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L’astensione, una manifestazione della comunicazione paradossale: descrizione ed elaborazione di soluzioni

category Psicologia Alfonso Falanga 5 Maggio 2011 | 3,946 letture | Stampa articolo |
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Di che si tratta

Per comunicazione paradossale, in questa sede, si intende il caso in cui la persona fa e dice l’opposto di ciò che andrebbe detto e fatto almeno in quella specifica situazione.

In tal senso, allora, “ paradossale” significa “ contrario alle apparenze”.

Questa modalità comunicativa può essere inconsapevole o consapevole.

Nel primo caso l’individuo vive una separazione tra l’immagine mentale che ha della sua azione ( verbale e non verbale), il modo in cui tale azione si realizza in concreto e gli esiti che essa produce nel sistema relazionale.

In simili circostanze si tende ad attribuire ad altri la responsabilità dell’insuccesso della comunicazione. Ci si sente incompresi, demotivati, frustrati. Le emozioni prevalenti  sono generalmente rabbia e tristezza, nei loro versanti negativi. Sentimenti, perciò, bloccanti e logoranti.

Nella seconda circostanza, chi mette in atto il comportamento paradossale sa che quanto sta dicendo e facendo non è quel che andrebbe detto e fatto. La persona si assume totalmente la responsabilità degli esiti negativi della comunicazione. Si sente demotivata, frustrata, triste.

Eppure, nonostante la consapevolezza dell’inadeguatezza del suo agire, non muta atteggiamento dal momento che si percepisce bloccata in questa modalità relazionale che, pur se insufficiente,  viene avvertita come la sola possibile.

Una chiara manifestazione di tale dinamica è la cosiddetta astensione, termine con cui l’Analisi Transazionale1 definisce una “passività” ovvero la manifestazione esteriore di un evento intrapsichico.

L’astensione è il comportamento di chi, di fronte ad un problema2, utilizza la propria energia  fisica e psichica per impedirsi di agire invece che intraprendere un’azione verso l’esterno e risolvere il dilemma.

Chi si astiene lo fa, a volte, restando in silenzio quando sarebbe invece il caso di parlare. Immaginiamo, ad esempio, uno studente che non risponda alla richiesta del professore pur essendo preparato sull’argomento su cui è interrogato.

Oppure, al contrario, astensione è anche il caso di chi interviene quando sarebbe opportuno restare zitti ed ascoltare. Pensiamo, a tal proposito, ad un genitore che chieda al figlio il motivo di un comportamento inappropriato ( è rientrato di sera ben oltre il limite posto dal padre, oppure ha preso un brutto voto a scuola)  ma che lo rimproveri senza attendere alcuna spiegazione. O in ultimo immaginiamo un professionista che, sul luogo di lavoro, che non riesce a comunicare ai colleghi scansafatiche che non è più disposto a lavorare anche per loro.

Questi esempi indicano un’astensione episodica.

Lo stesso atteggiamento, però, ed  è questo il caso che qui ci interessa,  a volte costituisce la risposta standard ad una particolare situazione (affettiva, sociale o professionale) vissuta come stressante.

Lo studente, ad esempio, può riproporre lo stesso atteggiamento ogni qualvolta sostenga una interrogazione, con tutti i prevedibili esiti negativi del caso. Così come  il genitore che non presta mai ascolto al figlio quando questi prova a spiegargli le ragioni di un suo atteggiamento. O anche il professionista, che reitera la medesima accondiscendenza ad ogni occasione in cui gli venga chiesto ( direttamente o meno) di compensare le insufficienze dei colleghi.

Tali circostanze esprimono esperienze stressanti, ossia di forte intensità emotiva e cognitiva, e tali non perché il soggetto non sappia cosa fare bensì in quanto ha difficoltà a prevedere gli esiti del suo comportamento. In pratica è come se dicesse a sé stesso:

“ Siccome non so cosa potrà accadere se mostro la mia conoscenza/ la mia disponibilità ad ascoltare/ il mio rifiuto, allora mi astengo dal farlo”.

Lo studente, il genitore, il professionista, e chiunque altro si trovi alle prese con il paradosso dell’astensione, più che non fidarsi degli altri, non si fida delle sue emozioni e dei suoi comportamenti. Perciò li tiene a bada. Si tiene a bada.

L’astensione, infatti, come già accennato, a dispetto delle apparenze è esito di un forte movimento energetico interiore tutto teso, però, ad impedire che venga messa in opera l’azione adeguata al caso. L’individuo “ passivo “, cioè, sembra che non pensi, non veda e non senta mentre, al contrario, pensa, vede e sente molto.

