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L’uomo Nero

Scritto da Sabrina Costantini il 18 Maggio 2011 @ 18:27 in Psicologia | Nessun Commento

L’Uomo Nero costituisce da sempre una figura emblematica, spaventosa e misteriosa, che racchiude ed esprime molte delle paure infantili. Spesso si presenta come mezzo educativo, uno “spauracchio” utilizzato inappropriatamente, con lo scopo di indirizzare la condotta in una direzione anziché in un’altra: “Se non fai il bravo, viene l’uomo nero!”

Partiamo dal dato di fatto, rassicurante per i genitori, che le paure infantili sono un normale e sano processo evolutivo. Infatti, il bambino di pochi mesi, non possiede alcuna paura o quasi. Certo, un rumore improvviso lo spaventa, ma in questo caso è l’invadenza e l’aggressività dello stimolo, che lo rende difficilmente codificabile e gestibile, soprattutto nel suo carattere di immediatezza. La paura del bambino è rivolta alla sua incapacità, all’immaturità appunto, che gli impedisce di gestire il mondo esterno, in questo caso un rumore che passa la sua barriera di “accettazione percettiva” e comprensione.

Altro esempio è costituito dall’abbandono totale, quindi dalla mancata risposta ai suoi bisogni fondamentali (fame, sete, sonno, protezione), che lo porta a vivere in una condizione di terrore psichico indifferenziato. Renè Spitz, nei suoi studi condotti in orfanotrofi, aveva osservato condizioni di angoscia totale, che arrivavano fino ad uno stato di letargia irreversibile.

Ma a parte questi esempi estremi, il neonato, mancando di chiara consapevolezza del mondo, soprattutto mancando di separatezza fra sé ed il mondo, non sperimenterà stimoli discriminati in modo fine, potenzialmente spaventosi, che invece esperirà nel corso della crescita.

La cosa può sembrare paradossale: più crescono e più si spaventano. I genitori si chiederanno: ma in cosa abbiamo sbagliato? Cosa non capiamo? Cosa dobbiamo fare? Derivandone un gran senso di incapacità, inadeguatezza e svariati sensi di colpa.

Al contrario, c’è da dire che le paure sorgono proprio con l’accrescersi di capacità, acquisizioni, consapevolezza e sono tipiche del normale processo evolutivo.

Freud infatti ha delineato una serie di paure diverse, in base alla fase di crescita. Man mano che si procede dal primo tipo di paura all’ultima, ci descrivono la qualità evolutiva raggiunta dal bambino: in quest’evoluzione si osserva l’accrescimento di fiducia, “eleganza cognitiva” ed elaborazione psicologica. Si parte dalla paura di disintegrazione del neonato  appena citata, ad esempio un rumore forte ed improvviso minaccia l’integrità, l’incolumità del bambino, che si sente travalicato rispetto alla capacità di farvi fronte. L’assenza di continuità nelle esperienze fondamentali, la frustrazione dei bisogni primari, ne rappresentano un altro esempio.

Si passa successivamente verso l’anno di età o poco prima, alla paura di perdere l’oggetto d’amore, per lo più la madre, ma possono essere altre figure significative quali il padre o sostituti genitoriali, che implicherebbe la perdita delle figure che lo sostengono emotivamente e materialmente, senza le quali si sentirebbe perso. Dall’angoscia di essere disintegrato, si è passati alla paura di perdere chi fornisce il sostegno. L’oggetto di paura è lo stesso, chi lo accudisce, ma in un caso è in primo piano la disintegrazione di sé, nell’altro l’insoddisfazione del bisogno (compreso quello di amore), questo sottile ma significativo passaggio ci mostra l’evoluzione psichica, che ha preso una sua forza e stabilità tale, da temere di sentirsi deprivato, ma non più disintegrato, annullato come entità.

