Homepage di Nienteansia.it

Switch to english language  Passa alla lingua italiana  
Newsletter di psicologia


archivio news

[Citazione del momento]
Pochi amano sentir parlare dei peccati che amano compiere. William Shakespeare
Viagra online

L’Io di Igor Sibaldi e il codice segreto dell’Aiòn

category Psicologia Giuseppe Maria Silvio Ierace 9 Marzo 2015 | 2,115 letture | Stampa articolo |
0 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 5 (voti: 0 , media: 0.00 su 5)
Devi effettuare il login per votare.
Loading ... Loading ...

La psicologia non sembra in grado di fornire risultati significativi nell’ambito dell’approfondimento conoscitivo della natura dei suoi studi, proprio perché si considera una scienza. E dati oggettivi non può produrne, in quanto l’oggetto del suo interesse coincide con il soggetto dello stesso.

Se si tratta di scienza, allora, vien da supporre, si tratta di scienza contraddittoria.

Per prima cosa, occorre trovare ciò di cui ci si vuole occupare e, nel delimitarne i confini, poterne eventualmente uscire, e non solo entrare, a piacimento. Mentre, nel nostro caso, ovunque il soggetto si troverebbe sempre al suo interno.

L’oggetto della psicologia si avvia a sembrarci piuttosto che la realtà di ciò che ci si prefigge di indagare, una sua apparenza di tipo prettamente intuitivo. Ingenuamente, se ne possono osservare e riconoscere degli stati d’animo, che, forse, non possono del tutto sostituirsi a chi effettivamente li prova.

Un’eterna crisi, o un’unità di crisi

Per questo genere d’esperienza, sia Sigmund Freud (Neue Folge der Vorlesungen zur Einführung in die Psychoanalyse, 1933) sia Edmund Husserl (Die Krisis der europäischen Wissenschaften und die transzendentale Phänomenologie: Eine Einleitung in die phänomenologische Philosophie, 1936) ritenevano la psicologia piuttosto come una forma d’arte destinata però a patire continue congiunture.

Ciò di cui ci vogliamo occupare corrisponde effettivamente a un concetto comprensibile da altri, o addirittura si esprime già in questa mera volontà di conoscere? È un’essenza o un desiderio, un problema epistemologico o di misura?

I am not what I am

Quello shakespeariano “io non sono quello che sono” delimita ciò che non si trova né in superficie né in profondità.

Signore, quant’è vero che siete Roderigo, se io fossi il Moro, non vorrei esser Iago. Stando al suo servizio, servo me stesso… I am not what I am.” (Otello I, 1).

Che cosa sono stato io nel frattempo?

Mentre la meditazione di Arthur Schopenhauer (1788-1860) su quella “infinita durata che ha preceduto la mia nascita” non arriva a inglobare un’umanità pari all’eterna “leoninità… che si perpetua mediante l’infinita ripetizione degli individui”. E poi bisogne sentire il parere del singolo leone.

Il gatto grigio che sta ruzzando nel cortile è lo stesso che giocava e saltava cinquecento anni fa…  Che cosa sono stato io nel frattempo?

Un tempo controcorrente!

Nel frattempo non c’ero, quindi non sono sempre stato io nel passato, né lo sarò in futuro!

Notturno il fiume delle ore scorre/ dalla sua fonte che è il domani/ eterno…” la poetica riflessione di Miguel de Unamuno.

Gli individui e le cose esistono in quanto partecipano della specie che li include, che è la loro realtà permanente”, si azzarda a concludere Jorge Francisco Isidoro Luis Borges Acevedo (1899-1986) in Historia Universal de la Eternidad (1936), ma il nostro io rifiuta “il concetto dell’eterna umanità” e preferisce riversarlo sull’io degli “altri”; in tal modo lascia completare questo pensiero al filosofo di Danzica: “quanti dissero ‘io’ in tutto quel tempo altri non erano che io”.

Igor Sibaldi affronta il medesimo spinoso, ma intrigante, argomentare, tra il freudiano metapsicologico e il metafisico di Schopenhauer, in due libri che potrebbero ritenersi complementari: uno dallo stringato titolo “Io” (Mursia, Milano 2014), l’altro più esoterico, “Il codice segreto del vangelo” (Pickwick, Sperling & Kupfer, Milano 2013). E risolve il dilemma schopenhaueriano, ripreso dal poeta ed erudito di Buenos Aires, osservandolo dal punto di vista junghiano dell’Aiòn.

L’Io di ogni uomo è un’identità infinta, è in ognuno ed è lo stesso in ognuno…”.

Nessuna possibilità di delimitarlo, nessuna possibilità di misurarlo, perché le sue potenzialità sono infinite. La causa, l’origine e il modello verso il quale progredire, secondo il Vangelo “del giovane Giovanni”, è il Padre e l’Io ne è il diretto discendente, partorito dall’aspetto femminile, percettivo (Myriam), di se stesso.

