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Quando il corpo ci tradisce

category Psicologia Sabrina Costantini 5 Ottobre 2011 | 4,235 letture | Stampa articolo |
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Il corpo costituisce il nostro involucro, il confine col mondo, ciò che scambia con esso, che fa entrare ed uscire, trasforma, fa proprio ciò che riceve e rifiuta buttando fuori, ciò che non gli si addice (in termini di equilibrio, sanità, natura, ecc.).

Noi siamo il nostro corpo.

Il corpo rappresenta ciò che ci fa vivere, ci fornisce ossigeno e nutrimento, grazie ai suoi meccanismi automatici (quali il respiro e la trasformazione biochimica degli alimenti e delle bevande, delle sostanze sciolte nell’acqua e nell’aria, ecc.), ciò che ci salvaguarda nei confronti dell’ambiente circostante (ad esempio attraverso il dolore di elementi nocivi, come il fuoco, l’eccessivo caldo o freddo, ecc.) e nei confronti dell’ambiente interno (ad es. attraverso il vomito di elementi indigesti o nocivi sia in senso fisico che psicologico), che ripristina l’equilibrio psicofisico (ad esempio attraverso la malattia e la richiesta d’attenzione e cure).

Il corpo è anche caldo, talvolta freddo, più o meno liscio, peloso, morbido, sensibile, eccitabile, è fonte di infinite sensazioni con una gamma di variazioni illimitate, fonte di piacere e di godimento a livello sensoriale, sessuale, emotivo.

Costituisce anche lo strato più esterno, la prima immagine che noi forniamo di noi stessi al mondo, il primo biglietto da visita, nello stesso tempo è la parte che ci fornisce gli elementi di esplorazione e di conoscenza del mondo in senso concreto, materiale ma anche emotivo e relazionale.

Insomma, questo nostro corpo è un organo che possiede un suo equilibrio, una sua significatività, una funzione, un meccanismo, un incastro perfetto. Corpo e psiche, garantiscono un connubio unico e significativo, garantiscono la dimensione materiale e concreta, nonché quella emotiva e connotativa.

In esso, è racchiuso tutto l’universo. Esso contiene l’alchimia per potersi adattare nel modo migliore, al mondo.

Nonostante queste infinite possibilità che ci appartengono, noi le ignoriamo, non le conosciamo, non vi diamo il giusto peso e valore, ma ancora di più, non riusciamo a percepirle, ovvero non percepiamo l’esistenza concreta e sensoriale di questa nostra casa.

Non siamo consapevoli del corpo, non ne percepiamo le sensazioni, lo stato, la consistenza, la sensibilità, la condizione base. In verità gli stimoli sensoriali arrivano, ma la nostra attenzione, coscienza e consapevolezza li sottovaluta e li mette da parte. E’ un po’ come se il corpo non esistesse. Non lo percepiamo e lo trattiamo quasi come un elemento esterno, quasi fosse una macchina, come la nostra auto che ci trasporta da un luogo ad un altro. Ogni tanto richiede il carburante, una revisione e via!

Lo diamo per scontato, c’è e ci deve essere, è a nostra completa disposizione e deve funzionare alla perfezione.

Il dramma risiede nel fatto che ci accorgiamo di lui, lo sentiamo e lo percepiamo solo quando si ammala, quando “si rompe”, quando è mal funzionante. Allora, ci rendiamo conto che esiste, nel nostro mondo cosciente si dispiegano improvvisamente certe percezioni fini, le sensazioni relative agli organi, ai muscoli, alla pelle, alle ossa, ai tendini, ecc.

Ora che questo mezzo viene meno, solo ora che fa cilecca, ci accorgiamo che c’è! Non era così scontato e gratuito, come abbiamo pensato ed è venuto meno! Sorpresa! Sbalordimento! Non ci sono parole!

Ora che quell’arto ci duole, ora che la pelle brucia, ora che un organo cede nella sua funzione, ora che quell’organo s’inceppa, ora che gli organi sensoriali ci impediscono di percepire chiaramente il mondo, ora che le gambe ci impediscono la posizione eretta, ora che il corpo ci lascia a piedi nella nostra esplorazione del mondo, nella vita quotidiana, che si sottrae alla funzione di supporto di base per la sopravvivenza, che manca in termini di scioltezza e leggerezza, ora che ci impedisce di vivere un senso di onnipotenza e d’infinite possibilità: ora, solo ora, sappiamo che c’è.

Siamo basiti e trasecolati, siamo di fronte a qualcosa che non avevamo calcolato, tutto quell’equilibrio, quella potenzialità non era scontata, non era eterna, non era automatica e ora non c’è più.

Ci sentiamo profondamente traditi dal nostro corpo, che non fa più ciò che ha sempre fatto, che ci aspettiamo faccia e debba fare. Nessuno ci ha mai detto, che sarebbe andata a finire così!

Sì, sentiamo parlare in ogni dove di malattia, morte, invecchiamento, ma è una realtà distante dalla nostra, sono racconti che non ci toccano se non superficialmente, rifiutiamo di valutare questa reale possibilità e il significato che dovremmo trarne. Continuiamo a vivere, come se questa eventualità non ci toccherà mai, come se per noi l’invecchiamento sarà migliore, come se tutto sarà immutato per sempre e non ci riguarderà assolutamente.

Quando poi, ci troviamo a doverci svegliare improvvisamente da una realtà illusoria, si rimane shoccati, intorpiditi, delusi, non si capisce.

E lui, sì lui, questo corpo …. perché si è rivoltato contro di noi, sta lottando a nostro discapito, non ci sostiene più, non ci aiuta, non ci apre le strade? Che è successo?

Sembra una congiura contro di noi! Ma perché mai? Cosa abbiamo fatto, di così terribile?

Senza preavviso, ad un certo punto ci ha abbandonato, ha abdicato e noi siamo spersi, incapaci, impotenti, con le spalle scoperte, a piedi, siamo soli.

Una psiche disorientata e dolorante, non ha più il suo supposto supporto, sano e solido. Ma che sta succedendo?

