Homepage di Nienteansia.it

Switch to english language  Passa alla lingua italiana  
Newsletter di psicologia


archivio news

[Citazione del momento]
Allontanarsi dal mondo, restare sconosciuti e non avere rimpianti: a questo può arrivare solo l'uomo superiore. Confucio
Viagra online

Lo sviluppo ed il funzionamento delle emozioni

category Psicologia Nienteansia.it 30 Novembre 2007 | 13,054 letture | Stampa articolo |
1 vote, average: 5.00 out of 51 vote, average: 5.00 out of 51 vote, average: 5.00 out of 51 vote, average: 5.00 out of 51 vote, average: 5.00 out of 5 (voti: 1 , media: 5.00 su 5)
Devi effettuare il login per votare.
Loading ... Loading ...

Il cervello umano ha sviluppato una intricata rete di circuiti che partecipano alla modulazione degli stati di attivazione emotiva, o arousal (vedi glossario). La natura di questi processi di regolazione varia in modo significativo da individuo ad individuo, con influenze a livello costituzionale e di adattamento a precedenti esperienze.

Possiamo dire con certezza che esistono caratteristiche innate in ognuno di noi, introducendo il termine di “temperamento emotivo”. Esso fa riferimento a determinati pattern di risposta tipici di ogni persona. Esistono per esempio persone tendenzialmente calme e controllate che raramente si lasciano sopraffare da forti emozioni, anche davanti ad avvenimenti importanti. Altre che reagiscono repentinamente e vivacemente ad ogni minima variazione situazionale.

Questi tratti del sistema nervoso possono comunque essere modificati nel corso dell’esistenza. Vanno costruendosi nell’infanzia e il loro sviluppo è influenzato da molte variabili. Innanzitutto dal comportamento dei genitori, attraverso il quale il bambino può amplificare e consolidare un certo tipo di risposta emotiva, o al contrario limitarla. Prendiamo a titolo di esempio un bambino costituzionalmente aggressivo. Una madre lasciva, incapace di contenere il temperamento brusco del figlio può accentuare in lui l’aggressività. Al contrario, se si dimostra decisa e risoluta può limitare tale comportamento. Ognuno di noi reagisce alle emozioni in modo diverso, tuttavia esistono alcuni elementi fondamentali alla base della regolazione delle emozioni che sono comuni a tutti.

Intensità

Il processing delle emozioni si basa sulle attività dei sistemi di valutazione e arousal, che possono rispondere agli stimoli con diversi gradi di intensità. In sostanza il nostro cervello è capace di variare la reazione ad un determinato stimolo emotivo modificando il numero di neuroni attivati e la quantità di neurotrasmettitori secreti. Se i meccanismi di orientamento iniziali portano ad una minima attivazione del cervello e del corpo, anche le successive risposte di valutazione elaborativa e arousal tenderanno ad essere ridotte. A questo proposito diversi studi hanno dimostrato che individui ai quali venivano somministrati farmaci per diminuire l’entità delle risposte dell’organismo e degli stati di attivazione fisiologica in genere reagivano agli stimoli interpretandoli come “non importanti”, e quindi con emozioni primarie meno intense rispetto a quelle dei soggetti di controllo (1, 2, 3, 4).

In ciascuno di noi i livelli di intensità con cui in generale rispondiamo agli stimoli possono essere determinati sia da fattori costituzionali, sia dall’influenza delle nostre precedenti esperienze. Persone con un temperamento timido, per esempio, tendono a reagire con grande intensità a stimoli per loro insoliti, mettendo in atto comportamenti di ritiro e allontanamento. Da alcuni studi sembra che l’intensità delle risposte emozionali sia correlata ad una attivazione frontale bilaterale, a differenza della loro qualità o valenza, che è invece associata ad attivazioni asimmetriche. L’emisfero destro è coinvolto maggiormente negli stati di allontanamento, quello sinistro negli stati di avvicinamento (5). Ricerche confermano che in bambini con madri clinicamente depresse la capacità di provare gioia ed eccitazione risulta significativamente compromessa, specialmente nei casi in cui la depressione materna persiste dopo il primo anno di vita del figlio (6).

Nei bambini le esperienze possono quindi influenzare profondamente sia l’intensità, sia la valenza delle attivazioni emozionali. In particolare, in quelli che hanno genitori depressi possono essere assenti esperienze di condivisione di stati emotivi positivi, esperienze che in condizioni normali permettono alla coppia genitore-figlio di amplificare emozioni piacevoli e di provare ondate di intenso affetto reciproco (7). La mancanza di questa amplificazione condivisa di stati positivi può incidere negativamente sullo sviluppo della capacità di tollerare e di apprezzare stati emotivi intensi: le esperienze interattive permettono al bambino non solo di provare elevati livelli di “tensione” o arousal emozionale (8), ma anche di “allenare” i suoi circuiti cerebrali a gestire tali stati (9). L’intensità delle risposte emotive viene spesso mascherata poiché coincide con il momento di maggior bisogno di essere compresi dagli altri, generando un senso di vulnerabilità che può renderci riluttanti a manifestare apertamente i nostri sentimenti. Questo comportamento viene amplificato da esperienze di comunicazioni interpersonali insoddisfacenti e può dare origine ad un senso di vergogna per aver mancato un’opportunità di sintonizzazione affettiva (10).