Dalla paura di perdere la persona, si passa come ulteriore passaggio, alla paura di perdere l’amore (tre anni circa), il bambino cioè comprende che il genitore c’è, non scompare magicamente, ma in alcune circostanze (se si comporta male, se nasce un fratellino, se i genitori assumono altri interessi, ecc.) potrebbe perdere il suo amore, sentendosi affettivamente deprivato e psicologicamente incapace, di procedere per la propria strada.

Andando oltre, troviamo la paura di perdere la fiducia, di non essere in grado, quindi di non essere reputato “bravo”. Ci troviamo negli anni della scuola elementare, dove il bambino è chiamato a mettere in pratica una prestazione, in casa (“ormai è grande”) e fuori casa (scuola, casa degli amici, sport, ecc.). Il bambino quindi, ha raggiunto una sua autonomia, indipendenza e senso di sé, tale da sapere di poter fare da solo alcune cose, ma il dunque adesso è sentirsi bravo, capace, ma soprattutto sentirsi dire “bravo”, sapere che va bene così, cioè avere l’approvazione dei genitori, insegnanti, amici.

Infine, arriviamo alla paura tipicamente adolescenziale, di non essere capace di un comportamento morale, quindi di non essere ritenuto degno e valido, dal punto di vista della condotta verso sé e verso gli altri: educato, moralmente adeguato, approvato nella condotta sociale, adeguatamente religioso, ecc.

Ogni paura successiva prevede che quella precedente sia stata superata e che ci sia stata una crescita di capacità e consapevolezza tale, che i timori precedenti siano stati acquietati, a favore di una risoluzione dei conflitti e di un’acquisizione di abilità, che rasserenano rispetto alle angosce passate. Ogni volta che il bambino supera una difficoltà, sa ciò che è stato capace di fare, ma non sa se sarà altrettanto bravo rispetto ai nuovi compiti che gli si prospettano davanti, per cui si aprono nuovi fantasmi. Ecco perché l’incrementarsi di paure non rappresenta un’incapacità del genitore, ma semplicemente un normale processo.

C’è anche da ricordare che le paure non vengono mai superate completamente in un momento solo, ma richiedono tempo. Succede che nuove acquisizioni permettono la consapevolezza di nuove abilità che rassicurino momentaneamente, ma perché la nuova abilità sia inserita nell’archivio delle acquisizioni sicuramente proprie, è necessario tempo e il ripetersi di condizioni in cui si ripresenta la difficoltà, soprattutto che si presenti in situazioni leggermente diverse, in modo che il bambino possa generalizzare e possa ritenersi certo di quanto ha conquistato. Faccio un esempio molto semplice, la prima volta che il bambino riesce a saltare lo scalino sarà felicissimo, questa certezza però svanirà ben presto, riproponendo incertezza e paura di fronte allo stesso scalino, magari solo poche ore dopo. Solo dopo aver rivissuto ripetutamente l’incognita dell’ostacolo e l’abilità di superarlo, in quello come in altri contesti (scalini di diverse altezze, di posti diversi, di svariati materiali), allora comincerà veramente ad essere sereno e a credere che non deve più temere gli scalini: ora è capace di saltarli!

Piaget (vedi Petter) ci ha descritto chiaramente questo processo, differenziando due sotto meccanismi definiti: assimilazione e accomodamento. Facendoci così vedere come, l’apprendimento e lo sviluppo cognitivo, siano frutto di un modellamento fra individuo e ambiente, attraverso un modellamento interno progressivo.

Ricordiamoci quindi, che le paure spariscono lentamente, dopo che si è sperimentata la propria abilità più e più volte. La ripetizione e la costanza infatti, sono fondamentali per l’acquisizione. Non ci  perdiamo d’animo dunque, se dopo una strategia ben riuscita, nostro figlio ricade nel vecchio timore. Non è tornato indietro, sta solo imparando. Fa parte del processo.

