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La timidezza appresa

category Psicologia Leonardo Bellisario 27 Luglio 2010 | 4,105 letture | Stampa articolo |
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È probabile che l’esperienza della timidezza appartenga ai più ed è altrettanto probabile che non tutti la vivano come un problema; in molti, però, la considerano un peso insopportabile, gravoso, che incide in maniera significativa sulla conduzione di una vita sociale normale.

Riconoscere un timido è relativamente facile; le manifestazioni fisiologiche che lo caratterizzano (rossore al viso, disturbi della parola, respiro corto, balbuzie, difficoltà a coordinare movimenti volontari, tremore alle mani, sudore e spossatezza dopo la “crisi”)  sono evidenti, al punto da sembrare veicolo di una precisa comunicazione interpersonale: “sono in difficoltà, ho bisogno di aiuto”.

Eppure la componente relazionale è condizione necessaria ma non sufficiente; le ricerche confermano il dato secondo il quale la timidezza avrebbe componenti intrapersonali importanti, implicate sia nella predisposizione biologica, sia nell’espressione e nel mantenimento del disturbo.

Non solo geni

Il gene della timidezza si chiama “5 – Httlpr”; regola il trasporto della serotonina, uno dei più importanti mediatori chimici del cervello.

La sua relazione con il comportamento di timidezza sociale è stato dimostrato dal lavoro di un gruppo di ricercatori dell’Università Vita-Salute del San Raffaele di Milano, coordinati dal dott. Marco Battaglia.

Tuttavia, sebbene genetica, la sua espressione dipende da variabili ambientali che possono modificare l’atteggiamento di una persona nei confronti degli stimoli esterni.

Gli studi sui gemelli monozigoti sono illuminanti a riguardo; nel corso dello sviluppo possono verificarsi differenze anche sostanziali in soggetti geneticamente identici ma appartenenti a contesti ambientali differenti.

Ciò significa che la genetica da sola non è sufficiente a rendere timidi.

L’ambiente esercita la sua influenza su di noi attraverso processi di apprendimento. Nel caso della timidezza, sono tre le modalità attraverso le quali apprendiamo.

La prima deriva dall’esperienza diretta di determinanti ambientali della timidezza; alcuni comportamenti genitoriali (ad esempio iperprotettività, attaccamento, richieste perfezionistiche ecc.) possono condizionare l’acquisizione di caratteristiche che facilitano atteggiamenti di inibizione sociale.

La seconda è legata all’osservazione della timidezza negli altri; in alcuni casi i bambini imparano ad essere timidi per identificazione con qualcuno che lo è già.

In ultimo, la timidezza può essere appresa attraverso informazioni con le quali si viene indirettamente a contatto; ad esempio, le richieste in termini di prestazioni e successo che vengono proposte dai mezzi radio televisivi e che possono veicolare sentimenti di inadeguatezza e scarsa fiducia in se stessi.

In effetti, il timido soffre quando si trova ad interagire con qualcuno anche solo per un momento (l’incrocio di sguardi per strada o il silenzio in ascensore, ad esempio, possono rappresentare un supplizio doloroso ed insopportabile), ma può provare disagio anche alla sola idea di affrontare una situazione che, per motivi diversi, è vissuta come “pericolosa” e scatenare paure relative al giudizio degli altri ed alla propria inadeguatezza sociale.

Chi pensa da timido agisce da timido

La nostra esperienza è organizzata in maniera coerente ed utilizza le interazioni con il mondo esterno e con le altre persone per arricchirsi di “verità” (convinzioni, opinioni, regole assunzioni ecc.) che ci guidano in un continuo processo di adattamento; è il nostro modo di interpretare il mondo, diverso da quello di qualunque altro e sul quale pesa, come accennato, il bagaglio di insegnamenti appresi mentre si cresce.

Il modo in cui pensiamo alla realtà è tipico di ognuno ed è responsabile dell’atteggiamento che teniamo nei confronti di noi stessi, delle persone che ci circondano, del mondo.

Cosi, se sin da piccoli apprendiamo a sentirci socialmente inadeguati o a vergognarci di arrossire, finiremo per confrontarci per tutta la vita con queste convinzioni (scegliendo, magari, di evitare situazioni che possano metterci in imbarazzo).

Il timido è schiavo di schemi e di errori cognitivi che da un lato forniscono supporto all’agire quotidiano, dall’altro possono deviare sistematicamente la percezione obiettiva di ciò che accade intorno (e dentro); alcuni convincimenti hanno a che fare con la tendenza perfezionistica in ambito professionale: “devo essere competente in tutto quello che faccio”, oppure: “valgo solo se produco”, “tutti devono apprezzarmi”, “chi si oppone alle mie argomentazioni ha sempre ragione ed io ho torto”. Altri, hanno a che fare con la sfera sociale e familiare: “è terribile mostrare segni di imbarazzo, rossore, tremore ecc.”, “se la gente mi guarda lo fa per criticarmi”, “se gli altri mi disapprovano, sono un fallito”.

Sentimenti di inadeguatezza, sostenuti da pensieri automatici orientati alla personale svalorizzazione, sono costantemente presenti e prendono il sopravvento ogni qualvolta ci si avvicini ad una situazione sociale “a rischio”.

Ciò accade perché la persona timida impara a riportare alla propria responsabilità eventi negativi casuali, mentre attribuisce al caso tutto quello che di positivo può aver determinato in prima persona; cosi non solo sarà selettivamente attento alle informazioni negative che provengono dall’ambiente, ma se ne assumerà anche la responsabilità!

La terapia

La timidezza non è una malattia e parlare di terapia può essere fuorviante. Ma la sofferenza ed il disagio si possono ridurre proprio con un intervento psicologico mirato.

È il modo in cui siamo sensibili al mondo che ci condiziona; le paure che possono bloccarci di fronte ad una situazione sociale non riguardano la realtà obiettiva, ma il credere di non avere le risorse adeguate ad affrontarla.

La terapia cognitivo comportamentale si è dimostrata particolarmente utile nel correggere modi di pensare e comportamenti distorti o disfunzionali, atteggiamenti e convinzioni irrazionali che, appresi nel corso dell’esistenza, vengono sistematicamente ed automaticamente utilizzati nel quotidiano.

La sua efficacia è stata dimostrata nel trattamento di tutta una serie di disturbi tra i quali quelli d’ansia e quelli dell’umore.

La sua pratica segue principi di orientamento all’obiettivo e di focalizzazione sul problema attuale del paziente; è, per questo motivo, collaborativa e limitata nel tempo.

Il percorso terapeutico favorisce l’emergere consapevole di convinzioni personali e percezioni soggettive che deformano la realtà e la rendono, di volta in volta e a seconda delle circostanze, dolorosa o fantastica.

È un percorso che prevede la correzione proprio di quegli errori e che non si esaurisce con la conclusione del rapporto terapeutico, ma dura per sempre perché finalizzato a rendere il paziente in grado di operare da solo per la prevenzione delle ricadute.

Bibliografia essenziale

Beck A.T., Emery G., Greenberg R. T.(1985), Anxiety Disorders and Phobias – A Cognitive

Perspective, Basic books, New York

Beck J.S., (2002), Terapia cognitiva – fondamenti e prospettive Mediserve, Milano Firenze

Napoli

Beidel D.C., Turner S.M, (2000), Timidezza e Fobia Sociale – genesi e trattamento nel

bambino e nell’adulto, McGraw Hill, Milano

Galeazzi A., Meazzini P. (2004), Mente e Comportamento,Giunti, Firenze

Meazzini P. (2005), Timidononpiù, Giunti, Firenze

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