Sensibilità

La soglia di sensibilità è diversa in ogni individuo. Si tratta del livello minimo al di sotto del quale sensazioni e stimoli non inducono un’attivazione dei nostri sistemi di valutazione. Coloro i quali possiedono una soglia emotiva molto bassa si trovano continuamente ad affrontare situazioni emotivamente coinvolgenti ritenute importanti. Come l’intensità anche la sensibilità è influenzata sia da fattori costituzionali sia da fattori esperienziali, e nello stesso tempo può essere influenzata da quello che è lo stato della mente in quel momento. Per esempio, quando diciamo di avere “i nervi a fior di pelle” vogliamo dire che in quel preciso istante siamo molto sensibili ad ogni minima variazione ambientale, fornendo di conseguenza risposte esagerate.

In che modo in nostro cervello può modificare la soglia di sensibilità? Innanzitutto va tenuto presente che le emozioni sono indissolubilmente legate ai processi di valutazione degli stimoli. Il cervello può aumentare o diminuire in maniera diretta la sua sensibilità all’ambiente innalzando o abbassando i livelli di stimolazione necessari per attivare i suoi sistemi di valutazione. Se abbiamo appena visto un film violento e pauroso possiamo essere per esempio molto sensibili ai vicoli bui e ai forti rumori. Se uscendo dal cinema sentiamo il rumore di uno scoppio possiamo facilmente impaurirci e valutare la situazione come pericolosa. Se abbiamo la stessa esperienza tornando da una festa tra amici è probabile che la nostra reazione non sia la stessa. Esperienze recenti possono dunque influenzare in maniera diretta il nostro grado di sensibilità emotiva (11).

Nello stesso modo il ripetersi di esperienze emotivamente intense può generare alterazioni croniche del grado di sensibilità. Episodi terrorizzanti vissuti in età infantile possono modificare in maniera permanente la sensibilità di un individuo nei riguardi di stimoli correlati a tali eventi traumatici. Se un bambino viene graffiato e morso da un gatto, è possibile che anche a distanza di anni la vista di un gatto evochi in lui un’intensa risposta emozionale di paura. Alterazioni precoci dei circuiti cerebrali implicati nei processi di valutazione e attribuzione di significati possono quindi avere profondi effetti sui meccanismi che influenzano direttamente la natura delle esperienze emotive e la regolazione delle emozioni. Lo stato di ipersensibilità che si genera in questo modo è spesso irreversibile (12), tuttavia è possibile intervenire sulla fase di valutazione dello stimolo che prende origine dallo stato di eccessivo arousal generale, rendendo la reazione della persona più “elastica”.

Specificità

I processi di regolazione possono anche determinare quali regioni del cervello vengono attivate negli stati di arousal emozionale. Definendo la specificità dei processi di valutazione – le modalità con cui i centri di valutazione stabiliscono il significato delle rappresentazioni – il cervello è in grado di regolare i flussi di energia nei cambiamenti degli stati del sistema. Per esempio, se veniamo svegliati da un rumore improvviso durante il riposo, è probabile che il nostro corpo entri in uno stato di orientamento iniziale. Se stavamo attendendo l’arrivo di un amico, il rumore potrebbe indurre in noi una piacevole eccitazione. Se non aspettavamo nessuno esso potrebbe invece essere un segnale di pericolo. Le rappresentazioni che vengono attivate in ogni determinato momento, incluse quelle che si riferiscono al contesto della situazione in cui ci troviamo, contribuiscono a definire la direzione specifica della valutazione di uno stimolo, e quindi il tipo di risposta emozionale che viene evocata.

La specificità dei processi di valutazione influenza direttamente la differenziazione degli stati emozionali primari in emozioni fondamentali, e le differenze individuali nei meccanismi e nei parametri di valutazione possono influenzare la “natura” generale dell’umore e della personalità. Tale specificità determina non solo il significato degli stessi processi emozionali, attraverso meccanismi di “valutazione della valutazione”. La specificità di questi processi può essere influenzata da diversi fattori legati all’interpretazione dello stimolo; per esempio, dal fatto che venga valutato come rilevante o meno per il raggiungimento di obiettivi presenti e futuri, o dal significato che gli viene attribuito rispetto a questioni generali che riguardano il Sé o il Sé in relazione con gli altri.

Man mano che il bambino cresce, la differenziazione di emozioni primarie in emozioni fondamentali diventa sempre più sofisticata, e stati precoci di generico “benessere” o “malessere” vengono progressivamente sostituiti da emozioni fondamentali come paura, rabbia, disgusto, sorpresa, interesse, vergogna o gioia. Sroufe ha notato come stati emozionali di piacere, apprensione e frustrazione/disagio siano in qualche modo “precursori” delle emozioni maggiormente definite di gioia, paura e rabbia (13). Successivamente si differenziano anche le emozioni più complesse e “sociali” come nostalgia, gelosia e orgoglio.

