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La vita emotiva del cervello

category Psicologia Giuseppe Maria Silvio Ierace 22 Marzo 2014 | 4,799 letture | Stampa articolo |
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Per resilienza s’intende solitamente la resistenza alla rottura, ovverossia la capacità d’un materiale di sopportare, senza spezzarsi, le forze applicatevi (quali urti improvvisi, impulsi repentini). I materiali definiti “tenaci”, perché contrastano bene carichi “statici” (la cui forza viene cioè adoperata, per un tempo variabile, gradualmente in maniera crescente, fino al suo valore massimo) possono invece offrire scarsa robustezza a carichi improvvisi.

Resilienza proviene etimologicamente dal verbo latino resilire, “rimbalzare”. A me fa venire in mente l’elasticità dei giovani rami degli alberi che si lasciano piegare per raccoglierne i frutti e subito dopo ritornano nella loro posizione di partenza. Al contrario della fragilità e della vulnerabilità, indica una certa scioltezza nel corso d’una sollecitazione dinamica, nell’opporsi allo squarcio, alla lacerazione, allo schianto. Nella tecnologia di filati e tessuti, infatti, si parla dell’attitudine di questi, dopo una qualche deformazione, a riprendere l’aspetto originale.

Dalla fisica, dalla metallurgia e dall’ingegneria, per passare alla biologia, all’ecologia e alla protezione civile, la resilienza assume il significato di tenuta ed efficienza da parte d’un organismo, o d’un ecosistema (inclusi quelli umani come gli aggregati urbani), di ripristinare la condizione di equilibrio precedente, ovvero l’omeostasi, a seguito d’un intervento esterno (come quello dell’uomo) che può provocare, rispetto alla capacità di carico,  l’erosione nella consistenza di risorse, in grado di essere prodotte dal sistema medesimo, quindi un vero e proprio rischio di dissesto ecologico.

Recentemente il concetto di resilienza è stato introdotto in geriatria, facendo riferimento alle capacità di alcuni malati, in condizioni compromesse, che inaspettatamente rispondono alle cure tradizionali. Qualità questa, opposta all’estrema delicatezza degli anziani, da identificare in fase precoce, onde ridurre, con opportuni interventi, il rischio di peggiorarne la qualità di vita.

In psicologia, la resilienza viene inquadrata come la disposizione ad affrontare le avversità, e superarle, traendone rinforzo e trasformazione in senso positivo. In altre parole, si riferisce a quel vitalismo che permette l’accesso alle doti capaci di farci sopportare qualsiasi aggravio, rialzarci davanti a un’eventuale caduta, insomma reagire brillantemente, senza farci sopraffare dalla paura, dallo sconforto, dallo scoraggiamento.

L’etimologia latina da salio, resalio, oltre al salto, alla danza, con l’iterativo, evidenzierebbe il significato di riverbero, rimpallo, ritorno indietro, recupero, risalita sull’imbarcazione capovolta dalle onde, quindi essenzialmente una motivazione a persistere nel perseguire obiettivi di sopravvivenza.

Richard J. Davidson, in “La vita emotiva del cervello” (Ponte alle Grazie, Milano 2013) pone l’accento soprattutto sugli estremi opposti della dimensione “resilienza”, la principale determinante dello “stile emozionale” d’una persona. Definisce “tempo di recupero nominale” il periodo che mediamente occorre al singolo individuo per riprendersi dal malumore causato da contrattempi, scortesie, insulti, perdite. Di questo tempo non ne siamo automaticamente consapevoli, anche quando ne risulta piuttosto marcata l’influenza sull’affettività e i livelli di stress. Ma già questa capacità introspettiva di comprensione delle emozioni che ci pervadono rientra in un’altra caratteristica dello “stile emozionale”, la dimensione dell’autoconsapevolezza.

In parte, la ripresa dalle avversità avviene in maniera automatica. Ma ciò che fa davvero la differenza sono i tempi di recupero, la velocità o la lentezza nel ripristinare il livello emozionale di base. Il recupero dai fastidi di minor portata è correlabile infatti alle modalità con cui s’affrontano le avversità di maggiore gravità.