Di solito è la psiche che fa i capricci, con i suo pensieri, le fantasie, i sogni contorti, suscitando quelle mille emozioni, che ci fanno traballare, ci tormentano, ci derubano della tranquillità, ci ribaltano le prospettive, che mutano continuamente e non sono mai le stesse. Ma il corpo no, il corpo è la base sicura. Dovrebbe esserlo, nel nostro immaginario. E ora? Che succede? Perché si è ammalato? Perché è venuto meno al suo patto?

Quello che ci tormenta, ci azzoppa, ci fa soffrire, che rimane imprescindibile, non è tanto la malattia in sé, ma la mancanza d’equilibrio e di continuità mente-corpo. Il corpo non risponde più alle aspettative, alle previsioni e ai comandi della psiche e del pensiero cosciente. Si è distaccato e va per proprio conto, proprio come a livello più interno fanno le metastasi, rispetto al tumore-madre, che come adolescenti ribelli seguono solo i propri impulsi.

Questa nostra reazione, il vissuto di tradimento profondo, ci ricorda che il corpo necessita di un suo spazio di attenzione, di uno spazio consapevole, di un tempo tutto suo, di un suo diritto d’essere, con tutte le sensazioni annesse, piacevoli e spiacevoli che siano. In realtà, non è lui a tradirci!

Pensiamo ad esempio alla condizione dell’anestesia. Qualunque intervento chirurgico, con anestesia locale ci sottopone all’esperienza del dolore (pur minimo che sia) e alla consapevolezza di quanto ci sta capitando, alla lucidità e alla partecipazione di quanto i medici operano sul nostro corpo. Non tutti sono pronti e desiderano affrontare questa condizione, i vari piccoli passaggi di quanto subisce il corpo in termini di asportazione, introduzione, tagli, cuciture, ecc.

L’assenza totale di anestesia poi, a causa del dolore intenso e dell’eccessiva presenza, renderebbe l’intervento impossibile. Ma a ben vedere, anche quest’affermazione è falsa, in fin dei conti si praticavano interventi anche prima dell’introduzione dell’anestesia (vedi ad esempio l’estrazione di proiettili). Non ci fermiamo su questo, che apparirebbe un estremo veramente estremo e ci inorridisce solo l’idea, continuiamo invece con la nostra dissertazione.

L’intervento con anestesia totale, che toglie tutte queste componenti dolorose e fastidiose, però ci sottrae il corpo, che pure ci appartiene. Ci svegliamo ed è cambiato qualcosa a cui non abbiamo partecipato, di cui non abbiamo avuto la consapevolezza e la percezione, momento per momento. Improvvisamente qualcosa non c’è più o qualcos’altro è stato aggiunto o sostituito, modificato, senza che noi abbiamo partecipato consapevolmente, neanche in minima parte. Il corpo non ci appartiene più, ci è stato sottratto e non ci possiamo fare niente. Riappropriarsene sarà quindi un processo veramente lungo e faticoso, più di quello che sembra in apparenza.

Si comincia col ritorno delle percezioni nel post operatorio, contraddistinto da una modalità immediata, violenta, verso cui siamo privi di preparazione, come nel caso del dolore che si presenta senza preavviso, o delle sensazioni di intorpidimento, di freddo estremo, di non appartenenza, di spossatezza eccessiva.

Ecco che gli esseri umani, presentano poi reazioni imprevedibili e anomale. Si parte dall’inspiegabile diversa capacità e velocità di guarigione, variabile da persona a persona, da crisi di pianto impreviste e imprevedibili, di pensieri distorti, per arrivare a fenomeni più anomali quali la percezione dell’arto fantasma, all’incomprensibile rifiuto dell’organo trapiantato, ecc.

I medici non capiscono, non sanno farvi fronte, sembra uno di quei casi anomali a cui non c’è spiegazione, del resto l’intervento è andato anche bene! Che altro fare? Magari un ansiolitico ed un ipnotico aiuteranno a ripristinare le cose e a far finta che non sia successo nulla.

Ma di fatto, la persona sembra improvvisamente impazzita, non la si riconosce più, non sembra più la stessa e non si sa darne ragione. In verità, neanche lei in prima persona si riconosce più ed è proprio questo che le succede ed è avvenuto per tramite del corpo, che è stato manipolato come se niente fosse, senza tenere conto delle sensazioni, delle emozioni, dei pensieri, dell’immagine di sé, ad esso connessa.

Pensiamo anche al caso non di una malattia, ma di un’interruzione volontaria di gravidanza o ad un raschiamento dovuto a complicanze della gravidanza. Nel primo caso, la persona decide autonomamente di fare questo tipo d’intervento, di per sé abbastanza breve e facile, ma assai complesso da un punto di vista psicologico, per il suo significato e per ciò che ne consegue.

Ma, vivere quest’esperienza con l’apporto dell’anestesia totale rende l’operazione momentaneamente più semplice, ci si risveglia ed è già tutto fatto, risolto. Psicologicamente no, non è ancora fatto nulla. Ovvero, la non presenza della consapevolezza e della percezione del corpo e dell’ambiente che opera quest’intervento, fa sì che è come se non fosse successo nulla. Occorre molto tempo, perché si possa effettivamente elaborare il lutto, perché si formi la consapevolezza di qualcosa di diverso, di un bambino che non c’è più, che c’è stato e adesso non c’è più.

Il secondo caso, quello di raschiamento non scelto, risulta più leggero dal punto di vista della responsabilità della scelta, ma ben più complesso circa l’accettazione del risultato ed il vissuto di mancata capacità di procreare. S’innesca un processo assai articolato e complesso, che richiede elaborazione, più complessa nel caso di anestesia totale.

L’interruzione di gravidanza eseguita con l’anestesia locale invece, mette fortemente in contatto con quanto è stato deciso e sull’effettivo atto che lo porta a termine, sulle singole percezioni, sul corpo agito e deprivato, rende l’intervento veramente duro e doloroso, di una durata interminabile. La percezione del dolore emotivo però è vivo e presente, forte ma percepito, in sintonia con le sofferenze del corpo e quindi pur nella sofferenza ma in armonia, come tale già in via di elaborazione.

