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La gestione delle emozioni nella quotidianità per un efficace equilibrio psicosomatico

category Psicologia Marisa Nicolini 20 Maggio 2009 | 13,942 letture | Stampa articolo |
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Il nostro cervello è evoluto in maniera tale per cui gli stimoli esterni, prima di arrivare alla corteccia dove verranno elaborati cognitivamente, in modo consapevole, passano per il sistema limbico e il talamo, o cervello emozionale.

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Di conseguenza, si può affermare che prima di qualunque idea o pensiero, noi riceviamo un’emozione da tutto quello che viviamo e percepiamo.

Le emozioni sono state definite come delle reazioni affettive, in genere brevi ma intense, che insorgono all’improvviso in risposta a degli stimoli ambientali che per un qualunque motivo ci colpiscono.

La differenza che le contraddistingue dai sentimenti è che questi ultimi non dipendono da uno stimolo esterno ma dai nostri interessi, dai nostri valori, dalle influenze del nostro contesto culturale, persistono nel tempo, indipendentemente dalla presenza vicino a noi di ciò che ci attira.

Ad esempio, possiamo considerare emozione l’attrazione che proviamo alla vista di un bell’uomo o di una bella donna, ma appena la persona si allontana da noi, la nostra reazione emotiva si attenua.

Questa attrazione si trasforma in sentimento nel momento in cui iniziamo a pensare a qualcuno anche quando non è vicino a noi, desideriamo incontrarlo, trascorrere del tempo insieme, valutiamo che potremmo essere in sintonia perché condividiamo delle idee, delle abitudini. Insomma, quella persona ci interessa!

Emozioni e sentimenti sono accompagnati da attività motorie e ghiandolari. Queste modificazioni corporee sono osservabili dall’esterno, interessano tutti gli apparati (respiro, attività cardiaca, ghiandolare, vascolare, ecc.) e possono essere registrate tramite degli apparecchi

Gli psicologi hanno diviso le emozioni in primarie e secondarie, o complesse.

Le emozioni primarie sono sette: la paura, la rabbia, la tristezza, l’accettazione, il disgusto, l’attesa e la sorpresa).

Esistono poi le emozioni secondarie (delusione, disprezzo, ecc.); le emozioni legate agli altri: amore, odio, gelosia pietà, invidia; quelle legate alla valutazione di sé: vergogna, orgoglio, senso di colpa, soddisfazione; le emozioni legate agli stimoli sensoriali: dolore, piacere, disgusto, orrore.

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L’utilità delle emozioni consiste nel permetterci di valutare nell’immediato se uno stimolo ci sorprende, ci piace oppure no, se può esserci utile o dannoso ed infine, se siamo in grado di affrontarlo o è meglio allontanarsi da esso.

Le emozioni, quando compaiono in noi, provocano una serie di reazioni a livello somatico, vegetativo e psichico.
Le risposte somatiche possono essere direttamente osservate e consistono nell’arrossire, tremare, sudare, respirare più velocemente, la pupilla può cambiare le sue dimensioni.

Le risposte vegetative, al contrario, possono essere misurate solo con apparecchiature speciali e consistono in accelerazioni del battito cardiaco, aumento della pressione, alterazioni nella salivazione, nella secrezione da parte delle ghiandole, della conduttanza cutanea. Le risposte vegetative non sono del tutto controllabili ed è proprio su questo principio che si basa l’affidabilità della famosa “macchina della verità”.

A livello psicologico, una persona molto emozionata riduce la capacità di autocontrollo, di ragionare in modo logico e critico. Le persone esprimono inoltre le emozioni attraverso la mimica del volto, la postura del corpo ed il linguaggio.

Studi sempre più numerosi evidenziano l’importanza di riuscire a comunicare le proprie emozioni, sia verbalmente che attraverso la gestualità del corpo.

L’incapacità nel farlo costituisce un vero e proprio disturbo, l’alessitimia, responsabile dell’origine di patologie psicosomatiche, tra i quali l’ansia, le malattie della pelle, alcuni disturbi gastrointestinali, alcune forme di diabete, di asma, i disturbi alimentari…

E’ stato inoltre dimostrato che il non rendersi conto di provare emozioni porta le persone ad assumere comportamenti nocivi per la salute, ad esempio l’abuso di sigarette, alcool o psicofarmaci sono tentativi di tenere sotto controllo la propria tensione o disagio quando non si riesce ad alleviarli diversamente.

Occorre dunque riscoprire quella che viene definita intelligenza emotiva se vogliamo stare bene psicologicamente e fisicamente, attribuendo importanza al sentire nostro e altrui (empatia) prima che al pensare. Altrimenti, pressoché inevitabilmente, l’ingorgo emozionale e le emozioni non riconosciute e non espresse finiranno per produrre effetti disfunzionali e patologie sul corpo.