Negli esperimenti svolti con queste finalità si induce tristezza o disappunto, mostrando immagini che stimolano un’emozione negativa, disgusto o ribrezzo, oppure somministrando direttamente un impulso doloroso, per esempio mediante il “tèrmodo”, che produce la sensazione d’essere scottati senza per altro provocare danni.

Successivamente si prende in esame il periodo di recupero, attraverso la misurazione del riflesso d’ammiccamento (versione meno impegnativa del trasalimento, sobbalzo in seguito a forte rumore improvviso), che risponde a stimoli sonori più leggeri, come una scarica d’elettricità statica. L’intensità della contrazione muscolare coinvolta nel battito palpebrale quantifica l’entità del riflesso, inversamente proporzionale al recupero dall’evento emozionale negativo.

 

Davidson s’occupa di neuroscienze affettive, una particolare disciplina “ibrida”, perché studia i meccanismi cerebrali alla base delle emozioni. Una neuropsicologia insomma che prende in considerazione delle entità che, solitamente trascurate dalla neurologia ufficiale, eppure rendono conto del fenomeno dell’empatia, dello sviluppo autistico, dell’influenza negativa della razionalità, e razionalizzazione, nell’insorgere e aggravarsi della depressione.

Qualità mentali elevate, come amore, compassione, generosità, altruismo, gentilezza, e la medesima sensazione di benessere, nascono nei meandri cerebrali e i loro processi sono indistinguibili da quelli delle altre funzioni mentali. Anzi, costituiscono facoltà suscettibili d’essere incrementate, attraverso programmi d’istruzione elementare, alla stregua dell’attenzione e della disposizione a collaborare con gli altri, oppure più specialistici, nella possibilità di contenere ansia e stress, mediante il controllo della respirazione o la pratica meditativa.

Tra le persone esistono delle differenze importanti nelle risposte a ciò che la vita le chiama ad affrontare e tali differenze corrispondono allo “stile emozionale” di ognuno, arricchendo la classificazione delle varietà umane, classicamente suddivise per temperamento, personalità, tratti e stati emozionali.

L’unità emotiva più piccola è lo “stato” emozionale, contrassegnata da una durata brevissima e innescata dall’esperienza del momento. Una sensazione più prolungata corrisponde invece all’umore, in quanto disposizione d’animo o modo di sentire prolungato nel tempo (“tratto” emozionale), in grado di condizionare quindi anche gli eventuali “stati” emozionali più brevi che da esso dipendono. Per esempio l’irascibilità, come “tratto”, abbassa la soglia della collera, aumentando quindi le probabilità di provare più frequentemente proprio quello “stato”. Sotto questo aspetto, lo stile emozionale rappresenta, per molti versi, quella coerenza di risposta alle sollecitazioni da parte degli eventi.

La personalità raccoglie l’insieme delle qualità superiori, compresi stati e stili emozionali, pur non avendo fondamenta dirette in identificabili, almeno per ora,  meccanismi neurologici. Per cui un tratto di personalità, quale l’essere amabile, assomma aspetti disparati dello stile e degli stati emozionali, dall’empatia e dalla generosità, alla cordialità, alla gentilezza, alla premura.

Le  tipologie di carattere e di temperamento classificano sentimenti, comportamenti e modalità di pensiero e reazione, corrispondenti ad altrettante funzioni cerebrali, risultando pertanto, in ultima analisi, ininfluenti rispetto agli stili di cui parla Davidson: resilienza, prospettiva, intuito sociale, autoconsapevolezza, sensibilità al contesto, attenzione. Tali sei dimensioni tra loro combinate arricchiscono molto di più uno schematismo legato alle varie componenti della caratterologia o ai classici quattro temperamenti di base.

Certo è che alcune dimensioni di primo acchito non appaiono in tutta la loro evidenza. Non prestando infatti particolare attenzione (a meno che il trauma psicologico non sia di una gravità tale da attirarla per forza) a quanto tempo occorre per riprendersi da una situazione stressante, non si è per niente consapevoli della propria resilienza.

L’ottimista non potrà che avere una prospettiva rosea, unita a forte resilienza, mentre viceversa l’impossibilità di sostenere un qualche smacco, impantana nell’estremità opposta di quella dimensione.

