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Jung e l’Alchimia

category Psicologia Giuseppe Maria Silvio Ierace 5 Giugno 2015 | 1,589 letture | Stampa articolo |
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Per quanto tu percorra ogni sua via, non potrai mai raggiungere i confini dell’anima: così profondo è il suo logos…”, Eraclito.

Secondo la tradizione egizia, greco-alessandrina, sulla quale fu impostata l’Alchimia, l’essere umano è fornito di più anime che i cabalisti chiamarono nephesh, ruach, neshamah, mentre gli egizi conoscevano come ka, ba e akh, e i neoplatonici: anima concupiscibile, irascibile e razionale. Tutti concordi sulla complessità delle funzioni legate, in parte alla sopravvivenza, in parte all’intelletto.

Il ka egizio è analogo al nephesh ebraico, delimitando l’energia vitale nella sua dimensione inconscia, pulsionale, istintiva. Il ba, raffigurato come un uccello dalla testa umana, s’avvicina all’anima razionale dei neoplatonici e al ruach cabalistico. Soltanto l’akh rientra nel mondo spirituale.

Le tradizioni occidentali, egizia e cabalistica, e orientali, tipo il taoismo, si conformano pure nel fatto che questa sezione sia frutto d’un lavorio esistenziale servito a coniugare le altre due, consapevole l’una, inconscia l’altra. Se ne deduce che neshamah, o akh che dir si voglia, sarebbe l’espressione più autentica di noi stessi.

Quando allora si parla di “sopprimere”, o uccidere, il ka, s’intende aumentare il controllo che la consapevolezza può esercitare su di esso, procrastinando così opportunamente le gratificazioni. Siamo agli inizi della Nigredo alchemica, la fase in cui i condizionamenti, nati dalla difficile rielaborazione degli stati interni, vanno osservati, messi alla prova e superati.

Le fasi vengono schematicamente scandite in successione. Tuttavia ciò non significa automaticamente che sia avvenuto il definitivo superamento delle precedenti. Le antiche mitologie infatti prevedevano sempre degli aspetti tragici per ogni eroe che avesse affrontato e superato anche brillantemente una certa prova.

Il ka rinasce nell’Albedo. Neutralizzati i vincoli delle suggestioni, si inizia a educare ciò che sfugge alla coscienza, col prendere in considerazione le varie potenzialità interiori, trasformando in risorsa l’eventuale handicap, finché il ka non diventi uno specchio per il ba e l’identità non si rivestirà delle affermazioni assiomatiche dell’io narrante.

La parte che più s’avvicina alla nostra natura sarà quella celata e definita tradizionalmente Deus absconditus, il Sé junghiano, oppure la mission della PNL (Neuro-linguistic programming), il sistema di “life coaching” di Richard Bandler e John Grinder. Si tratta di quell’intima parte di libertà dalla specifica modalità di comunicazione che giammai si riuscirà a scorgere nella sua interezza, come testimoniava l’aforisma eracliteo e più tardi la “congettura” teologica di Nicola Cusano, o meglio Nikolaus Chrypffs (1401-1464).

La fase successiva era di comunione tra il ka e il ba, coscienza e consapevolezza per la realizzazione dell’akh, con il raggiungimento di quella centralità assiale non sottoposta ad alcun mutamento, approdo dunque alle stelle circumpolari che mai tramontano…

Nella pratica, si inizia con l’attivazione della sfera razionale, ruach, adesione all’obiettivo prefissato, intenzionalità. Secondariamente si fa agire nephesh nella corporeità spaziotemporale, nient’altro se non il setting d’un approccio relazionale. In un terzo momento, neshamah opera il trasferimento della consapevolezza all’interno di specifiche zone “altre” di coscienza, allo scopo di attivare le risorse dell’inconscio. Al quarto passaggio, l’intenzione, che può solo predisporre razionalmente, deve trasformarsi in tensione, intento finalizzato a un obiettivo, in una disposizione di coscienza individuabile nella volontà.

La scintilla vitale di ognuno, la mistica Chiah, corrispondente alla seconda Sephirah (Chokmah), convoglia l’insieme delle suggestioni in un’unica direzione. Quinta puntata, yechidah, unione, consolidamento che agisce sull’inconscio per spingerlo a continuare il suo lavoro, anche all’insaputa della mente razionale, affida questa delicata “missione” al corpo lunare.

Ma, ovviamente, tale successione schematica è una delle tante che contribuisce ad avvalorare l’assioma di Alfred Korzybski (1879-1950), “la mappa non è il territorio e il nome non è la cosa designata”.

