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Il Linguaggio: un ponte tra comportamento e soggettività

category Psicologia Alfonso Falanga 14 Luglio 2009 | 3,282 letture | Stampa articolo |
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Quest’articolo è una riflessione sul linguaggio dal punto di vista di chi, per professione, ” ascolta” vale a dire di chi ha come obiettivo comprendere non solo ciò che l’altro, in modo manifesto, dice ma anche ciò che vorrebbe dire e ciò che non dice.

La spinta ad elaborare le successive considerazioni ha origine dalla zona d’ombra che, nonostante la comunicazione abbia avuto origine dalla reciproca motivazione a capire e a farsi capire, si percepisce nell’altro al termine di lunghe e laboriose sessioni di ascolto.

Tale risultato è dovuto all’inadeguatezza degli strumenti interpretativi utilizzati? Forse…All’ incapacità di tenere a freno le proprie convinzioni affinché non siano un filtro deformante rispetto a quanto, nell’altro, si osserva e si ascolta? Può darsi…All’emotività emergente? Anche…

Resta il fatto che l’ascolto, ed in genere la comunicazione interpersonale, è orientata anche da una variabile che possiamo definire di natura linguistico- esistenziale.

Il tema qui trattato si inserisce in una cornice filosofica più che psicologica, ossia  riguarda il linguaggio inteso come espressione diretta ed inevitabile del pensiero.

Tale affermazione può apparire da un lato il segno di una conclamata megalomania e, dall’altro,  una mera banalità dal momento che, si sa, non si può dire che ciò che si pensa o si pensa di non dire ciò che si pensa. Comunque la si metta, la parola o il gesto sono rappresentazione di un costrutto mentale.

Il rapporto tra mente e linguaggio, inoltre, è già stato affrontato da autori di notevole spessore culturale nei vari campi dell’arte e della conoscenza,

Il nostro obiettivo, certamente più contenuto sia per spazi che – principalmente- per competenze, è in sintesi fornire una risposta al quesito:

” La persona che mi sta di fronte, e con cui sto comunicando, che cosa effettivamente mi sta dicendo di sé? “.

Ci chiediamo, cioè, se e in che modo sia possibile, attraverso l’ascolto e quindi la comprensione del senso e del significato del messaggio inteso, giungere alla soggettività di chi ci sta parlando.

Il punto di partenza per ogni ulteriore considerazione è, a nostro avviso, definire che cosa intendiamo per soggettività, un concetto ampiamente trattato  sia dalla filosofia che dalla psicologia ma che a volte, in contesti linguistici meno specialistici, subisce alterazioni e confusioni.

La soggettività è il fondamento della persona ma da non intendersi come una sostanza immutabile, generica e generalizzabile a tutti gli individui, immune da ogni connessione con la concretezza dell’esperienza quotidiana.

Utilizziamo in questa sede il termine soggettività per indicare ciò che la persona è al di là dei ruoli che essa  assume quotidianamente nei vari ambiti della sua esistenza ( es. professione, famiglia, sociale).

Da tale ottica soggettività ha a che fare con intimità, un altro concetto che più volte viene confuso con privato. Pertanto non è inopportuno, ai fini del nostro compito, fare un po’ di chiarezza rispetto al significato che qui si attribuisce a questi termini.

Pubblico, privato, intimo riguardano comportamenti ossia atteggiamenti messi in atto nell’ambito di una relazione. Pertanto preferiamo parlare di relazione pubblica o privata oppure intima.

La persona, sia nell’ambito che del primo che del secondo tipo di relazione, agisce attraverso un ruolo vale a dire in base alle attese dell’ambiente nei suoi confronti ( presunte o reali che siano) e a quanto essa si aspetta dall’ambiente (1).

Naturalmente tali attese sono di natura diversa ( differenti sono gli habitat, modalità e mete della relazione) a seconda che si tratti di comportamento pubblico o privato.

Uno stesso soggetto, ad esempio, può svolgere il ruolo di capoufficio nel contesto professionale e quello di marito in famiglia. Una donna può essere insegnante e moglie. Si tratta, nei primi casi, di ruoli pubblici ( non solo perché si svolgono in pubblico ma anche perché amplificano più ciò che la persona fa piuttosto che ciò che è) (i ruoli sono intercambiabili, infatti, le persone molto meno). Nelle altre due circostanze lo stesso soggetto esprime ruoli privati vale a dire complessi comportamentali in cui, pur persistendo una prescrizione di ruolo ( ci si aspetta dati atteggiamenti e compiti dal marito o dalla moglie, ad esempio), emerge ciò che la persona è.