Linda Camras ha suggerito che la teoria dei sistemi dinamici può essere particolarmente utile nell’analisi dello sviluppo delle espressioni emozionali (14). In base a tale prospettiva, nella differenziazione dei suoi processi emozionali la mente del bambino integra processi interiori e risposte interattive dei genitori; in questo modo, le emozioni maggiormente differenziate diventano stati attrattori del sistema, con vincoli determinati da fattori interni ed esterni. Secondo Malatesta-Magai questi meccanismi costituiscono una forma di “socializzazione delle emozioni”, che rispecchia le modalità fondamentali con cui l’affetto serve da segnale sociale e si sviluppa, almeno in parte, in base alla storia delle interazioni interpersonali dell’individuo (15). Tale socializzazione delle emozioni si attua sia nelle relazioni genitore-figlio, sia in quelle con i coetanei (16).

La specificità di un’esperienza emotiva è determinata dai complessi meccanismi di valutazione che vengono selettivamente attivati in risposta a un particolare stimolo. In ognuno di noi lo sviluppo di questi processi valutativi è influenzato sia da caratteristiche costituzionali, sia da fattori legati alla storia delle nostre interazioni sociali, ed è per questo che di fronte allo stesso stimolo due persone possono a volte reagire in maniera completamente diversa; la specificità delle nostre risposte emozionali crea significati personali unici. Le emozioni sono state definite e classificate in vario modo (17). Alcuni studiosi distinguono per esempio categorie principali rappresentate da paura, sorpresa/sbalordimento, tristezza, rabbia, piacere/gioia, interesse/eccitazione, disgusto, ansia, diffidenza, disprezzo, amore; altri tipi di emozione sono l’imbarazzo, la vergogna, la colpa, l’orgoglio. Nel corso della vita noi tutti abbiamo sperimentato ognuna di queste emozioni e abbiamo sicuramente notato come ogni volta la stessa emozione si presenta con caratteristiche diverse; tali caratteristiche sono determinate dall’unicità delle combinazioni fra processi interni e contesti esterni in cui si sviluppa quel particolare stato del sistema.

I complessi processi di valutazione devono essere stati organizzati da almeno due fattori fondamentali. In base ai principii essenziali della teoria evoluzionistica, le caratteristiche dei sistemi di valutazione che aumentavano le probabilità di sopravvivenza e la trasmissione del corredo genetico tendevano ad essere mantenute. Ciò potrebbe spiegare, per esempio, perché certe persone hanno paura dei serpenti anche se in vita loro non ne hanno mai visto uno. Una seconda componente cruciale dal punto di vista evolutivo è rappresentata dal fatto che i meccanismi di valutazione devono essere in grado di apprendere dalle passate esperienze. Valutando come pericolosa una determinata situazione noi possiamo evitarla risparmiandoci inutili rischi. I sistemi di valutazione possono imparare dalle esperienze; i processi emozionali favoriscono l’apprendimento (18).

Finestre di tolleranza

La finestra di tolleranza è il margine entro il quale stati emozionali di diversa intensità possono essere processati senza che ciò comprometta il funzionamento del sistema nel suo complesso. Ognuno di noi possiede finestre di tolleranza diverse. Alcune persone sono in grado di gestire elevati livelli di intensità emotiva senza alcuna difficoltà e conservano la capacità di pensare, agire e sentire in maniera equilibrata ed efficace. Vi sono però emozioni, come rabbia o tristezza, che anche a livelli moderati possono interferire negativamente con le attività della mente. L’intensità di uno specifico stato emozionale può coinvolgere meccanismi di valutazione e arousal che non sono accessibili dalla coscienza e che possono influenzare i processi di elaborazione delle informazioni. Stati di attivazione emotiva che superano la finestra di tolleranza possono generare pensieri e comportamenti disorganizzati. In alcuni individui la finestra può essere molto ristretta, e i processi emozionali possono diventare consci soltanto quando il loro grado di intensità è molto vicino ai livelli oltre i quali si producono questi effetti disorganizzanti.

In altri il sistema della mente può invece tollerare stati emotivi anche molto intensi, che sono facilmente accessibili dalla coscienza, indipendentemente dalla loro natura piacevole (nel caso di gioia o amore) o spiacevole (rabbia, tristezza). Va inoltre considerato che l’ampiezza della finestra varia nel tempo in funzione dello stato della mente, della valenza emozionale specifica e del contesto sociale in cui l’emozione è generata. Per esempio noi siamo in grado di gestire situazioni che generano stress in maniera più efficace quando ci troviamo in presenza di persone alle quali siamo legate, che ci capiscono e amano. Tutto ciò può essere spiegato in termini di attività del sistema nervoso autonomo. Una eccessiva attività del sistema simpatico si traduce infatti in un aumento della frequenza cardiaca e respiratoria e in una sensazione di tensione generalizzata. Al contrario, un’eccessiva attivazione del sistema parasimpatico produce processi che tendono al risparmio di energia, diminuendo battiti cardiaci, respirazione e attività mentale. A volte i due sistemi si attivano contemporaneamente inducendo una sensazione di “perdita di controllo”, come se stessimo guidando l’auto e pigiassimo acceleratore e freno insieme.