La stessa condizione del parto, ci ricorda l’importanza del contatto col corpo. L’epidurale infatti, ha la funzione di ridurre il dolore e di anestetizzare molte sensazioni dell’importante evento in corso, ma proprio a causa di queste funzioni, toglie anche un’importante contatto con sé e col bambino. Anche in questo caso, il dolore ha un significato importante, rinforza il legame coi figli, accrescendo il valore di sopravvivenza e di adattamento per il nuovo arrivato, sia dal punto di vista organico e ambientale, che emotivo e psicologico.

La presenza effettiva a tutti i livelli, di quest’evento e di tutti i correlati corporei, ci riconducono prepotentemente alla realtà e ci ricordano la natura del legame coi propri figli, proprio quando si instaura un conflitto, a livello emotivo. Il maternage infatti, è uno dei meccanismi più potenti e resistenti, esistenti in natura, anche nei casi di condizioni insane, come di madri incarcerate o di patologie sostanziose, come nelle psicosi, o nei pregressi di abbandono, rifiuto e maltrattamento genitoriale. Generalmente, la prole viene allevata, almeno nei bisogni principali di sopravvivenza, anche in queste situazioni abnormi. Il legame biologico sacralizzato dal dolore, accresce l’elemento narcisistico, assai nutriente per certe personalità instabili, per cui mette il bambino al riparo da abbandoni precoci.

I figli sono sempre oggetto di proiezione genitoriale e parentale, alcuni sono soggetti a meccanismi potenti, distorti, rigidi al punto tale che se non vi fosse un legame biologico importante, rammentato proprio dalle percezioni del corpo che partorisce, rischierebbero di essere abbandonati, maltrattati, non visti, ecc. Pensiamo semplicemente alla situazione di separazione coniugale, dove i figli sembrano la fotocopia del partner lasciato e odiato, se non vi fosse il richiamo ad un legame importante con loro, si rischierebbe di “abbandonare” ingiustamente anche loro.

Nello stesso tempo, il dolore e l’idea di un corpo che si trasforma, può spaventare così tanto da dissuadere le persone con certi disturbi psichici importanti, a generare un figlio, costituendo un meccanismo preventivo e adattivo importante.

Inoltre, il legame col corpo risulta assai protettivo per il neonato, ma anche per il genitore che in questo modo, salvaguarda l’immagine e la pratica di essere un genitore sufficientemente buono, importante per la propria autostima, per la propria integrità e continuità morale, emotiva, cognitiva, utile fondamenta per la stima di sé come genitore e per la riuscita dell’allevamento filiale.

Un’altra situazione che ci aiuta a comprendere l’importanza dell’equilibrio, ma soprattutto dell’integrazione di ogni parte di noi, è rappresentata dalle montagne russe. Si tratta di un intrattenimento così tanto amato e tanto temuto, perché innalza l’adrenalina e la sensazione di eccitazione corporea, alimentando un accrescimento pressorio, il ritmo cardiaco, elementi di percezione e attenzione. A livello emotivo si sperimenta uno stato eccitatorio, un misto fra aggressività, rabbia, paura, sensazioni piacevoli di presenza estrema e di vitalità. Tutto questo, accade perché ogni funzione del corpo, della psiche e dell’ambiente sta al suo posto, adoperandosi per vivere quest’esperienza in modo sufficientemente controllato.

Ora, provate a stare sulle montagne russe, chiudendo gli occhi.

Cambieranno notevolmente le percezioni, sensazioni ed emozioni. Si perderà gran parte del potere che si avverte rispetto a sé e all’esterno. In realtà non è così, ma il nostro vissuto sarà questo, perché la vista permette di accompagnarci in quest’esperienza percettiva assai complessa, fornendoci gli strumenti per rendere meno spaventosi e imprevedibili gli effetti di un movimento subito, così veloce, violento e parziale (il corpo sta fermo ma è spinto violentemente nello spazio, da una forza esterna). Di solito, togliendo ogni forma di controllo, si toglie anche la basilare fonte di stabilità e comprensibilità di quanto ci accade, con la conseguente riduzione della varietà di sensazioni, con un effetto ad imbuto, volto all’esclusiva percezione della paura. Non c’è spazio per altro. Ci si trova in una situazione orribile, si subisce totalmente il mondo e le reazioni del corpo!

La vista infatti, costituisce un importante strumento di conoscenza e avvicinamento alle cose, le rende sicure e stabili. E come abbiamo appena visto, questa singola componente di noi, va ad influire con il sistema di vissuti, percezioni, emozioni, pensieri.

Tutto questo ci rammenta quanto sia importante il processo d’integrazione bio-psico-sociale. Ogni organo, ogni arto, ogni elemento somatico, con le mille capacità percettive, la psiche, l’emotività, il pensiero e la consapevolezza, sono elementi imprescindibili di un tutto che ha un senso così intero com’è, nessun elemento escluso, neanche il più piccolo.

Si rinnova quindi, l’importanza di un approccio medico, psicologico, psichiatrico, riabilitativo, educativo, che tenga conto di ogni parte del sistema, accrescendo l’integrazione e la consapevolezza. Ma ancora prima, si rinnova l’importanza di uno stile di vita che tenga conto di ogni parte di noi, corpo incluso. Niente di scontato!

Alpa Patel, ricercatore dell’American Cancer Society, sostiene che la quantità di tempo trascorso seduti può aumentare il pericolo di morte. L’osservazione deriva da una ricerca che individua, soprattutto nelle donne, la relazione fra tempo trascorso a sedere e facilità di decesso, avvenuto in prevalenza per malattie cardiovascolari.

Il ricercatore ha dimostrato che, l’abitudine di trascorrere molto tempo seduti, produce importanti conseguenze metaboliche, infatti può influenzare elementi biologici come i trigliceridi, la lipoproteina ad alta densità, il colesterolo, la glicemia, la pressione sanguigna e la leptina, che sono biomarcatori di obesità, di malattie croniche cardiovascolari e di altri disturbi.

Questa ricerca mette in luce la correlazione, ovvero il legame, fra questi due eventi: sedentarietà e decesso, soprattutto di tipo cardiovascolare. Questo legame però, non ci dice perché, cosa succede all’individuo, cosa causa effettivamente cosa. O meglio, ne spiega una parte, la reazione biochimica a catena, rispetto ad una serie di sostanze quali ormoni, proteine, lipidi, neurotrasmettitori e così via. Ma perché avviene tutto questo? Quali le cause prime? Quale processo effettivo?

