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La consistenza del Sè

category Psicologia Davide Barone 2 Dicembre 2007 | 5,525 letture | Stampa articolo |
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In natura la materia passa da uno stato solido a liquido proporzionalmente all’indebolimento dei legami molecolari. I differenti stati della materia, dunque, sono caratterizzati da un differente livello di coerenza interna e stabilità della forma.Possiamo immaginare, metaforicamente, una ipotetica “materia egoica” organizzarsi secondo principi simili sicchè, evolutivamente, il passaggio da uno stato “liquido” a solido del Sè avverrebbe proporzionalmente all’ aumento della coesione egoica.

Ne deriva che un Sè liquido non ha forma propria e stabilità di rappresentazione è piuttosto definibile come un agglomerato di parti solo debolmente connesse; in questa condizione è presumibile che esso avverta fortemente, in termini di “conosciuto non pensato” direbbe Bollas (1995), la necessità di un ambiente o “oggetto” di tipo contenitivo (convergente) a cui letteralmente aderire, un ambiente che lo accolga e che gli dia forma contrastando una primitiva angoscia terrifica di dispersione in uno spazio infinito.

La posizione predominante in questo stato dovrebbe corrispondere a quella che Ogden chiama “contiguo-autistica”1 associata ad un prevalenza di processi difensivi chiamati da Meltzer (1981) identificativo adesivi.

Uno stato del sè solido invece che costruisce l’esperienza da una posizione depressiva, dotato di forte coerenza interna e stabilità, di efficienza simbolica; è in grado di riconoscere ed accettare “l’alterità” e l’indipendenza dell’oggetto; possiede uno spazio mentale di rappresentazione dell’assenza e interpreta il mondo sulla base del “principio di realtà”.

Essendo capace di simbolizzare una sua identità costante, tende ad interagire non con ambienti “contenitori” che lo accolgano e gli diano un senso anche epidermico di limite e di identità ma con ambienti-“contenuto” divergenti; caratterizzati da modificabilità, apertura, variabilità e imprevedibilità.

La propensione è, dunque, prevalentemente esplorativa, “bioniamente” “saturativa” di uno spazio -K di conoscenza.

Una volta “solidificatosi”, quindi, il Sè può diventare esso stesso contenitore ed attualizzare “l’idioma introiettivo” che fa da sfondo all’apprendimento esperenziale.

Si intuisce, insomma, che ad ogni stato del Sé o posizione corrisponde la ricerca di un ambiente-oggetto complementare, per cui un Sè liquido necessità di un “ambiente-oggetto convergente” che lo contenga e gli dia forma; che possegga ritmicità, prevedibilità, coerenza e stabilità, oltre che confini sicuri: il cui prototipo è la “reverie2” di una madre “sufficientemente buona”, nella fase maggiormente simbiotica dell’accudimento o, nell’esperienza psicoterapeutica, un setting supportivamente strutturato ed empatico dove la relazione affettiva, il sostegno, il contenimento dell’angosce e delle identificazioni proiettive o adesive sono fondamentali e l’attività interpretativa passa in secondo piano, quando non risulti addirittura dannosa per il suo potere destrutturante.

Un ambiente fluido invece o “ambiente-oggetto divergente”per essere complementare ad un Sè “solido” metacognitivamente attrezzato e orientato verso l’apprendimento e l’autoriflessività, deve essere non rigido nè ripetitivo ma caleidoscopico, versatile, stimolante; uno “spazio potenziale” di sperimentazione e di “gioco”, di conoscenza e creazione; psicoterapeuticamente identificabile con un setting prevalentemente espressivo-interpretativo finalizzato all’esplorazione delle potenzialità e dei significati.

Semplificando un Sè “liquido” in ambiente divergente organizza l’esperienza prevalentemente in modo contiguo autistico e reagisce al terrore primitivo di una dissoluzione ricercando uno spazio strutturato e confini sensoriali continui e prevedibili.

un Sè “solido” o “depressivo” in ambiente “convergente” prova un senso di imprigionamento e di sterilità ; pertanto ricerca spazi esperenziali destrutturabili e dai confini ampi e variabili.