L’io, cosciente d’essere tale, è paragonabile a quella “nuova generazione di ebrei che entrarono nella Terra Promessa, mentre i loro padri cresciuti in Egitto restarono nel deserto”.

Ciò che può nascere in questo mondo viene indicato quale “Figlio dell’uomo”, ovvero la consapevolezza che proviene dall’umanità, in quanto partecipante “della specie che l’include”, come diceva Borges?

Senza tener conto del preciso riferimento alla letteratura profetica precedente, l’espressione “Figlio dell’uomo” viene interpretato come un “aramaismo”, consueto nel linguaggio evangelico. Ma Ezechiele, soprattutto, intende un aspetto di “novità” che pienamente concorda con lo spirito neotestamentario.

Mi fu rivolta questa parola del Signore: Figlio dell’uomo, tu abiti in mezzo a una genia di ribelli, che hanno occhi per vedere e non vedono, hanno orecchi per udire e non odono …Tu, figlio dell’uomo, fa’ il tuo bagaglio da esule e, in pieno giorno, davanti ai loro occhi, preparati a emigrare… Fa’ alla loro presenza un’apertura nel muro ed esci da lì. Mettiti alla loro presenza il bagaglio sulle spalle ed esci nell’oscurità: ti coprirai la faccia in modo da non vedere il paese; perché io ho fatto di te un simbolo per gli israeliti.” (12, 1-6).

Si ribadisce che i limiti, quel “muro”, vanno abbattuti, e occorre rinunciare, coprendosi il volto, al linguaggio ordinario. Da questo punto di vista, quello dell’Aiòn, nascere equivale a “nascere di nuovo”, il che vuol dire non riconoscersi più in un “Noi di questo mondo e della sua millenaria e sempre uguale illibertà”.

La differenziazione

La terminologia moderna applicherebbe a questa “presa di coscienza” l’appellativo della differenziazione, che potrebbe essere condivisa pure in chiave evoluzionistica, perché “ogni differenziazione che l’uomo riesce a raggiungere in sé rappresenta cioè un più o meno grande passo avanti”.

La concezione evoluzionistica viene descritta nelle varie scansioni della Genesi, dove l’umanità espressa da quell’Adam ebraico, non si è ancora per nulla differenziata.

‘Ish e ‘Isha

Allo stadio iniziale  si scinde in consapevolezza dell’individualità, Ish, ovvero “capacità di conoscere le cose visibili”, e ciò che l’Adamtrova in sé oltre a tale limitata consapevolezza individuale”, Isha, o “capacità di conoscere le cose in-visibili”.

YHWH “condusse la ‘isha dinanzi all’umanità. E allora l’umanità disse: ‘Questa è davvero crescita della mia crescita, è la forma della mia forma’. E a questa dette il nome di ‘isha perché era stato il suo ‘ish a discernerla. Perciò l’ish abbandonerà il padre e la madre e si riunirà con la sua ‘isha e nella forma esteriore saranno una cosa sola.” (1, 21-24). In una prima comunione di aspetti della medesima, originaria, unità.

Dopo aver assaggiato il frutto dell’Albero del discernimento e della distinzione, l’Isha dell’uomo si distingue e diviene esistente di per sé, Hawah. “E questa esistenza era la madre di tutto ciò che vive” (Genesi 3, 20).

La via, la verità, la vita

L’uomo trova in se stesso il senso di ciò che è. E dunque, al secondo stadio di questa gnostica evoluzione della coscienza umana, l’Io corrisponde alla descrizione evangelica de “la via, la verità, la vita”.

Qain e Habhel

Acquisendo la Conoscenza, l’uomo si differenzia in quegli aspetti della personalità ch’erano dapprima indistinti. Così Qain sarà l’impulso ad accumulare e Habhel quello a offrire e donare. Inevitabilmente l’istinto a inglobare annulla l’altro, per cui, tra i due, si farà strada un terzo, “l’altro Fondamento”,  Sheth.

‘Enosh

I discendenti di Qain sono facoltà molto terrene: Hanokh, l’atteggiamento difensivo, ‘Irad, la perpetua tendenza ad agire, Mehuia’el, il desiderio di mettersi in mostra (Genesi 4, 17 e seguenti). Da Sheth proverranno invece  qualità più elevate:  ‘Enosh, capace di sentimento, Qainan, superamento del principio del possesso, Mahollael, forza indirizzata alla gloria (Genesi 5, 6 e seguenti).

Al terzo stadio di evoluzione della coscienza, predominano prprio i sentimenti di ‘Enosh. E questo consente la riunione delle due discendenze, terrene e celesti, dalla quale ebbero origine i Giborim, gli illustri esponenti dell’umanità, confusi con i giganti di altre tradizioni.

