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Il genitore in ascolto

category Psicologia Alfonso Falanga 11 Aprile 2009 | 2,619 letture | Stampa articolo |
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L’esperienza quotidiana ci suggerisce che, quando comunichiamo, le risposte immediate che diamo ai messaggi (verbali e non verbali) inviatici dall’ambiente relazionale sono, in genere, insufficienti a soddisfare le istanze effettive dei nostri interlocutori.

Da tale carenza deduciamo che comunicare implica, quale inevitabile premessa, l’ascolto dell’altro che significa, sostanzialmente, cogliere il contenuto sotteso all’atteggiamento manifesto  di chi ci sta di fronte.

” Ascoltare “, in sintesi, è rivolgersi al “non detto”, vale a dire a quel complesso di significati che completa il messaggio esplicito pur se a volte, all’apparenza, lo contraddice.

” Ascoltare”, in questa ottica, non è solo comprendere il significato di un modo di agire bensì è dare senso all’esperienza emotiva e cognitiva di cui quel comportamento è evidenza.

Si intuisce facilmente, allora, come l’ascolto sia il fondamento della relazione di aiuto, ovvero di quel tipo di rapporto che si instaura tra chi, non sempre in modo diretto, chiede sostegno e chi invece (per competenza, ruolo, disponibilità, capacità) fornisce sostegno, o almeno si impegna in tal senso.

Una sorta di automatismo semantico conduce a considerare ” relazioni di aiuto” esclusivamente rapporti istituzionalmente definiti tali: medico – paziente, docente – discente, operatore – utente (anziano, ammalato, portatore di handicap, alcolista, ecc). Questa consuetudine porta a trascurare il fatto che ognuno, nella quotidianità, spesso esplica il ruolo di chi, nella relazioni di aiuto, procura sostegno. Accade nella professione, nel sociale e certamente in famiglia. Quest’ultima, infatti, è la dimensione in cui più vale tale principio  al punto che, da questo punto di vista, non si può parlare del ruolo genitoriale se non come quello di un genitore costantemente ” in ascolto”.

Simile affermazione è tanto più aderente alla realtà quanto più il rapporto genitore – figlio difetta di fluidità.

A tale proposito è nostra intenzione evidenziare, nelle note successive, alcuni  eventi relazionali che richiedono, da parte di padre e madre, il massimo impegno per ” essere” genitori in ascolto.

” Non so più  come  comportarmi con mio figlio…Ogni volta che gli dico,  anche con le buone, che deve impegnarsi nello studio, mi guarda fisso, immobile e muto…Mi sta di fronte senza fare nulla, assente, come se fosse da un’altra parte…E’ evidente che non gli importa né dello studio né dei miei discorsi. E’ proprio tempo perso!”(1).

In questo sfogo, che riflette i lamenti con cui spesso i genitori si rivolgono a parenti/ amici/ insegnanti/ consulenti/ psicologi è racchiusa la frustrazione che, a volte, un genitore sperimenta di fronte ad uno specifico modo di agire del figlio: l’astensione.

Con questo termine l’Analisi Transazionale (2) definisce una “passività” ovvero la manifestazione esteriore di un evento intrapsichico: l’astensione, in pratica, è il comportamento di chi utilizza, di fronte ad un problema (3), la propria energia ( fisica e psichica) per impedirsi di agire invece che intraprendere un’azione verso l’esterno e risolvere il dilemma.

Altre forme di comportamento passivo sono l’iperadattamento, l’agitazione e la violenza.

La persona iperadattata è quella che aderisce non alle richieste effettive dell’ambiente ( familiare, professionale, sociale) bensì a quelle che immagina esse siano. In sintesi, questo tipo di comportamento esprime l’adeguarsi a ciò che si crede siano i desideri degli altri ( in genere e nei propri confronti) senza tenere conto né delle esigenze personali né di quelle effettivamente altrui..

L’agitazione, secondo l’ottica analitico-transazionale, è un ulteriore comportamento passivo in quanto, in simile circostanza, il soggetto utilizza la propria energia fisica e psichica contro sé stesso, incapacitandosi attraverso un’iperattività del tutto distante rispetto alla questione da risolvere ( che può consistere anche soltanto nel dare una risposta al genitore). Insomma egli/ ella, in tali circostanze, non si astiene e non anticipa i desideri altrui ma fa tutt’altro, e con energia, rispetto a ciò che andrebbe fatto.

