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L’iperadattamento nella relazione genitore – figlio

category Psicologia Alfonso Falanga 30 Aprile 2009 | 7,026 letture | Stampa articolo |
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Che uno dei mestieri più difficili sia quello di genitore è diventato, ormai, un luogo comune.

Tale prevedibilità, comunque, non priva l’affermazione di sostanza almeno per quanto riguarda i contrasti che a volte caratterizzano la relazione con i figli.

Le possibili dinamiche conflittuali  interne a questa dimensione si manifestano con diverse forme e modalità. Il più delle volte il genitore  afferma che il figlio ” non ubbidisce”, ” non studia”, “frequenta cattive compagnie”.

Altre volte, invece, le esternazioni  sono del tipo:

” Non posso lamentarmi di mio figlio…Mi sta a sentire ed in linea di massima non fa niente di cui io possa dispiacermi…Però intuisco che non dichiara mai cosa pensa veramente…Non è che dica bugie, è come se non volesse deludermi dicendomi cosa gli passa effettivamente per la testa…Mi accontenta, ma non prova nessun interesse per quello che fa…Come devo comportarmi?”

Fermo restando il rischio di emettere una diagnosi comportamentale a partire dalla descrizione di “uno” dei modo di agire, per quanto complesso sia, l’esternazione del genitore immaginario (1) definisce la manifestazione di una forma di “passività” (2) : l’iperadattamento.

Questo comportamento esprime l’adeguarsi a ciò che si crede siano i desideri degli altri (in genere e nei propri confronti) senza tenere conto né delle esigenze personali né di quelle effettivamente altrui.

Iperadattarsi significa anticipare le istanze ambientali nei propri confronti senza che ci sia alcuna verifica empirica della loro consistenza.

In sostanza l’iperadattamento è la risposta che la persona, pur mancando in proposito la minima verifica, dà alla domanda ” In che modo devo agire per essere accettato/a  non solo da chi mi è vicino ?”.

Chi si iperadattata, dunque, non si percepisce incapace di pensare, come nel caso dell’astensione (3), bensì intende sé stesso quale essere pensante che, però, non “deve pensare”il che si traduce in ” non devo provare emozioni”, ” non devo avere convinzioni su me e gli altri che non derivino dall’esterno”, ” non devo desiderare per me ma solo per gli altri”.

Riassumendo: ” non è lecito che io abbia  una autonoma visione di me stesso, degli  altri e del mondo”.

Il tal caso l’individuo ritiene che questa, e solo questa, sia la convinzione su cui debba fondarsi il suo relazionarsi all’ambiente e ciò al fine di non esserne escluso.

Il soggetto iperadattato, dunque, non aderisce coscientemente alle concrete richieste esterne in funzione della realizzazione e mantenimento dell’equilibrio ambientale ( questo è l’adattamento), bensì soddisfa istanze che appartengono ad un mondo immaginario che converge solo nella forma con il  mondo reale in cui egli/ ella vive ed agisce.

- similitudini e differenze tra iperadattamento ed astensione

Astensione ed iperadattamento sono modalità comportamentali che, immediatamente , presentano significative affinità al punto che possono essere confusi uno con l’altro. Entrambi gli atteggiamenti, infatti, sono all’apparenza un ” non agire” di cui restano oscuri agli osservatori i perché e gli obiettivi. Anzi, si manifestano come modi di fare privi di finalità il che è una incongruenza in quanto ogni comportamento ha origine da una spinta e tende verso una meta (4).

Insomma, il soggetto iperadattato ha uno scopo anche se situato al di là della sua coscienza vigile: la creazione intorno a sé di un habitat che, più che accoglierlo, lo “avvolga”.

Il suo obiettivo, allora, non è interagire con l’ambiente bensì rimandare ad esso ogni capacità e possibilità decisionale.

- l’obiettivo dell’iperadattamento

L’iperadattamento, così come ogni altra forma di comportamento passivo, è teso a realizzare ed a conservare, con l’ambiente relazionale in cui il soggetto agisce, una simbiosi disfunzionale.

Con il termine simbiosi si intende un tipo di rapporto tra due persone in cui una sopperisce alle carenze fisiche, materiali, cognitive, psichiche dell’altro. Insieme, cioè, funzionano come se fossero un solo soggetto ed entrambe, in questo genere di scambio, si sentono a proprio agio, vale a dire vivono la  simbiosi, date le circostanze, come legittima ed inevitabile.