L’impulsività consiste in una combinazione di scarsa autoconsapevolezza e deficit nella focalizzazione dell’attenzione. Circospezione e timidezza sono conseguenza dell’insensibilità al contesto. Aspetti negativi di resilienza e di prospettiva, con attenzione non focalizzata, uniti a elevati livelli di autoconsapevolezza, producono una condizione di ansietà. L’alto grado di autoconsapevolezza e di sensibilità al contesto predispongono alla pazienza.

 

Risale a Sir Francis Galton (1822-1911) una primitiva ipotesi lessicale di campionamento linguistico della personalità e del comportamento d’un individuo, in base all’uso di aggettivi specifici per ogni tratto, da cui ricavare le descrizioni d’una tassonomia completa di personalità. Nella lingua inglese furono individuate ben 17.953 parole a qualificare i vari tratti. Ma, nel 1936, Gordon Willard Allport (1897–1967), insieme con Henry S. Odbert, ha sviluppato l’ipotesi di Sir Francis Galton, estraendo in pratica un numero minore (4504) di  aggettivi descrittivi delle caratteristiche osservabili, e relativamente permanenti, per denotare personalità e comportamento d’un individuo. Nel 1940, Raymond B. Cattell (1905-1998) ha ridotto ulteriormente il numero di tali aggettivi, eliminando i sinonimi, per contenerli in un totale di 171 “tratti di superficie”, in genere bipolari (per esempio, arrogante-umile, timido-socievole), posti poi a fondamento del celebre Questionario 16 PF. Un test di personalità impostato sui cluster dei tratti di personalità ricavati dagli aggettivi, chiamato appunto “Sixteen Personality Factor Questionnaire”.

Successivamente, il complesso di caratterizzazioni venne ridefinito ancora, restringendo il numero di fattori, dimensioni o tratti fondamentali, che, se per Cattell erano 16, divennero 10 per Joy Paul Guilford (1897-1987), e addirittura solo 3 per Hans Jürgen Eysenck (1916-1997).

Nel 1961, Ernest C. Tupes e Raymond E. Christal individuano cinque fattori ricorrenti nel questionario 16 PF: “surgency”, gradevolezza, affidabilità, stabilità emotiva e cultura. Questo lavoro, replicato da Warren Norman, ha anche evidenziato che questi cinque fattori principali sono sufficienti a dar conto d’un grande insieme di dati e ciò ha accresciuto il consenso sui Five Factors. Tanto che attualmente, in psicologia, uno dei sistemi di classificazione standard dei tratti di personalità, è appunto il “Big five” di Paul Costa e Robert McCrae, basato sul modello Five Factor (FFM: Openness, Conscientiousness, Extraversion, Agreeableness, Neuroticism; riuniti nell’acronimo Ocean), che prende in considerazione amicalità (intesa come gratuito esercizio di sensibilità nelle relazioni umane), coscienziosità, estroversione, apertura e stabilità mentale, alle quali inevitabilmente si ricongiungono le sei dimensioni dello stile emozionale di Davidson – e rispettivamente intuito sociale, autoconsapevolezza, attenzione (coscienziosità), grande resilienza e prospettiva positiva (estroversione), sensibilità al contesto, prospettiva positiva e forte resilienza (amicalità), intuito sociale, autoconsapevolezza, attenzione (apertura mentale), mentre la bassa stabilità mentale ovvero l’alto nevroticismo corrisponde alle caratteristiche negative di resilienza, prospettiva, attenzione e ovviamente all’insensibilità al contesto -.

La marcia in più dello “stile emozionale” esadimensionale di Davidson sta nel ricondurre la questione delle emozioni alla naturale sede cerebrale delle funzioni cognitive superiori, che non può non rivestire un ruolo altrettanto importante, almeno quanto quello del sistema limbico. Riconoscerlo diventa di per sé un fatto trasformativo. E ogni modificazione necessariamente deve passare per questa intima considerazione d’esperienza, rammentataci persino dall’etimologia sanscrita del termine “meditazione” (dhyana), compimento d’una pratica di dimestichezza e confidenza con la propria essenza.

 

Non tutti sono in grado di leggere il linguaggio del corpo o il tono della voce, come non è facile per chiunque essere d’aiuto e conforto in caso di bisogno. Defilarsi non significa automaticamente non essere empatici, ma potrebbe indicare una bassa tolleranza emotiva, come chi soffre di depressione diventa più facilmente soggetto ad ammalarsi anche di malattie organiche.