In queste condizioni le funzioni cerebrali superiori sono compromesse. Il pensiero razionale diventa impossibile e prevalgono le reazioni di natura automatica e riflessa; le funzioni integrative delle emozioni, in cui processi di autoregolazione permettono interazioni elastiche e adattive con l’ambiente, sono temporaneamente sospese. I limiti della finestra di tolleranza di una persona sono determinati sia da caratteristiche costituzionali (il temperamento), sia da precedenti esperienze, e sono influenzati pesantemente da condizioni fisiologiche contingenti; per esempio la fame e la sete ci rendono particolarmente irritabili e vulnerabili a livello emotivo. Persone costituzionalmente timide possono trovarsi profondamente a disagio di fronte ad emozioni intense di qualsiasi tipo, e tendono a cercare ambienti familiari, che non evocano queste sensazioni disturbanti e disorganizzanti; nell’ambito di contesti sociali che prevedono la vicinanza di figure di attaccamento con cui hanno relazioni sicure sono in grado di affrontare situazioni per loro nuove, ma in assenza di tali condizioni possono assumere comportamenti di allontanamento e diventare socialmente isolati. All’estremo opposto si trovano le persone che in situazioni per loro nuove provano un senso di piacere ed eccitazione senza alcuna ripercussione sul loro equilibrio interno.

I bambini che hanno questo secondo tipo di atteggiamento, più aperto ed esplorativo nei confronti del mondo esterno, in genere rendono la vita più facile ai loro genitori; al contrario, quelli con temperamenti più difficili, irritabili e capricciosi hanno spesso reazioni che oltrepassano i margini della loro finestra di tolleranza, diventando un serio problema per i genitori. Tuttavia, nella maggioranza dei casi, questi bambini crescendo sviluppano capacità via via più sofisticate di regolazione delle emozioni, e questi loro “scoppi emotivi” diventano meno frequenti.

Le finestre di tolleranza risentono anche di influenze legate alla storia delle passate esperienze. Per esempio, in individui che durante l’infanzia hanno spesso avuto esperienze in cui hanno provato paura, questa emozione può essere associata a un senso di terrore e sgomento profondamente disorganizzanti; la ripetuta sensazione di essere lasciati soli ad affrontare queste emozioni, senza nessuno che li possa confortare e tranquillizzare, può portare a un mancato sviluppo delle capacità di calmare e controllare tali stati, e a una riduzione dei limiti di tolleranza. La finestra di tolleranza di un individuo dipende inoltre da quello che è il suo stato della mente in un determinato momento. Se ci sentiamo emotivamente “esauriti”, siamo fisicamente esausti o veniamo sorpresi da un’interazione imprevista, è probabile che i nostri margini di tolleranza siano diminuiti. In queste condizioni possiamo diventare tesi e agitati, ed essere visibilmente turbati da stimoli ai quali normalmente reagiamo con emozioni più contenute.

Processi di ritorno entro i margini di tolleranza

Quando l’intensità di uno stato di arousal supera i confini della finestra di tolleranza, la mente può essere sommersa da un’ondata di emozioni che coinvolge tutta una serie di processi, dal pensiero razionale al comportamento sociale, e che può travolgere anche la coscienza (19). In situazioni di questo tipo, l’individuo ha spesso la sensazione di aver perso il controllo di pensieri e azioni, e la sua mente può essere invasa da rappresentazioni visive che simbolizzano lo stato emotivo. Per esempio, quando sono in collera, alcuni possono letteralmente “vedere rosso”, o avere immagini di se stessi che aggrediscono l’oggetto della loro rabbia, e compiere atti violenti e distruttivi che in condizioni normali non sono parte del loro repertorio comportamentale.

Emozioni, significati e interazioni sociali sono mediati dagli stessi circuiti cerebrali; le modalità con cui tali informazioni vengono elaborate dipendono dalla realtà biologica delle strutture del cervello, che modellano direttamente le funzioni della mente. Per esempio, a livello della corteccia orbito-frontale, una delle regioni centrali nel processing delle emozioni, convergono input che provengono da aree anatomicamente distinte, e informazioni che coinvolgono processi cognitivi sociali, coscienza autonoetica, sensazioni, percezioni, rappresentazioni di varia natura come parole, concetti, marker somatici che si riferiscono agli stati fisiologici dell’organismo e alle attività del sistema nervoso autonomo (20). La possibilità di rispondere in maniera adattiva al significato personale di un evento, e non semplicemente con una reazione automatica e riflessa, si basa sulla capacità di integrare in modo flessibile questi processi prefrontali.

Si ritiene che negli stati di arousal eccessivo i processi “superiori” mediati dai circuiti neocorticali siano invece sospesi, e che la direzione dei flussi di energia all’interno del cervello, e in particolare a livello delle regioni orbito-frontali, siano determinati principalmente da input generati da strutture “inferiori” di elaborazione delle informazioni (centri del tronco encefalico, circuiti sensoriali, aree limbiche). In questo modo, il superamento della finestra di tolleranza si accompagna, a livello neurologico, a un’inibizione dei meccanismi percettivi e razionali superiori, mentre assumono un ruolo dominante le attività somatiche e sensoriali più “elementari”. Noi non pensiamo più: “sentiamo” intensamente e agiamo in maniera impulsiva; in altre parole, entriamo in uno stato in cui potenzialmente prevalgono risposte riflesse a stimoli somatici e sensoriali primari.

