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L’assenza della Madre Madre Buona/Madre Cattiva

Scritto da Sabrina Costantini il 3 Dicembre 2012 @ 13:27 in Psicologia | Nessun Commento

Vorrei riflettere con voi, su un elemento presente in molte fiabe: l’assenza della Madre.

Nelle storie che parlano di bambini o adolescenti, l’assenza assoluta della Madre o l’assenza della Madre Buona, è un elemento costante e rappresentativo.

L’assenza assoluta (nel senso che non c’è e non se ne parla) ad esempio la riscontriamo in La bella e la bestia, Il principe ranocchio o Errico di ferro, Storia di uno che se ne andò in cerca della paura, Re bazza di tordo, Il forno, Lo spirito nella bottiglia, Barbablù (storia e non fiaba), ecc.

L’assenza della Madre Buona invece la verifichiamo in Cenerentola, Fratellino e Sorellina, Hänsel e Gretel, Biancaneve, La guardiana delle oche, ecc.

Quest’elemento narrativo costituisce un elemento evolutivo fondamentale, un punto di partenza per un percorso di crescita.

La madre infatti, rappresenta la prima figura fondamentale, colei che ha fornito la vita, il nutrimento, la protezione, il calore, il rapporto esclusivo. Rappresenta anche la prima fonte di identificazione.

Mentre per il maschietto, ad un certo punto passare al legame col padre, diventa una necessità nella formazione dell’identità, per la femmina non è così e le cose si complicano. L’identità sessuata infatti, per il maschio arriva dal padre, per cui il bimbo si rivolgerà naturalmente al padre, modificando il rapporto simbiotico con la madre in una direzione di maggiore autonomia, senza che questo urti emotivamente la madre. La madre non si sentirà rifiutata da tale allontamento, ma lo vivrà come necessario e naturale.

Per la bambina, le cose sono più complesse, apparentemente infatti, non ha nessun motivo per ridurre la forza del legame al femminile. L’identità sessuata proviene ancora dalla madre e qualora se ne allontanasse, rappresenterebbe agli occhi della madre, come un rifiuto.

In verità, è indispensabile che anche la bimba ad un certo punto allenti il legame simbiotico, per trovare la propria identità, fatta di una sua peculiare individualità. Ma, questo processo non è affatto semplice e lineare, perché la madre potrebbe sentirsi deprivata di un ruolo e potrebbe vivere questo processo, come un rifiuto, competizione, perdita, invecchiamento, ecc.

Parimenti, per la bimba è difficile lasciare il legame conosciuto e rassicurante con la madre, per avventurarsi da sola nel mondo, correndo il rischio di perdere l’approvazione, l’appoggio e l’amore sicuro della genitrice.

Bhe, queste fiabe ci suggeriscono un processo necessario e sano. Se non ci si stacca dalla madre, almeno dalla madre buona e non si impara a superare le insidie della madre cattiva, allora non si troverà mai la propria fortuna, la vera strada che ci appartiene.

La madre buona e la madre cattiva (di solito rappresentata dalla matrigna o dalla strega), non rappresentano solo due possibili madri, o meglio due lati della stessa madre, ma anche due aspetti di sé.

La fiaba le separa, ce le presenta come elementi diversi, perché se vissuti su due persone diverse, sono maggiormente accettabili, ma lo scopo finale è di mettere insieme la parte buona e quella cattiva, quella accettabile e quella inaccettabile, sia della madre che di sè.

Dal momento che per il bambino è difficile lasciar andare la buona madre, percorrere una strada diversa, andare verso ciò che è sconosciuto e pauroso, attraverso la morte della madre, o la sua totale assenza, le fiabe introducono le fasi obbligate della crisi, della confusione, della scelta e dell’evoluzione.

Per esempio se guardiamo la famosa fiaba Hänsel e Gretel, vediamo che la cosa è ancora più sottile, in verità la fiaba non si dice che la madre è morta, ma soltanto che un taglialegna viveva con la moglie ed i figli. La donna viene definita matrigna, solo dopo quando propone al marito di abbandonare i bambini nel bosco, sentenziando invisibilmente che è una cattiva madre (matrigna) quando antepone il proprio bene a quello dei bambini. Di fatto però non si parla della morte della madre e della sua sostituzione, come avviene in altre fiabe e questo avvalla l’idea che non si parli di matrigna in termini emotivi, cioè di “cattiva madre” e non di madre “non biologica”.

L’assenza della buona madre, o di aspetti di accudimento (non a caso la madre vuole abbandonarli perché non c’è abbastanza nutrimento per tutti), impone ai due bambini di darsi da fare, di utilizzare le proprie risorse.