I circuiti emotivi partecipano degli stessi eventi cerebrali e ogni dimensione consiste in una sorta di continuum alle cui estremità le reazioni sono opposte. Poi ci sono le posizioni intermedie, quali sfumature di grigio. Ma lo stile emozionale di ognuno è il risultato della combinazione delle singole posizioni in ciascuna dimensione. Comunque, la principale differenza tra la gente è determinata dall’attività della corteccia prefrontale, per lo più associata al disgusto, all’ansia, al timore, all’umore e all’introversione.

Il giro fusiforme appartiene alla regione corticale posteriore deputata alla visione, specializzata nell’identificazione di elementi specifici, noti, di un certo gruppo o di qualche categoria, in specie nel riconoscimento degli individui, tanto da essere chiamata l’area fusiforme delle “facce”. La funzione discriminante s’allarga fino a coinvolgere ogni ambito di competenza dell’individuo e una sua riduzione d’attività comporta il mancato riconoscimento delle emozioni altrui, come accade nei soggetti autistici e nella categoria dei “perplessi” nella dimensione “intuito sociale”.

La neuroplasticità cerebrale, per contro, consente, all’occorrenza, di cambiare forma e funzionamento in modo da sopperire alle eventuali deficienze, magari lasciando spazio tanto agli ossessivi quanto ai sociofobici.

 

William James (1842-1910) sosteneva che le emozioni sono la percezione di modificazioni dello stato dell’organismo, provocate dall’ambiente. Mentre Carl Gustav Jung (1875-1961) si soffermò sui tratti di personalità contrapposte dell’introversione e dell’estroversione.

Per il cognitivismo le emozioni costituiscono un “circuito d’interruzione” di comportamenti distraenti o finalizzato a concentrare maggiormente l’attenzione sull’informazione gerarchicamente preminente in un determinato momento, allo scopo di cambiare atteggiamento. Paura, curiosità, desiderio, attrazione (“comportamenti d’approccio”) riflettono l’attività del sistema limbico e del tronco encefalico, particolarmente dell’ipotalamo, che però non sembra coinvolto direttamente nel generare motivazioni, fungendo solo da stazione intermedia da cui transitano i segnali provenienti da altre aree.

Porre l’accento sul comportamento per tutti i fenomeni psicologici, la gran parte dei quali non si esternano, trascura il resto. In tal senso, già Charles Robert Darwin (1809-1882) aveva studiato le espressioni facciali come se fossero lo specchio delle emozioni. L’analisi accurata della mimica facciale e delle più piccole componenti espressive, dal sorriso all’aggrottamento della fronte, in quanto osservabile, poteva infatti essere accettato dai comportamentisti. Eppure, per verificare un fenomeno psicologico, non è affatto necessario dover vedere sempre il compiersi d’un’azione.

La teoria cognitivo-attivazionale delle emozioni di Stanley Schachter (1922-1997), detta anche “teoria dei due fattori” o “teoria del jukebox emotivo”, si limita a riconoscere un arousal fisiologico (consistente nell’arrossamento del volto in seguito a collera o nell’aumento della frequenza cardiaca dopo uno spavento) e un appraisal, ovverossia valutazione cognitiva dell’eccitazione. Ma l’arousal sarebbe indifferenziato e aspecifico e solo l’interpretazione dell’appraisal farebbe la distinzione.

Guido Gainotti ha studiato l’insorgenza di riso e pianto “patologici”, inadeguati se non addirittura inappropriati alle circostanze. Pianto e sintomi depressivi tipici, come assenza di motivazione, incapacità di fissare traguardi e di impegnarsi per raggiungerli, venivano manifestati da pazienti che avevano subito un danno alla parte anteriore dell’emisfero sinistro, mentre il riso inappropriato caratterizzava le lesioni all’emisfero controlaterale.

Ciò conferma ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, che il cervello non può non essere al centro di qualsiasi analisi delle emozioni e soprattutto che le emozioni sono fondamentali per comprendere le qualità che definiscono la natura umana.

 

Giuseppe M. S. Ierace

 

 

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