Tale comportamento paradossale è perciò frutto di una profonda svalutazione, più che della propria capacità di mettere in atto un comportamento adeguato al contesto, della propria idoneità a gestirne gli esiti. E’ come se la persona si dicesse “ So cosa fare adesso ma non so cosa fare dopo”.

Questo dialogo interiore sottende alle espressioni tipiche dell’individuo bloccato nel paradosso, quali ad esempio:

“ Lo so che sbaglio, ma non  posso farci niente” oppure

“ So che dovrei fare altrimenti ma è come se mi sentissi obbligato a fare quello che faccio” o ancora

“ So che è sbagliato, ma io sono fatto così”

ed altre affermazioni che ripropongono il restare ancorati all’immagine di sé come unico rimedio all’inquietudine derivante dall’imprevedibilità degli esiti.

Che fare?

Come agire, dunque, nei riguardi della persona irretita  nell’astensione, quando le circostanze della vita quotidiana o il ruolo ( di genitore, coniuge, amico, collega, operatore d’aiuto, ecc) ci portano ad intervenire?

E’ opportuno ricordare che, in genere, il confronto con il soggetto che si astiene produce, almeno immediatamente, un profondo senso di frustrazione. Dal momento che il comportamento passivo esprime all’apparenza disinteresse verso il mondo circostante, ne consegue che coloro che ne sono osservatori e destinatari si sentono svalutati, inutili, impotenti. Le reazioni immediate di costoro, verso chi si astiene, si traducono il più delle volte  in domande insistenti sui motivi del comportamento incongruo, in sollecitazioni a cambiare atteggiamento ed in incalzanti incoraggiamenti. Per poi passare, spesso, ai rimproveri ed alla rottura momentanea o definitiva della relazione.

Realizzare una risposta all’astensione, che non sfoci in questa modalità infruttuosa e logorante, ha bisogno come punto d’origine della consapevolezza che questo tipo di comportamento paradossale è caratterizzato, come più volte sostenuto, da una intensa attività interiore emotiva, percettiva e cognitiva.

Se inconsapevole, l’energia psichica è orientata verso la ricerca del colpevole nel mondo esterno. Tale atteggiamento interiore sfocia in comportamenti bloccati in espressioni di tristezza o di rabbia.

Se consapevole, la persona è tutta orientata invece a processarsi e a colpevolizzarsi.

A  poco o nulla, dunque, serve insistere affinché la persona si “ scuota “, reagisca, agisca. Essa non ha bisogno di trovare energia in quanto ne possiede già abbastanza. Anche se le apparenze dicono il contrario, l’individuo bloccato nel paradosso è fin troppo carico.

Così come a poco o nulla serve il rimprovero. Come specificato fin dall’inizio, chi si astiene è spesso consapevole della inadeguatezza del suo comportamento e se ne assume pienamente la responsabilità. Ogni richiamo non fa che confermargli la svalutazione che fa di sé stesso.

Se invece attribuisce ad altri l’esito insoddisfacente delle sue modalità relazionali, rinvierà all’esterno i rimproveri che gli verranno destinati.

In un caso o nell’altro, sollecitazioni e critiche lasceranno il soggetto lì dov’è, intrappolato nel paradosso.

Un ulteriore motivo che rende inefficaci le pressioni ed i richiami consiste nel fatto che essi si traducono, per il soggetto che si astiene, in un invito a correggersi.

Ricordare, ad esempio, allo studente che sta zitto di fronte al professore quanto sia dannoso il suo comportamento, oppure sollecitare con tono critico il proprio partner a dire “ basta ! ” ai colleghi scansafatiche possono essere interpretati, da chi ne è il destinatario, come un giudizio negativo non solo su ciò che si fa ma anche su ciò che si è.

Intendiamo dire che sollecitazioni e rimproveri possono essere vissuti da chi si astiene, anche contro le intenzioni di chi li invia,  come un messaggio del tipo :

“ Ti comporti in modo sbagliato perché sei sbagliato”.

Simile interpretazione generalizzante, quando si realizza, non fa che rafforzare la trappola del paradosso.

Dirigere le energie verso nuove mete

Favorire il superamento dell’astensione prevede incoraggiare il ri – orientamento energetico ed una  riformulazione degli obiettivi. Alla persona che è bloccata nel paradosso, insomma, bisogna proporre impegni a breve termine, immediati e concreti, la realizzazione dei quali non contempla alcuna rinuncia all’immagine di sé né implica azzerare le proprie modalità relazionali, per quanto si mostrino inadeguate.

In sostanza bisogna proporre, a chi è irretito nel paradosso, un percorso che conduca ad aggiungere comportamenti, più che di correggere comportamenti già adottati.