Il fatto che Hänsel utilizzi le proprie strategie per tornare a casa, ci mostra la resistenza al cambiamento e l’attaccamento all’oralità, alla dipendenza. Infatti, i genitori, per liberarsi di loro e quindi di due bocche da sfamare, devono portare i bimbi ancora più lontano. Questo imporrà loro di prendere contatto con la propria oralità avida, che li condurrà direttamente nella tana della strega, rischiando di essere divorati. Per sopravvivere, dovranno andare oltre l’oralià, in direzione della separazione- integrazione fra maschile e femminile.

Infatti, per sconfiggere le parti distruttive dell’oralità (strega divorante-madre che risucchia l’identità), è necessario che i bimbi si separino (nel salire sull’oca che li traghetterà da un lato all’altro del fiume) e che uniscano le loro forze diversificate, per tornare a casa.

Se guardiamo bene infatti, il rischio di Hänsel risiede nella possibilità di essere inglobato, quello di Gretel consiste nel rischio di essere serva di una donna, che le comanda fin nelle minime azioni quotidiane.

Non a caso, i bimbi dopo aver sconfitto la strega ed essere passati dal fiume (che all’andata non hanno trovato), torneranno a casa con le tasche piene di ori e preziosi! Sono più ricchi di prima e la matrigna è morta! E al rientro è il maschile ad accoglierli.

Parimenti, Cenerentola inizia il suo percorso da orfana di madre buona, questa condizione le imporrà di confrontarsi con le richieste esigenti di una madre cattiva e con la rivalità di sorelle invidiose ed egoiste. Il confronto quindi, è con varie parti di sé, con un legame simbiotico, ma anche con la competizione al femminile, con la rivalità e l’invidia che ogni donna sperimenta nel proprio processo di crescita.

Grazie al recupero di una magia, della fata, della madre buona internalizzata, troverà la condizione di base per andare verso il proprio destino, la sperimentazione della propria identità di donna, alla ricerca del proprio compagno di vita. E’ attraverso questa forza interna, che contravviene al divieto di mostrarsi al ballo, “occasione mondata di una giovane donna in cerca del principe”.

Questa fiaba ci suggerisce la via per la crescita, costellata dalla giusta misura di intraprendenza, individualità e bontà d’intenti. Infatti, finchè Cenerentola tollera le angherie della matrigna e delle sorellastre, subendo ogni cosa, sarà al massimo della dipendenza, quando invece decide di desiderare una sua partecipazione al ballo, nel mondo, le cose cambieranno, combatterà ad armi pari. Il primo passo è desiderare e per farlo è indispensabile individuarsi, separarsi e contravvenire ai dettami imprigionanti.

Vassilissa, una fiaba russa assai interessante, ci suggerisce in modo assai chiaro quale deve essere la figura di un buon femminile, sia come figlia che sceglie la propria strada, che come madre che le permette di farla.

La storia inizia con la morte della madre (buona), che in punto di morte regala alla figlia una bambolina, vestita come lei, che la guiderà ogni volta che si presenterà una difficoltà. Vassilissa deve fidarsi di lei, interrogarla, ma non deve mai dimenticare di nutrirla. La bambola rappresenta una parte della ragazza, ovvero l’istinto, che sa cosa è bene per lei.

Presto Vassilissa sarà alle prese con una matrigna e due sorellastre, tre “roditori” (come a ricordare la rabbia che rode e macera), che per la loro invidia spingono la ragazza sempre accondiscendente-dipendente oltre il bosco, dalla Baba Jaga, una strega temutissima, per farsi dare il fuoco ormai spento nella loro dimora.

La Baba Jaga, rappresenta la madre ideale per la crescita di una figlia, decisa, forte, consapevole, saggia, ma anche selvaggia, esigente e un’ottima tutor di crescita. Infatti, la strega accetta di donarle il fuoco perché la ragazza lo chiede in modo esplicito e chiaro. E lo avrà ma solo dopo aver portato avanti una serie di compiti, di passaggi reali e simbolici, che rappresentano quanto è necessario per crescere, trovare la propria strada e acquisire le proprie responsabilità, quale saper alimentare l’irrazionale, discernere e separare ciò che è buono da ciò che non lo è, imparare a portare a termine un obiettivo, riplasmare l’ombra.

Al suo ritorno dalla casa della strega, Vassilissa troverà la matrigna e le sorellastre morte dal freddo. Il finale sembra indicare la strada maestra: se perseguiamo i nostri scopi, la parte rabbiosa, invidiosa, aggressiva, viene meno, a favore della costruzione creativa di sé. Questa nuova identità sarà diversa da ciò che la buona madre è stata, essa infatti muore per lasciarle spazi, in un percorso tutto suo. La ragazza da sola, deve scegliere: o continua nella dipendenza e accondiscendenza, accettando tutto come Cenerentola, oppure sceglie di cercare la strada della conoscenza, del fuoco e della luce.