Il perché io non lo so, però posso immaginare che un corpo seduto per tante ore al giorno, per tutti i giorni della settimana o quasi, ci faccia perdere il corpo stesso. Immaginate di stare per ore seduti, concentrati su un dato lavoro come cucire, lavorare a maglia, costruire manualmente qualcosa, intagliare, cesellare, leggere, scrivere, lavorare su internet, lavorare al computer, ecc. Siete lì, una sola piccola parte del vostro corpo è impegnata, mentre il resto si trova in una posizione d’immobilità, repressa in una posizione di comodo, magari azzittita dalla passività dello schermo, da alcool, fumo, caffè, psicofarmaci, ecc. Si perde inevitabilmente il contatto con esso, si verificano una serie di modificazioni muscolari, ormonali, metaboliche, ecc., ma noi non ce ne rendiamo conto, la nostra attenzione è altrove, la percezione è sopita e la mente ha escluso dalla coscienza il resto del corpo (di solito la gran parte di esso). Il corpo si addormenta e con esso tutte quelle percezioni che ci ricordano la sua esistenza, l’esistenza di bisogni e di movimenti che richiedono attenzione, tempo, ascolto, interventi, atti a ristabilire l’equilibrio.

Lowen (1977) ci ricorda che un corpo vivo, pulsa e vibra, quindi manda molti segnali, di conseguenza la persona armonica dal punto di vista corporeo (associato all’armonia interna), possiede una grande e naturale padronanza di sé. L’invecchiamento produce una graduale riduzione di questa vitalità, armonia e flessibilità, ma appunto è un processo graduale e naturale. Quando questi fenomeni di riduzione sono brutali, veloci e forzati, si crea una condizione patologica del corpo nelle sue costituenti fondamentali. Un esempio ci viene fornito dallo stato depressivo, dove uno specifico stato emotivo, unito a potenti pensieri di svalutazione, colpa, inadeguatezza e repressione, riducono la vitalità, la sensibilità e la reattività, con conseguenti problemi di sonno, alterazione del ciclo circadiano, del comportamento alimentare, ecc.

Io direi che la stessa cosa, capita quando deprimiamo il corpo forzatamente, attraverso quest’immobilità imposta per molte ore. In questo caso non sono pensieri depressivi, ma motivi logici e razionali, volti ad un fine pratico, ma il risultato non cambia. Si crea un’immobilità e una repressione.

Ancora in questa direzione possiamo riflettere sul ruolo di tutte quelle sostanze, che ci immobilizzano o ci portano via una parte di noi. Mi viene in mente l’ansiolitico per esempio, che appiattisce l’emotività, di conseguenza riduce la spiacevole sensazione di ansia, con tutti i suoi correlativi psico-fisici. Prendiamo ad esempio il caso di una persona che sta affrontando un compito ansiogeno, normalmente ansiogeno perché nuovo, imprevisto, impegnativo, richiedente, che può avere delle conseguenze nella sua vita. L’ansiolitico gli permetterà di eliminare tutte quelle sensazioni spiacevoli, quali sudorazione profusa, tremori, agitazione psicomotoria, elevazione pressoria, aumento del battito cardiaco, ecc. Non di meno, non cancellerà la situazione con tutti i suoi rischi reali e psicologici, tanto meno l’effettiva difficoltà nell’affrontarla, per cui al momento in cui l’evento si verificherà, succederà che la persona in questione si troverà improvvisamente catapultata in questa realtà di ansia ed essendo immediata, violenta, senza preavviso, risulterà ancora più disorientante.

L’ansia infatti, costituisce un importante strumento, una sorta di termometro che ci aiuta a valutare la nostra condizione in relazione alle richieste ambientali e alle nostre richieste interne, come le aspettative, di conseguenza attiva una serie di risorse importanti per affrontare al meglio la situazione, innalzando attenzione, concentrazione, pensiero mirato, riducendo le attività momentaneamente non essenziali, ecc.

E’ ormai storico lo studio (Yerkes e Dodson), che verificò l’andamento a U rovesciata, tipico dell’ansia. La forma ad “U” rovesciata della curva, è determinata incrociando su un asse cartesiano le due variabili: ansia e prestazione. Si osserva che la prestazione migliora in misura dell’accrescersi dell’ansia, almeno fino ad un certo picco, il punto più alto della U, dopo il quale l’ulteriore aumento di ansia, riduce progressivamente la prestazione, perché passa ad essere eccessiva e disfunzionale, è andata oltre il livello ottimale.

In conclusione l’ansia serve, è adattiva ed è importante che noi impariamo ad utilizzarla, impadronendoci gradualmente delle acquisizioni di meccanismi di gestione ottimale dell’ansia. Solo vivendola appieno, con i suoi inevitabili effetti, potremmo imparare a gestirla e a mantenerla a livelli produttivi, entro la prima parte della U rovesciata appunto.

Tornando ancora sui farmaci, pensiamo ad esempio agli antidolorifici, antinfiammatori, ecc. Ci forniscono sicuramente sollievo, rispetto ad un vissuto di dolore intenso, di bruciore, di martellamento, sottraendoci però le informazioni che il corpo ci sta inviando. Prendiamo semplicemente un dolore molto acuto ad un’anca, che impedisce molti movimenti, ma soprattutto impedisce di correre, di guidare, di camminare, se non a caro prezzo. Se somministriamo degli antidolorifici, il dolore sparisce e tutto torna uguale a prima, la persona ricomincerà a muoversi come se niente fosse, senza rendersi conto che non è esattamente così, non si trova nelle usuali condizioni. La sensazione di dolore è sparita, ma il processo infiammatorio in atto no, il problema non è risolto e la persona non ha ancora colto il meta messaggio, simbolizzato dal corpo, che segnala un problema o un errore nel proprio stile di vita, nel modo di rapportarci a sé stessi e all’ambiente.