Ci riferiamo a situazioni in cui una o più persone presentano un’effettiva carenza fisica, psichica o materiale. Individui che, per forza di cose, dipendono, relativamente ed esclusivamente in merito al problema di cui sono portatori.

In circostanze simili chi fornisce sostegno non mira a riprodurre lo stato di bisogno nell’assistito anzi prova ad alimentarne, fin dove è possibile, l’autonomia.

La realtà offre espressioni di un altro genere di simbiosi dove chi chiede aiuto (materiale o morale o entrambi) lo fa senza aver prima verificato le proprie autonome capacità di intervento. Chi chiede, cioè, si sente a priori privo di risorse.

In questo caso la simbiosi ha origine da una svalutazione di sé e da una grandiosità riferita agli altri (percepiti come i soli in grado di risolvere) ed al dato di realtà sentito come problema.

Il primo tipo di simbiosi è, pertanto, funzionale, vale a dire è finalizzato a rendere meno problematica l’esistenza a chi chiede e riceve aiuto. Anzi in casi estremi è il solo mezzo per permettere l’esistenza, pur se a livelli minimi di funzionalità .

In queste circostanze  la simbiosi è relativa esclusivamente al problema .

Il secondo tipo di relazione simbiotica, al contrario, è disfunzionale, ossia ha origine da una svalutazione messa in atto sia da chi chiede sostegno sia da chi lo fornisce o immagina di fornirlo ( questi, infatti, ritiene aprioristicamente l’altro incapace di risolvere). Quindi non ha funzione, nel senso che non punta a migliorare lo stato delle  cose bensì a confermarlo.

- un problema di identità

L’iperadattamento esprime anche la difficoltà della persona a cogliersi come individuo distinto rispetto al contesto, se accettiamo l’idea che il processo di individualizzazione sia costituito dall’acquisire una propria identità che si esprima in quella del gruppo di appartenenza ( famiglia – amici – lavoro – ) ma non si confonda in essa e con essa (5).

Iperadattamento è, allora, anche un problema di identità ovvero, in estrema sintesi, della capacità di crearsi una percezione interna di ciò che si sé e, a partire da essa, di esprimersi in modo diverso dagli altri pur restando con essi in relazione.

Anzi l’identità riceve sostegno dall’ambiente: essa, per costruirsi e confermarsi, ha bisogno di un riconoscimento non solo soggettivo ma inter-soggettivo (6).

- l’origine dell’iperadattamento : la svalutazione

Dalle precedenti argomentazioni si è evidenziato che la modalità comportamentale di cui ci stiamo occupando è, in genere, l’esito di una svalutazione che la persona fa nei propri riguardi e verso gli altri (7).

Ci riferiamo ad un processo cognitivo che riguarda il modo in cui si interpretano i dati di realtà e che implica, come suggerisce la parola stessa,  tenere conto solo di alcune informazioni e nel collocarne da parte altre.

Tale dinamica è messa in atto, per lo più, in modo inconsapevole ed  attiva convinzioni personali riguardo noi stessi,gli altri ed il mondo .

Le svalutazioni, in alcuni casi, consistono nel non tenere conto dello stimolo, che esso giunga dall’ambiente esterno o che emerga dalla nostra realtà interiore.

Tale processo si traduce nel non sentire alcuna sorta di sollecitazione, come se in quel caso la realtà, esteriore o intima, non ci dicesse alcunché. Anzi, come se non ci fosse realtà.

In altri casi, invece, lo stimolo è visto, sentito, accolto ma non se ne comprende il significato. E’ come se qualcuno ci parlasse utilizzando una lingua straniera: sentiamo i suoni, vediamo i gesti ma non possediamo i contenuti a cui ricondurli. Restiamo impassibili o ci agitiamo senza produrre senso. Sono i momenti in cui non comprendiamo l’altro, pur reputando che voglia dirci qualcosa, o non capiamo noi stessi.

In altri casi siamo coscienti dello stimolo e ne intendiamo anche il significato. Ciò che però ci manca è la capacità di reagire ad esso. O meglio, ci manca la consapevolezza della nostra possibilità di risposta.