Più i bambini crescono e più le paure si differenziano e si accrescono, sia perché quelle nuove si sommano, almeno per un certo periodo a quelle precedenti non del tutto superate, sia perché accrescendo le proprie capacità psicomotorie, si aumenta notevolmente ed esponenzialmente lo spazio di libero movimento, ma anche l’allontanamento dai confini e certezze familiari, l’aumento di possibili incontri con persone, cose e situazioni del tutto ignote.

Pensiamo ad esempio al bambino che comincia a camminare, prima di tutto si alza la prospettiva del suo sguardo, in piedi vede molte più cose ed in modo diverso, rispetto a quando era a sedere o gattonava. Inoltre, una volta acquisita sicurezza nella nuova abilità, si può allontanare molto più velocemente dalle figure di riferimento e dall’ambiente domestico. Come ha detto M. Mahler “il mondo è la sua ostrica”, si aprirà in lui il senso di essere padrone del mondo, di avere adesso gli strumenti per poterlo fare proprio, nella sua mente è già in suo possesso.

Ben presto però, l’illusione e l’onnipotenza infantile, si scontreranno con i limiti imposti dalla realtà e dalle difficoltà concrete, si creerà frustrazione, la consapevolezza di non essere poi così capace e che ci sono molte cose che gli sfuggono, che non conosce e non può controllare. Immaginate quali paure si scateneranno!

Riflettete su come vi sentite, quando provate la terribile sensazione di perdere il controllo su ciò che davate per certo e nelle vostre mani (la persona cara, l’auto, la casa, il lavoro, le amicizie, la salute, ecc.). Pensate parimenti a cosa può provare il bambino, che in aggiunta ha a suo sfavore la mancanza di un bagaglio di consapevolezza di sé, di certezze e di esperienze, che invece possiede un adulto.

Detto questo, capiamo bene perché il bambino è sopraffatto da paure e da angosce, capiamo anche che è un fenomeno naturale e deve esserci, pena l’acquisizione di una consapevolezza di sé e delle proprie abilità. Capita spesso infatti, che le angosce genitoriali sulle paure dei figli, le rendano ancora più spaventose, inaccessibili e quindi insuperabili. I genitori si sentono così in colpa, così incapaci di fronte alle paure infantili, da caricare il figlio di quest’ulteriore responsabilità, che suona come un divieto in quella direzione. Il bambino, per non procurare preoccupazioni ai genitori o per non sentirsi in colpa di questo loro malessere, fingerà di non aver paure, non condividerà ciò che lo spaventa e sarà costretto ad affrontarle in sordina, come se stesse compiendo un atto illecito. Nelle peggiori delle situazioni inoltre, sarà spinto a scotomizzare l’esistenza e a negare totalmente il proprio vissuto emotivo, creando un buco emotivo profondo, una falla che lo azzopperà per tutti gli anni a seguire.

Ci si chiede spesso il perché di alcune paure, che pur essendo più o meno comuni, appaiono comunque bizzarre, strane e incomprensibili, come la paura del buio, dei tuoni, del temporale, del fuoco, di certi oggetti comuni, delle urla, di animali, dei ladri, ecc., per non citare poi le paure effettivamente più peculiari ed anomale: paura delle crepe, paura delle strisce pedonali, paura di oggetti molto comuni, di rituali usuali (mangiare, passeggiare, parlare, defecare, ecc.), di parrucche, del wc, ecc.

C’è da dire che questi sono soltanto gli epifenomeni dei processi interni, ovvero sono le corrispettive proiezioni di stati emotivi, su elementi concreti. Il bambino non è consapevole di temere la perdita della figura di riferimento, la perdita dell’amore o della stima, vive un’angoscia per lui indefinibile, che assume le forme che gli si presentano più accessibili, gli oggetti di proiezione più familiari, ma anche gli oggetti più facilmente affrontabili, in termini di evitamento e poi di eventuale superamento.

