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Il valore delle tecniche comunicative: quando da accorgimenti diventano norme

category Psicologia Alfonso Falanga 17 Dicembre 2010 | 3,499 letture | Stampa articolo |
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La ricerca di soluzioni rapide ed efficaci, di fronte a problemi complessi, è una costante del comportamento umano.

Quanto più il nodo da districare è ingarbugliato tanto più le persone, a volte, prediligono risposte immediate, semplificative e definitive a prescindere della loro effettiva efficacia. Ciò accade anche in riferimento alle relazioni interpersonali.  Che si tratti di problematiche inerenti la professione o gli affetti oppure il dare regole ai figli o dove andare in vacanza  l’orientamento è, in ogni caso, ridurre il più possibile il numero di variabili di cui occuparsi. Tale processo è comprensibile: muoversi in un labirinto, dove ad ogni passo ci si trova di fronte ad una decisione da prendere, è molto più difficile, logorante e rischioso dello scegliere tra due sole direzioni, anche se tra loro divergenti. Quando non si può tenere tutto sotto controllo, insomma, la sola alternativa possibile sembra essere ridurre la complessità del ” tutto” a poche variabili.

Il ” tutto” è l’incerto, l’ingovernabile.

Il ” poco” diventa, se non il ” certo”, quanto meno il ” probabile”.

Il bisogno di semplificazione conduce  verso procedure standardizzate, reiterate, adottabili da chiunque senza grandi sforzi cognitivi ed applicabili dovunque.

Stiamo parlando, in sostanza, di ” tecnica”.

La gestione dei rapporti umani, insomma, quando diventano complessi e conflittuali, viene spesso ad essa affidata.

” Tecnica”, in linea di massima, sta ad indicare un metodo di intervento prevedibile sia nei contenuti che nell’applicazione e negli esiti.

Essa, dunque, parte dal presupposto che la realtà su cui va ad applicarsi è conforme ad altre realtà in termini di sostanza e differente solo, nemmeno tanto, riguardo la forma.

Tale orientamento, in riferimento alle relazioni interpersonali, implica la convinzione di una similitudine caratteriale tra gli individui ritenuti, perciò, dotati di una comunanza emotiva a cognitiva che offre la possibilità di estendere da un soggetto all’altro l’applicabilità di una procedura.

I consigli che le persone si scambiano su come affrontare la complessità delle relazioni familiari, ad esempio, sono un concentrato di “tecnica” : ognuno ritiene per l’altro adottabile, e adattabile, la strategia applicata a sé.  In quest’ottica l’intervento che ha avuto successo in un caso è considerato praticabile in ogni altra circostanza. L’efficacia, anche se limitata ad una sola esperienza, diventa segno di validità generale.

Qui, però, non ci stiamo occupando della comunicazione quotidiana né intendiamo denigrare i ” buoni consigli” che spesso hanno almeno l’effetto di alleggerire il carico emotivo di chi ne è il destinatario. Se non risolvono, almeno confortano.

Ci riferiamo, al contrario, a quegli orientamenti teorico – metodologici che costringono la complessità della comunicazione interpersonale in modelli definiti e generalizzabili. Schemi che propongono soluzioni a conflitti relazionali senza alcun approfondimento del problema stesso. Interventi che si fermano alla superficie del fenomeno esaurendo in essa ogni variabile manifesta e non manifesta del medesimo fenomeno.

Orientamenti, dunque, che consistono nell’applicare esclusivamente ” tecniche”.

Esempio tipico di quanto affermato è la proliferazione di metodologie che si occupano di  comunicazione non verbale.

Il linguaggio del corpo viene ridotto, in tali casi, ad un  complesso di  atti non verbali e para verbali * realizzati e realizzabili secondo il modello deterministico Stimolo – Risposta.

Da tale ottica, dunque, agire sullo stimolo rende prevedibile la risposta.

