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IL LABIRINTO DELLA COMUNICAZIONE

category Psicologia Alfonso Falanga 11 Marzo 2009 | 5,720 letture | Stampa articolo |
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Il labirinto è una particolare delimitazione dello spazio, dotata di un ingresso ed un’uscita, che favorisce un comportamento caotico, fatto di gesti identici l’uno all’altro quanto infruttuosi.

L’entrata in questo schema è libera da ogni intralcio,  come se invitasse ad oltrepassarla. Andarsene, invece, non è semplice: nulla, nel labirinto, è predisposto affinché ciò accada. Anzi. Ogni elemento, in esso, tende a confondere ed ingannare chi  vi finisce imbrigliato. Il labirinto, di fatto, può risultare peggiore della prigione: questa può indurre a rassegnarsi, ad attendere che il tempo trascorra fino alla scadenza della pena. Nel labirinto, invece, il tempo perde la sua normale sequenzialità per trasformarsi in una periodicità circolare, propria di una dimensione esistenziale in cui ogni tentativo fallito rappresenta il principio di un nuovo esperimento di cui già si conosce l’esito.

Il tempo, dunque, non ha mai una vera fine ma ricorrenti inizi.

Il labirinto è ansia, frustrazione, rabbia. Intrappolati in esso, consapevoli della possibilità di andarsene, ci si sente ingannati ed incapaci a risolvere l’inganno.

Nella prigione si può essere sopraffatti dalla disperazione. Nel labirinto, dalla vergogna.

La vita offre diverse occasioni in cui avvertiamo la sensazione di essere in un labirinto.

Sono rari gli individui che, almeno una volta nel corso della loro esistenza, non hanno dovuto affrontare un problema a cui erano incapaci di trovare una soluzione pur sapendo che, da qualche parte, tale soluzione esisteva.

Persuasi di questo, hanno cercato a lungo una via d’uscita  graffiando con unghie rabbiose pareti fatte di convinzioni antiche e immutabili, convinzioni su di sé, principalmente, e sugli altri, senza venire a capo di nulla. Sono ancora lì, intrappolati nel loro labirinto. O ne sono venuti fuori, così stanchi ed impauriti che si sono ripromessi di ridurre ogni contatto con l’esterno (cose ed uomini) per non rischiare di rivivere ancora la medesima esperienza.

Le pareti del labirinto sono spesso edificate su convinzioni ed emozioni, su sentimenti e motivazioni, su percezioni ed aspettative. Queste sono le fondamenta. I mattoni sono le parole.

La comunicazione, infatti, è un processo che a volte può tradursi in un labirinto.

Accade quando si comincia il dialogo convinti che porterà lì dove si vuole andare. Ci sono tutte le premesse affinché si realizzi lo scopo per cui quel dialogo ha avuto inizio: le motivazioni sono adeguate, le capacità espressive più che sufficienti, dall’altra parte c’è chi ascolta con attenzione e dice la sua con convinzione. Ci si introduce nella relazione, insomma, persuasi  di conoscere la direzione da seguire.

Poi accade qualcosa in sé, come esito di uno stimolo che l’interlocutore ha inviato consapevolmente o meno, che coincide con l’inquietante sensazione che il tempo stia passando invano, che la strada inizialmente intrapresa comincia a deviare, che si procede nel parlare ma che, appunto, non si fa altro che parlare senza dire niente o, almeno, senza dire ciò che si aveva intenzione di dire.

Le emozioni, rispetto al principio del dialogo, mutano. I pensieri anche. La fiducia iniziale che la meta sarebbe stata raggiunta si tramuta in frustrazione: ci si sente incapaci a ritornare sui propri passi ed in balìa di chi sta di fronte e parla senza mai rispondere veramente e senza mai domandare effettivamente. Lo scopo del dialogo, a questo punto, pare sia solo quello di aggiungere parole a parole, al di là di ogni contenuto.

Di fatto è ciò che accade: ci si trova circondati da pareti fatte di parole che hanno perso contatto con i significati. Anche la forma verbale, lentamente, si sfalda.

Comincia la ricerca della via di uscita. L’obiettivo iniziale perde di valore. Ciò che conta è porre fine alla vuota conversazione. La nuova meta diventa liberarsi dal carico di negatività emotiva e cognitiva che ha preso il sopravvento sulla positività dell’inizio.

C’è bisogno di giungere all’uscita di questo dedalo di non – sensi.  Da qualche parte, ci si dice, ci sarà pure uno spiraglio attraverso cui infilarsi.

Si cerca, invano. La negatività viene amplificata così da un doloroso senso di frustrazione: si è stati incapaci di seguire la rotta stabilita in origine, si è incapaci di porvi rimedio.

Si è nel labirinto, definitivamente. Totalmente.

Per meglio comprendere questo genere di evento relazionale è opportuno partire da alcune specifiche domande:

In quali circostanze la comunicazione si trasforma in un labirinto?