Il ruolo pubblico, inoltre, si svolge verso altri indifferenziati, che hanno modo cioè di essere sempre gli stessi oppure no (all’interno di un ufficio gli impiegati possono essere trasferiti/licenziati/assunti) ( in alcuni casi il ruolo pubblico si svolge verso un altro che nemmeno si conosce: il politico, ad esempio, conosce personalmente i suoi elettori ?).

Il ruolo privato, al contrario, si concretizza nei confronti di un altro stabile o, almeno, potenzialmente stabile ( quel marito è tale, ad esempio, nei confronti di quella moglie).

Intimo, al contrario, è l’essenza della persona al di là del ruolo. Relazione intima, dunque, è quella che si svolge tra persone che, in quel momento, sono libere rispetto alle prescrizioni di ruolo. E’ un genere di rapporto che si distingue non solo per lo spessore che in esso assumono sentimenti ed emozioni ( non possiamo pensare che un individuo non provi emozioni sul lavoro, ad esempio) ma per il fatto che chi vi partecipa lo fa senza attese o meglio con la sola aspettativa di essere in quella specifica relazione in quel dato momento.

Ecco che allora intimità diventa sinonimo di abbandono ( dei ruoli), di autenticità ( essere oltre il ruolo), di piacere ( essere in relazione perché lo si vuole e non per disposizioni socio-ambientali), di confidenza ( nel senso di confidarsi ossia di mostrarsi per ciò che si è, nel bene e nel male).

La relazione intima, dunque, è autoreferenziale, basta a se stessa (2). Abbandono, autenticità, piacere, confidenza ne sono le origini e, nello stesso tempo, le mete.

A questo punto la domanda iniziale diventa:

” Quando comunichiamo con una persona, cosa dice e come lo dice possono mostrarci la sostanza di quella persona vale a dire cosa essa effettivamente è al di là dei ruoli?” .

In pratica ci domandiamo se, attraverso il linguaggio, possiamo risalire, nel nostro interlocutore, ad una sua dimensione emotiva/ cognitiva/ esperenziale che è oltre l’attualità ossia più in là delle dinamiche interpersonali che, in quel momento, sono messe in atto. Non intendiamo una dimensione passata, anche se la soggettività non può non essere connessa alla storia personale, ma una struttura ontologica che, in termini heideggeriani, ha a che fare con l‘essere più che con l‘ente.

La risposta immediata, quasi scontata, pare che non possa risultare che affermativa in quanto è proprio attraverso la comunicazione che realizziamo la conoscenza dell’altro e giungiamo a farci conoscere.

In effetti non abbiamo che i segni, verbali e non verbali, per dire chi siamo, chi siamo stati e chi vogliamo essere.

Eppure sappiamo bene come l’incomunicabilità, o una quota significativa di incomunicabilità, sia una costante delle relazioni umane al punto da diventare il tema dominante in letteratura e nell’arte in genere oltre ad essere il nucleo concettuale di importanti correnti filosofiche (3).

Autori come Kafka, Svevo, Proust, Musil, Sartre, Camus ci hanno insegnato che, oltre a ciò che i linguaggi esprimono, esiste, in ognuno di noi, una dimensione affettiva e cognitiva per la quale non sempre troviamo parole adeguate a dare ad essa forma.

Oggi la comunicazione, nelle sue molteplici modalità espressive, è diventata il sostegno essenziale della società. Le parole, parlate o scritte o sotto forma di impulsi elettrici, pervadono la sfera pubblica e privata. Anzi i semiologi ci hanno detto che tutto è segno e quindi tutto, oggetti / immagini / persone, comunica. Tutto, in qualche modo, diventa parola.

Tuttavia la dimensione dell’inesprimibile non trova ancora i termini adatti per mostrarsi. Può darsi che ciò avvenga proprio perché  l’abuso di comunicazione svuoti le parole, invece di riempirle. O, forse, perché ci limitiamo a connetterci convinti che ciò basti ad essere comunicativi e comunicanti.

Il contatto, però, è la premessa alla comunicazione, ne è la condizione necessaria ma non sufficiente. Non è, da solo, la comunicazione.

All’inesprimibile, parte inscindibile della condizione umana, si aggiungono le quotidiane incomprensioni che nascono dalla confusione tra significati o dalla loro aberrante violazione, eventi generatori di un disordine linguistico e di una forzata semplificazione della complessità del mondo, espressione a sua volta del desiderio di un’esistenza agevolata che sembra essere diventato, ormai, il valore dominante

I nostri tempi, insomma, sono segnati da una vera e propria effrazione semantica.