Ritorniamo, per fare chiarezza, all’esempio dello studente che, pur essendo preparato, sta zitto di fronte al professore che lo interroga. Ribadiamo che ci riferiamo al caso in cui la persona sa bene che cosa dovrebbe fare, sa pure come potrebbe farlo ed è consapevole dell’esito del suo comportamento, di cui se ne assume tutta la responsabilità.

I motivi alla base di questo atteggiamento paradossale possono essere diversi: può trattarsi dell’esito del timore reverenziale verso l’autorità espressa dal docente o dall’autorità in genere. Oppure possiamo supporre che il comportamento incomprensibile dello studente trovi il suo significato in un boicottarsi per punire, destinandosi – più o meno inconsapevolmente – all’insuccesso per colpevolizzare, ad esempio, i propri genitori per averlo costretto a seguire un percorso scolastico/ universitario non gradito.

O ancora, lo studente può vivere la risposta alla domanda del docente, e dunque il successo, come una rinuncia ad una immagine di sé ereditata ma non per questo meno sentita.

E’ il caso, ad esempio, in cui la persona si definisce e si vive ( in quanto definita e vissuta dal suo ambiente familiare sociale ) come timida, introversa, insicura … destinata, dunque, inevitabilmente all’insuccesso.

Comunque sia, la passività dello studente avrà molto probabilmente origini profonde e radicate nella struttura caratteriale dello studente. Questi, forse, non sarà cosciente dell’origine del suo comportamento ma resta comunque ben consapevole della sua attualizzazione e dei suoi esiti. Egli sa cosa andrebbe fatto in alternativa alla passività, ne sarebbe pure capace ma ciò che non sa, o crede di non sapere, è come agire nella situazione nuova generata da una sua eventuale risposta alla domanda del professore.

Un primo passo per favorire l’elaborazione di un’opzione al paradosso, senza andarne a sollecitare la complessità e la profondità delle origini intrapsichiche,  è proporre alla persona non un agire pratico bensì un attività mentale, di pura fantasia. Un invito che può essere rivolto da chiunque sia con essa in una relazione significativa: un amico, un collega, il partner, il genitore. Non necessariamente, insomma, un professionista dell’ascolto.

In sostanza, invece di chiedere al soggetto a fare in questo o in quest’altro modo, lo si invita ad immaginarsi nel nuovo comportamento.

Applicando tale procedura all’esempio di poc’anzi, verrebbe da porre allo studente una domanda del genere:

“ Cosa credi che ti accadrebbe se, invece di stare zitto, tu rispondessi alla domanda del professore?”.

Simile richiesta può apparire mediocre e scontata, quasi offensiva nei confronti del disagio sperimentato dall’individuo a causa del suo blocco. Eppure, a dispetto della sua apparente banalità, costituisce una potente sollecitazione ad abbandonare il livello logico a cui appartiene il paradosso e pensare a partire da una nuova posizione. Anzi, pensare per approdare ad una nuova posizione cognitiva.

E’ importante confermare che non si tratta semplicemente di vedere la stessa situazione da un punto di vista diverso ma di elaborare l’immagine mentale di una situazione diversa, che non prevede di restare così com’è, oppure l’opposto, bensì implica essere così come si è più gli aspetti del proprio sistema emotivo/cognitivo e comportamentale che, fino ad allora, sono stati svalutati. Pertanto, anche se la domanda sollecita un lavoro di fantasia, di fatto favorisce una profonda aderenza del soggetto alla sua realtà caratteriale.

Le ridefinizioni

Proprio perché sollecita l’abbandono di schemi mentali noti e rassicuranti, anche se produttori di disagi, la persona a cui è destinata la domanda può reagire resistendo.

Tale orientamento si traduce, dal punto di vista comportamentale, in quelle che l’Analisi Transazionale definisce transazioni di ridefinizione3 ossia espressioni verbali con cui la persona, senza esserne del tutto cosciente, ad un certo punto del discorso ne trasferisce il baricentro su altri contenuti rispetto all’argomento originario della comunicazione.

E’ bene, perciò, spendere alcune parole su questa particolare modalità relazionale.

Le transazioni di ridefinizione  si dicono tangenziali o bloccanti.

Le prime, in genere,  si presentano come risposte a specifiche domande che spostano, però, il problema dall’ottica particolare a cui appartiene ad un quadro di riferimento più generale e generalizzante.

Volendo  connetterci al nostro esempio, lo studente potrebbe ribattere con un’espressione di questo tipo:

“ Cosa vuoi che possa accadere? Quello che capita sempre quando si risponde alle domande del professore. Si viene promossi”.