Un altro genere di dinamica si attua nel momento che la persona rivolge la propria vitalità invece che  nei riguardi di sé stessa, come nell’agitazione, verso l’esterno.

In tal caso essa manifesta un atteggiamento violento che rischia di ledere sé e agli altri.

L’Analisi Transazionale,pur se può apparire un paradosso, considera pure la violenza un comportamento passivo in quanto l’individuo, anche in questo caso come nell’agitazione,  indirizza le risorse fisiche e psichiche verso  mete incongrue rispetto alla soluzione del problema.

Data la complessità dell’argomento, in queste note vogliamo limitarci ad esaminare più da vicino un solo tipo di passività e cioè l’astensione, riservandoci di trattare iperadattamento, agitazione e violenza in successive occasioni.

Abbiamo introdotto il tema del comportamento passivo sostenendo che esso è, in pratica, la manifestazione esteriore di un evento intrapsichico e cioè la svalutazione (4) che la persona fa di sé e della propria possibilità di  attivarsi in funzione delle esigenze personali.

Egli/ella, nel caso specifico dell’astensione, si percepisce (ed è percepito/a tale dal genitore) incapace di azione e di pensiero mentre, di fatto, pensa ed agisce (l’azione si esplica nell’impedirsi atteggiamenti congrui alla situazione). “Vuole”, o “vorrebbe”, ma non sa come realizzare l’oggetto della sua volontà. Si sperimenta a tal punto inadatto/a da  ritenere di non avere nemmeno la capacità di utilizzare l’aiuto fornitogli dall’esterno ( nel nostro caso dal genitore).

In tale circostanza si realizza una fase di quel meccanismo relazionale che Stephen Karpman definisce  “triangolo drammatico”: il genitore si riconosce nella posizione di Vittima e percepisce il figlio come Persecutore. Il figlio, dal suo canto, si sente Vittima e avverte il padre o la madre su una posizione persecutoria.

La comunicazione, dunque, resta uno scambio tra ruoli complementari e distanti, dolorosamente distanti, dalle effettive esigenze di entrambi che rimangono celate al di sotto dei comportamenti manifesti. La comunicazione, di fatto, si blocca (5).

L’impasse ha essenzialmente origine dal fatto che padre/ madre reagiscono alla forma ed ai contenuti immediati e manifesti degli atteggiamenti del figlio. La loro è una risposta ” automatica”, certamente comprensibile dato il carico emotivo che permea il rapporto. Eppure soltanto il collocarsi, da parte del genitore, in una posizione di “ascolto” può favorire il riconoscimento, l’accoglienza ed il superamento della svalutazione che il figlio fa di sé, dell’ ambiente familiare e dei motivi che sono all’origine di tale processo interiore.

Nel caso dell’astensione il porsi in ascolto genitoriale si traduce, preliminarmente, nel  superamento della convinzione di trovarsi di fronte ad una persona assente, priva di pensiero, estranea al contesto ed indifferente al disagio proprio e dei familiari. Chi si astiene,  al contrario, “pensa”, anzi lo fa fin troppo in quanto, ritenendosi incapace di agire, è in contatto esclusivamente con la propria convinzione di inadeguatezza, tra l’altro sempre più confermata dalla risposta del contesto familiare al suo “non fare”.

Il mutismo, invece, dal momento che è una opzione comportamentale al pari di altre, è “messaggio” (6): il figlio, dunque, comunica ” qualcosa” anche attraverso l’apparente indifferenza.

In  simili circostanze,  al contrario, il genitore tende generalmente o ad insistere affinché il/la ragazzo/a assuma una posizione ben definita (che comunque assecondi le aspettative paterne/materne) oppure a rinunciare in quanto percepisce l’”indifferenza” filiale come una barriera ad ogni ulteriore tentativo di dialogo. Comunque vada, la situazione resta inalterata, con tutto il suo peso emotivo.