Voglio dire che la paura dell’estraneo per esempio, è più facilmente gestibile della paura di perdere l’amore e l’appoggio genitoriale, anche se in realtà la prima è la portavoce della seconda. Sono la medesima cosa, ovvero la paura di trovarsi di fronte ad un estraneo in realtà esprime la paura di trovarsi da solo di fronte ad un estraneo, quindi di non avere lì il genitore, di non avere il suo appoggio incondizionato, il suo sostegno. Ma quest’ultima paura trova una forma, maggiormente accessibile, comprensibile ed esprimibile, ma è anche più tollerabile. Pensare in termini chiari che i propri genitori ci possono abbandonare da un momento all’altro, costituisce un pensiero difficilmente tollerabile e soprattutto, difficilmente digeribile su lungo periodo. Per questo motivo, capita spesso che si verifichi uno spostamento della paura su oggetti diversi, anche se con un significato analogo.

Se neghiamo loro il diritto di avere paura (attraverso le nostre paure, attraverso la svalutazione, il ridimensionamento, ecc.), negheremo anche la natura della sua paura e l’importanza della sua relazione con noi.

Sempre con la stessa logica nascono le paure di esseri più o meno umani, più o meno indefiniti e/o mitologici: l’uomo nero, la strega, i fantasmi, i draghi, gli gnomi, ecc. Se di fronte all’estraneo si può rassicurare con la propria presenza, di fronte ad un essere invisibile, impalpabile e inesistente non lo si può fare, si è totalmente impotenti ed inermi.

Questo accade fino a che rimaniamo su un piano concreto e razionale, quello che ci fa dire che questi esseri non esistono. Se al contrario entriamo nella sfera emotiva del bambino, popolata di mostri, maghi, lupi neri, fate e draghi, allora questi esseri diventeranno veri e significativi, assumeranno un corpo e ci trascineranno verso un mondo comprensibile ed affrontabile.

Non a caso le fiabe ed i giochi infantili costituiscono due mondi e due modi, per accedere allo spazio interno del piccolo, di conseguenza due strumenti per trovare creativamente e serenamente, una via di rassicurazione e di risoluzione.

Proprio l’inizio delle fiabe “c’era una volta”, “in un paese lontano”, ecc. indica che stiamo entrando in un campo lontano dalla realtà concreta, sempre più in direzione dell’interiorità e del sentire. Spesso l’eroe è stupido, sciocco, il più semplice dei fratelli, apparentemente incapace, ciò sta appunto ad indicare non una condizione reale di stupidità, ma la condizione emotiva del bambino, il sentirsi “stupido” di fronte al mondo così grande e sciente. Parimenti capita che l’eroe sia povero, solo, negletto, non riconosciuto, rifiutato, un bambino di fronte ad un adulto malvagio, di fronte ad una strega vestita da matrigna  ecc. (es. Cenerentola, Fratellino e Sorellina, Raperonzolo, Hänsel e Gretel, ecc.). Anche in questo caso, si tratta, non tanto di una condizione concreta e obiettiva, quanto di un vissuto interno di impotenza, rifiuto, raggiro, manipolazione, ecc.

Del resto le fiabe suggeriscono una soluzione interna (Bettelheim B.), proprio perché inscenano rappresentazioni di movimenti interni e propongono dei percorsi evolutivi. Le favole al contrario, forniscono una conclusione moralistica e giudicante (ad es. La cicala e la formica), oppure una sorta di fuga (vedi il Brutto Anatroccolo che cambia famiglia), o mirano a produrre pena, compassione, come nella Piccola Fiammiferaia. Le storie da parte loro, per lo più producono soluzioni troppo semplicistiche e risolvono i problemi, come farebbe un adulto (es. I vestiti nuovi dell’imperatore, la principessa sul pisello, ecc.). Ma il bambino non ha bisogno di ammonimenti, rimproveri, giudizi, pena e soluzioni concrete, di tutto questo ne ha la giornata piena.