In sintesi, alla luce di queste riflessioni, possiamo considerare l’iperadattamento come l’esito della svalutazione della propria capacità di “chiedere” in modo chiaro ed autentico (chiedere quali siano effettivamente le aspettative altrui nei propri confronti, chiedere all’ambiente il riconoscimento dei propri pensieri e bisogni) e della capacità/ disponibilità ambientale ( famiglia – gruppo dei pari – lavoro) di accogliere le proprie “diversità”, cioè quelle peculiarità emotive/cognitive/comportamentali che rendono ogni individuo fornito di una propria e distinta identità.

- l’iperadattamento nella relazione genitore – figlio

Il genitore dell’esempio precedente ha dunque descritto, pur se in poche battute, il comportamento di un figlio che possiamo ipotizzare viva la condizione interiore ed esteriore dell’iperadattamento.

In pratica, è immaginabile che egli/ella ritenga che la modalità rinunciataria/ remissiva sia la sola che permetta il funzionamento della relazione con i genitori. Vale a dire, il figlio reputa che solo la messa da parte dei propri autentici bisogni ( emozioni / pensieri/ aspettative/ desideri) permetta al suo ambiente di accoglierlo/ la.

Iperadattamento può tradursi nell’uscire raramente con gli amici, andare bene a scuola senza provare, però, interesse per lo studio ( a volte senza nemmeno trarre un profitto pari all’impegno), mangiare costantemente molto oppure poco, manifestare incertezza sul proprio futuro ( il giovane iperadattato, a seconda dell’età, spesso non sa rispondere alle domande ” cosa farai da grande” o “che lavoro ti piacerebbe fare”, ” a quale facoltà ti iscriverai dopo il liceo”, ” che sport vorresti praticare “), ed altri atteggiamenti alcuni dei quali, se non giungono a manifestazioni estreme, sono socialmente accettati ( in sostanza, la persona iperadattata è quella che dice spesso di “si”) (non stiamo sostenendo che un giovane sia iperadattato solo perché è “ben educato”).

Che fare, allora? Come distinguere l’adattamento dall’iperadattamento? Come reagire a comportamenti filiali che, nell’immediato, non producono conflittualità all’interno dell’habitat familiare? Da dove partire per distinguere un ” si” o un ” no” funzionali da un ” si ” o da un ” no” disfunzionali?

– iperadattamento e Triangolo drammatico

La modalità comportamentale di cui ci stiamo occupando può essere letta attraverso il modello elaborato da S. Karpman, il cosiddetto Triangolo drammatico (8). Il medesimo schema può, inoltre, sostenerci nel cercare alle domande che ci siamo posti poc’anzi.

La persona che si iperadatta all’ambiente di solito si percepisce, in prima istanza, in una posizione di Vittima in quanto rinunciataria e remissiva.

Tale ruolo è accompagnato, in genere, dal sentirsi anche Salvatore dal momento che, mettendosi in disparte, il soggetto avverte di contribuire in modo significativo al benessere del gruppo di appartenenza: è il caso, ad esempio, del bambino ( ma anche adolescente – giovane) che ” fa il bravo” se il clima familiare non è dei migliori ( es. litigi tra i genitori).

In queste circostanze l’iperadattato/ a  comprende l’altro ( singolo o gruppo) su una posizione di Vittima da soccorrere e sarà, nello stesso tempo, pronto a percepirlo come Persecutore se riterrà non apprezzato il suo ” mettersi da parte”, il suo ” rinunciare a sé” ( fenomeno che a volte si realizza nella relazione di coppia).

Nel contempo, il destinatario del messaggio iperadattato (il genitore, nella fattispecie) intenderà il figlio come Persecutore in quanto non riterrà soddisfatte le sue richieste ( ricordiamo che l’iperadattamento significa aderire ad istanze immaginate e non per forza reali) o avvertirà un senso di frustrazione e di impotenza di fronte ad un atteggiamento eccessivamente remissivo, sfuggente, anticipatore.

Il punto di partenza da cui ha origine il riconoscimento della distanza tra adattamento ed iperadattamento è appunto la sperimentazione, da parte del genitore, di un disagio emotivo e di una confusione cognitiva di fronte a comportamenti filiali all’apparenza per nulla conflittuali.

Tale disagio è amplificato dal constatare l’incongruenza, a cui già abbiamo fatto cenno, tra atteggiamento ed esiti sociali:  risultati scolastici, sportivi, integrazione nel gruppo dei pari, ecc.

In queste circostanze il primo passo che il genitore dovrebbe compiere è realizzare una sorta di monitoraggio della situazione familiare per cogliere eventuali dinamiche all’origine del comportamento iperadattato del figlio. In sintesi, dovrebbe chiedersi ” Cosa sta accadendo in casa per cui lui/ lei si comporta in questo modo?”.