Soma e psiche
La salute del corpo implica un equilibrio con la sfera psicologica: questa definizione comporta che il funzionamento della componente fisica, organica, non venga disturbato da:

  • emozioni
  • conflitti emozionali
  • necessità di evitare emozioni dolorose (meccanismi di difesa).

Misurare e stabilire la salute corporea è un compito che si assume il medico, ma spesso, ancora, non vi è un’adeguata comprensione e considerazione della psicologia. “E’ una somatizzazione”, oppure “E’ psicosomatico” viene usato, spesso, come sinonimo di “Lei non ha niente”.
Invece è ormai condivisa l’idea che il benessere fisico abbia una sua influenza su sentimenti ed emozioni e che a loro volta questi ultimi abbiano una ripercussione sul corpo.
Non a caso il vecchio concetto di malattia intesa come “effetto di una causa”, è stato sostituito con una visione multifattoriale secondo la quale ogni evento (e quindi anche una affezione organica) è conseguente all’intrecciarsi di molti fattori, tra i quali sta assumendo sempre maggior importanza il fattore psicologico.
La psicosomatica è quella branca della medicina che pone in relazione la mente con il corpo, ossia il mondo emozionale ed affettivo con il soma (il disturbo), occupandosi nello specifico di rilevare e capire l’influenza che l’emozione esercita sul corpo e le sue affezioni.

Mentale e fisico non sono termini contrapposti.
Il funzionamento mentale serve ad organizzare il rapporto tra soma e psiche: l’insediamento della psiche nel corpo è una conquista dovuta al maturare della funzione mentale.
L’evoluzione naturale dello sviluppo è quella che passa dalla non-integrazione tra psiche e soma alla progressiva integrazione tra: stimolo (esterno), afferenza (ciò che arriva), percezione, rappresentazione, traccia mnestica (ricordo); questo grazie al sorgere della funzione mentale.
Ad esempio quando il neonato riesce ad unire in sé l’esperienza di sazietà con la sensazione (tattile, odorosa, termica) di qualche cosa che entra nella bocca, si è formata una prima rappresentazione mentale di qualcosa che lo nutre.
L’integrazione psicosomatica è possibile grazie ad un ambiente facilitante che sappia “occuparsi di”, “adattarsi a” i bisogni del bambino.

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Si procede quindi dal caos (non integrazione) all’ordine (integrazione).
Nella regressione indotta dalla malattia o dalla sofferenza si va incontro ad una situazione di lacerazione-disintegrazione dell’unità psiche-soma e il ripristino di una situazione di contenimento diventa determinante da parte di chi cura.
In passato si parlava di psicosomatica riferendosi ad essa solo in relazione a quelle malattie organiche la cui causa era rimasta oscura e per le quali, quasi per esclusione, si pensava potesse esistere una “genesi psicologica”.

La madre mette la propria mente (la funzione genitoriale della mente, la capacità empatica, Winnicott la definisce “preoccupazione materna primaria”) al servizio dei bisogni del bambino che non ha ancora un apparato mentale in grado di tollerare ed affrontare l’esperienza attraverso l’uso del significato.

Oggi al contrario si parla non solo di psicosomatica, ma di un’ottica psicosomatica corrispondente ad una concezione della medicina che guarda all’uomo come ad un tutto unitario, come unità somato-psichica, dove la malattia si manifesta a livello organico come sintomo e a livello psicologico come disagio, e che presta attenzione non solo alla manifestazione fisiologica della malattia, ma anche all’aspetto emotivo che l’accompagna.

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I sintomi psicosomatici si esprimono attraverso il corpo, coinvolgono il sistema nervoso autonomo e forniscono una risposta vegetativa a situazioni di disagio psichico o di stress; sono considerate vere e proprie malattie psicosomatiche quelle malattie alle quali classicamente si riconosce una genesi psicologica ed in cui si viene a realizzare un vero e proprio stato di malattia d’organo con segni indiscutibili di lesione.
La varietà dei modelli interpretativi consente solo in modo approssimativo di elencare e classificare le malattie e i disturbi psicosomatici, in ogni caso le malattie che storicamente sono state sempre interpretate come psicosomatiche sono l’ipertensione arteriosa, l’asma bronchiale, la colite ulcerosa, l’ulcera gastro-duodenale e l’eczema.
Ultimamente questo elenco si è andato sempre più infoltendo fino a comprendere: i disturbi dell’alimentazione che si evidenziano intorno ai due eccessi rappresentati dall’anoressia e dalla bulimia con conseguente obesità; le malattie e i sintomi psicosomatici a carico del sistema gastrointestinale (vomito, colon irritabile, diarrea, ecc); le malattie e i sintomi psicosomatici a carico del sistema respiratorio; le malattie e i sintomi psicosomatici a carico del sistema cardiovascolare (ipertensione primaria); le malattie e i sintomi psicosomatici relativi al sistema cutaneo (esempio la dermatite atopica).