Le direttive su come parlare, a prescindere da ciò che si dice, come stringere la mano all’interlocutore, come impostare la voce, come atteggiare il volto e le spalle e le braccia, ad esempio, diventano imprescindibili regole che destinano ad una comunicazione efficace ossia produttrice dei risultati desiderati. Esse, in quest’ottica, emergono dal ruolo di accorgimento ( che possiede comunque un suo innegabile valore) per assumere quello di norma che governa la comunicazione nel suo complesso. Norma che contiene in sé contenuto e forma del processo relazionale nonchè teoria e pratica dello studio di tale processo.

Ma l’accorgimento è quell’in più che arricchisce e potenzia quel che già si sta facendo.

E’ un valore aggiunto che amplifica lo spessore emotivo/cognitivo/comportamentale dello stimolo ma non ne esaurisce la validità. Né la sostituisce. Qualsiasi discorso banale non assurge ad assioma filosofico solo perché ben recitato. Nessuno, in poche parole, è manipolatore se non si trova di fronte a soggetti che hanno un loro tornaconto ( seppure inconsapevole) nell’essere manipolati.

L’accorgimento, insomma, sostiene quel che si dice. Può anche contraddirlo, come ben sa chi si interessa del linguaggio del corpo. In tale circostanza il messaggio ne esce indebolito, forse del tutto azzerato. Proprio questo evento, più del suo contrario, pone l’accento sul discorso della ” tecnica”. Quando l’accorgimento non ha funzionato, infatti, come bisogna procedere? Quale intervento riparatore va adottato?

Le strade sono sostanzialmente due: agire al fine di migliorare la procedura adoperata, dunque insistere in ciò che già si è fatto. Farlo di più, insomma.

Oppure rinunciare ed utilizzare una strategia diversa. Diventa, dunque, un procedere per tentativi ed errori. Può anche andar bene, perché no, almeno fino al prossimo intoppo.

In entrambi i casi si trascura il motivo per cui quell’accorgimento/tecnica non ha funzionato. In entrambi i casi sono messe da parte le variabili emotive e cognitive con le quali quel particolare intervento pratico ha dovuto confrontarsi. Non si tiene conto della relazione e di ciò che, nella relazione, accade: l’ emergere di emozioni positive o negative, l’affermarsi di pensieri e convinzioni confermativi o svalutativi su sé e gli altri, l’azione di spinte motivazionali o di blocchi demotivazionali, l’avanzare di aspettative lecite o grandiose, il prevalere di obiettivi consapevoli oppure inconsapevoli.

Il come, di fatto, è l’esito dell’azione di un complesso di fattori imprevedibili non sempre orientabili a priori mediante il perfezionamento dello stimolo. Tra questo e la risposta c’è uno spazio emotivo e cognitivo ed è in questo spazio che la comunicazione si gioca il suo esito.

Chi manda lo stimolo, se vuole effettivamente far sì che il messaggio giunga a destinazione ( che non significa per forza che sia accolto e compreso), deve tenere a mente che l’individuo che ha di fronte non è una pagina bianca. Su di essa, infatti, già è impressa una storia che può certamente avere punti di contatto e similitudini con altre storie scritte su altre pagine ma non per questo riconducibili ad un unico modello definito, definibile, prevedibile ed orientabile a proprio piacimento.

Il successo o il fallimento del messaggio spesso dipende proprio dalla capacità, in chi invia lo stimolo, di leggere questa storia e di coglierne la specificità.

Il messaggio è vincente quando accoglie l’alterità dell’interlocutore e da essa si fa accogliere, invece che pretendere di rendere omogenee le differenze.

* per non verbale si intende l’uso del corpo nel processo comunicativo : gestualità, prossemica, sguardo, mimica, postura. Il non verbale è l’uso della voce: tono, timbro, ritmo del parlare, tipo di fraseologia utilizzata, pause.

Alfonso Falanga

Consulente della Comunicazione

ad orientamento Analitico Transazionale

alfonso [.] falanga [@] alice [.] it

www.comunicascolto.com







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