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IL LIMITE, COME ANTIDOTO ALLA PAURA PATOLOGICA

category Psicologia Maria Grazia Antinori 29 Giugno 2009 | 6,835 letture | Stampa articolo |
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Il termine -paura- appare sempre più spesso sui quotidiani e soprattutto  nel linguaggio comune, l’ansia, l’inquietudine si legano ad oggetti diversi quali la crisi economica, la pandemia, le modificazioni climatiche, ecc. La paura accompagna  spesso i racconti dei pazienti in psicoterapia, espressa od implicita, associata alle emozioni, al trascorrere del tempo, al panico, alle malattie reali o immaginarie.

L’emozione della paura, individuale e collettiva  giustificata da un evento ambientale, è un prezioso strumento di adattamento, infatti lo stato d’allarme attiva l’organismo, rendendolo vigile e pronto a rispondere ad ogni evenienza e necessità. Il timore può trasformarsi in zavorra disfunzionale quando non è motivato da un pericolo esterno, ma piuttosto da una preoccupazione interiore, un conflitto inconscio  proiettato su oggetti esterni.

La forte preoccupazione  per qualcosa, a prescindere dal cosa, può essere così intensa da paralizzare, rendere le persone  fragili ed inermi, inibendone il  pensiero e la creatività. La paura  può intensificare la dipendenza e l’attesa di soluzioni esterne, atteggiamenti  che incrementano la chiusura e la  diffidenza.

Una chiave interpretativa condivisa da voci molti diverse tra loro, è quella di riconoscere il pericolo derivante dalla diffusione e generalizzazione della paura.

In Italia, ad esempio, il Cardinale di Milano Tettamanzi,  descrive  la sua città come  smarrita e piena di paura per la perdita di certezze e di valori condivisi, pur mantenendo salda  la speranza che il sentimento della  paura, possa trasformarsi in energia positiva.

Barack Obama, Presidente degli Stati Uniti, parlando al Cairo ad una grande platea araba e mussulmana, ha riconosciuto gli errori commessi nelle recenti scelte politiche dettate dal terrore innescato dall’attentato contro le torri gemelle dell’11 settembre: “La paura e la rabbia che quegli attentati hanno scatenato sono state comprensibili, ma in alcuni casi ci hanno spinto ad agire in modo contrario ai nostri stessi ideali”.

La psicanalista francese Luce Irigaray, riflettendo sul contagio sociale della paura, sottolinea l’universalità di questo sentimento ma anche come questo si sia diffuso e potenziato. La Irigaray,  insiste sulla necessità  di cercare in noi stessi nel nostro modo di vivere, la causa dell’onnipresenza e del potere della paura: “Ci siamo tanto allontanati da noi che non abbiamo un luogo in cui ripararci, qualcosa in noi a cui appoggiarci per sfuggire alla pressione ambientale, la quale incita una gran parte di noi a rifugiarsi nel divertimento, come accade spesso nei tempi incerti. Ma un simile divertimento che corrisponde a una sorta di droga, contribuisce ad alimentare l’incertezza. Tornare a una cultura più complessa del nostro essere è indispensabile  non solo per sopravvivere ma anche per tentare di aprire nuovi orizzonti.”

Del resto, quando nel 1912, affondava il transatlantico Titanic, alcuni passeggeri  ballarono fino all’ultimo minuto per esorcizzare la drammatica situazione, anche a costo di rinunciare ad ogni concreta possibilità di salvezza. Un po’ come certe persone, che cercano nelle sostanze e dipendenze di ogni genere, la cura per l’angoscia. Da sobri, hanno difficoltà ad affrontare la vita, si allontanano  come disinteressanti alla realtà sentita come troppo noiosa  e banale se confrontata con le forti emozioni che si  procurano artificialmente. Rimandare l’incontro con gli inevitabili limiti e frustrazioni, non è però una valida cura, infatti l’effetto a lungo termine, è quello di alimentare il senso di vuoto, di solitudine e soprattutto l’inquietudine.

