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L’adolescenza un’età ancora da studiare: teorie di riferimento

category Psicologia Donata Gramegna 10 Novembre 2008 | 8,946 letture | Stampa articolo |
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L’adolescenza costituisce un periodo della vita che solo in un’epoca relativamente recente è divenuta oggetto di indagine scientifica.

Ciò si è verificato in quanto si sosteneva la convinzione di averne una adeguata conoscenza fondata sull’esperienza personale. In forza del fatto che per l’adulto si trattava di un periodo ancora più vicino rispetto alla fanciullezza, di cui conservava ricordi assai numerosi e ancora vivi, non la si è mai considerata, negli studi della psicologia evolutiva, un’età da studiare. La convinzione che per conoscere l’adolescente e i suoi fondamentali problemi sia in sostanza sufficiente rievocare la propria adolescenza, o avere familiarità con alcuni di loro, si rivela poco fondata.

Le difficoltà che un adulto incontra nel ricostruire con una certa compiutezza la propria esperienza psicologica di adolescente è data da una serie di ragioni e, non solo, da una confusione di ricordi.

La scelta dei fatti che più sono vivi in memoria o che si ricordano più facilmente, è determinata dall’esigenza di vivere la propria persona attuale come risultato di un insieme di leggi, atteggiamenti e azioni che s’accordano con l’immagine ideale di noi stessi che da adulti si è formata e consolidata.

Alcuni di noi ricordano certamente l’impressione sgradevole provata rileggendo dopo molti anni qualche pagina del proprio diario, qualche lettera ad un amico; si trovano costretti a constatare di aver compiuto atti o assunto atteggiamenti che oggi giudicano ingenui o ridicoli e dei quali non conservano alcun ricordo. Non solo, è possibile anche che quelli di cui conserviamo memoria possano aver subito un processo di rielaborazione e di razionalizzazione.

Le differenze individuali relative al sesso, alle condizioni fisiche, psicologiche, familiari, culturali nelle quali ha avuto luogo lo sviluppo, o le differenze per quanto riguarda i problemi di fronte ai quali ci si può trovare durante questo periodo della vita, possono essere così grandi che una generalizzazione dell’adolescenza non sarebbe giustificata.

A questo è bene aggiungere anche la maggiore complessità della società moderna che rispetto a quelle del passato impone all’adolescente scelte più numerose e più difficili, e perciò anche la necessità di un maggior numero di esperienze e di tentativi di adattamento.

Ne consegue, pertanto,  la necessità di seguire altre vie che permettano un’analisi più penetrante, completa e sicura dell’età dell’adolescenza.

Tenendo conto dell’insieme delle ragioni suddette si può meglio comprendere perché il problema dello studio scientifico di tale età sia stato affrontato da diversi studiosi.

Il primo che ha studiato in modo organico l’adolescenza è l’americano Granville Stanley Hall. Questi pubblicò nel 1904 un’opera che si intitolava l’”Adolescenza“, in cui per la prima volta veniva proposta una interpretazione generale del significato e dell’influenza che questo periodo ha nella vita dell’uomo.

L’anima dell’opera è basata su tre tesi che è opportuno considerare perché avviano allo sviluppo delle future ricerche effettuate in questo campo.

S. Hall considera anzitutto l’adolescenza quasi come una <<nuova nascita>> intesa come un rinnovamento radicale di tutti gli aspetti della personalità.

A suo parere, la contrapposizione fra il bambino e l’adolescente per quanto riguarda il modo di vedere il mondo o di atteggiarsi di fronte ad esso è assai netta.

Il bambino, egli osserva, è tutto orientato verso il mondo esterno, mentre nell’adolescente è presente una capacità di introspezione che lo porta a vivere soprattutto dentro di sé.

A questa prima tesi di una netta contrapposizione tra il mondo mentale del bambino e quello dell’adolescente è direttamente collegata una seconda tesi: il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, e lo svolgersi stesso dell’adolescenza, avrebbe luogo, secondo S. Hall, in forma drammatica e tempestosa.

L’adolescente sarebbe <<il regno dei contrari>>, la scoperta dell’esistenza di un mondo interiore che è costituito da sentimenti o impulsi che insorgono spontaneamente, nell’ambito del quale deve avere luogo la scelta tra diversi ideali di vita.

La terza tesi, dello psicologo americano, consiste nel considerare il <<capovolgimento di atteggiamento>>, che avrebbe luogo nel passaggio dall’infanzia all’adolescenza, ed il carattere drammatico e contraddittorio che sul piano della vita mentale caratterizzerebbe quest’ultimo periodo come fenomeni determinati soprattutto biologicamente e pertanto inevitabili, nel modo stesso per cui risulta inevitabile la crescita fisica.

Dopo questo primo tentativo di interpretazione fornito dallo studioso S. Hall, sono scaturite altre interpretazione teoriche sull’adolescenza che hanno messo in luce gli aspetti psicologici relativi alla formazione della personalità che si verifica nel corso dell’intero periodo evolutivo.