Ma in che modo la mente si “riprende” da stati in cui le funzioni corticali superiori e le capacità di riflettere sui propri pensieri e comportamenti sono sospese? Questi processi di recupero variano da individuo a individuo, e ancora una volta dipendono, oltre che dalle caratteristiche costituzionali e dalla storia personale, dal contesto e dalla natura dello stato specifico. Per esempio, se ci sentiamo traditi da un amico di cui ci fidavamo ciecamente, riuscire a riemergere da uno stato di profonda rabbia e tristezza può essere particolarmente difficile, mentre delusioni generate da persone a cui siamo meno legati, o riconosciute come tendenzialmente inaffidabili, possono indurre reazioni di collera che vengono rapidamente smaltite. Per uscire da questi stati la mente deve ridurre gli effetti disorganizzanti prodotti da un particolare episodio di arousal emozionale. Ciò può avvenire attraverso processi fisiologici di base, in cui i meccanismi di valutazione riportano i livelli di attivazione entro margini tollerabili diminuendo l’intensità dello stato di arousal e limitando il numero di circuiti e gruppi neuronali coinvolti.

Possono venire inoltre progressivamente riattivate funzioni corticali più complesse, che permettono processi metacognitivi di riflessione su se stessi e di controllo degli impulsi; in generale, la capacità di riflettere sugli stati mentali propri e altrui svolge un ruolo importante in questo particolare aspetto della regolazione delle emozioni. Un recupero anche parziale di queste attività corticali può consentire all’individuo di alterare le caratteristiche dello stato emotivo e di sopportare livelli di arousal precedentemente incontrollabili. Per esempio, travolti dalla collera nei confronti dell’amico che ci ha ingannato, possiamo scoprire che rievocando vecchi ricordi della nostra passata relazione con lui possiamo trasformare la natura e l’intensità di questa esperienza emozionale, sostituendo alla rabbia un senso di perdita e di grande tristezza che riusciamo più facilmente a tollerare. Tuttavia, per alcuni arrivare a controllare stati emotivi eccessivamente intensi può essere estremamente difficile, indipendentemente dalla loro natura; per queste persone la vita può diventare una serie continua di sforzi tesi ad evitare situazioni che potrebbero generare emozioni troppo forti, nel tentativo di difendere e di mantenere l’equilibrio del loro sistema. Tali individui possono diventare schiavi della propria instabilità emotiva.

Le emozioni svolgono un ruolo centrale nei processi di autoregolazione della mente. Risulta inevitabile che i processi di arousal emozionale a volte superino la nostra soglia di tolleranza, qualunque essa sia; in assenza di processi di recupero efficaci, questi momenti possono però trasformarsi in prolungati stati di disorganizzazione, che possono essere pericolosi per noi e per gli altri. La capacità di rientrare entro i limiti della finestra di tolleranza, in sostanza, permette ai processi auto-organizzazione del sistema di ritornare ad un flusso di stati che si muovono in maniera equilibrata verso una maggiore complessità, evitando, ai due estremi, attivazioni eccessivamente rigide o eccessivamente casuali e caotiche. Il sistema della mente diventa così maggiormente adattivo, sintonizzandosi su variabili interne ed esterne in maniera più flessibile, e aumentando i suoi livelli di complessità e di stabilità.

Accesso alla coscienza

In ogni momento le attività dei nostri sistemi di valutazione influenzano tutte le funzioni della mente, attraverso meccanismi che non richiedono necessariamente una partecipazione della coscienza. Le emozioni sono un insieme di processi fondamentali direttamente correlati all’attribuzione di significati, alla comunicazione sociale, ai meccanismi attenzionali e all’elaborazione delle percezioni. Le emozioni dirigono i flussi di attivazione (energia) e stabiliscono il significato delle rappresentazioni (informazioni) ed hanno dunque un ruolo centrale nel determinare le attività del sistema della mente nel suo complesso.

Una grande quantità di dati supporta l’idea secondo la quale solo una minima parte delle nostre attività mentali avvenga a livello conscio (21). Percezione, memoria, emozioni, interazioni sociali sono tutti processi che avvengono per lo più al di fuori della coscienza. Questi processi inconsci costituiscono le basi delle funzioni della mente, influenzano profondamente i nostri sentimenti, pensieri e comportamenti, e possono emergere improvvisamente nella nostra mente conscia (per esempio quando ci mettiamo a piangere ancor prima di diventare consapevoli di provare un senso di tristezza). In generale possiamo dire che il Sé non è formato da una parte conscia e da una inconscia, separate da una netta linea di demarcazione; piuttosto, il Sé è creato da processi inconsci, e dalla selettiva associazione di questi processi in un’entità che chiamiamo “coscienza”. In altre parole, noi siamo molto, molto di più dei nostri processi consci.

A cosa serve la coscienza? Le risposte possibili sono diverse, fra le quali quella secondo cui i processi che vengono collegati all’interno della coscienza possono essere manipolati e alterati intenzionalmente, allo scopo di produrre risposte maggiormente adattive. La coscienza ci permette di modificare reazioni automatiche e riflesse e di introdurre elementi di “scelta” nei nostri comportamenti. Quando qualcosa ci turba e noi ne conosciamo la causa possiamo intervenire attivamente per risolvere il problema. La coscienza è collegata ai meccanismi attenzionali e alla memoria di lavoro. Tale memoria è una sorta di deposito temporaneo che ci permette di tenere a mente e di riflettere simultaneamente su una serie di informazioni e dati diversi. Queste riflessioni ci consentono di manipolare le varie rappresentazioni, di elaborarle ulteriormente e di stabilire fra loro nuove associazioni. Attraverso questo sistema, la memoria di lavoro permette processi di autoriflessione e “scelte” cognitive; in altre parole, rende possibili intenzioni personali e comportamenti deliberati e strategici, che non sono il risultato di riflessi automatici.