Il punto è che non si esce dal terrore tramite l’eccitazione e la maniacalità, queste producono confusione e allontanano ancora di più da noi stessi e dalla nostra unicità. Il tentativo di schiacciare la paura ci rende più piccoli, chiusi in micro mondo autistico e paranoico in cui la ricerca di un rituale magico per allontanare l’ansia, peggiora la situazione e, anzi, l’alimenta come benzina.

Nella pratica clinica, la paura prende spesso la forma dell’attacco di panico che è l’espressione “della paura di aver paura”, sostanzialmente una malattia della paura. Chi ne soffre tende ad associare e a spiegare il panico, ossia uno stato acuto di angoscia accompagnato da sintomi fisici quali tachicardia, difficoltà respiratorie ecc,   con il luogo e le condizioni in cui questo si verifica: “Ero in macchina, da allora evito di guidare … ho bevuto un bicchiere di acqua fredda, si è bloccata la digestione, da allora bevo solo acqua tiepida anche se ogni volta mi sale l’ansia”.

Le condizioni possono essere molto diverse, anche se spesso l’attacco di panico si manifesta quando il paziente si sente costretto in una certa situazione come un mezzo di trasporto, o un luogo che sembra non lasciargli via di fuga come il cinema, o al contrario, ambienti troppo aperti che fanno temere di perdere i  punti di riferimento.

Per la persona, l’associazione dell’attacco di panico al modo in cui questo si manifesta per la prima volta, acquista una valenza molto forte. Infatti, evitando la situazione, si cerca di controllare e di allontanare il terrore: ” Se rinuncio a guidare, starò bene, se non andrò al cinema, non proverò ansia”.  E’ lo stesso meccanismo della superstizione quando si attribuisce ad un particolare, come ad esempio  al  numero diciassette, o ad un colore, come il  viola, un’influenza negativa.

Il vantaggio è che evitando l’oggetto carico di negatività, si ha l’illusione di allontanare la sfortuna. La difesa fobica, come la superstizione, inizialmente sembrano funzionare, purtroppo l’iniziale sollievo ha breve durata, infatti, progressivamente aumentano i potenziali pericoli, fino a limitare in maniera significativa la vita della persona che può, in alcuni casi, arrivare a chiudersi in casa per  sfuggire l’ansia legata agli incontri sociali.

La “paura di avere paura”, restringe il raggio d’azione fino ai minimi termini e anche se la persona si costringe ad uscire, lavorare, affrontare un viaggio, tutto è vissuto con fatica ed angoscia. Apparentemente il paziente partecipa ad una riunione di lavoro o guarda un film, ma in realtà è immerso in un proprio mondo parallelo che solo lui conosce, in cui si ripete mentalmente una serie di “mantra negativi” del tipo: ” Mi sento male, ho paura, mi verrà un infarto. Dov’è l’ospedale più vicino?, Chi mi può aiutare?”.

Se riesce a contenere l’ansia, la persona , pur stando male, cercherà di nascondere la sua condizione, se l’angoscia lo assalirà, si sentirà costretto ad abbandonare la sala cinematografica o la riunione di lavoro.

Apparentemente chi è in preda a questo tipo di angoscia, partecipa alle situazioni, ma in realtà è separato dall’esterno da una sorta di vetro trasparente, su cui scivolano le emozioni e le sensazioni come gocce d’acqua su una superficie impermeabile. Il paziente non ascolta, non gli arriva il calore o la vivacità dell’ambiente esterno, è profondamente solo ed isolato.

L’aspetto fisico della persona in preda a questa angoscia senza nome, è proprio quello di qualcuno che si sente morire, impazzire, andare in pezzi. E’ una sensazione tremenda ma anche innocua, è proprio questo il paradosso, non c’è nessun pericolo concreto, il paziente non morirà e non sarà aggredito ,  ma ugualmente  soffre.

Si soffre per i propri pensieri e fantasie, non certo per  le condizioni ambientali o per la presenza\assenza  degli altri. Si soffre per i pensieri senza parole, allontanati dalla consapevolezza. Il piccolo Hans di cinque anni, un famoso caso clinico di Freud del 1908,  spostava sui cavalli la paura che provava per il padre, figura ammirata e amata ma anche temuta per la sua potenza.