Detto questo, allora, la domanda di partenza ha ancora senso? Possiamo veramente conoscere l’altro, e farci conoscere, attraverso il linguaggio? O dobbiamo accontentarci di una comprensione reciproca limitata non a ciò che siamo ma esclusivamente a ciò che facciamo?

Un passo avanti, verso l’elaborazione di una risposta positiva a tali quesiti, è riconoscere che spesso le incomprensioni, i contrasti relazionali ed i disagi che ne derivano (frustrazione, demotivazione, messa in discussione del proprio ruolo e competenza) sono originati non solo dal prevalere sulla razionalità (4) delle spinte emotive ma anche dal non riuscire, spesso, a trovare il linguaggio adeguato a dare ad esse forma e spazio ( non nel senso di semplice sfogo ma di manifestazione coerente ai bisogni ancora irrisolti).

La prevenzione della conflittualità relazionale, allora, consiste anche in un riordinare il proprio linguaggio secondo modalità congrue ai vissuti interiori, oltre che a favorire nell’altro l’identico evento.

Si ha bisogno, cioè, di un riordinare un disordine che non è necessariamente, come spesso viene sostenuto dai fautori della semplificazione, il risultato di un disturbo caratteriale se non di una vera e propria patologia psichiatrica.

E’ necessario, cioè, un riordinare non in quanto tecnica ma connessione coerente tra parola ed esperienza, sia interiore  che esteriore.

Un riassetto che è possibile solo come esito del coraggio di ascoltare ed ascoltarsi assumendosi la responsabilità del proprio linguaggio o, meglio ancora, degli esiti sociali del proprio linguaggio.

E’ un riordinare, allora, che è il risultato di un percorso che va dall’esterno verso l’interno ( del tutto opposto alle spinte a cui oggi la cultura dominante dell’immediato ci sottopone) al fine di recuperare, dentro di sé, i riferimenti ( emozioni / convinzioni / aspettative / motivazioni) a cui ricondurre le parole, rendendole così effettivamente segni e non semplici segnali interscambiabili.

E’ una ricostruzione semantica, certo, ma che si accompagna inevitabilmente ad una ricostruzione autonoma della propria soggettività che vuol dire interpretare la propria storia ( passato – presente e futuro) liberi dalle prescrizioni socio – culturali.

Libertà, nel senso qui inteso, non è necessariamente rifiuto del sistema normativo ( familiare – sociale -culturale ) a cui si appartiene bensì è la capacità / possibilità di decidere autonomamente gli oggetti dei propri desideri, dunque ciò verso cui orientare la propria esistenza ma anche ciò da cui allontanarsi.

Si tratta, in sostanza, di collegare il linguaggio a ciò che si è e si vuole essere piuttosto a ciò che si crede di dovere essere.

E’ un cammino verso la propria soggettività di cui durata e complessità sono imprevedibili.

E’ un procedere che, parafrasando il titolo di un testo heideggeriano, rappresenta un ” cammino verso il linguaggio”.

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Alfonso Falanga

Consulente relazionale in ambito socio – familiare

Specializzato in Analisi Transazionale

mail: ascoltoecomunicazione [@] alice [.] it

web : xoomer.virgilio.it/ascoltoecomunicazione

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1)  “All’interno di una cultura ogni posizione è legata ad una serie di norme o aspettative. Queste aspettative specificano il comportamento che chi occupa quella posizione può  assumere in modo appropriato nei confronti di chi occupa un’altra posizione, e viceversa,  quei comportamenti di chi occupa l’altra posizione può assumere in modo adeguato verso il primo”.

Deutsch – Krauss : ” Tendenze della psicologia sociale contemporanea” – Il Mulino ‘ 72    pagg. 235, 236

2) In quest’ottica una relazione intima può essere anche un momento di un rapporto di altro genere, certamente privato ( molti sono le circostanze di intimità tra coniugi, tra genitori e figli, tra amici) ma anche pubblico ( ad esempio il caso in cui un professionista che manifesta ad un collega i suoi timori per le ripercussioni sul proprio lavoro della crisi economica )

3) ” Di qualcuno si sa qualcosa di troppo! E certi ci diventano trasparenti, ma ciononostante siamo lontani dall’averli veramente penetrati”.

Friederich Nietzsche : “Così parlò Zarathustra” – Adelphi ’76    Tomo I   pag. 106

4) Intendiamo per razionalità non, o non solo, l’uso sapiente delle proprie capacità mentali ma anche una adeguata manifestazione della propria emotività rispetto all’esperienza che, in quel momento, si sta vivendo. Pertanto con prevalere delle spinte emotive si intende un comportamento orientato da un’emotività incompatibile, per intensità e contenuti, con i dati di realtà.







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