La tesi di S. Hall, sulla contrapposizione tra la vita mentale dell’infanzia e quella dell’adolescenza, è stata ripresa e modificata dallo psicologo J. J. Piaget.

Questi elimina tale contrapposizione e introduce il concetto di continuità tra gli stadi della crescita.

A suo avviso, il periodo adolescenziale sarebbe caratterizzato dallo sviluppo di un nuovo tipo di pensiero: il pensiero ipotetico-deduttivo.

Tale pensiero consente di compiere rappresentazioni mentali di situazioni possibili e ipotetiche e di cogliere in modo astratto i rapporti logici tra le possibili cause.

Lo sviluppo di questa nuova capacità del pensiero completa le precedenti conquiste che hanno accompagnato la crescita del soggetto.

Sempre in riferimento alla prima tesi di S. Hall della <<nuova nascita>>, anche la scuola psicanalitica ha apportato il suo contributo.

Secondo la psicanalisi, si riattiva temporaneamente anche il complesso di Edipo, che è uno dei compiti evolutivi fondamentali che il preadolescente e l’adolescente devono affrontare.

Secondo Anna Freud, gli adolescenti devono risolvere il definitivo rapporto conflittuale con i genitori, spostando il loro <<investimento libidico >> dalla figura di uno dei due genitori (madre per il figlio, padre per la figlia) verso una figura esterna al mondo familiare.

La dimensione dell’eros si estrinseca nella richiesta e nell’offerta di vicinanza e di affetto, nelle prime curiosità libidiche, nelle prime forme di innamoramento destinate a rimanere nel fondo dei propri vissuti emotivi: esperienze, queste, incancellabili della personale storia affettiva.

Un contributo teorico altrettanto rilevante è stato portato dallo studioso K. Lewin il quale ha cercato di considerare l’adolescenza, più che una <<nuova nascita>>, un <<terreno intermedio>> tra la fanciullezza e l’età adulta, e l’adolescente come un individuo <<marginale>> .

Lewin definisce, dunque, l’adolescente con il termine <<marginale>> in quanto il soggetto si trova a far parte contemporaneamente di due categorie ben distinte; non vuole più essere incluso nella prima e non si sente, d’altronde, pienamente accettato nella seconda.

Questo si verifica perché sia dal punto di vista fisico che psichico questi per molti aspetti conserva ancora una condizione simile a quella in cui si trovano i bambini, per altri somiglia ormai del tutto agli adulti.

Lewin ha cercato di cogliere in questa condizione di <<marginalità>> alcuni dei motivi di insoddisfazione e conflittualità tipici di questa età .

Per analizzare tale periodo di vita particolarmente carico di situazioni conflittuali e di tensione, K. Lewin ha ritenuto, in primo luogo, necessario spiegare cosa lui intende per <<situazione conflittuale>> e cosa l’origina.

Una situazione di conflitto si determina tutte le volte che su un individuo agiscono contemporaneamente due <<forze psichiche>> d’intensità più o meno uguale, ma di senso opposto.

Secondo K. Lewin, tali <<forze psichiche>>, in base a come si verrebbero a comporre, influenzerebbero il normale procedere dell’individuo, disorientandolo.

A livello psicologico possono comparire un senso di ansia, di tensione o di inquietudine, di <<incapacità di prendere una decisione>> o anche di fare qualcosa, o il senso di <<essere come dilaniato>> da più forze contrastanti, un’emozione di paura, o un senso di colpa (come in certe situazioni di tipo nevrotico in cui, per esempio, il desiderio di uscire in strada, o di salire  sul treno, è contrastato da un sentimento di angoscia di cui non si è in grado di conoscere le cause reali).

A livello comportamentale si è contraddittori , confusi, irrequieti: che può tradursi in un <<và e vieni>>, o in un <<fare e disfare>>, o anche in certi casi in una immobilità completa.

Sempre nell’ambito degli studi sull’adolescenza, non si possono tralasciare una serie di

ricerche che si sono venute sviluppando dopo la prima guerra mondiale.

In queste diventa oggetto privilegiato <<l’ambiente concreto>> in cui gli adolescenti vivono , in particolare le interrelazioni tra le caratteristiche di tale ambiente e il loro comportamento, le loro convinzioni o, in generale, il loro stile di vita.

Tali ricerche hanno posto in luce i limiti di alcune teorie che attribuivano l’instabilità, la conflittualità, la tempestosità ad una sorta di determinismo biologico.

Pertanto, indipendentemente dalle specificità concettuale delle varie   teorie psicologiche che si sono occupate di questa fascia di età, ciò che  le accomuna sono le difficoltà che l’adolescente vive e affronta in questo periodo di vita e che si riflettono, inevitabilmente, su tutti gli ambiti che lo vedono impegnato. Partendo, dalla approfondimento teorico delle problematiche che un giovane in crescita si trova ad affrontare, ci si è posti il problema di come poter strutturare un percorso educativo in modo da consentirgli ed ottimizzarli  uno sviluppo globale della personalità.