I pensieri senza pensatore, come direbbe Bion, albergano nella persona che ignora se stessa e che si trasformano in sensazione fisiche, in presunti pericoli ambientali. Raccogliendo la storia di questi pazienti, è tipico come descrivano eventi, esperienze difficili e traumatiche della loro vita, con assoluta leggerezza come se non li riguardassero direttamente e spesso non riescono ad associare la situazione vissuta emotivamente, con l’attacco di panico.

E’ proprio l’assenza del pensiero che scatena l’attacco di panico, il poter riconoscere l’emozione disturbante, può diventare la chiave per liberarsi dalla paura. E’ una situazione simile a quella di un bambino che teme il buio, disteso nel suo lettino vede allungarsi le ombre dei mobili della sua stanza e dei suoi giocattoli, ha molto timore ma è sufficiente la voce della mamma, una luce, per tranquillizzarlo.

Anche “la paura di aver paura”, si diluisce facendo luce, una luce che scalda e che consola e che accoglie il bambino spaventato che l’adulto nasconde dentro di se. E’ la pretesa dell’adulto di controllare tutto, scambiando  l’illusoriamente l’essere “duro” con “forte”, ossia basando sull’assenza apparente di  emozioni,  la propria autostima di persona matura, ottenendo invece come risultato quello di  allontanare la possibilità del dialogo interiore, il contatto con l’inconscio.

Colui che soffre di attacchi di panico, vive in un mondo fobico, pieno di divieti, obblighi, percorsi già fissati che vengono vissuti come immutabili. Si trova paradossalmente ad essere prigioniero di una realtà che non gli piace e non gli appartiene, ma di cui non può farne a meno perché altrimenti si sentirebbe perso e spaesato. Non si può rinunciare alla protezione della prigione, ma la sua costrizione è allo stesso tempo intollerabile. Il paradosso, per sua stessa definizione, è irrisolvibile in quanto ogni scelta è perdente e quindi impraticabile. Il conflitto è così acuto da non venire esplicitato con le parole, ma spostato sul piano somatico con l’attacco di panico. Per addomesticare il mostro della paura, è necessario  abbassare la luce, fare buio, abituarsi al chiaroscuro, dare un nome alle ombre, avvicinarle  riconoscerle e darle  una forma, un oggetto, soprattutto una narrazione.

E’ come esplorare un paesaggio sconosciuto, un bosco buio dove ritrovare il bambino perduto, magari con  l’aiuto dello psicoterapeuta che traduce i pensieri, le emozioni e le sensazioni, offrendo le parole che possano essere ascoltate e comprese dall’adulto-bambino spaventato.

Chi sperimenta l’attacco di panico, tende a percepire il proprio mondo interno, come concreto. Il pensiero è semplice e lineare, non si colgono le relazioni tra vissuti ed emozioni, le  sfumature  si appiattiscono, si tende a ridurre tutto ad un’unica realtà senza possibilità di cambiamento. Le parole rappresentano un prezioso strumento, una sorta di ponte che può riavvicinare la persona alle sue emozioni e sensazioni, purchè siano parole speciali che sappiano rappresentare nello stesso tempo la cosa e l’affetto, parlando sia alla mente che alle emozioni rimosse o negate, vissute esclusivamente nel corpo.

Si sceglie di diventare paziente, per un dolore forte che fa sentire un senso profondo di smarrimento nella selva  oscura carica d’ombre inquietanti e d’incubi neri.

Si cerca la psicoterapia, quando si è persi, o quando ci si sente, come dice una giovane paziente, “un palloncino che nessuno tiene per il filo”.

E’ prezioso, per quanto doloroso, questo stato di smarrimento vissuto nella quotidianità, nel luogo più familiare che improvvisamente, magari dopo un trauma o un lutto o un attacco di panico, diventa perturbante ossia un luogo conosciuto  si trasforma  diventando estraneo, facendoci sentire  stranieri nella nostra stessa casa. E’ proprio in questo luogo sconosciuto, per quanto prima familiare, che l’analista dovrebbe incontrare il paziente ed il suo desiderio di ritrovarsi. La crisi diventa allora una preziosa occasione per dare senso e parola a quello che è rimasto nascosto, segreto, inascoltato.