I processi emozionali – la fase di orientamento iniziale, i meccanismi di arousal e valutazione, la differenziazione degli stati primari – si svolgono in genere al di fuori della coscienza; la consapevolezza di tali processi si manifesta con le sensazioni qualitative associate alle emozioni, e con tutta la gamma di quelli che possiamo chiamare i nostri “sentimenti”. I “sentimenti” coinvolgono dunque energia, impulsi comportamentali, significati o emozioni fondamentali. Essi giungono sino al livello della coscienza poiché ci permettono di attribuire dei significati a ciò che stiamo provando e di conseguenza ci permettono di rispondere in maniera più flessibile agli stimoli ambientali. Inoltre la consapevolezza delle nostre emozioni è fondamentale per la nostra stessa sopravvivenza in quanto esseri sociali: ci permette di riconoscere intenzioni e motivazioni, nostre e altrui, e di gestire le complesse interazioni con il mondo interpersonale in maniera più efficace e adeguata al soddisfacimento dei nostri bisogni e al raggiungimento dei nostri obiettivi.

La coscienza può influenzare l’outcome dei processi emozionali: permette processi di autoriflessione, che a loro volta rendono possibile la mobilizzazione di pensieri e comportamenti che facilitano il raggiungimento di particolari obiettivi, attraverso l’acquisizione di nuovi livelli di integrazione. Per esempio, se siamo consapevoli di essere tristi perché un nostro amico si è trasferito in un’altra città, possiamo decidere di telefonargli, o di scrivergli una lettera; al contrario, se la nostra tristezza rimane inconscia è possibile che non cercheremo mai di ristabilire i contatti con questa persona. La coscienza svolge dunque l’importante funzione di modulare i flussi di energia all’interno del cervello, coinvolgendo strutture cerebrali deputate all’elaborazione di tali flussi, raggiungendo così un livello di integrazione maggiore. Questo porta ad una risposta adattiva che va ben oltre la semplice reazione automatica o riflessa.

I processi di valutazione portano all’attivazione di gruppi neurali distinti nella creazione di un determinato stato della mente; la partecipazione della coscienza a questo insieme di attivazioni permette il reclutamento di nuove associazioni all’interno della memoria di lavoro, la lavagna della mente. Coinvolgendo i sistemi linguistici e le funzioni autonoetiche, la coscienza ci consente di riflettere sul passato e sul futuro, e quindi di andare oltre i limiti di quelle che sono le nostre esperienze del momento (22). Essere consapevoli delle nostre emozioni ci permette inoltre di elaborare risposte più adeguate al raggiungimento di obiettivi specifici, che non sarebbero possibili senza la partecipazione della coscienza.

Espressioni esteriori

Fin dai primi giorni di vita le emozioni costituiscono sia gli strumenti, sia i contenuti delle comunicazioni che si stabiliscono fra genitore e figlio. Per metterla in termini molto semplici, lo stato interno del bambino viene percepito dai genitori, che si sintonizzano con tale stato; il bambino a sua volta percepisce la risposta dei genitori, e si crea un accordo affettivo reciproco. più tardi i genitori possono anche utilizzare parole per definire sensazioni e stati della mente del figlio; possono dire, per esempio, che si sente felice, spaventato o triste, fornendo al bambino un’esperienza verbale interattiva che gli permette di identificare e condividere il suo stato emozionale. Queste forme precoci di comunicazione consentono al bambino di sviluppare “l’idea” che la sua vita emozionale può essere condivisa con gli altri, nell’ambito di relazioni che possono essere fonte di sicurezza e conforto.

Entro il suo secondo anno di vita il bambino in genere apprende inoltre a nascondere le sue emozioni in determinati contesti sociali. Per esempio, se vuole fortemente qualche cosa, ma ha imparato che il fatto che lui mostri un interesse nei confronti dell’oggetto in questione suscita inevitabilmente reazioni di collera da parte dei genitori, il bambino potrà ritenere più saggio assumere un atteggiamento impassibile, che non rivela la vera natura del suo stato emotivo. In noi adulti queste capacità di “dissimulazione” sono in genere molto sviluppate, e ci permettono di agire in maniera socialmente più appropriata, mascherando emozioni che potrebbero indurre critiche o aspre reazioni da parte di altre persone. Cultura e ambiente familiare svolgono un ruolo centrale nel determinare le modalità con cui il bambino apprende queste convenzioni e norme spesso non scritte che regolano l’espressione emozionale, da alcuni definite spesso come “regole dell’esibizione” (23).