In ogni caso, per dirla in termini ermetici, siamo ancora alla prima estrazione dalla miniera della sub-incoscienza di un Mercurio allo stato fluido. Una volta asportato “sub specie interioritatis”, il fluido si espanderà seguendo la sua propria natura.

 

Si dice che la Pietra filosofale sia un Sale purificato che coaguli il Mercurio per fissarlo in uno Zolfo attivo. Nel lessico egizio, la prima fase di purificazione del Sale consiste in una “ignificazione” del ka, principio vitale e fonte del fuoco interiore che va a modellarsi nelle forme transitorie del corpo lunare.

Graficamente, il ciclo selenico può venire diviso in quadranti da un asse di consapevolezza, congiungente il primo quarto, l’Aria, il caldo e l’umido, all’ultimo quarto, la Terra, il freddo e il secco. L’altra linea, perpendicolare alla precedente, unisce il novilunio al plenilunio, Acqua e Fuoco, ed è il fulcro di quella coscienza più ampia, dagli aspetti maggiormente insondabili ai principalmente creativi.

La prima parte del lavoro ermetico consisterà nell’emancipazione della consapevolezza dai limiti inconsci; successivamente si potrà operare sul secondo asse al fine di realizzare l’ambita quadratura del cerchio.

Nelle operazioni connesse al primo quarto lunare, dell’Aria, occorre conseguire il “separando” del sottile dal denso, onde aumentare il grado di astrazione, o “spiritualizzazione del corpo”. Nelle operazioni legate all’ultimo quarto, di Terra, ci si concentrerà invece sui visceri, i cui moti rivelano ogni fermento emotivo, tanto che Platone fa risiedere l’anima concupiscibile giustappunto nella pancia. La fitta rete neurale dello stomaco, e dell’intero apparato digerente, interagisce in modo autonomo con la zona limbica dell’encefalo facendo sentire le ripercussioni di ciò sotto forma di disagio, prima ancora d’essere decodificato a livello corticale (“corporificazione dello spirito”).

 

Il linguaggio alchemico non può definirsi un vero e proprio linguaggio, piuttosto una sequela di concetti condensati in immagini allusive che, nel loro insieme e al loro interno più intimo, racchiudono un intero universo ermetico completo. Trattasi dunque d’un’esposizione non verbale del tutto assimilabile al genere esplicativo geroglifico, ossia a quello che, nel corso del rinascimento, quando non si era riusciti a decifrarlo, veniva ancora considerato quale scrittura criptica, ma simbolica. Così, nel procedere per segni condensatori di energie radianti, imprigionate in una forma che li anima, il trattato di Orapollo del V secolo stimolò numerose traduzioni differenti. A questi hieroglyphica si sarebbero ispirati gli artisti, come Albrecht Dürer, Giovanni Bellini, Tiziano, Jeronimus Bosch. Nella sua filosofia, Giordano Bruno (1548-1600) considerava tali grafismi come la lingua perduta degli Dei. Un alfabeto composto da sigilli in cui scorre una forza magnetica attrattiva di determinate correnti cosmiche; circuiti elettromagnetici sprigionanti forze impalpabili.

Nell’Alessandria del III secolo si impiegavano innovative tecniche di lavorazione dei metalli che si andavano differenziando dalla metallurgia tradizionale. Una commistione tra “aurificazione” concreta e purificazione d’ordine salvifico sarebbe stata enunciata da Zosimo, il quale condensava le dottrine ermetiche e gnostiche nel processo trasmutatorio dei corpi in spiriti, e viceversa.

Un concetto analogo insegnava Maria l’ebrea, divenuta celeberrima per la procedura del “bagno”, che porta il suo nome, la quale riconosceva corpo, spirito e anima a tutte le cose. Il bizantino Stefano applicò la filosofia neoplatonica nell’ambito di ricerca sulle tinture, dando vita al simbolismo operativo delle dinamiche intercorrenti tra il molteplice e l’uno.

L’insegnamento muto, mediato dalle figure, ritorna dai cabalisti, nel riprendere in un certo senso l’antichissima cultura metallurgica d’area mesopotamica con i concetti di frammentazione e resurrezione, successivamente entrati nella mitologia osiridea egizia, orfica o dionisiaca, e cristiana. Già nella biblioteca di Assurbanipal, o Sardanapalo, si leggeva: “Quando disporrai il piano d’una fornace per i minerali, cercherai un giorno favorevole, nel mese favorevole…”.

Esisteva quindi un’unità di intenti, forme e credenze nelle tecniche metallurgiche come in quelle costruttive e nelle coltivazioni agrarie. E ai maestri del fuoco, prima del fabbro, appartenne l’umile vasaio.