Il piccolo ha bisogno di riuscire a risolvere il proprio conflitto ed essere una persona normale, che riesce a fare ciò che fanno i suoi consimili. Infatti, se nella fiaba, all’inizio il protagonista è un eroe alla fine, dopo aver fatto i propri riti di passaggio, non lo sarà più. Così il bambino, sa che la sua vita non è totalmente dipendente dai genitori ma che lui ha un suo dominio, le sue risorse che gli permetteranno di passare da una condizione di “diversità” (eroe) ad una di normalità e serenità. Naturalmente, ha anche il dovere di impegnarsi per diventare una persona capace che conquista il suo regno, imparando a dominare le emozioni distruttive quali rabbia, odio, vendetta ed escogitando delle strategie più elaborate emotivamente, cognitivamente e prassicamente. In quanto tali, le fiabe costituiscono uno strumento utile per i propri conflitti e paure, talvolta suggeriscono soluzioni irrealistiche, come del resto sono spesso le sue paure, irrealistiche appunto. Ma non siamo sul piano concreto, ma su quello del simbolismo e del significato.

Un esempio concreto è dato da una bambina di 4 anni di fronte a vari compiti evolutivi, tutti rappresentativi di una grande tappa e della conseguente paura, cioè quella di crescere. In lei c’è il grande conflitto fra rimanere piccola come la sorellina, che ha un certo tipo di attenzione, assistenza, minori aspettative e richieste e crescere liberamente, sentirsi grande, in grado di affrontare nuovi compiti, richieste maggiori e più complesse. La piccola esprime questo conflitto e le paure conseguenti in vario modo (paura del buio, paura di fare le cose da sola, aggressività verso la sorella, masturbazione, ecc.). Il padre allora in un momento di intimità verbalizza queste paure, esplicitando il suo timore di diventare grande e rassicurando la piccola rispetto a questi temi. La bimba, in risposta tira in ballo la fiaba dei Tre porcellini, che potrebbe sembrare una risposta insensata, in realtà è una risposta simbolica e inconscia, sul piano che il bambino riesce a gestire, quello della fantasia. A quel punto i genitori hanno la brillante intuizione di inscenare la fiaba e mentre il padre simula il lupo che cerca i tre porcellini per mangiarseli, i tre porcellini, ovvero le due bambine e la madre si nascondono sotto il tavolo per non farsi prendere, proteggendosi con le sedie a mo di paratia. Non solo, nel corso del gioco, ovvero della fiaba diventata gioco creativo, la bambina più grande usa i calzini “puzzolenti” della madre come arma per far fuggire il lupo, riuscendoci pienamente. La piccola ha fornito la soluzione e ha mostrato che vuole crescere, perché vuole sconfiggere il lupo, trovando un suo strumento per farlo. Ricordo infatti che nella fiaba i fratelli più piccoli, proprio in quanto tali e inesperti, costruiscono delle case poco consistenti, mentre il grande sconfigge il lupo, perché più consapevole e giudizioso, costruisce un riparo, una casa più solida.

Insomma, quest’esempio vuol rimarcare la necessità di entrare totalmente nel mondo del bambino, nel lasciarsi andare alle emozioni, alla fantasia e all’intuito, che permetteranno di trovare la soluzione più naturale, efficace ed accessibile per il piccolo.

Anche qua però non ci si deve illudere di trovare la soluzione magica, si tratta in realtà di una soluzione attinta dal mondo magico del bambino, ma tenendo presente che non è magica, nel senso che non sarà la soluzione definitiva. Si tratta invece, di vivere ripetutamente quel dato conflitto e di trovare via via la risoluzione, che può essere sempre la stessa ripetuta, può essere la stessa soluzione modificata in alcuni elementi, possono essere di volta in volta una soluzione diversa, in base al momento particolare e alle risorse a disposizione.

Quasi sempre, il bambino trova da solo le strategie, si tratta di astenersi dal giudizio, di sostenerlo emotivamente, a volte anche a distanza, di guardarlo con benevolenza e saper star fuori o dentro la sua soluzione, in base alle singole circostanze.