Studi condotti in diverse popolazioni e culture dimostrano che bambini e adulti possono manifestare le loro emozioni in modo molto diverso se sono da soli o in presenza di estranei. Per esempio, in un esperimento su un gruppo di soggetti giapponesi, a cui veniva chiesto di guardare un film particolarmente “stimolante” dal punto di vista emotivo, si è osservato che gli individui esaminati avevano espressioni facciali che mostravano in maniera abbastanza evidente le loro emozioni quando guardavano il film seduti da soli nella stanza; al contrario, se era presente il ricercatore i loro visi erano imperturbabili, con espressioni sorridenti ed educate che non lasciavano trapelare alcuna emozione (LeDoux, 1996). Ma se le norme culturali in determinate situazioni ci dicono di non esprimere le nostre emozioni, ciò può ripercuotersi negativamente sulle modalità con cui diventiamo consapevoli delle nostre risposte emotive? In effetti, sembrerebbe proprio di sì; come abbiamo visto in precedenza, il nostro cervello crea rappresentazioni che si riferiscono alle reazione del corpo e le utilizza come informazioni che gli consentono di verificare “come ci sentiamo” (24).

Il Sé è capace di almeno due stati contestuali: un sé “interno” privato e un sé “esterno”, pubblico e adattivo (25). Alcuni autori parlano anche di Sé “vero” o “falso”; questi termini implicano però l’idea che comportamenti di adattamento siano da considerarsi in qualche modo falsi, mentre in generale può essere più utile semplicemente accettare il fatto che, in ciascuno di noi, differenti contesti possono evocare stati diversi. Nell’ambito di determinate situazioni sociali la capacità di nascondere le proprie emozioni può essere adattivamente importante: non c’è nulla di “falso” in un meccanismo di sopravvivenza. D’altra parte, dato che il nostro cervello si basa spesso sulle espressioni esteriori per capire che cosa proviamo, questi processi di dissimulazione possono chiaramente rendere più difficile l’accesso a quelle che sono le nostre “vere” risposte emotive.

Attraverso meccanismi interni ed esterni, la regolazione delle espressioni emozionali può aiutare la mente a modulare i suoi stati di attivazione, e a mantenerli entro i limiti della finestra di tolleranza. A livello sociale, mascherando le nostre emozioni possiamo per esempio evitare esperienze di risonanza interpersonale che porterebbero ad un’alterazione del nostro stato della mente, o il rischio di non essere compresi e il conseguente senso di vergogna e frustrazione. Internamente, il controllo delle manifestazioni emotive ci permette di ridurre gli effetti dei meccanismi di retroazione positiva attraverso i quali espressioni facciali e risposte del corpo, una volta percepite dalla mente, determinano un’ulteriore intensificazione dello stato emozionale che le ha inizialmente generate.

I problemi sorgono quando questi processi di modulazione sono eccessivamente rigidi, e l’inibizione delle espressioni emozionali diventa uno stato tipico, un tratto dell’individuo. Se nel corso del suo sviluppo il bambino non trova contesti sociali in cui il Sé privato può interagire liberamente e pienamente con altre persone, il Sé pubblico e adattivo può diventare dominante; le sue emozioni vengono sistematicamente mascherate e nascoste non solo agli altri, ma anche a se stesso. Bloccando ripetutamente le sue espressioni affettive l’individuo corre il rischio di inibire cronicamente l’accesso delle emozioni alla coscienza; queste persone possono avere la sensazione di non sapere veramente “chi sono”, e che la loro vita sia priva di significato. I meccanismi che determinano un blocco delle espressioni emozionali non sono chiari, ma probabilmente coinvolgono un’inibizione temporanea dei circuiti che controllano tali espressioni, situati soprattutto nell’emisfero destro, e in particolare a livello dell’amigdala e della corteccia orbito-frontale. Per esempio, persone con lesioni a carico dell’emisfero destro possono presentare una ridotta capacità sia di esprimere i loro stati emotivi, sia di percepire le emozioni proprie e altrui. Studi di imaging cerebrale condotti su soggetti depressi hanno inoltre riscontrato in questi pazienti, che mostravano una diminuita espressività facciale, l’esistenza di un blocco funzionale nell’attivazione dei centri dell’emisfero destro responsabili della percezione dei volti (26, 27, 28). Queste osservazioni indicano che la manifestazione e la percezione di emozioni attraverso espressioni facciali potrebbero quindi essere processi neurobiologicamente collegati.

La capacità di esprimere le proprie emozioni varia grandemente da individuo a individuo. La manifestazione di stati emozionali primari si basa principalmente su segnali non verbali, come espressioni del viso, toni di voci, gesti e movimenti degli arti, e sulle modalità (tempismo, fluidità) con cui questi messaggi si accordano con quelli trasmessi da un’altra persona. Se l’individuo è consapevole dei segnali che invia e riceve può più facilmente modificare il suo stato della mente in funzione di quello della persona che ha di fronte; può riflettere sulle sue sensazioni, e ciò può essere essenziale per aiutarlo a capire le emozioni dell’altro. Il fatto di sentirsi “compresi” nel senso profondo del termine, di avere la sensazione che altri provino le nostre stesse emozioni e siano in grado di rispondere in maniera diretta e immediata alle nostre comunicazioni, è un ingrediente fondamentale delle nostre relazioni di attaccamento, nell’infanzia come in età adulta. Queste forme di interazione interpersonale permettono lo stabilirsi di stati di sintonizzazione affettiva che favoriscono l’amplificazione di emozioni positive e la riduzione di emozioni negative; nell’ambito di relazioni di attaccamento sicuro, consentono al bambino di sviluppare le capacità di autoregolazione necessarie per controllare e diminuire l’impatto di stati della mente “spiacevoli”.