Non c’è ritrovamento senza smarrimento. Per ritrovarsi, come scrive lo psicanalista Racamier, dobbiamo prima perderci e smarrirci. Il paradosso è che  per trovare l’altro, bisogna prima perderlo.

Questa sensazione  di sperdimento, sembra comune al vissuto collettivo della paura associata a molte possibili ragioni, che spaziano dalle preoccupazioni ecologiste, alla crisi economica.

Si potrebbero fare molte analogie tra la paura individuale e quella sociale, la paura personale è diventata così diffusa, così contagiosa da trasformarsi in una paura collettiva  associata a preoccupazioni reali e serie, ma che rischiano di essere  parziali.

Il senso di paura collettivo, sembra legato  al timore di perdere il controllo di non riconoscere più i contorni delle cose e di quello che credevamo fosse certo e scontato, come se improvvisamente ci accorgessimo  di essere arrivati alla fine della corsa e davanti a noi si apre il vuoto. Per poter cambiare direzione,  dobbiamo guardarci intorno, osservare il paesaggio per scegliere nuove strategie.

Continuare a negare la realtà, ed attribuire la causa di ogni  malessere ad un singolo fatto parziale o magari periferico, ci fa rassomigliare ai pazienti fobici che cercano di evitare  l’ansia ritirandosi o , al contrario, ai ballerini sul  transatlantico Titanic, che con la  negazione maniacale, tentano di annullare la tragicità del momento.

Il cambiamento è comunque a nostro carico,  lo possiamo demandare al presunto nemico esterno, ma questa soluzione ci rende più fragili ed in pericolo e soprattutto non possiamo allontanare da noi il pericolo più grande ed ineluttabile, ossia la fine dei nostri giorni, che è scritta nella nostra stessa umanità.

Quello che è evidente, è che dopo una lunga fase di crescita collettiva  economica e  di benessere, ci scontriamo con dei limiti obbiettivi quali risorse contenute, inquinamento che  influenza le condizioni climatiche, enormi disparità nella distribuzione delle ricchezze, movimenti di persone che cercano   di fuggire alla povertà. Quale può essere la strada per affrontare una fase globale di cambiamento, è qualcosa che dovrebbe impegnare le nostre migliori capacità e risorse, ma certamente il contagio della paura suggerisce pessime strategie.

La paura collettiva  fa chiudere, non  consente di esplorare nuove strade e soprattutto,  fa sentire circondati da  un mondo paranoico ed  ostile che spinge all’isolamento e alla perdita della  creatività e capacità di pensiero.

Il rischio è quello di rifugiarsi in soluzioni semplicistiche,   allontanando la complessità dei problemi. Potrebbe sembrare la soluzione migliore quella di asserragliarsi dietro le mura del castello per difendere i privilegi, cercando nemici reali od immaginari, con cui inscenare una guerra che assorba ed incanali l’ansia, lasciando in cambio l’illusione che tutto resti immutato, rimandando il momento  ineluttabile  del confronto con i nostri limiti collettivi.

Il giornalista Rampini, sottolinea  come vi sia una forte tentazione a lasciarci alle spalle la crisi mondiale attuale con la speranza, che definisce assurda, di poter mantenere i vecchi modelli. L’attuale crisi ha impegnato mezzi colossali che superano l’immaginazione, il rischio è che questa potrebbe risolversi con le forme di una ripresa anemica senza crescita, una bonaccia che potrebbe cronicizzare i nostri mali.

La descrizione di Rampini, potrebbe essere paragonata alla difesa fobica di un paziente così spaventato dalle sue paure, da chiudersi in casa per limitare al massimo il contatto ansiogeno con il mondo esterno, anche a costo di impoverire seriamente la sua vita.

E’ molto interessante a questo proposito il pensiero del filosofo Mario Perniola, egli afferma che dopo la seconda guerra mondiale, non è accaduto nulla di  veramente importante.