Cosa accade, quando comunichiamo, che a volte che ci fa percepire intorno a noi il labirinto?

Una spiegazione  emerge dalle argomentazioni di Stephen  B. Karpman, psicologo statunitense, in merito al cosiddetto Triangolo Drammatico.

Dice Karpman che gli individui si pongono nei confronti del mondo a partire da una specifica posizione, definita in Analisi Transazionale “posizione esistenziale”, strutturata dal complesso di convinzioni su sé, gli altri ed il mondo in genere.

L’origine di questa posizione è da cercarsi nella storia personale che, si sa, è passato e presente, una storia però in cui la componente legata all’attualità spesso consiste nella continua conferma di ciò che è già stato.

La ricerca della conferma produce, come sua inevitabile conseguenza, la svalutazione di alcuni aspetti della realtà, quelli che metterebbero in discussioni le convinzioni che sono alla base dell’agire.

Svalutare significa non tenere conto di alcuni tipi di stimoli che giungono dall’esterno sotto forma di messaggi verbali e non verbali oppure dal proprio interno, ossia emozioni/ sentimenti/ percezioni/ pensieri. Tutto ciò viene filtrato attraverso la convinzione primaria o viene completamente ignorato e ciò al fine di lasciare inalterata la decisione esistenziale da cui hanno origine, poi, tutte le  successive decisioni ( il cui insieme esprime, in termini analitico – transazionale, il proprio copione di vita ).

La svalutazione produce un’assunzione di ruolo nei confronti del mondo. Questo ruolo può essere definitivo, vale a dire resta tale in ogni situazione. Può  risultare, invece, assunto solo in date circostanze.

Oppure può variare repentinamente fino alla conferma della posizione prioritaria.

Karpman definisce tali ruoli  Vittima, Carnefice  e Persecutore.

La posizione della Vittima è quella di chi sente di non avere alcuna responsabilità in ciò che accade, di negativo, a sé e agli altri. Convinta di non essere partecipe degli eventi se non per subirli, ritenendo di non possedere poteri decisionali che gli permettano di orientare la realtà in proprio favore, la Vittima si percepisce , dunque, incapace a risolvere.

Tale inadeguatezza è sentita aprioristicamente rispetto all’agire: vale a dire che la Vittima si riconosce tale senza alcun bisogno di dimostrare a sé e agli altri la propria incapacità. Non avverte il bisogno di alcuna verifica prima di dichiararsi idoneo o meno a risolvere: tale insufficienza è esistenziale, non legata, cioè, ad eventi specifici circoscritti nel tempo e nello spazio.

La Vittima, per trovare risposte alle sue esigenze materiale e spirituali,  ha bisogno di un Salvatore, vale a dire di chi lo riconosce altrettanto aprioristicamente incapace e, quindi, è pronto ad agire in sua vece. Dunque necessita di chi, a sua volta disposto su una specifica posizione esistenziale, si inserisce nel suo copione vittimistico. Karpman, infatti, sostiene che tali ruoli  sono tra loro perfettamente complementari.

Il Persecutore è il ruolo agito da chi sente l’incessante bisogno di aggredire per difendersi da altri che, nell’ottica che scaturisce dalla sua posizione esistenziale, sono aprioristicamente considerati o incapaci a risolvere o colpevoli sempre e comunque ( ogni evento che riguarda il colpevole è visto dal Persecutore sempre come portatore di negatività) ( una negatività, tra l’altro, che non presenta precisi riferimenti concreti) oppure colpevoli in quanto incapaci.

Il Persecutore non sa porsi nei confronti dell’altro se non su posizioni di superiorità, pur avvertendosi paritario. Più percepisce che la sua magnanimità, di cui è fermamente convinto consapevolmente, non viene riconosciuta dal suo interlocutore, più il suo atteggiamento inconsapevolmente diventa persecutorio.

Anche chi  svolge il ruolo di Salvatore assume, con modalità diverse da quelle del Persecutore, una posizione di dominio nei confronti dell’interlocutore che è ritenuto incapace inevitabilmente e a prescindere, dunque da soccorrere.

Il Salvatore, però, a volte mette in atto i suoi interventi spinto dall’esigenza di distrarsi, e distrarre l’interlocutore, dal vuoto che percepisce in sé. In queste circostanze, allora, il Salvatore  agisce da subalterno: solo salvando, infatti, può essere in relazione. In tal caso dunque la svalutazione riguarda sé stessi.

Come già prima accennato, alcuni individui assumono uno di questi ruoli in via definitiva e lo conservano qualsiasi sia il tipo di relazione in cui si inseriscono.

Altri esprimono una delle tre posizioni in circostanze specifiche: ad esempio si sentono Vittime nelle relazioni professionali e Persecutori in quelle affettive, Salvatori nei rapporti familiari e Persecutori  in quelli di lavoro o Vittime con il/ la partner e Salvatori con gli amici. Ulteriori combinazioni sono possibili.

