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Quali connessioni tra Formazione, Coaching e Counseling? di Alfonso Falanga

category Psicologia Alfonso Falanga 5 Aprile 2015 | 1,192 letture | Stampa articolo |
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Questa riflessione ha origine da alcuni interrogativi, quali:

1) fino a che punto, in una prospettiva esperienziale più che teorica, la Formazione è distante dal Coaching e dal Counseling?

2) quali sono i momenti in cui queste modalità di intervento eventualmente presentano elementi in comune?

Simili quesiti ne richiama un altro, vale a dire qual è l’obiettivo legittimo di un percorso formativo.  Ovvero che cosa il formatore può effettivamente “promettere” ai destinatari.

Giova specificare che, in questa sede, per “intervento formativo” si ritiene una modalità di trasmissione del sapere che non si esaurisca nel mero passaggio di dati da chi “sa” a chi “non sa”, bensì implichi il coinvolgimento emotivo/cognitivo/comportamentale dei partecipanti in un lavoro di rielaborazione “attuale”, calata nel qui ed ora personale/sociale/professionale dei concetti appresi.

Il processo formativo, perciò, non si limita ad aggiungere “più” sapere al bagaglio concettuale ed esperienziale dei destinatari, bensì favorisce in essi nuove prospettive in merito al tema in questione. Ci riferiamo, beninteso, a punti di vista che si sviluppano a partire dal lavoro in aula –dunque attraverso lo scambio cognitivo ed emotivo formatore/destinatari ed all’interno del gruppo dei partecipanti- per poi generare prospettive autonome, durature e radicate nella pratica quotidiana.

Da questa premessa deriva che qui si sta argomentando di una formazione che non si concluda nella performance teatrale del form-attore di turno, del guru conoscitore dei segreti del successo, di chi punta a stupire l’uditorio con slogan titri e ritriti e che esorta al “cambiamento” senza mai cambiare egli stesso, vendendo come fa  da vent’anni sempre le stesse formulette.

Qui si sta parlando di Formazione. Punto.

Chiarito ciò, specifichiamo che ci riferiamo, nello specifico, ad un progetto formativo dove l’oggetto di osservazione sia la conflittualità relazionale in ambito professionale o sociale, oppure familiare. Una conflittualità, dunque, tra sé e un esterno, spesso fortemente intrecciata con una conflittualità tra sé e sé e che coinvolge le attitudini comunicative della persona, il suo livello di autostima e le sue spinte motivazionali.

Il percorso formativo qui ipotizzato, perciò, punta a favorire nei destinatari la capacità autonoma (emotivo/cognitivo/linguistico-comportamentale) di gestione di simili dinamiche comunicative, fino ad elaborare opzioni a modalità relazionali standardizzate ed insoddisfacenti.

È lecito ipotizzare che in tale contesto d’aula i partecipanti non chiedano semplici informazioni su cosa fare e come farlo, bensì reclamino soluzioni e che lo facciano indirettamente e spesso anche direttamente.

Da ciò già si intuiscono punti di contatto tra Formazione, Coaching e Counseling.

Chi aderisce ad un percorso formativo, infatti, lo fa sulla base delle medesime istanze che motivano coloro che si rivolgono al coach o al counselor, vale a dire elaborare opzioni comportamentali a risposte stereotipate e inadeguate a risolvere determinate conflittualità, in ambito sociale così come in quello lavorativo o familiare.

Anche in aula, durante l’intervento formativo, spesso si producono le medesime dinamiche simbiotiche e manipolative che caratterizzano la relazione di aiuto: le persone, almeno nella fase iniziale del percorso, chiedono soluzioni che conducano a modificare l’esterno (comportamento dei colleghi, dei clienti, dei dirigenti o del personale, del partner, del figlio o del genitore) invece che focalizzarsi sul personale modo di reagire e di agire nei confronti di quell’esterno.

Il Formatore, allora, così come il Coach ed il Counselor, si confronta prima o poi con la svalutazione che l’aula (a volte il singolo, anche se il singolo spesso-in tali circostanze- ha il potere di generare forti emulazioni) fa di se stessa e/o del formatore e del sapere di cui egli è portatore.

Il Formatore perciò tiene costantemente in osservazione simile svalutazione facendone, lì dove utile, argomento del percorso stesso. Egli, inoltre, in date circostanze dovrà occuparsi della persona di chi occupa un dato ruolo all’interno dell’organizzazione (sociale, professionale, familiare), sostenendola nel risolvere il disagio derivante dalla conflittualità legata all’esercizio di quel ruolo, favorendone la consapevolezza delle proprie risorse emotive/ cognitivo/ comportamentali, sopite e svalutate.