I fatti più significativi, definiti “fatti-matrice” dagli anni sessanta ad oggi, sono stati relativamente pochi quali il Maggio francese del ’68, la caduta del muro di Berlino  dell’89, la rivoluzione iraniana del ’97, l’attentato alle torri gemelle del 2001. Questi eventi hanno sostanzialmente lasciato immutato l’ordine mondiale, ricoprendo invece una forte valenza  medianica, ossia sono stati trasformati in  fatti-spettacolo  filtrati ed interpretati dai mezzi di comunicazione. Questi fenomeni hanno contribuito a mantenere la stabilità politica globale ma hanno anche sviluppato e diffuso la mentalità “miracolistica-traumatica”, ossia una larga maggioranza di persone, nutre l’aspettativa, che le cose  si ottengano in modo “miracolistico”, casuale, fortuito piuttosto che  attraverso il lavoro, la pazienza, la dedizione e la collaborazione. Si immagina che esistano delle scorciatoie, disgiunte dal merito e all’impegno, per la realizzazione personale e per la felicità.

Secondo Perniola  lo stile recente della comunicazione, ci ha resi più dipendenti e meno capaci di pensiero autonomo ed assertivo e soprattutto ha limitato la capacità di provare piacere. Il piacere è stato sostituito da uno stato di generica eccitazione, senza una meta precisa e stabile.

In ambito scientifico, lo studio dei fenomeni fisici ha evidenziato l’esistenza di una stretta correlazione tra fenomeni che appartengono all’ordine del molto grande e del molto piccolo, altrettanto si può osservare nella sovrapposizione tra i fenomeni individuali e quelli sociali.

La crisi attuale così complessa e globale, probabilmente richiedere un ripensamento anche sull’idea data per scontata, di un’espansione e crescita infinita dell’economia e del progresso come lo abbiamo inteso fino a questo momento.

Del resto, la nascita psicologia di ognuno di noi, parte proprio dall’elaborazione dei limiti: Racamier chiama “Lutto Originario”, il processo fondante dell’identità che porta all’accettazione della variabile del tempo, del riconoscimento delle differenze generazionali e dei confini personali.

Il neonato sperimenta all’inizio della vita, in una breve fase, il paradiso dell’unisono narcisistico con la madre cui deve presto rinunciare per crescere e differenziarsi come individuo. Solo rinunciando al paradiso, troverà la possibilità di diventare una persona e di incontrare l’altro diverso da sé.

Non possiamo pretendere ogni cosa, annullare qualsiasi limite fisico e temporale. Forse, come individui e come umanità, rinunciando ad avere ed essere tutto, potremmo assicurarci un futuro più aperto.

Antinori Maria Grazia

P.zza Armenia 9

Tel. 06 7 00 29 79

Cell. 334 338 58 35

www.arpit.it

antinorimariagrazia [@] virgilio [.] it

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BIOGRAFIA

Enrico Borla, Ennio Foppiani “Losfeld. Moretti&Vitali,2005.

Barack Hussein Obama Discorso tenuto al Cairo, 4 giugno 2009 (traduzione di Anna Bissanti)

Sigmund Freud. Analisi della fobia di un bambino di cinque anni. 1908 Bollati boringhieri

Sigmund Freud “Il perturbante”, 1919 Bollati Boringhieri.

Luce Irigaray “La paura, le nostre vite esposte all’incertezza”. Repubblica, 1-4-2009, pag. 44.

Mario Perniola “Miracoli e traumi della comunicazione” Einaudi, 2009

Racamier P. C. Gli schizofrenici. Raffaello Cortina Editore, 1983

Racamier  P. C. Il genio delle origini. Raffaello Cortina Editore, 1993

Racamier P. C. Incesto ed incestuale.Franco Angeli, 2003

Rampini “Le dieci cose che non saranno più le stesse.