Un altro esempio curioso e simpatico (Virgillito) c’è fornito da un bambino di 5 anni, che ogni volta che doveva andare a letto, lamentava la paura di un coccodrillo sotto il letto, che stava lì ad aspettare di mangiarselo. Una sera ha pensato bene di circondare il letto di smarties, in modo che il coccodrillo potesse saziarsene e non aver più bisogno di mangiare lui. I genitori, gli hanno permesso di adottare questa soluzione. Bhe, la mattina successiva il piccolo ha trovato ancora lì tutti gli smarties, quindi ha pensato che il coccodrillo non esistesse e si è tranquillizzato. Ha quindi mangiato lui tutti i dolcetti e gli è venuto un gran mal di pancia, in conseguenza di ciò ha pensato bene che il coccodrillo ci fosse, ma che fosse furbo e che non li avesse mangiati per evitare il mal di pancia, quindi ha pensato di mettere intorno al letto della cioccolata. Anche sta volta, la cioccolata era ancora lì la mattina successiva e data la ripetizione dell’esperienza s’è detto che il coccodrillo non poteva essere così pignolo e che forse non esisteva davvero.

Altro esempio ancora, rievocato nel ricordo di una giovane donna. Da bambina, non sapendo nuotare, aveva una gran paura dei temporali, soprattutto di notte, il timore più grande era proprio che piovesse così tanta acqua da poter affogare. I primi tentativi di farvi fronte furono, andare nel letto dei genitori, ma non le fu permesso, stendersi sul tappeto in camera dei genitori, ma non le fu permesso, dormire nella vasca da bagno con coperta annessa, ma ancora non le fu permesso. Alla fine, la strategia definitiva fu interna e produttiva, immaginava di boxare col temporale su un ring e così facendo si addormentava rassicurata dai colpi sferrati, che la facevano uscire dall’impotenza.

Questi esempi, come molti altri ci mostrano come sia nel contempo semplice e difficile, far fronte al mondo emotivo dei piccoli. Facile perché  hanno l’abilità intuitiva di andare verso la risoluzione del conflitto, difficile perché dobbiamo fidarci di loro e di noi, spesso dobbiamo solo esserci, senza fare nulla. Ma quanto vivono i bambini, richiamano il nostro mondo interno, le nostre emozioni e vissuti come genitori, come adulti, ma anche come figli e bambini. E’ quindi importante liberarsi dalle proprie paure, dalle proprie angosce, per poter “giocare liberamente” la vita con i nostri figli, per poter lasciarci dietro le spalle la concretezza e razionalità, che chiedono una certezza irraggiungibile, a favore di un’emotività piena, movimentata e illogica.

Quanto detto fino a qui, si è riferito principalmente al normale processo evolutivo, tralasciando quelle che sono le paure più patologiche, che permangono e si alimentano fino a diventare vere e proprie fobie, con rituali di controllo inevitabili, che costituisce una deviazione insana. Qui abbiamo trascurato queste condizioni, che meritano un’attenzione a parte.

Per continuare sul tema delle naturali paure, vorrei citare il film di Sergio Rubini “L’uomo nero”. Non è uno dei migliori film di Rubini nel senso della realizzazione, ma senza dubbio foriero di un tema assai importante ed interessante: quello dell’uomo nero appunto. Questa figura, così tanto conosciuta da adulti e bambini, troppo spesso proiezione di paure non definite e spesso inconsce.

Ernesto (Sergio Rubini), impersona un capostazione di un piccolo paese del sud, appassionato di Cezanne, a tal punto da passare tutta la vita a riprodurre i suoi quadri, nel tentativo di ottenere finalmente quel riconoscimento, mai avuto dal proprio padre, che gli ha impedito gli studi artistici. Trascorre quindi il proprio tempo libero, dedicando tutto sé stesso alla pittura, talvolta vivendo persino la presenza del figlio Gabriele, come un intralcio.