 

Nell’ermetismo si contempla l’esistenza di due Soli, un Oro filosofico, associato all’aria ardente o Etere, e quello fisico, materiale, composto dal fuoco che va dosato abilmente, ovvero Sole nero. Empedocle professava che la vita nel cosmo è basata sul movimento risultante delle forze antagoniste, di attrazione e repulsione. Queste forze in antitesi si esprimerebbero nelle fasi di soluzione e coagulo, decomposizione e formazione, distillazione e condensazione.

Il lavoro di costruzione delle forme in proiezione è comprensibilmente finalizzato alla comunicazione di concetti per mezzo dell’immaginazione. Ogni cosa è espressione del Tutto assoluto e immanente, tanto interno quanto esterno all’involucro psichico che, permeando ogni manifestazione di vita, s’espande oltre i confini del conosciuto. Il sapere si concretizza in segni evocatori di idee e grazie al loro simbolismo si fornisce senso a quanto poteva essere afferrato con l’intuito.

Nel Mutus liber (1677), l’immaginazione viene risvegliata dalle illustrazioni che interpretano allegorie. L’Artifex e la Soror mystica, realizzatori della Grande Opera, assumono l’atteggiamento di Arpocrate che zittisce con l’indice della mano sinistra poggiato di traverso sulle labbra serrate e mostrando il cielo con il destro. Il silenzio interiore innesca l’assimilazione, alla pari del seme gettato nella fertile terra per far germogliare l’Albero della conoscenza. Esaltata dall’illuminazione trasmutante, l’immaginazione impressionerà di emozioni, sensazioni e pensieri la sensibilità di natura femminea dell’anima agente, alla stregua, potremmo dire, d’una lastra fotografica. Attraverso questa mediazione, la forma s’adatta e muta aspetto. E la dilatazione della coscienza s’espande in forza trasformatrice di risveglio e rinnovamento.

Nel laboratorio corporeo, gli elementi consueti si sostanziano in un “quarto” stato dimensionale in cui interagiscono livelli differenti di apprendimento e di crescita interiore.

Raimondo Lullo (1233-1316) aveva sintetizzato questa struttura sottile della realtà vivente nell’Arte Combinatoria che Nicola Cusano avrebbe poi chiamato Teologia “a cerchi” (o circonferenze in rapporto al raggio). Ma l’idea di Lullo recepiva la concezione cabalistica della Creazione, manifestantesi mediante la permutazione dei nomi delle qualità alla confluenza delle nove Sephiroth. Un unico intreccio di analogie e corrispondenze governato dall’armonia delle proporzioni. La combinazione dei dieci numeri originari e delle ventidue lettere dell’alfabeto ebraico rivelano il piano della Creazione e rappresentano l’organismo pulsante del volto mistico, o corpo cosmico.

Gli alchimisti arabi parlavano di Mercurio e Sulphur, Luna e Sole, donna bianca uomo rosso, per cui, al momento culminante dell’Opus, si ottiene la coniunctio, il matrimonio tra Cielo e Terra che genera, quale prodotto indissolubile, il Lapis con la conseguenza di tutta una serie di processi connessi all’immaginazione creativa. Il principio femminile, mercuriale, incarna ovviamente il proteo-morfismo dei fenomeni naturali e in seguito si evolverà in meccanica quantistica.

 

Non è detto che il mondo che ci circonda sia stato originato dal caso. Le mutazioni darwiniane che hanno fornito occhi alla visione, ali al volo, fotosintesi ai vegetali, non ci parlano tanto di sopravvivenza adattativa quanto di finalità, di tentativi riusciti.

La metafora centrale del testo di Andreas Wagner (“Arrival of the Fittest: Solving Evolution’s Greatest Puzzle”, 2014) cita la famosa Biblioteca di Babele (dapprima nella raccolta de “Il giardino dei sentieri che si biforcano”, 1941, e dopo in “Finzioni”, 1944) di Jorge Luis Borges (1899-1986), in cui il problema del caso viene declinato nelle infinite combinazioni degli stessi caratteri di scrittura, fino ad arrivare a contenere “tutto ciò che è dato esprimere, in tutte le lingue”, la verità e il suo contrario.

Nicola da Cusa applicava la sua formula della Coincidentia oppositorum all’esempio dell’inconciliabilità della circonferenza e del suo raggio. Più in generale, però, il tema filosofico tenta di rintracciare delle leggi nel comportamento della natura, a partire dalla interpretazione della regolarità dei moti dei corpi celesti, quale modalità ciclica di accadimento naturale.