Il corpo gli sta comunicando delle cose ben precise, gli sta dicendo che deve stare fermo, che non deve correre, che probabilmente non sta vedendo alcune cose di sé ed in conseguenza di ciò, si deve fermare e leggere i termini del conflitto. Sì, perché se c’è un’infiammazione, significa che ci sono due elementi che si contendono il primato. Eliminando la sensazione fisica, non si fa che mettere a tacere la spia rossa, ma se la benzina è esaurita, lo sarà anche se la spia non lampeggerà più. Anzi, ci troveremo improvvisamente, veramente a piedi, come se non avessimo avuto alcun preavviso. In realtà, il preavviso c’era, siamo noi che abbiamo messo a tacere la spia luminosa, abbiamo chiuso gli occhi e smesso di vedere quanto ci succedeva.

Questo è un po’ quanto capita quando poi si arriva a malattie gravi, che sembrano comparire come fulmini a ciel sereno, ma non è così, abbiamo solo spento i segnali. Se il corpo invia sensazioni di dolore, infiammazione, irritazione, ecc., vuol dire che sta succedendo qualcosa, che si stanno verificando delle dinamiche non comprese che chiedono di essere viste, per poter ristabilire l’equilibrio psico-fisico. Ignorare i segnali, continuare a correre, camminare, lavorare, fare di tutto di più, significa andare ad intaccare quelle riserve vitali, necessarie per l’adattamento dell’organismo, per far fronte alle richieste impreviste, per continuare a vivere e sopravvivere anche in circostanze avverse di stress acuto. La tendenza invece consiste nel vivere sull’onda di uno stress, divenuto ormai cronico, che esaurisce gradualmente tutte le riserve vitali.

Per cui, nonostante uno abbia vissuto sempre la solita vita, non abbia fatto cose eccezionali, non si sia posto in situazioni di pericolo o emblematicamente stressanti, ad un certo punto il corpo cede e tradisce ogni inevitabile aspettativa. Il corpo ci tradisce e ne rimaniamo basiti, non sappiamo perché, non troviamo spiegazione. In realtà, questo rappresenta solo l’ultimo tassello di una lunga serie di elementi, che devono essere decifrati e messi insieme. Una vita senza scossoni né eccessi, non corrisponde ad una vita sana e consapevole!

Talvolta succede che facciamo un movimento banale e ci stiriamo un tendine, ci procuriamo una frattura, ci rompiamo un osso, prendiamo un torcicollo, ecc., sembra incredibile, siamo caduti senza capirne il perché. Il dolore procurato, il danno effettivo, non corrisponde al supposto movimento e ancora una volta ci sembra che il corpo ci abbia tradito, non abbia assolto al suo dovere. Questo capita perché non ci ascoltiamo, non siamo in sintonia con il corpo e non percepiamo il suo reale stato, a livello di tendini, muscoli, tensioni, ecc. Abbiamo avuto bisogno delle conseguenze del nostro stato a livello concreto, altrimenti non ci saremmo accorti di come stiamo.

Ricordiamoci che l’identità ontogenetica (a livello dell’individuo) e filogenetica (a livello della specie), è prima di tutto un’identità corporea. Cioè il Sé e la percezione della propria identità, fatta di pensieri, capacità, credenze, emozioni, ecc., arriva dalla percezione del corpo, che ci fornisce i passaggi fondamentali per il senso di esistere. La cura quotidiana e ripetitiva del corpo del bambino e di tutti i suoi bisogni fondamentali (fame, sete, pulizia, protezione) e non (carezze, baci, accompagnamento acustico attraverso la voce e la musica, ecc.), fa sì che il bambino impari a definire una serie di cose di sé e di non sé. Intanto per cominciare comprende i propri confini corporei, ciò che gli appartiene e ciò che non gli appartiene, ciò che può fare e ciò che non può, quali sono le abilità che possiede già, quelle che può sviluppare e quelle che non può .

Nei primi mesi, uno dei giochi-sperimentazioni preferiti consiste nel gettare gli oggetti in terra ed aspettare che qualcuno li raccolga. Quando quest’aspettativa viene soddisfatta, il bambino si rende conto di avere un certo potere sugli altri, che ha un suo ruolo determinante nel mondo. Successivamente, accrescendo le proprie capacità di movimento, spostandosi nello spazio attraverso la coordinazione di varie parti del corpo, imparerà ad andare a raccogliersi da solo l’oggetto lanciato, questo sarà il passo successivo, diretto all’acquisizione delle proprie capacità di movimento, di coordinazione, di potenzialità ulteriore verso il mondo.

Così gradualmente, acquisisce giorno per giorno la consapevolezza di essere amato, di avere qualcuno su cui contare, di avere qualcuno che fa delle cose per lui e su di lui, che ha anche la capacità di pensare e organizzare il movimento e giungere a determinati obiettivi, che ha un corpo che gli fornisce alcune sensazioni belle e piacevoli (sazietà, pienezza, calore, vicinanza, solletico, ecc.), altre spiacevoli (fame, sete, dolore, fastidio, freddo, caldo eccessivo, ecc.), che ha delle potenzialità e costituiscono lo strumento per svariate acquisizione di sé, con sé e con gli altri (pensiamo ad esempio il gioco corporeo, condiviso con altri bambini, oppure il litigio fatto di botte, sgraffi e morsi).

Il corpo, rappresenta lo strumento ed il luogo di acquisizione della propria identità, delle mille potenzialità, limiti interni ed esterni, della consapevolezza di sé, nei termini dell’azione, del pensiero e dell’emotività.

Harlow (1974) ci ha mostra già da anni l’importanza del tatto, della percezione, del calore corporeo. Nei suoi famosi esperimenti con cuccioli di scimmia infatti, evidenziò come il contatto fosse fondamentale per il senso di rassicurazione, per la crescita, per la sicurezza in sé e lo sviluppo della socializzazione.

Harlow aveva predisposto varie situazioni sperimentali, quella più emblematica e significativa era costituita da scimmiette che ricevevano il cibo da un surrogato materno, costituito da una scimmia di metallo, quindi fredda al tatto, posta all’interno di una gabbia. Attigua ad essa e di libero accesso, era presente una seconda gabbia con un’altra scimmia di metallo, questa volta ricoperta di morbido pelo. Nelle sue osservazioni, vide che anche se le piccole ricevevano il nutrimento dalla madre “fredda”, poi però si avvicinavano a quella “calda”, soprattutto quando si presentava uno stimolo nuovo che le sorprendeva spaventandole.