Un tal genere di replica non farebbe altro che confermare lo stato delle cose e la consapevolezza che lo studente ha del suo comportamento incongruo.

La transazione bloccante si riferisce, invece, al senso della domanda più che al suo contenuto. Sempre nel nostro esempio, se il soggetto adottasse questo genere di comportamento, potrebbe ribattere con un’affermazione come:
“ Non so cosa potrebbe accadere. Se lo sapessi, risponderei”.

In tal modo, di fatto, svuoterebbe l’invito a pensare di ogni significato. In effetti è come se chiedesse a sua volta : “ Ma che razza di domande mi fai?”.

Sollecitare ad immaginare nuovi comportamenti, dunque, richiede una costante attenzione verso probabili ridefinizioni che, se non colte, rischiano di ricondurre la comunicazione al punto di partenza trasformandola in un logorante, ed infruttuoso, botta e risposta.

L’elemento emotivo

La resistenza all’ipotizzare una condizione nuova ed alternativa al paradosso ha in un’origine non solo cognitiva ma anche emotiva. Non può esistere l’una senza l’altra.

Il soggetto avverte il distanziarsi, anche solo con la fantasia, da una immagine di sé nota, pur se legata ad un’esperienza di disagio, come un’esperienza connessa ad un forte senso di privazione che si traduce in tristezza e paura. Tristezza per la perdita di un sostegno intellettivo, paura di essere incapace a gestire la novità.

Sollecitare l’uscita dal paradosso, dunque, richiede un’attenzione sia verso le manifestazioni intellettive di colui a cui è diretto l’invito sia verso le sue espressioni emotive.

La domanda “ Che cosa credi che potrebbe accadere se … ?”, formulata secondo le modalità del caso e del ruolo che si riveste nei confronti di chi adotta la modalità paradossale, deve essere accompagnata dall’accoglienza delle emozioni che sostengono la risposta.

Come tradurre in comportamenti effettivi questa rassicurazione senza però sfociare in uno sterile e stucchevole incoraggiamento?

Abbiamo già detto, ma è bene ribadire, che chi si astiene non è “ spento “ né cognitivamente né emotivamente. Pensa e sente, invece, ed in misura significativa.

Non è indifferente né a sé , né agli altri né  a quello che gli sta accadendo intorno.

Pertanto è inopportuno, ad esempio, chiedere:

“ Ma mi stai ascoltando?” o

“ Ma non ti interessa quello che ti sto dicendo?”.

Oppure, che è dire la stessa cosa in forma diversa, fare affermazioni del tipo:

“ Si capisce subito che non ti importa niente di quello che sto dicendo”.

Un’ opzione a rimproveri, generalizzazioni e consigli non richiesti può realizzarsi a partire proprio dall’essere coscienti dell’attività interiore del soggetto.

Tale consapevolezza, poi, si trasformerà in specifici comportamenti che si configureranno sulla natura della relazione e dei ruoli ma che, in ogni caso, richiameranno modelli quali

( restando nel novero delle nostre precedenti esemplificazioni ):

“ Cos’è che ti spaventa/ ti rattrista/ ti fa provare rabbia all’idea di rispondere alla domanda del professore/ a mostrarti più aperto alle ragioni di tuo figlio/ a dire no ai tuoi colleghi ?”

oppure

“ Cosa c’è che non va, secondo il tuo punto di vista, nell’immagine di te che ti comporti in maniera diversa da come hai fatto fino ad ora?”

Richieste, queste, che esprimono rassicurazione, dal momento che si rivolgono alla sostanza delle emozioni senza però metterle in discussione, e che nello stesso tempo costituiscono un ponte tra l’attualità ( l’astensione) ed una possibile condizione futura ( l’azione risolutiva verso l’esterno invece bloccante e verso l’interno) .

Domande che partono , e confermano, il presupposto che ogni individuo è un essere in divenire ossia predisposto, a volte anche contro la sua volontà, al cambiamento.

Uscire dal paradosso non è perciò esito dell’applicazione di una tecnica bensì dell’attualizzazione di un percorso emotivo e cognitivo lungo, a volte, ma certamente possibile.

 

 

1 Jacqui Lee Schiff : “ Analisi Transazionale e cura delle psicosi “, ed. Astrolabio

2 Con “problema” si intende un aspetto della realtà materiale/ psichica/ comportamentale che è ostacolo alla realizzazione delle proprie esigenze

3 Jacqui Lee Schiff : Opera citata, p. 66

 

 

Alfonso Falanga

Consulente della Comunicazione specializzato in Analisi Transazionale

info [@] comunicascolto [.] com

www.comunicascolto.com







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