L’arrivo in una galleria delle vicinanze, di un quadro del suo pittore prediletto (l’autoritratto con cappello), lo indurrà a recarvicisi ripetutamente, per crearne una copia, da esporre insieme alle altre sue opere ed ottenere finalmente il consenso dei due dotti del paese, l’avvocato (e sua moglie) ed il professore.

Aimè, le cose non andranno come sperato ed il professore lo svaluterà e ridicolizzerà sul giornale locale. Ma Ernesto non si arrende, ci riprova, dipingendo una nuova copia, che esporrà proprio alla festa di compleanno del figlio. Ma ancora verrà minimizzato e svalutato, il suo quadro “non ha l’aria”, come tale non ha vita. Allora Ernesto esplode in una furia feroce, sbaracca torta e tavolo di festeggiamento, screditando e cacciando gli illustri invitati.

Il piccolo Gabriele vive fra le fissazioni artistiche del padre, i litigi genitoriali, fra la pressione dei dotti e della loro morale anche nelle sue relazioni amicali, la presenza di uno zio dongiovanni ancora scapolo, a lui molto vicino, il peso degli avi e del significato del matrimonio. Respira costantemente la famiglia ed il matrimonio come una perdita di stima ed interesse (vedi la moglie dell’avvocato), una perdita di libertà e di opportunità di realizzazione (vedi il padre), una perdita d’amore (vedi lo zio che alla fine sposerà una vedova che ha compromesso, anziché la fanciulla che desiderava), la perdita di un compagno giocoso (lo zio che andrà ad abitare altrove), ecc. Non di meno la famiglia è il luogo dove lui vive ed è il contesto in cui è nato. Si ingenera così confusione e ribellione.

Insomma, si ritrova spesso disorientato, ammonito, dimenticato, abbandonato e non a caso in alcuni momenti clou, l’uomo nero gli si presenta a spaventarlo ed ammonirlo: quando vaga per i meandri della galleria d’arte, fuggendo dai richiami del padre, quando gioca a nascondino scalzo per strada, con bambini ritenuti “poco raccomandabili”, quando fugge con la mente dalle conversazioni familiari, ecc. Questa figura che incombe sulla sua serenità, che un po’ insegue con gioco e un po’ evita terrorizzato, talvolta assume le sembianze dello zio e del nonno materno mescolate, talvolta le sembianze di una figura oscura, che ad un certo punto, scoprirà essere il macchinista buono, che lancia caramelle ai bambini orfani.

L’uomo nero, rappresenta proprio la sua realtà, in particolare l’ammonimento e le figure maschili, che un po’ lo amano e un po’ lo abbandonano, da cui non riesce a cogliere sufficiente sicurezza e appoggio. Vive nell’incertezza dell’amore, della presenza e del riconoscimento,

Arriviamo al termine del film ormai adulto, in cui scoprirà che la seconda copia di Cezanne prodotta da suo padre, in realtà non era una copia ma è il verso Cezanne, scambiato e trafugato dalla galleria, che il professore ha deriso così sapientemente. Comprende allora l’ira furiosa di suo padre, comprende quanto si sentisse stretto in quel posto e quanto lui non sia mai riuscito a trovare comprensione e appoggio, che gli permettessero di darlo a suo figlio. Quest’ultimo tentativo di delinearsi un autoritratto riconosciuto e approvato, attraverso l’autoritratto di un uomo tanto amato e apprezzato, lo ha relegato per tutta la sua esistenza in un angolo buio della stazione, il “capo” di un luogo fermo, immobile e stretto nell’ignoranza.

Allora, quello che era il suo vero “uomo nero”, non era così cattivo, ma semplicemente un uomo solo e non compreso, neanche dalla sua stessa famiglia. In punto di morte infatti, al figlio dirà un’unica parola “stronzi!”.

Tutta questa consapevolezza, permetterà a Gabriele di lasciar andare i genitori con serenità ed unione.