Questa condizione sperimentale veniva poi confrontata con una variazione della situazione tipo, quella in cui le scimmiette non avevano la possibilità di passare nella gabbia con la madre calda, ma dovevano permanere nella gabbia con la madre fredda. Successivamente, lo sperimentatore osservò che le piccole libere di farsi rassicurare dal surrogato di pelo erano nettamente più sicure e capaci di stabilire relazioni sociali, mentre le altre, obbligate nella gabbia con la madre fredda erano asociali e rintanate in un angolo, incapaci di farsi consolare e di consolarsi a loro volta.

I risultati ci suggeriscono quanto sia importante il contatto corporeo, anche se privo di movimento e la percezione del calore, nello sviluppo di sé. Andando oltre, possiamo dire che questo tipo di reazione sembra la stessa di quella osservata nella Strange Situation (M. Ainsworth), situazione sperimentale in cui si poteva osservare che un buon rapporto materno crea uno stato di sicurezza e di sufficiente rassicurazione, anche solo attraverso la vista e la vicinanza con la madre. Questo unicamente con i bambini del gruppo B, dove la relazione si era stabilita in modo sicuro. Mentre non avveniva con le madri che, nel corso della crescita erano state poco presenti, costanti e “calde” emotivamente, “corporeamente”, ecc.

Queste come molte altre condizioni sperimentali ci ricordano il valore primario del corpo nella crescita dell’identità e della sicurezza. Nonostante questo, sempre più ce ne dimentichiamo andando a fornire un primato crescente alle qualità più aeree ed intellettive-fredde. Per cui, ci si dimentica del corpo, relegandolo ad un piano ontologico inferiore, quando in realtà è la base e l’origine di tutto, del senso, oltre che dell’esistenza nei termini più concreti e basilari.

Direi quindi che il corpo non ci tradisce mai, siamo noi a tradirlo nel senso più completo del termine. Non gli diamo il suo giusto merito, tanto meno il suo giusto spazio.

Il corpo (Lowen, 1983, pp. 239-240) sano è caratterizzato da muscoli che presentano naturalmente dei tremiti fisiologici, che sotto stress diminuiscono, a favore di uno stato ottimale di adattamento alle accresciute richieste ambientali. Qualunque muscolo presenta questa caratteristica, compreso le corde vocali e i muscoli impiegati per la produzione di voce (muscoli della gola, della bocca, muscoli che s’innestano con le costole, diaframma e polmoni). Questo ci ricorda che già una parte del corpo come la voce, che può sembrare esterna e superficiale in realtà ci appartiene fino in fondo e parla in modo significativo di noi in senso diretto e indiretto, “tradisce” il nostro vero sentire. La qualità della voce traduce esplicitamente il nostro stato di equilibrio e di sanità. Infatti, una voce piatta e monotona esprime un alto indice di stress e di disequilibrio, una voce sommessa e flebile esprime uno stato depressivo e repressivo di sé.

Gli occhi a loro volta, rappresentano un altro organo che esprime lo stato dell’individuo a livello profondo, infatti s’illuminano quando l’individuo è eccitato e si spengono quando è annoiato, triste, depresso (Lowen, 1983, pp. 248-249). Quanto ci accade dentro, le emozioni, i pensieri, le fantasie, i desideri, ecc., si traducono in un corpo che reagisce e cambia le sue espressioni. Gli occhi non esprimono solo i moti emotivi ma anche lo stato di salute, pensiamo ad esempio all’ittero che si mostra nella colorazione giallognola del globo oculare, l’anemia in un suo sbiancamento, ecc.

Infatti, la voce, gli occhi e tutto il corpo, sono elementi significativi per la diagnosi e per la terapia in bioenergetica (in verità ancora prima, sono stati usati e interpretati nella medicina cinese). Ogni elemento del corpo, i vari segmenti (tronco, arti inferiori e superiori, collo, testa, ecc.), l’armonia fra loro a livello di postura e di movimento, l’integrazione con lo spazio, la congruenza con l’obiettivo, l’espressività e l’intensità di occhi, voce, l’utilizzo del tatto, ecc., aiutano a determinare la storia dell’individuo e della sua personalità (Lowen, 1984).

Pensiamo per esempio al tipo masochista (come inteso da Lowen). Si tratta di un bambino cresciuto con rigidità e scarsa libertà, guidato in modo coercitivo dalla pressione genitoriale che ne ha determinato ogni tipo di scelta, dalla più piccola alla più grande. Questo individuo svilupperà un forte senso dell’obbedienza, della sottomissione, un senso d’incapacità marcato, d’impotenza rispetto a sé e al mondo, quindi anche un enorme bagaglio di rabbia repressa, manifestata unicamente in modo passivo e indiretto.

Ora, se lo guardiamo dal punto di vista corporeo, posturale e motorio, osserveremo un individuo massiccio, tozzo, incassato su sé stesso, di solito il collo corto al punto che la testa sembra attaccata direttamente alle spalle, schiena larga e ben carenata, a fronte di gambe corte e nettamente più esili rispetto alla possenza del busto. Anche la testa di solito risulta di grosse dimensioni e con lineamenti duri, quasi grezzi, poco differenziati. La voce raramente squillante, poco articolata, monotona e spesso lamentosa, con tonalità non decisa ma sottomessa. Le espressioni facciali poco esplicite, quasi inespressive, con occhi aperti in attesa di ricevere indicazioni e ordini, assai attenti a cogliere tutto ciò che succede nell’ambiente. L’andamento del movimento non risulta né sciolto, né armonico, bensì una sorta di trascinamento nello spazio, con un’incurvatura della schiena che ricorda il peso che porta sulla schiena, in più le gambe esili non riescono a sorreggere il corpo assai più pesante ed impegnativo, per cui non possono condurlo in modo veloce, scattante e lontano.