Inoltre dovrebbe valutare il proprio  modo di relazionarsi domandandosi ” Come mi comporto io nei suoi confronti?”, ” Cosa gli chiedo effettivamente, con il mio atteggiamento ?”,” Come mi comporterei se mi dicesse effettivamente cosa gli passa per la mente, cosa vuole e cosa non vuole veramente?  I quanti e quali modi sarei capace di manifestare il mio eventuale dissenso al suo disaccordo?”.

Rispondere a queste domande rappresenta, a nostro avviso, la possibilità per il genitore di abbandonare il ruolo di Vittima e/o di Persecutore ed evitare di riproporre comportamenti infruttuosi e dannosi ( es. esortare il figlio a fare meglio e di più ciò che già sta facendo, pur se ne è insoddisfatto)  .

Uscire dal Triangolo drammatico è, per madre/ padre, innanzitutto abbandonare una strada nota, anche se fonte di malessere, per avventurarsi lungo un nuovo sentiero fatto di domande a cui rispondere chiede la presa di coscienza ciò che si è , si prova e si vuole effettivamente.

In ultima analisi, favorire nel figlio l’alternativa all’iperadattamento implica prendere innanzitutto coscienza del proprio iperadattamento ad un immagine genitoriale protettiva nei confronti della propria emotività (essenzialmente legata all’incertezza riguardo le personali “doti” genitoriali) ma inadeguata alla realizzazione di una relazione autentica genitore – figlio.

Solo a seguito di tale consapevolezza diventa possibile la realizzazione di efficaci modalità  relazionali, utili, cioè, a favorire in famiglia un autentico dialogo, vale a dire una comunicazione che parta  da ciò che si prova,  si  pensa  e si  è effettivamente.

Alfonso Falanga

1) gli esempi utilizzati rispecchiano casi concreti vissuti dall’Autore in qualità di Consulente relazionale

(2) l’Analisi Transazionale definisce ” comportamento passivo” la manifestazione esteriore di un evento intrapsichico, ovvero di una svalutazione che la persona fa di parti di sé e dell’ambiente relazionale. La passività, di fronte ad un problema ( materiale e non), si esprime nel dirigere la propria energia psichica e fisica verso mete incongrue rispetto alla soluzione del problema stesso.

(3) l’astensione, in termini analitico – transazionale, significa  utilizzare, di fronte ad un problema, la propria energia per impedirsi di agire invece che intraprendere un’azione verso l’esterno e risolvere il dilemma.

(4) “… vi è un accordo generale sul fatto che un motivo è un fattore interno il quale risveglia, dirige ed integra il comportamento di un individuo. Non lo si osserva direttamente ma lo si inferisce dal comportamento o semplicemente si presume che esista per spiegare il comportamento stesso”

J. Murray  E. : ” Psicologia dinamica” – Ed. Martello.

(5) “…per individualizzazione si intende l’acquisizione di una certa coscienza di sé o dell’Io, una chiara percezione di se stesso e del proprio spazio interno come entità separate dal mondo e dagli altri, un senso più o meno accentuato della propria ” unicità” e conseguentemente della propria identità personale”

Cavicchia Scalamonti A. : ” La morte. Quattro variazioni sul tema” – Ipermedium libri

(6) ” La possibilità di distinguersi dagli altri deve essere riconosciuta da questi altri…La nostra identità personale…si appoggia a sua volta sull’appartenenza ad un gruppo, sulla possibilità di situarci all’interno di un sistema di relazioni. Nessuno può costruire la sua identità indipendentemente dalle identificazioni che gli altri gli rinviano”

Melucci A. : ” Il gioco dell’io. Il cambiamento di sé in una società globale” – saggi Feltrinelli

(7) Cfr. Jacqui Lee Schiff – ” Analisi Transazionale e cura delle psicosi ” – ed. Astrolabio

(8) Dice Karpman che gli individui si pongono nei confronti del mondo a partire da una specifica posizione “esistenziale”, strutturata dal complesso di convinzioni su sé, gli altri ed il mondo in genere.

Karpman definisce tali ruoli  Vittima, Carnefice  e Persecutore.

Per approfondimenti cfr. gli articoli ” Il labirinto della comunicazione”, ” Le dinamiche di gruppo secondo Karpman” già pubblicati su nienteansia.it.







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