Altre volte la stessa persona, nell’ambito della medesima relazione, assume tutte e tre le posizioni.

Ha un esordio da Salvatore, ad esempio, per sentirsi, con il procedere della comunicazione, Vittima ed  alla fine svolgere il ruolo di Persecutore.

L’interlocutore, intanto, si assegnerà alternativamente ruoli complementari: sarà Vittima, poi Persecutore per tornare ad essere Vittima.

Nella sostanza, al di là del ruolo iniziale, la conclusione della relazione confermerà la posizione che la persona avverte per sé ed in sé predominante. In sintesi, cioè, l’alternanza delle posizioni è soltanto apparente: l’individuo mette in atto sempre uno stesso ruolo assumendo, in alcuni momenti, atteggiamenti che apparentemente lo contraddicono ma che, alla fine, risultano funzionali alla sua conferma.

Il passaggio da un ruolo all’altro è causa del labirinto.

L’alternanza delle posizioni si traduce nella  edificazione di uno spazio emotivo e cognitivo in cui l’altro, alla fine, perde la connotazione iniziale. E’ come se il dialogo avvenisse con e tra persone sempre diverse una dall’altra, individui comunque distanti dalla specificità  iniziale.

Il disordine invade non solo la percezione dell’esterno ma anche la consapevolezza di sé, del proprio ruolo, delle proprie motivazioni ed aspettative riguardo le mete della comunicazione. A questo genere di scompiglio se ne aggiunge uno di carattere emotivo, con manifeste ripercussioni sulle modalità esteriori della comunicazione stessa.

La ragione del dialogo diviene sfuggente e si perde in pseudo – mete diverse una dall’altra, spesso contraddittorie tra loro.

Si continua a comunicare senza mai entrare veramente in contatto con il destinatario del proprio messaggio né si accoglie effettivamente la sua risposta. Si è vicini, dunque, impossibilitati però a vedersi e toccarsi.

Uno stratagemma da mettere in atto per uscire dal labirinto è troncare la comunicazione. Questa è la mossa più immediatamente a portata di mano, quella che risolve ogni conflittualità. E’ la strada accessibile sempre e a tutti. Non richiede granchè di impegno. E’ sufficiente, infatti, abbandonare la relazione .

Eppure questa frattura, lì dove sia realizzabile, risolve la confusione soltanto in apparenza. L’interruzione, infatti, appartiene alla dimensione esteriore, quella del  semplice parlare. Essa non basta a far cessare il groviglio interiore ( emozioni, sentimenti, pensieri e convinzioni) in cui si è intrappolati.

Anche quando l’altro esce fuori dal proprio campo visuale, dal proprio raggio di azione, si rischia di restare intrappolati nel labirinto.

Dunque la fine della comunicazione, se avviene, non risponde alla domanda su quale strada percorrere per venire fuori dal labirinto, per spezzare, cioè, il triangolo drammatico (il significato, o un significato, del termine drammatico è proprio l’impossibilità di emergere dalla confusione anche se si attua ciò che sembra essere la sola soluzione certa, ossia la fuga).

L’unica effettiva alternativa al dramma è non aderire alla svalutazione messa in atto dall’interlocutore, che sia Vittima o Persecutore o Salvatore. Non aderire vuol dire non adottare modalità comunicative complementari al ruolo assunto dall’altro il che, in sostanza, è l’esito del non uniformare le proprie emozioni ed i propri pensieri all’immagine che l’interlocutore ci rimanda di sé e di noi stessi.

Uscire dal labirinto è possibile, allora, se ci si dispone a compiere un cammino a ritroso che conduce dall’esterno verso l’interno fino a toccare le corde profonde dei propri sentimenti.

Non si tratta del solito discorso di tenere separati ciò che accade dentro di noi da quello che accade fuori, anzi. Vuol dire, infatti, essere pienamente consapevoli dei propri vissuti, anche nelle loro espressioni a volte paradossali ed incongrue, per comprenderne l’effettivo legame con l’evento esterno. Ciò si traduce nel riconoscere ed accogliere, lì dove si avverta, la propria spinta salvifica o vittimistica oppure persecutoria, invece di soffocarla. Questa assunzione di responsabilità è necessaria proprio per non lasciarsi distrarre dall’istanza vittimistica o persecutoria, oppure salvifica, al fine di leggere in piena consapevolezza la dinamica relazionale e produrre le risposte adeguate ad essa.

Si tratta di un percorso che ad ogni passo ci avvicina di più  agli altri. Ce li fa conoscere e riconoscere come persone, non ruoli,  che parlano con voce diversa da quella di un tempo, quando ancora non li riconoscevamo, arroccate come erano, come d’altronde eravamo noi,  ai vertici del triangolo drammatico.







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