Questi elementi corporei si trovano in relazione stretta con quanto ha vissuto nell’infanzia e con la struttura di personalità sviluppatasi. Il suo corpo, l’indice di vitalità, di scioltezza, di espressività rappresentano la visione di sé, del mondo e delle persone, ovvero il senso d’incapacità e di mancata autonomia, il senso di vergogna ed il peso sulla schiena, che ne determina l’incedere lento e difficoltoso. E’ carenato proprio per proteggersi dai colpi che l’ambiente potrebbe sferrargli, il collo incassato riduce i punti fragili più facilmente attaccabili, insomma è un po’ come una tartaruga che si rinchiude nel suo guscio, aspettando che la tempesta passi. Resiste anche a forti pressioni, va piano e non esprime mai autonomia e forza, non gli è concesso. Resiste e sopravvive, ma non gioisce, non corre, non decide, non si esprime liberamente ed il corpo si è costruito in detta direzione e mantiene lo stato originario.

Questo è solo uno dei vari tipi di personalità e delle loro espressioni somatiche. Ogni individuo poi risulta da una speciale combinazione di tratti di personalità diverse e in ognuno di esso, il rapporto fra corpo e mondo interno, risulta assai significativo ed esplicativo.

Un altro elemento che ci aiuta a comprendere il legame fra corpo ed emotività e la sua capacità di fornirci informazioni, ci viene dal fatto che i sintomi conseguenti l’astinenza da dipendenza affettiva, sono esattamente gli stessi di quelli evidenziati nei casi di dipendenza da sostanze.

Sperimentalmente, questo processo è stato dimostrato negli studi sui primati, compiuti da Pankepp (in De Zulueta), dove le vocalizzazioni negli animali giovani, dovute alla separazione dalle figure significative, sono inibite con la somministrazione di oppiati (morfina, codeina, metadone, eroina, ecc.), non di meno i sintomi prodotti dalla separazione sono assai simili a quelli osservati durante l’astinenza da narcotici. Questo ci ricorda come il dolore psichico e gli effetti di mancanza psicologica, siano associati e condividano le stesse reti neuronali con i correlati ad essi associati (nervi, muscoli, tendini, ecc.), dei sintomi della mancanza fisica da sostanza. Ci ricorda anche per l’ennesima volta che da qualunque posizione guardiamo la cosa, stiamo sempre guardando la stessa cosa: noi stessi, nella nostra completezza mente-corpo.

Chicchiarelli ci ha mostrato quali siano i maggiori sintomi sviluppati da molti giovani e giovanissimi, in astinenza dal cellulare (una delle nuove dipendenze) anche questi assai simili a quelli determinati dall’astinenza di sostanze psicostimolanti (ansia, nervosismo, tachicardia, sudorazione, sbalzi pressori, ecc.).

Insomma, quello che vediamo bene è che il corpo risponde, creando dei segnali significativi e visivi, sia in caso di variazioni di tipo ambientali, di tipo emotivo – relazionali, che propriamente biologico-chimico.

Nonostante il nostro vissuto, direi che ancora una volta il corpo non ci tradisce affatto, anzi è il nostro migliore amico, il contenitore che ci ospita, ci sostiene e che ci permette di vivere, di gioire, di piangere, di godere, di esprimerci nelle mille sfaccettature possibili. Oltre a ciò, ci manda mille segnali perché lo stato originario venga ripristinato.

Probabilmente è necessaria una particolare attenzione ed educazione al nostro corpo, alla percezione di muscoli, di organi, di sensazioni, umori, ecc., in modo da essere più consapevoli della sua presenza anche nella condizione di sanità, in modo da essere più recettivi ai suoi messaggi, per ottenere sintonia in ogni parte di noi stessi.

Per non avere sorprese e non sentirsi traditi, dovremmo essere abituati a stare in ascolto del corpo e dovremmo essere preparati cognitivamente ed emotivamente agli eventi naturali della vita, come l’invecchiamento ed il deterioramento naturale del corpo, degli organi, delle funzioni.

Lavorare in questo senso, a partire dall’infanzia, costituisce un radicale cambiamento nella visione di sé, apportato in modo leggero e spontaneo, in linea con quanto avverrebbe naturalmente, in un ambiente poco artificiale e controllato. Si può continuare a portare avanti il progetto di sé, nato fin dalla nascita, giocando col corpo e attraverso esso, introducendo la consapevolezza e l’osservazione, come elementi ulteriori e distintivi di crescita.

Può sembrare paradossale dover fare un’opera attiva in questo senso, ma non lo è, soprattutto in un’epoca dove assume sempre più importanza la mente, l’astrazione, i mezzi tecnologici, distanzianti dal corpo e dalla concretezza. In un’epoca dove il corpo è quasi unicamente fonte d’investimento estetico, come fosse un oggetto da esibire narcisisticamente e niente più. E’ necessario ritornare in basso, alla terra e al contatto con essa, attraverso il corpo, il nostro tramite con la natura e la vita.

Non sorprendiamoci dunque e viviamo più vicini alle cose concrete e simboliche del corpo, insegniamoci in modo diretto e indiretto col nostro esempio quotidiano, cosa significa recuperare l’ascolto di ogni parte di noi!

Viviamoci tutti interi, adagiandoci nel nostro letto senso-corporeo.

Buon corpo!

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

Alpa Patel, Cancer Society, www.cancer.org

Caviglia G. (2003). Attaccamento e psicopatologia. Roma, Carocci.

Chicchiarelli D. Tecnologia e minori: è allarme. In: www.ghigliottina.it/ghigliottina1/html/modules.php?name=News&file=article&

De Zulueta F. (2009). Dal dolore alla violenza. Le origini traumatiche dell’aggressività. Milano, Raffaello Cortina.

Harlow H. (1958). The nature of love. American Psychologist, 13, 673-685.

Lowen A. (1977). Espansione e integrazione del corpo in Bioenergetica. Roma, Astrolabio.

Lowen A. (1983). Bioenergetica. Milano, Feltrinelli.

Lowen A. (1984). Il linguaggio del corpo. Milano, Feltrinelli.

Yerkes R.M., Dodson J.D. (1908). The relation of Strength of stimulus to rapidity of habit formation. Journal of Comparative Neurology and Psychology, 18, 459-482.