Cappuccetto Rosso è un altro esempio interessante. In questo caso, la madre è presente, anzi vi sono due generazioni di madri, ma il messaggio è lo stesso.

E’ vero che la bimba incorre nel lupaccio cattivo proprio perché non segue i dettami materni, ma è anche vero che da una parte la madre la manda nel mondo a svolgere un compito che spetta a lei e non alla bimba, che usa come tramite con la propria madre, dall’altra quello che molti non sanno è che Cappuccetto Rosso, impara la lezione proprio dal suo errore.

Esiste un proseguio della storia che pochi conoscono, dove il Lupo si fa nuovamente vivo nella casa della nonna, ma questa volta, Cappuccetto Rosso non si fa ingannare e non apre al lupo, ma con la nonna gli prepara una trappola ed il lupo finisce nel paiolo bollente.

In considerazione di ciò, potremmo pensare che in verità la mamma di Cappuccetto Rosso, proietta sulla figlia la propria bambina ed un compito che non ha portato avanti fino in fondo, quello di imparare la strada sulla propria pelle e la bimba le mostra che funziona, ciò accade e si salva la pelle attraverso l’aiuto del maschile, che elimina la belva divorante e astuta la prima volta, attraverso l’apprendimento la seconda volta.

O semplicemente la mamma, pur consigliandole di non passare per il bosco, in verità la lascia crescere facendole fare il percorso, che lei per prima ha compiuto a suo tempo. Ma se fosse così, forse la nonna sarebbe stata più astuta e non si sarebbe fatta ingannare dal lupo.

A questo punto mi chiedo chi sia questa belva. La madre forse (o una parte di lei)?

Ancora vorrei parlarvi di altri due esempi. Prendiamo il Principe Ranocchio o Errico di Ferro, in questa fiaba la principessa, la terza, la più giovane e bella di tre figlie, deve confrontarsi col proprio desiderio e con l’impegno della propria parola, con la responsabilità di ciò che promette.

La ragazza infatti, pur di recuperare la palla d’oro persa nell’acqua, promette al ranocchio di diventare suo amico e di dividere tutto con lui. Ma ottenuta la palla, scappa senza ottemperare alla promessa. Quando il ranocchio si presenta al castello, sarà il padre a spingere la ragazza a mantenere ciò che ha promesso.

In questo caso non si fa menzione della madre, che viene inclusa in modo generico, ma non ha potere nella questione, è il maschile, il padre portatore della regola e della “forma” della condotta, che l’aiuterà a trovare la strada della propria integrità, prendendosi il peso ed i meriti del proprio desiderio. Infatti, grazie a questo e al confronto con la rabbia, la principessa romperà l’incantesimo che vedeva il principe, imprigionato nel corpo di un ranocchio.

Parimenti nella Storia di uno che se ne andò in cerca della paura non si fa menzione della madre, ma si narra di un padre con due figli. Il secondo dei due è il più stolto e avventato, non conosce la paura. Allora il padre, prima lo affida al sacrestano per fargli imparare un mestiere, dopo lo caccerà del tutto misconoscendolo, dandogli una dote in denaro e niente più.

Non ci sono remore, né rammarichi, né sofferenze, il figlio parte in cerca della paura, del sapere cos’è la pelle d’oca e questa sua qualità, che aveva tanto fatto inorridire il padre, gli farà davvero trovare la sua strada e alla fine conoscerà anche la paura, ma non come tutti volevano insegnargliela, ma sperimentando la pelle d’oca grazie ad una secchiata d’acqua fredda piena di pesciolini.

Anche qui si rimarca che ad un certo punto, la propria strada sta fuori dalle gonne materne e il padre, sembra essere più predisposto a lasciar andare i figli nel mondo ed è proprio quest’atto, condotto con fiducia o disprezzo, che conduce nel luogo migliore di sé. Anche la pelle d’oca, il ragazzo non la scopre grazie ai pensieri che inducono buio e terrore per lo sconosciuto, come passare dal cimitero, vedere spettri, ecc., bensì semplicemente e banalmente attraverso l’esperienza fisica della pelle d’oca. Stratagemma ideato da una domestica, come a ricordare che talvolta, la verità sta nella semplicità delle cose istintive e naturali.

Non a caso, molte fiabe come Fratellino e Sorellina, I tre omini, ecc., presentano un ulteriore prova finale, che si realizza nel momento in cui la ragazza, ormai donna, diventa madre. Spesso in questa fase, riappare la matrigna-strega e la sorellastra a portarle via questo ruolo, che solo la dedizione ed il desiderio autentico, possono far riacquisire.

In questo compito viene messo in questione il suo ruolo di madre, è passata dall’essere figlia all’essere madre e dovrà dimostrare di essere diversa dalla propria cattiva progenitrice.