“…le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque”

Si tratta del quarto termine con cui l’ebraico antico indica l’uomo, e pure del quarto stadio evolutivo, distinto dalla mescolanza tra caratteri opposti. Dal congiungimento tra cielo e terra nasce la volontà e l’abilità d’affrontare la “crisi”, indirizzarsi verso il cambiamento e rinascere in un mondo nuovo.

È quello che è chiamato a fare Noè. Il diluvio rinnova quell’alito di vento divino che aleggiava sopra le acque all’inizio dei tempi (Genesi 1, 2). La rinascita dell’io è pure un cambiamento nel mondo.

L’epokhé

Israel ben Eliezer, più noto come Ba’al Shem Tov (1698-1760), riteneva di gran lunga maggiore il vantaggio spirituale che deriva dalla trasformazione, invece che dal rigetto, di ciò che è materiale in un veicolo di santità. Mentre Cartesio, nell’intento di fondare le scienze esatte, sottopose all’antico procedimento dell’epokhé, sospensione del giudizio, tutte le sue convinzioni per individuare quella di cui non fosse possibile dubitare, per quindi assumerla come punto di partenza d’una comprensione che si potesse definire scientifica.

Alla fin fine, scoprì semplicemente una necessaria premessa ad altre determinazioni, come “cogitata”, da lui o, nel Vangelo del giovane Giovanni (1, 3), dal Logos.

Tutto ciò che è venuto all’esistenza (egéneto) e nulla di ciò che è venuto a esistere (gégonen); tra le due perifrasi s’insinua un’estensione temporale in cui dover forzatamente o meno inserire la coscienza.

Possibile existere e non esse?

Cartesio, non seguendo il consiglio di Eraclito di non andare alla ricerca dei limiti della psyché , pensò d’averli già individuati nella distanza intercorrente tra gli oggetti dell’esperienza, o res extensae, e l’ego cogitans. Eppure, una mens sive animus sive intellectus non poteva che essere un’altra res extensa. E poi, davvero si equivalgono esse ed existere?

Ciò che ex-siste “sta fuori” e lo percepiamo esteriormente, mentre ciò che è, lo è a partire dal di dentro.

Ordine o purezza?

I termini greco kosmein e latino mundus definiscono rispettivamente un “porre in un certo assetto ordinato” oppure mondare, nel secondo caso, i quali richiedono un soggetto con altrettante caratteristiche di esistenza e di pensiero, in grado di trasmettere queste loro qualità, di essenza e di idea d’essa, all’ambiente.

L’être et le néant

L’io greco e l’io latino, ego, risalgono alla medesima radice indoeuropea, che Sartre, in L’être et le néant (1943), traduceva intuitivamente nel senso di “stato”, condizione, che ci riporta ancora a exis, etimologicamente (sak-) vicino alla separazione, e al sesso.

L’io assumerebbe pertanto il significato che più fa comodo a ciò che nel mondo non è io, “tu” nel caso della separazione e del confronto, “lei” nell’approccio e identificazione d’una complementarietà sessuale. E questo molto probabilmente perché nei nostri sistemi sociali è quasi ovvio essere prevalentemente determinati dagli altri.

Qual è, a questo punto, il rapporto che l’io detiene, o mantiene, con il corpo, e chi eventualmente contiene l’altro?

Oppure, il genere di relazione che si viene a stabilire tra i due è analoga forse a quella tra la forma e la sostanza e rientra quindi nelle metafore dell’esistenza?

Il corpo cioè è la modalità con cui l’io vive e s’esprime?

Ebbene, noi concepiamo per lo più il nostro corpo come qualcosa che non coincide con il nostro io e immaginiamo il rapporto tra i due appartenere al genere della coesistenza. L’io forse percepisce più di quanto sia in grado di fare il corpo; ma poi, tutta questa ridondante sovra-estensione non sarebbe un po’ troppo poco compatibile con l’idea medesima del contenimento dell’uno nell’altro, che diverrebbe persino eccessiva e non finalistica?

In ebraico antico, ‘ny (da pronunciare: ‘aniy) definisce la capacità di produrre rappresentazioni durevoli e ‘nky (‘anokhiy) la capacità d’esercitare un controllo su tali rappresentazioni. Ma, se l’io è ‘ny, contenitore e contenuto rientrano nelle rappresentazioni del reale, ideae, autoprodotte; se l’io è ‘nky non potrebbe coesistervi nessun’altra facoltà differente da quella di produzione e custodia delle rappresentazioni, intendendo le pur indispensabili prerogative di sensazione, sentimento, intuizione, pensiero.

Ne possiamo allora, più adeguatamente, dedurre che l’io sia una semplice attitudine, proprio come tutte le altre!

 

Giuseppe M. S. Ierace

 

 

Bibliografia essenziale:

Sibaldi I. Il codice segreto del vangelo, Pickwick, Sperling & Kupfer, Milano 2013

Sibaldi I. Io, Mursia, Milano 2014

 







Lascia un Commento

*