L’importanza di gestire le emozioni

Le emozioni, abbiamo visto, hanno origine da stimoli esterni (aspetto oggettivo), ma siamo noi i responsabili delle nostre reazioni emotive (aspetto soggettivo), anche se siamo abituati a scaricare questa responsabilità sugli eventi esterni: mi è capitata una bella opportunità e sono felice, al contrario, sono stato trattato male e mi sento triste.

Nella nostra vita quotidiana, personale e di relazione, non è quindi tanto l’evento in sé ad essere determinante, ma come noi lo interpretiamo, il nostro vissuto in risposta all’evento: la stessa situazione, infatti, può far soffrire una persona e sorprendere piacevolmente un’altra.

Reagiamo in un certo modo perché siamo condizionati dai nostri schemi mentali.

Ognuno di noi sviluppa infatti nel tempo un modo di vedere, di fare, di ragionare che applica automaticamente e che rafforza di giorno in giorno. Questo schema può essere produttivo o meno, per la nostra soddisfazione e felicità, ma il concetto non cambia. E’ uno schema, un automatismo, che ci impedisce di vedere le cose da punti di vista diversi, con maggiore flessibilità e senza pregiudizi.

Gli stati d’animo, positivi o negativi, si possono anche “creare”, ad esempio attraverso l’uso del corpo. Il modo in cui ci muoviamo, in cui respiriamo, la nostra postura, la percezione che abbiamo di noi stessi nello spazio rappresentano uno schema di comportamento che il cervello riconosce immediatamente e al quale si adatta.

Così un atteggiamento deciso, petto in fuori e sguardo dritto davanti a sé, respiro profondo e regolare porta più facilmente a sviluppare pensieri ottimisti, a nutrire speranze, ad affrontare con allegria e grinta gli eventi. Mentre una postura ripiegata su se stessi, una respirazione debole, un modo di parlare flebile ed esitante “nutrono” atteggiamenti rinunciatari e pessimisti. Una persona depressa si riconosce anche dai gesti di chiusura, dai movimenti contratti, così come una persona felice comunica anche fisicamente il proprio benessere.

Conclusioni

E’ importante apprendere a percepire, riconoscere ed esprimere in modo congruo le nostre emozioni:

a)    facendo attenzione all’”energia” emozionale che si muove dentro di noi (attivazione);

b)    conoscendo e riconoscendo gli schemi mentali interni con cui diamo significato alle emozioni (attribuzione causale);

c)    imparando a gestire i fenomeni neurovegetativi che scaturiscono dalle emozioni, in primo luogo respirazione e tono muscolare (training);

d)    decidendo se e quale azione deve dar seguito all’attivazione emozionale (comportamento).

Verosimilmente, riusciremo così a non lasciare quote libere di “energia” emozionale non comprese e non vissute, potenziale causa di ricadute patogene, bensì arriveremo a una soddisfacente gestione del nostro mondo interiore, sempre immenso, in un efficace equilibrio psicosomatico.

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Autore:

Dr.ssa Marisa Nicolini

Psicologa-psicoterapeuta

Centro Visana Viterbo

Clinica Parioli Roma

Cell. 328 8727581

m_nicolini [@] virgilio [.] it

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2 Commenti a “La gestione delle emozioni nella quotidianità per un efficace equilibrio psicosomatico”

  1. Domenico

    Questo articolo mi è stato di aiuto per controllare meglio le emozioni provenienti dall\’esterno. Grazie.
    Mimmo MARIELLA

  2. roberto

    senitimenti emozioni sono motlo importanti nella vita di tutti i giorni,sono due sfere del sentire molto delicate,penso di avere capito tante cose da questo articolo sto cercando di apprendere sempre di piu’ certi aspetti,legati agli stati d’animo che proviamo,per affrontare al meglio le giornate.il problema nasce se dobbiamo cercare di riconoscere un sentimento od emozione.non è sempre facile fare cio’ perche’ non sempre possiamo capirne l’importanza e la differenza.so in cosa consiste la differenza tra un sentimento o emozioni ma quello che non so è ce spesso non riesco a riconoscerle,
    in passato non davo peso a questa differenza tra sentimenti ed emozioni,adesso invece cerco di capirne l’importanza grazie dell’articolo che avete pubblicato perche’ è molto buono,saluti

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