Ora tutto questo, non tanto per dire che le madri devono tirarsi fuori per far crescere i propri figli, ma per indicare la strada dell’evoluzione. Nelle fiabe non si parla realmente di madre o di padre, ma di funzione materna e paterna, entrambe fondamentali e indispensabili.

Quando entrambe le funzioni sono portate avanti in modo sufficientemente adeguato, la natura fa il suo corso, quando si crea un intoppo, il figlio compie uno sforzo maggiore ed il rito di passaggio richiede delle prove più ardue. Questo capita quando la madre vive unicamente in funzione di questo ruolo e i figli rappresentano un elemento narcisistico imprescindibile. Non può permettersi di lasciar andare i figli o di lasciare che scoprano un’identità diversa dalla sua e separata da lei.

Ecco perché simbolicamente molte fiabe parlano di una madre assente o morta.

Per compiere questo passaggio, per trovare sé, è necessario separarsi dalla madre troppo buona, quella eccessivamente amorevole e eccessivamente disponibile, presente. La solitudine, la presa coscienza anche di altri sentimenti ed elementi di sé e della madre (la madre cattiva), la rabbia, la rivalità, l’invidia, ecc., mettono a disposizione ogni possibile parte di sé e quindi permettono di scegliere liberamente il proprio destino.

In verità, il modello di madre adeguata ce lo fernisce ancora una la fiaba. Prendiamo ad esempio Cenerentola, nella versione originale che pochi conoscono, un giorno il padre (che si è risposato), deve recarsi al mercato e prima di andare chiede alla figlia e alle figliastre cosa desiderino in dono (similmente alla fiaba della Bella e la Bestia). Le figliastre chiedono bei vestiti, mentre Cenerentola chiede di portarle il primo ramoscello contro cui sbatterà il suo cappello, durante il ritorno.

Cenerentola pianta il ramoscello sulla tomba della madre, dove si reca ogni giorno e dove piange tristemente. Le sue lacrime alimentano il ramoscello, che si trasforma in un bellissimo albero. L’albero rappresenta proprio ciò che Cenerentola coltiva (la madre buona) e ciò che diventerà: una donna forte. Quello che fa crescere la ragazza è il nutrimento dato dall’interiorizzazione della madre buona, che le permettono di affrontare da sola le avversità, generate dal mondo e da sé stessa.

Alla fine la buona madre è ciò che ci ha suggerito Winnicott, ricordandoci l’importanza della giusta combinazione di pieno e vuoto, di presenza e assenza!

E invece quella che può essere una cattiva madre, agli occhi e nel vissuto di una figlia, è ben descritto da questa descrizione personale tratta da Marie Lion-Julin “Madri, liberate le vostre figlie”.

Voglio bene a mia mamma. Lei è tutto per me. Sento che non è contenta della sua vita. Cerco di darle un po’ di felicità. Cerco di occuparmi di lei. E a lei piace molto tutto questo, ma non basta. Sembra sempre scontenta, infelice. E’ convinta che gli altri siano cattivi, egoisti, che nessuno la capisca. Io tento davvero di capirla, con tutta l’anima e provo ad assecondarla.

Ma lei mi dice che anche io sono egoista, che non le voglio bene quanto me ne vuole lei. Non capisco. Mi dice anche che sa benissimo che non mi interesso veramente a lei. Non capisco. Certe volte mi viene persino da piangere.

Perché non capische che le voglio bene e che mi preoccupo molto più di lei che di me stessa? Eppure sono sicura che lei mi vuole bene, me lo ripete in continuazione.

D’altro canto sento che ha bisogno di me, che sono importante per lei e questo significa che ci tiene a me.

Eppure mi sento a disagio cone me stessa. Non mi conosco, non so se ho delle qualità. La mamma mi rimprovera spesso, dice che non penso abbastanza a lei e così via. Mi fa pochissimi complimenti, anzi nessuno. Forse è normale, magari non li merito. Del resto ha ragione, mi vergogno di me stessa.

A volte oso pensare un po’ a me, ho delle amiche e mi piace anche divertirmi. Ma mi accorgo benissimo che questo le dà dispiacere. Non ha bisogno di dirlo, lo sento. Preferisce che resti vicino a lei.

Allora penso che sono terribilmente egoista a volermi divertire, mentre mia mamma non lo fa.

Mi dice che sono tutta la sua vita. E’ una frase molto forte, lei mi vuole bene sopra ogni cosa. Quindi, se lei non sta bene, la responsabilità ricade per forza su di me. Me la prendo con me stessa, mi detesto.

Come faccio a vivere se non riesco neppure a soddisfare la persona che mi vuole bene più di tutti al mondo?

 

 

 


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