Tra gli scaffali della Biblioteca di Babele ci sono indubbiamente tutti i classici meritevoli d’essere consultati, accanto pure a libri insulsi e privi di valore. Da un centinaio di aminoacidi derivano più di diecimila proteine diverse, dalle quali rintracciare l’enzima davvero necessario. I percorsi della chimica sono dunque gli scaffali su cui si trovano allineati i tanti libri tra loro simili, che presentano un analogo significato, strutturato con parole differenti. L’evoluzione insomma è un percorso, in cui proteine diverse svolgono funzioni simili. Questo non significa che tutto ciò sia prevedibile se non in quella minima parte probabilistica che può o no farla accadere di tanto in tanto, oppure capitare a volte anche in precipitosa successione.

Scavando in profondità si vede come ciò che parrebbe estremamente improbabile, si verifica abbastanza spesso”, è la conclusione dello studioso britannico di statistica David John Hand.

 

La connessione di coincidenze senza nesso apparente Carl Gustav Jung (1875-1961) la definì sincronicità, forse anche per riportare il pensiero a quello che, per molti versi, sarebbe stato il Laboratorium degli Alchimisti e, per gli sviluppi fisico quantistici della psicologia del profondo, alla “interfaccia sincretistico-immaginale tra chimica trans-cerebrale e fisica neuro-scientifica”, laddove Diego Pignatelli Spinazzola, in “Jung e l’Alchimia” (Persiani, Bologna 2014), indica il punto nodale” della Jolande Jacobi (“Komplex archetypus symbol in der psychologie C. G. Jungs”, 1957) e il “clue” d’un coordinamento omogeneo di significatività prive di causa.

Un’ubicazione deputata alla sperimentazione (Laboratorium) si sarebbe dovuta dimostrare la “non localizzazione” (o un “non luogo”) del pensiero e dell’indipendenza della natura psichica dal sostrato neurobiologico, come di un tertium comparationis spaziotemporale e di probabilistiche categorie archetipali.

Lo studio dell’Alchimia avrebbe fatto approdare il “veggente di Kusnacht” a una “quaternità unidimensionale”, quale Serpens quadricornutus di Gerardus Dorneus (1530-1584), e all’assioma di Maria Prophetissa, o la giudea: “dal terzo procede l’uno come il quattro”.

Ubi Quattuor?”, visto che “l’Uno diventa Due, Due diventa Tre e per mezzo del Terzo il Quarto compie l’Unità”, si legge nell’Artis auriferae quam chemiam vocant (1593).

Il problema del quattro sembra risolversi nella trasgressiva ipotesi dell’ottavo, nella sintesi della Coincidentia oppositorum di Nicola da Cusa e nella Quadratura del Cerchio, in cui il limen della circonferenza poteva tendere ad aderire con il Sulcus primigenius onirico di audace collegamento con il contesto organico, fisico, anatomico. Quest’area “psicoide”, di pertinenza archetipica, che riconsidera l’etimologia di theos (Elohim) all’interno di telos (compimento), costituiva il portale d’accesso all’Oratorium d’una chimica trans-cerebrale. Quella stretta soglia attraverso la quale deve passare il perfectum non perfecitur per dimostrare di non essere teleios (tamin, cioè “completato”), senza la definitiva integrazione nel “bagno” della teléiosis (perfezione; Ebrei 7, 11).

L’alchimia di un Paracelso (1493-1541), ripresa dal Goethe (1749-1832), suggeriva la nascita dell’otto direttamente dal quattro, nel senso ascensionale trascendente. I regimina saturnali dei settenari, alla maniera del verderame, Mercurio, Spirito Santo, si ergono così sul Logos, quale colore sostitutivo della citrinitas, per amalgamarsi nella viriditas a quelle profondità dimenticate dell’azzurro.

 

Giuseppe M. S. Ierace

 

 

Bibliografia essenziale:

Bandler R. and Grinder J. Frogs into Princes: Neuro Linguistic Programming, Real People Press, Moab (Utah) 1979

Ierace G. M. S. Blu infinito futuro, Kemi-Hathor, XXIII, 117, 67-77, Dicembre 2004

Ierace G. M. S. L’Appeso e la cifra del 4, Elixir, XII, 21-26, 2015

Ierace G. M. S. Verde come il destino – psicosocioantropoanalisi d’un colore, Il Minotauro, XLI, 1, 89-102, giugno 2014

Ierace G. M. S. “Ora et labora”, ovvero la natura diacronica dell’inconscio, in corso di pubblicazione

Jacobi J. Komplex archetypus symbol in der psychologie C. G. Jungs, Rascher, Zürich 1957

Pignatelli Spinazzola D. Jung e l’Alchimia, Persiani, Bologna 2014

Wagner A. Arrival of the Fittest: Solving Evolution’s Greatest Puzzle, Current Hardcover (Penguin Group USA), New York 2014

 







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