 







3 Commenti a “Quando il corpo ci tradisce”

  1. Calenda Maia

    Ho trovato questo articolo estremamente interessante, grazie. Non sono una psicologa ma una mamma di una bambina di quasi due anni, e poco dopo la sua nascita ho iniziato a raccogliere racconti di parto. Quale più quale meno, parlano tutti di questa dimensione imprevedibile ed imponderabile per cui “il corpo fa quel che vuole”.
    Alcuni sono racconti bellissimi e commoventi, altri invece parlano della delusione e dell’amarezza quando il corpo ti tradisce: il travaglio si spegne, il liquido è tinto, il cordone va dove gli pare… e si finisce con un parto operativo oppure in sala operatoria.
    Trovo molto interessante anche la parte in cui parla dell’epidurale: un paio di racconti effettivamente dicono che quando si è prefigurato il cesareo, l’uso dell’anestesia ha silenziato tutto, compresa la presenza del bambino, e questo silenzio è stato vissuto molto male. Però ce ne sono altri che parlano di un dolore insopportabile che fa vivere alla donna la sensazione di morire ad ogni crampo, per cui – per puro istinto di sopravvivenza – la madre sente di odiare il figlio e in qualche caso non vuole vederlo subito dopo il parto, o si sente costretta a farlo dalle convenzioni sociali. Ho due racconti di questo tipo, e altre due ragazze a cui avevo chiesto il racconto mi hanno confessato che non volevano parlarne perché si vergognavano troppo, proprio per questa ragione: hanno cioè rifiutato di vedere il bambino nelle prime ore (una per un paio di giorni) proprio perché lo avevano sentito come nemico. Non crede che in casi come questi, il trattamento del dolore potrebbe salvare tante storie di maternità? Da noi si insiste sull’empowerment che deriva dal “farcela da sole” ma mi domando se il risultato che si ottiene non sia proprio di lasciare le donne sole a se stesse, mentre all’estero il trattamento del dolore del parto è una realtà di routine, e non ci sono solo l’epidurale o la spinale, una donna sa di poter contare su una serie di tecniche (aromaterapia, massaggi, agopuntura, travaglio in acqua ecc.)

  2. Sabrina Costantini

    Buon giorno,
    la ringrazio molto per i suoi rimandi e per i racconti, le esperienze che ha condiviso con me e con gli altri,
    mi sono molto emozionata,
    è un mondo immenso.
    Ed è interessante il lavoro di raccolta che sta facendo!

    Riguardo alla sua domanda, direi che sì ha ragione che in certi casi il dolore può creare reazioni forti, ma il dolore è solo l’epifenomeno di un processo sottostante.
    Voglio dire che possiamo togliere il dolore fisico, ma non sappiamo se quel figlio verrà comunque rifiutato alla nascita per un dolore psichico, per un senso di deturpamento del proprio corpo, ecc. o se comunque verrà rifiutato più in là nella crescita, in seguito ad uno stimolo doloroso di altro tipo, in seguito ad uno stress, ecc.
    Per cui, non sono del tutto sicura che togliendo il dolore eliminiamo il problema, forse lo mettiamo solo da parte temporaneamente e nessuno ancora ci sa dire quale delle due alternative sia la migliore.
    Detto questo comunque, non voglio dire che tutti dobbiamo tollerare il dolore nella stessa misura e con la stessa intensità, è una scelta individuale, in base a ciò che conosciamo di noi e a ciò che sentiamo di fare, l’articolo vuol mettere a conoscenza di alcune dinamiche, delle conseguenze di alcune scelte, poi sta a noi prenderci la responsabilità di fare o meno una scelta. E’ ben diverso scegliere sapendo quali sono le possibili conseguenze, da scegliere alla cieca. Questo è il mio intento, mettere a conoscenza e stimolare delle riflessioni su noi stessi.
    Sono ancora daccordo con lei, quando dice che le persone vengono lasciate sole, nel parto e non, o uno tollera e sopporta le fasi del corpo, del dolore, del cambiamento, ecc. oppure si ricorre a farmaci, non ci sono molte alternative e soprattutto non c’è accompagnamento.
    Sono sicura che se ci fosse una o più figure attente alla persona, alle sue emozioni, al suo specifico modo di vivere quella gravidanza o quell’intervento, in una specifica storia, se ci fosse una mano da stringere, una voce amica, qualcuno che quida circa ci che capita e capiterà, allora forse ci sarebbe meno dolore o maggiori risorse per affrontarlo e tollerarlo.
    Ma …. rispetto a questo siamo ancora lontani, purtroppo!

    Grazie dello scambio e degli spunti di riflessione.

    Sabrina Costantini

  3. Calenda Maia

    Gentile dr.ssa,

    grazie a Lei! Mi sento un po’ a disagio non avendo gli strumenti per commentare adeguatamente, ma vorrei dire che mi sembra senz’altroche Lei abbia ragione quando dice che nella grande maggioranza dei casi, la neomamma abbraccia il figlio sentendo una forma di solidarietà con lui come con il compagno di viaggio che ha bisogno di essere nutrito e protetto; anzi questa solidarietà non viene meno nemmeno quando ci sono dei maltrattamenti, anzi al contrario scatta l’istinto di protezione verso il bimbo contro un ambiente sentito come ostile.
    D’altro canto emerge fortissimo il senso di “tradimento” verso gli operatori che ignorano la donna che chiede aiuto, o la trattano da pusillanime o capricciosa se chiede qualcosa per calmare il dolore, o ancora verso i parenti e amici che sono accecati dalla gioia e non ascoltano la donna fino in fondo nel suo racconto liquidando il dolore come normale anche quando in realtà ci sono stati dei veri e propri maltrattamenti, ho il caso di un racconto in cui la mamma confessa di essersi sentita gelosa verso la figlia perché nessuno la ascoltava nonostante il racconto francamente molto crudo.
    Devo precisare che ho iniziato a tenere il mio blog perché avevo bisogno di fare i conti con la classica delusione da cesareo e quindi con il tradimento da parte del mio corpo (è un’immagine folgorante e utilissima, grazie davvero), avevo trovato sollievo nel raccontarlo e volevo offrire la stessa opportunità ad altre mamme. Ma non immaginavo che di vicariare un non-ascolto verso le mamme che è veramente diffusissimo, e mi domando quanto giochi nello sviluppo di baby-blues e depressioni postpartum.

    Di nuovo grazie, mi farà molto piacere se passerà a leggere il blog.

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