Tettamanzi. Intervista del 20\5\09 concessa al Corriere della sera







5 Commenti a “IL LIMITE, COME ANTIDOTO ALLA PAURA PATOLOGICA”

  1. alfonso

    Trovo l’articolo molto interessante anche perchè estremamente attuale sotto il profilo sociale. Il nostro, io credo, è proprio il tempo in cui l’emozione dominante, ad ogni livello dell’attività umana, è la paura. Inutile ripetere ( l’articolo lo fa in modo, a mio parere, chiaro ed esaustivo) da dove abbia origine e come venga anche, a livello sociale, manipolata per realizzare una sorta di controllo politico – sociale.
    Mi piace l’accostamento con le affermazioni di Rampini. E’ vero quanto paradossale( almeno in apparenza): di fronte ad una crisi economica devastante pare che si abbia più paura di abbandonare i vecchi schemi che della crisi stessa.
    Detto questo, mi chiedo e Le chiedo: così come, a livello sociale, la paura viene utilizzata per realizzare scopi ulteriori ( stabilità, persistenza delle vecchie logiche economiche, ecc), non può, nei singoli, celare altre mete non immediatamente percepibili all’esterno ed inconsce ( mi scuso per l’uso di un termine così abusato) al soggetto medesimo? Provo a spiegarmi con un esempio, certo banale: se ho paura di prendere l’aereo, può essere che che tale emozione mi permetta di non avanzare nella professione ( es. se la mia attività richiede frequenti spostamenti con quel mezzo) , così che evito altre responsabilità, di dovere soddisfare richieste, di non allontanarmi dalla essere mia famiglia?
    ( l’esempio non riguarda me. Non ho paura di viaggiare in aereo nè la mia professione lo richiede )

  2. antinori

    Gentile Alfonso, la ringrazio moltissimo per l’attenzione e l’intelligenza interpretativa del suo commento.
    Credo che lei abbia colto il senso del conflitto inconscio del sintomo- paura, che poi è comune a tutti i sintomi: rappresenta un compromesso tra il desiderio proibito e la difesa.
    Il suo esempio è perfettamente calzante.
    Grazie
    Maria Grazia Antinori

  3. alberto consoli

    MA IO PERSONALMENTE PENSO CHE AFFRONTARE LE PROPRIE PAURE E QUINDI USCIRE DALLA PROPRIA “ZONA DI CONFORT” SIA UN MODO PER CRESCERE PERSONALMENTE.

    CIAO

    ALBERTO

  4. Antinori

    Sono pienamente d’accordo con Alberto, certamente è necessario affrontare le paure. Il punto è che in quanto persone, abbiamo limiti individuali quali appartenere ad un sesso e non ad un altro, avere un tempo limitato di vita, subire il trascorrere del trempo, affrontare necessariamente molti cambiamenti e quindi lutti per quello che perdiamo ecc.. Limiti che si ripetono nel sociale, come ad esempio vivere su un pianeta che pensevamo infinito come risorse e assorbimento dei noi nostri rifiuti-inquinamento.
    Per poter essere “felici” e non vivere nella paura, credo che sia necessario partire da questi limiti, siamo uomini e quindi abbiamo un inizio ed una fine, è nella nostra natura. Come gruppo sociale, dobbiamo rispettare il nostro ambiente se non vogliamo distruggerlo.
    Si può vivere sensa paura, se si considera che esiste altro da noi, canche se non sempre ci piace e corrisponde ai nostri desideri.

    GRAZIE PER IL PREZIOSO COMMENTO

    Maria Grazia Antinori
    antinorimariagrazia [@] virgilio [.] it

  5. alfonso

    Io credo che vincere le paure non debba nemmeno diventare necessariamente una priorità per la persona, se per ” vincere ” si intende liberarsi dalla paura. Temo che questa ricerca possa condurre ad una sorta di ” delirio di perfezione” di cui la nostra società è degna espressione ( nel senso che dobbiamo essere tutti belli, magri, eternamente giovani, sani, efficienti ed efficientisti ). Ritengo che sia importante tenere conto di ciò che si fa a partire dalla paura. Ci si blocca o si traduce la paura in attenzione? Se, ad esempio, ho paura di viaggiare in aereo, che faccio? Non parto, semmai perdendo opportunità di lavoro o di viaggio, mi muovo in treno o in auto o, se è proprio necessario l’aereo, faccio ben attenzione a scegliere la compagnìa che, almeno sulla carta, mi dà più garanzie di sicurezza?
    Voglio dire che è importante che la paura non mi impedisca di scegliere ( per carità, certamente ne sono condizionato) più che io la elimini.

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