale di sintomi e di emozioni “spiacevoli”. Quando la persona vuole essere perfetta a tutti i costi, perché è l’unico modo che conosce per essere sicura di contare qualcosa per gli altri ed essere stimata, è molto probabile che anche quando proverà ad immaginare la propria guarigione, di qualunque natura essa sia (psicologica o fisica), la immaginerà aderente al proprio ideale di perfezione: “se guarisco perfettamente, allora valgo qualcosa”. Oltretutto, i modelli sociali, oggi, rinforzano moltissimo questo modo di pensare: va bene solo ciò che non ha difetti e risponde a certi ideali di perfezione. La sofferenza e l’imperfezione, sia psicologiche che fisiche, sono viste sempre di più come qualcosa da far passare in fretta, perché rivelano la fragilità umana.

Ed ecco che allora quando abbiamo un raffreddore dobbiamo prendere di corsa qualcosa di chimico che ce lo faccia passare, piuttosto che aspettare che il nostro corpo attivi le sue difese naturali e lo combatta. Allo stesso modo, quando viviamo una sofferenza, cerchiamo di eliminarla senza farci il regalo più bello: scoprire le risorse che abbiamo per affrontarla e scoprirci forti nella nostra fragilità. Quando dico ai miei pazienti che la guarigione esiste ho in mente una concezione della guarigione che non è la cura del sintomo, e quindi l’eliminazione dei pensieri, delle emozioni e dei comportamenti “imperfetti”. La guarigione che intendo è il raggiungimento dell’armonia e dell’equilibrio, concetti da cui quello della perfezione è enormemente distante. Dell’armonia non si può certo dire che sia perfetta, visto che per definizione è l’integrazione di elementi opposti. Allo stesso modo non c’è niente di più instabile e imperfetto dell’equilibrio il quale, appena viene raggiunto, è necessario subito cominciare a fare un lavoro durissimo per non perderlo di nuovo. Pensare al funambolo in equilibrio sulla fune aiuta a capire ciò che sto dicendo. Questi allena braccia, gambe, ginocchia, e la propria mente alla concentrazione, e mette tutte queste abilità insieme quando sta per cadere. Comincia a fare movimenti disarmonici e sgraziati, che nulla hanno di perfetto, se non l’intenzione di rimanere in equilibrio. La guarigione, e quindi la salute, “non è assenza di malattia, ma armonico funzionamento dell’uomo, inteso nella sua unità mente-corpo e inserito nel proprio ambiente” (Frigoli, Cavallari, Ottolenghi, 2007). Comunicare alle persone quanto la salute possa essere definita tale nonostante ci siano dei sintomi fastidiosi nel corpo e delle difficoltà psicologiche nell’affrontare un problema, è un primo passo per aiutarle ad abbandonare la spinta ad essere perfette, almeno nella terapia. Mi piace stabilire insieme ai miei pazienti degli obiettivi “imperfetti” a cui arrivare e poi verificare insieme a loro se e in quale “modo imperfetto” ci siano arrivati. La guarigione esiste, ed è molto efficace porla come obiettivo finale, arrivandoci con gradualità e dando valore ai propri cambiamenti, piuttosto che alimentare frustrazioni perché non la si può raggiungere immediatamente e perfettamente. La realtà è che non esiste niente di immediato e di perfetto che sia anche autentico e che abbia a che fare con l’essere umano. La perfezione è una grande bugia che dicono alcuni genitori, e quando li “scopriamo” possiamo imparare a perdonarli e darci finalmente il permesso di vivere una vita imperfetta e felice.

Marina Belleggia

 

Per approfondire:

Frigoli D., Cavallari G., Ottolenghi D., La psicosomatica. Il significato e il senso della malattia, Xenia Edizioni, 2007

Stewart I., Joines, V., L’Analisi Transazionale. Guida alla psicologia dei rapporti umani, Garzanti, 1990







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