Riferimenti bibliografici:

(1) DAWSON, G. (1994a) Frontal electroencephalographic correlates of individual differences in emotion expressions in infants: A brain systems perspective on emotion. In: FOX, N.A. (a cura di) The development of emotion regulation: Biological and behavioral considerations. Monographs of the Society for Research in Child Development, 59, pp. 135-151.

(2) DAWSON, G. (1994b) Development of emotional expression and emotion regulation in infancy. Contributions of the frontal lobe. In: DAWSON, G. FISHER, K.W. (a cura di) Human Behavior and the Developing Brain. Guilford Press, New York.

(3) LEDOUX, J.E. (1990) Information flow from sensation to emotion: Plasticity of the neural computation of stimulus value. In: GABRIEL, M. MOORE, J. (a cura di) Learning Computational Neuroscience: Foundations of adaptive Networks. MIT Press, Cambridge.

(4) PORGES, S.W., DOUSSARD-ROOSEVELT, J.A., MAITI, A.K. (1994) Vagal tone and the physiological regulation of emotion. In: FOX, N.A. (a cura di) The development of emotion regulation: Biological and behavioral considerations. Monographs of the Society for Research in Child Development, 59, pp. 167-188.
(5) SCHACTER, D.L., BUCKNER, R.L. (1998) Priming and the brain. Neuron, 20, pp. 185-195.

(6) SHORE, A.N. (1996) The experience-dependent maturation of a regulatory system in the orbital prefrontal cortex and the origin of developmental psychopathology. Development and Psychopathology, 8, pp. 59-87.

(7) STERN, D.N. (1985) Il mondo interpersonale del bambino. Tr. it. Boringhieri, Torino 1987.

(8) CAMRAS, L.A. (1992) Expressive development and basic emotions. Cognition and Emotion, 3, pp. 269-283.

(9) CASSIDY, J. (1994) Emotion regulation: Influences of attachment relationships. In: FOX, N.A. (a cura di) Biological e behavioral foundation of emotion regulation. Monographs of the Society for Research in Child Development, 59, pp. 228-249.

(10) DUNN, J., BROWN, J. (1991) Relationships, talk about feelings, and the development of affect regulation in early childhood. In: GARBER, J., DODGE, K.A. (a cura di) The Development of Emotion Regulation and Dysregulation. Cambridge University Press, Cambridge.

(12) IZARD, C.E. (1991) The Psychology of Emotions. Plenum Press, New York.

(13) LEWIS, M.D., HAVILAND, J.M. (1993) (a cura di) Handbook of Emotions. Guilford Press, New York.

(14) MALATESTA-MAGAI, C. (1991) Development of emotion expression during infancy: General course and patterns of individual difference. In: GARBER, J., DODGE, K.A. (a cura di) The development of Emotion Regulation and Dysregulation. Cambridge University Press, Cambridge.

(15) SIEGEL, D.J. (1999) La mente relazionale. Tr. it. Raffaello Cortina, Milano 2001.

(16) SROUFE, L.A. (1995) Lo sviluppo delle emozioni. Tr. it. Raffaello Cortina, Milano 2000.

(17) GOLEMAN, D. (1995) L’intelligenza emotiva. Tr. it. Rizzoli, Milano 1996.

(18) SHORE, A.N. (1994) Affect Regulation and the Origin of the Self: The Neurobiology of Emotional Development. Erlbaum, Hillsdale.
(19) EDELMAN, G. (1992) Sulla materia della mente. Tr. it. Adelphi, Milano 1993.

(20) KIHLSTROM, J.F. (1987) The cognitive unconscious. Science, 237, pp. 1445-1452.

(21) ALLMAN, J., BROTHERS, L. (1994) Faces, fear and the amigdala. Nature, 372, pp. 613-614.

(22) EKMAN, P. (1992b) An argument for basic emotion. Cognition end Emotion, 6, pp. 169-200.

(23) ETCOFF, N., MAGEE, J. (1992) Categorical perception of facial expressions. Cognition, 44, pp. 227-240.

(24) JOHNSON, B.H., HUGDAHL, K. (1991) Hemispheric asymmetry in conditioning to facial emotional expressions. Psychophysiology, 18, pp. 231-249.

(25) LEDOUX, J.E. (1996) Il cervello emotivo. All’origine delle emozioni. Tr. it. Baldini & Castoldi, Milano 1998.

(26) MALATESTA-MAGAI, C. (1991) Development of emotion expression during infancy: General course and patterns of individual difference. In: GARBER, J., DODGE, K.A. (a cura di) The development of Emotion Regulation and Dysregulation. Cambridge University Press, Cambridge.

(27) KIHLSTROM, J.F. (1987) The cognitive unconscious. Science, 237, pp. 1445-1452.

(28) RUBINOW, D.R., POST, R.M. (1992) Impaired recognition of affect in facial expression in depressed patients. Biological Psychiatry, 31, pp. 947-953.

—————————————————————–

Prova il nostro Test di Intelligenza Emotiva >>







Lascia un Commento

*