In base a tale schema si può inferire, ad esempio, che un “Se liquido”, immerso in un “ambiente divergente”, possa reagire difensivamente al rischio di dissoluzione anche con un ritiro autistico in quello che Steiner chiama “rifugio della mente” cioè: costruisce internamente “un’ambiente contenitore” strutturante e prevedibile; organizza un sistema difensivo particolarmente rigido volto ad evitare il contatto con la realtà: “il rifugio funziona come una zona della mente in cui non si deve affrontare la realtà, in cui le fantasie e l’onnipotenza possono esistere senza controllo e qualunque cosa è permessa” (Steiner 1993 p.20).

Il contenimento contiguo autistico, in tali casi, potrebbe costituire una delle funzioni difensive più primitive del rifugio che, dunque, possiamo rappresentarci come una corazza in grado di svolgere almeno due funzioni correlate, ossia: proteggere un sé fragile dalla relazione, dalla fusione, dagli attacchi di una realtà non controllabile in modo onnipotente e, contemporaneamente, dare il senso di un contenimento, di un luogo protetto e protettivo, che conferisce forma e solidità alla “materia egoica” reattivamente ad un senso di disgregazione; d’altronde Steiner in riferimento alla pulsione di morte freudiana afferma: “c’è qualcosa di mortale e autodistruttivo nella costituzione del soggetto qualcosa che ne minaccia l’integrita se non adeguatamente contenuto. A mio avviso le organizzazioni difensive servono a legare, neutralizzare e controllare la distruttività di tipo primitivo quale che ne sia l’origine e sono una caratteristica universale della costituzione difensiva di tutti gli individui”(Steiner 1993 p. 21)

Tale distruttività di tipo primitivo potrebbe essere, però, piuttosto che una forza, una energia negativa, una pulsione distuttiva; semplicemente il segno, la cicatrice psichica di una parziale indifferenziazione del sé, una sorta di “ombra del non-oggetto” anzi del “non soggetto”, che interferisce con i processi esperenziali, e condiziona la qualità dei meccanismi difensivi.


Bibliografia


Bion W. (1962) Apprendere dall’esperienza Tr.it. Armando, Roma, 1972.

Bion W. (1970) Attenzione e interpretazione Tr.it. Armando, Roma, 1973

Bollas C. (1989) l’ombra dell’oggetto Borla Roma

Bollas C. (1995), Cracking Up. Raffaello Cortina, Milano, 1996

Carli R. (1987) Psicologia clinica Utet, Torino

Meltzer D. (1981). La comprensione della bellezza e altri saggi psicoanalitici, Loescher, Torino.

Neri C., Correale A., Fadda P. (a cura di) (1994) Letture Bioniane. Borla, Roma

Ogden T.H. (1989), Il limite primigenio dell’esperienza. Tr.it. Astrolabio, Roma, 1992.

Steiner J. (1993) I rifugi della mente, Tr.it. Bollati Boringhieri, Torino, 1996.

Winnicott D.W. (1971) Gioco e realtà. Tr.it. Armando, Roma, 1974

 

1 Nel suo libro: “il limite primigenio dell’esperienza” Ogden indaga l’ipotesi che “l’esperienza umana sia il prodotto dell’interazione dialettica fra tre diverse modalità generatrici dell’esperienza stessa: la modalità depressiva, la schizoparanoide, la contiguo autistica” ciascuna con forme di simbolizzazione, metodi di difesa qualità di referenza oggettuale e grado di soggettività diverse anche se sistemicamente interdipendenti nella creazione di una matrice di significato dell’esperienza in cui prevale ora una ora un’altra modalità o posizione psicologica. Ogden specifica che allo stesso modo in cui il concetto di coscienza non ha senso se si astrae dal concetto di inconscio così nessuna modalità generatrice di esperienza esiste isolatamente e in modo indipendente dalle altre ciascuna rappresenta il contesto negativo dell’altra

 

2 La capacità materna di accogliere, metabolizzare e trasformare le angosce del bambino e renderle bonificate e digeribili per una introiezione In questo modo, le sensazioni e le emozioni del bambino vengono trasformate rendendo possibile il sognare e il pensare Se la relazione permette al neonato di proiettare una sensazione, per esempio. quella di stare per morire, dentro la madre, e di reintroiettarla dopo essere stata resa assimilabile per la sua psiche, allora si avrà uno sviluppo normale. Se invece la madre non raccoglie dentro di sé la proiezione, l’impressione che il neonato avverte è che la sua sensazione di stare per morire è stata spogliata di senso: ciò che reintroietterà non sarà più una paura di morire resa tollerabile, ma un terrore senza nome







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