In questa fase, cioè, il Formatore dovrà aiutare il soggetto ( anche se collettivo ) nel conciliare aspettative personali e organizzative, obiettivi individuali e mete collettive, rivolgendosi perciò non più Loading … alla sola dimensione logica dei partecipanti, bensì sollecitandone anche le sfere emotive ed etico/ cognitive. E’ questo il momento in cui agisce da coach e da counselor, favorendo il potenziamento dei ruoli (professionale, sociale, familiare) e delle risorse emotive/ cognitive/ comportamentali utili a mettere in essere quei medesimi ruoli in modo e misura funzionali al contesto ed agli obiettivi.

Per realizzare questo scopo, è necessario un cambio di rotta relazionale tra Formatore ed aula: il primo, infatti, metterà in campo, così come chiede (direttamente o meno) di fare agli allievi, le sue componenti emotive ed etico/ cognitive fino a realizzare con l’aula una relazione non più asimettrica (Io trasmetto – Tu apprendi) ma simmetrica (Io e Te apprendiamo, insieme).

Al fine di non limitarci a trattare il tema sotto un profilo esclusivamente teorico, osserviamo  più nei particolari le occasioni concrete di cui il formatore dispone per spingere in questa nuova direzione : una tra queste-preziosa- è la fase del domandare da parte degli allievi.

All’inizio del percorso le domande vertono essenzialmente su aspetti prevalentemente teorici.

Superato questo momento, i discenti trasferiscono i contenuti appena appresi dall’aula alla loro realtà quotidiana ed elaborano un rapido confronto tra le istanze (ricerca di  soluzioni al problema vissuto nell’esercizio del ruolo) e le risposte che, direttamente o indirettamente, ricevono dal Formatore.

La realizzazione, in parte anche inconsapevole, di tale comparazione è segnata da un mutamento della qualità, e direzione, delle domande il cui contenuto non è più, o non è solo, l’elemento concettuale bensì è connesso all’esperienza diretta e quotidiana che ne fa l’allievo. Attraverso il quesito che pone, il discente invia al Formatore una sua valutazione sull’utilità che quel concetto ha – nella sua specifica condizione- nella messa in atto del ruolo. Si discutono, dunque, non più la teoria ma la sostanza dell’intero percorso e la capacità del Formatore di aderire alla concretezza dell’esperienza quotidiana dei partecipanti.

Per chi ha qualche conoscenza dell’Analisi Transazionale appare evidente che ora, nella relazione, sono coinvolti sia lo Stato dell’Io Genitore (in tutti i suoi versanti) che lo Stato dell’Io Bambino (anch’esso in tutte le sue manifestazioni) dei partecipanti (incluso il Formatore), con lo Stato dell’Io Adulto (particolarmente del Formatore) che vigila affinché ogni espressione emotiva ed etica/ cognitiva avvenga nel qui ed ora e sia connessa agli obiettivi del percorso.

Le domande, adesso, contengono in varie forme o critiche (“non è questo quello di cui abbiamo bisogno“, “non è questo quello che accade a noi“) o passive adesioni (“è vero, è proprio quello di cui abbiamo bisogno“,  “è vero, è proprio quello che accade a noi“).

In un caso e nell’altro interrogativi ed affermazioni, ora più che in seguito, sono la cornice linguistica in cui si manifestano le emozioni dei partecipanti : la paura di non riuscire a svolgere il proprio ruolo, la rabbia verso la propria incapacità (presunta) o verso l’ostilità ( percepita e/ o reale ) altrui, la tristezza per un insuccesso vissuto come definitivo.

E’ questa la fase in cui, in genere, prendono il via giochi (in senso analitico transazionale) e manipolazioni che tendono, in maniera del tutto inconsapevole e priva di qualsiasi intento malevolo, alla conferma, da parte dei partecipanti, delle loro paure e resistenze.

Il pensiero che tra gli allievi tende ad affermarsi, insomma, è ora sintetizzabile nell’espressione “ Anche tu non ci capisci “. La loro paura di non farcela, in pratica, punta ad autoalimentarsi nonostante la razionale richiesta di uscire dalla impasse.

Il domandare, così inteso, costituisce dunque il momento in cui il formatore si “gioca” il suo rapporto con l’aula: il successo o fallimento dipenderanno dalla sua capacità di tradurre l’elemento emotivo/cognitivo (anche se oppositivo, specialmente se oppositivo) in una opportunità per fare emergere nei partecipanti l’istanza reale.

E’ il momento, insomma, in cui prevale o la relazione, unico strumento per giungere ad elaborare effettive soluzioni, oppure il giudizio critico e distruttivo. Il domandare, così inteso, è il punto di svolta, se il formatore sa coglierlo, tra la fase della trasmissione del sapere concettuale e quella che rimanda al counseling e al coaching.  E’ insomma il momento in cui il docente può cominciare a rivolgersi alla persona.

 

 

Alfonso Falanga

Formatore iscritto all’AIF-Associazione Italiana Formatori

Consulente della Comunicazione specializzato in Analisi Transazionale

PNL Practitioner

htpp://www.comunicascolto.com

info [@] comunicascolto [.] com

 







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