Il compito educativo e formativo di un individuo in crescita è, generalmente, deputato in modo particolare alla famiglia e a tutti coloro che, indirettamente o indirettamente, collaborano al processo di crescita dello stesso.

Nell’ambito della famiglia gli interventi educativi si affidano, generalmente, alla responsabilità ed al buon senso dei genitori.

Poiché l’adolescente non vive solo tra le pareti domestiche anche le altre agenzie educative, come la  scuola, i circoli ricreativi, le associazioni cattoliche, ecc, collaborano allo sviluppo psicologico e all’inserimento sociale dello stesso.

Tuttavia, nonostante si abbia una conoscenza teorica dell’influenza che certe figure negative possano avere sul ragazzo,  solo raramente ci si rivolge a figure specializzate in ambito educativo.

Gli obiettivi  che ogni professionista , impegnato in tale ambito, dovrebbe conseguire si riassumono in uno solo:   avviare gli adolescenti ad essere futuri adulti capaci di autonomia e responsabilità.

Ogni essere umano ha diritto di stare, durante la propria crescita, in un ambiente scolastico tale da permettergli di elaborare, fino al loro completamento, quegli strumenti indispensabili che lo aiuteranno a fare di lui un individuo preparato ad affrontare vari contesti lavorativi.

Con questo non si vuole solo intendere la preparazione culturale, ma anche la “crescita” personale.

Da anni i programmi ministeriali hanno previsto l’affiancamento di figure professionali extrascolastiche  nel collegio docenti di scuole ogni ordine e grado.

Tale provvedimento ancor’oggi non riesce a trovare piena attuazione per svariati motivazioni.

Pur essendo al corrente di quanto renderebbero più fluido e produttivo l’avviamento all’apprendimento l’ausilio che tali figure offrirebbero al contesto scuola , sono pochi coloro che svolgono questo lavoro.

Il lavoro dell’insegnante, di per se stesso complicato, si problematizza ancora di più qualora si rivolge a soggetti  “difficili”.

Con quest’ultima denominazione si designano tutti coloro che hanno vissuto in un contesto familiare deprivato economicamente, culturalmente, affettivamente.

Pertanto, oltre a provvedere alla crescita psicologica di questi ragazzi con particolari esigenze, che implica la consapevolezza delle motivazioni che sottostanno ai quotidiani conflitti che vive, vi è la necessità di un apprendimento scientifico sulle modalità d’intervento educativo-rieducative .

Poiché gli insegnanti, dal canto loro, sarebbero già estremamente impegnati nella trasmissione di saperi e contenuti, tali abilità e conoscenze dovrebbero essere applicate, per il recupero e l’inserimento di soggetti svantaggiati,

Tenendo, inoltre, presente queste consapevolezze di base, a questi “futuri educatorii” si chiederà, dunque, di possedere degli strumenti operativi che consentiranno loro di entrare empaticamente in relazione con l’utenza per prendersene cura.

Mettere l’alunno <<in contatto diretto con i problemi pratici…, con argomenti da carattere personale, con i problemi della ricerca>>, secondo Rogers <<è uno dei modi più efficaci di promuovere l’apprendimento>>, in quanto egli partecipa responsabilmente al processo educativo, cioè <<cerca di scoprire le proprie possibilità di apprendimento, formula i propri problemi…>>.

Le situazioni conflittuali in cui un adolescente viene a trovarsi, gli stati di tensione e le improvvise crisi cui esse possono dare origine sono in larga misura dipendenti, per quanto riguarda il loro sorgere o l’intensità che raggiungono, da certe caratteristiche dell’ambiente familiare, scolastico, sociale, culturale in cui egli è vissuto e vive; dalle esperienze che ha avuto modo di compiere (già a partire dall’infanzia); dallo stato delle sue conoscenze, oltre che, naturalmente, da certe caratteristiche della sua personalità.

“L’atmosfera educativa che l’educatore crea è alla base per la riuscita di una sana relazione educativa. In tale maniera si stabilirà una comunicazione che non è <<un semplice scambio di intenzioni e di contenuti verbali, ma creazione di relazioni reciproche che determinano ciò che può essere chiamata la piattaforma della comprensione>>.

Il processo rieducativo si configura come rapporto tra due individui in una relazione costruttiva orientata all’autonomia personale.

Un educatore che riesce a creare, durante l’intervento, un’atmosfera democratica, quindi, e a soddisfare i bisogni di valorizzazione, aiuto, comprensione dei suoi allievi, ponendosi nei loro confronti come una <<presenza>> disponibile all’ascolto ma non mai intrusiva, non solo crea condizioni assai favorevoli allo svolgimento del suo lavoro, ma acquisisce prestigio, può suscitare ammirazione e venire vissuto dagli allievi come <<un modello positivo di adulto>>.

L’educatore, osserva Freud, <<lavora su un materiale plastico, accessibile ad ogni impressione, e dovrà imporsi di non sollecitare la formazione della giovane vita psichica secondo i suoi ideali personali, ma secondo le disposizioni e la possibilità proprie del soggetto>>.







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