Alla fine il padre, come il macchinista, non erano due figure così scure e negative, ma due uomini troppo presi da sé stessi, incapaci di esprimere amore, perché costretti lungo un treno ed un percorso obbligato. Non di meno, grazie al non essersi mai arreso del padre, alle sue soluzioni ingegnose, Gabriele già da tempo se ne era andato da paese, per ottenere rispetto, professionalità e notorietà.

Da notare come l’uomo nero che più spesso lo perseguita è rappresentato dalla figura del capotreno, proiezione del padre capostazione. Non a caso si tratto di due figure capo-, due guide di conduzione, quindi di rassicurazione, in quanto detentori delle regole e di una sorta di lascia passare.

Questo film rappresenta appunto un’esplicitazione dell’angoscia infantile, sottostante la paura del fatidico”uomo nero”. Qualunque sia la forma che la paura assume, di fatto ciò che manca al bambino è la sicurezza e la tutela, rispetto al mondo. E l’uomo nero designa l’ignoto, l’incertezza, la solitudine ed il rischio dell’errore e del giudizio, quindi la violenza, una forza misteriosa e potente.

Di fronte a tutto ciò, capita spesso che i genitori, nel corso di consultazioni o degli incontri formativi-informativi, chiedano delle ricette, delle soluzioni e delle spiegazioni chiare e sintetiche, rispetto a quanto capita ai figli.

Ciò non è possibile, per comprendere si deve stare, immergersi e ascoltare, chiedendosi dove i bambini possano essere sostenuti in termini di fiducia e dove aiutati concretamente, dove si manca come adulti e cosa è mancato a noi come bambini.

Non c’è una soluzione a tutto questo, c’è un processo in atto e in divenire e l’esperto può fungere solo da osservatore esterno, che fornisce una lettura e possibili linee guida, sta poi alla famiglia viverle e gestirle autonomamente.

I genitori devono loro per primi affrontare il proprio “uomo nero”, i propri fantasmi e le paure mai risolte, per poter comprendere, stare e ascoltare l’uomo nero dei propri figli. E’ fondamentale accettare che i propri genitori sono stati un uomo nero per noi, una figura che nonostante tutto, poi ha mitigato le sue sfumature grazie ad elementi costruttivi e positivi. Questa consapevolezza è necessaria, per accettare che noi come genitori, rappresentiamo un po’ “di uomo nero” per i nostri figli. Siamo così importanti e necessari, che in quanto esseri umani comunque manchiamo in qualcosa, che comunque saremmo inevitabilmente frustranti e assenti in alcune circostanze. E in visione di ciò, siamo fondamentalmente buoni e anche un po’ deprivanti e angoscianti, la parte nera appunto.

Solo l’accettazione e l’accoglimento di questa figura dentro il nostro immaginario, ci permetterà di prendere a braccetto la parte nera di noi e dei nostri figli, per coniugarla con una parte rosa ed una in divenire. Ci permette anche di trovare autonomamente, una serie infinite di soluzioni creative.

 

 

BIBLIOGRAFIA e FILMOGRAFIA

 

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Calabretta M. (2011). Le fiabe per affrontare litigi e conflitti. Per grandi e piccini. Franco Angeli.

Mahler M., Pine F., Bergman A. (1978). La nascita psicologica del bambino. Torino, Bollati Boringhieri.

Oliverio Ferrari A. (1992). Genitori e figli di fronte al cambiamento. Raffaello Cortina.

Petter G. (1961). Lo sviluppo mentale nelle ricerche di Jean Piaget. Giunti, Firenze.

Rubini S. (regia di) (Italia, 2009). Attori protagonisti: S. Rubini, V. Golino, R. Scamarcio. Genere Commedia.

Spitz R.A. (1989). Il primo anno di vita. Studio psicoanalitico sullo sviluppo delle relazioni oggettuali. Roma, Armando Editore.

Virgillito T. (08/07/05). I bambini e le paure. www.psicolab.net

 


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