Un’alternativa a  questo processo consiste, per il genitore, nel concentrarsi non più, o non solo, su cosa “non fa” il figlio ( l’agire) ma su “cosa fa” ( pensare, sentire, emozionarsi) e  rendere, così, questa nuova considerazione il punto di partenza per richieste ed osservazioni riguardanti l’oggetto specifico della discussione ( scuola, amicizie, comportamento in famiglia, ecc) ottenendo, in più, un consolidamento della relazione.

Ritorniamo all’esempio utilizzato per introdurre il concetto di astensione: il genitore esorta il figlio a studiare di più in quanto lo studio è importante per costruirsi un futuro ecc. ecc…

Il figlio resta immobile, in silenzio, come se gli incitamenti fossero rivolti ad altri e non a lui/ lei. Il genitore, a questo punto, al posto che insistere ( dunque riproporre lo stesso comportamento ma amplificato) o rinunciare, può spostare il livello della comunicazione e rivolgersi non alla “logica” del figlio ( in questo momento bloccata di fronte al prevalere della svalutazione, con il conseguente manifestarsi della “non azione”) bensì alla sua componente emotiva con espressioni del tipo:

“  Ti dico queste cose non per  rimproverarti ma perché sono preoccupato/a  per te… Sono preoccupato/a perché ti voglio bene…So che se non ti impegni nello studio non è perché sei incapace ma perché qualcosa non va a scuola o qui in casa…Quando ne vorrai parlare io sarò pronto/a ad ascoltarti”.

Oppure:

” Se non mi rispondi io non saprò mai cosa pensi di quello che ti ho detto…Cosa posso fare per farti sentire che non hai nulla da temere, da me, nell’esprimere le tue idee?”

Questo genere di affermazioni è ipotizzabile che siano avvertite dal figlio come protettive nei confronti della sua emotività ( in sintesi, il genitore sta accogliendo e prendendosi cura del disagio del/della ragazzo/a). Inoltre ne spingono la componente logica a concentrarsi sul problema che impedisce l’impegno nello studio e/o il manifestare il proprio pensiero, ciò al riparo dal timore di essere giudicato/a.

Anche tali messaggi, in effetti, costituiscono un insistere di fronte all’astensione ma esprimono  comunque un muoversi in una direzione diversa rispetto alla stessa che ha prodotto il blocco della comunicazione.

Queste considerazioni non intendono rappresentare la soluzione sicura al dilemma dell’astensione bensì vogliono costituire un’ipotesi di lavoro rispetto al tema in questione. Esse indicano un progetto di cambiamento che in ogni caso rappresenta, per il genitore, un percorso lungo e faticoso realizzabile, come sempre accade nella relazione di aiuto,  se si è disposti a  farsi carico  sia dell’emotività del figlio  che della propria ( possiamo facilmente immaginare quali emozioni possa avvertire il genitore di fronte al figlio che si mostra indifferente alle sue esortazioni  e quali pensieri e convinzioni, su sé come riferimento familiare nonché sul figlio stesso, possano seguire ad esse).

Ogni volta che ci si pone in ascolto, infatti, si entra in contatto con una realtà emotiva e cognitiva ” altra”. Da questa, però, inevitabilmente, si giunge a “toccare” le proprie emozioni e convinzioni, i propri sentimenti e pregiudizi. Un carico che risulta, a volte,  più faticoso da sostenere rispetto a  fardelli altrui, pur se riferiti a persone con cui si è in una relazione profondamente affettiva.

Attraverso l’ascolto dell’ “altro”, insomma, si ritorna sempre e comunque a sé stessi.

Alfonso Falanga

note:

1) gli esempi utilizzati rispecchiano casi concreti vissuti dall’Autore in qualità di Consulente relazionale

2) cfr. Jacqui Lee Schiff : ” Analisi Transazionale e cura delle psicosi ” – ed. Astrolabio , Ian Stewart;  Vann Joines : ” L’Analisi Transazionale – Guida alla psicologia dei rapporti umani” – ed. Garzanti

3) per “problema” si intende un aspetto della realtà materiale / psichica / comportamentale che è ostacolo alla realizzazione delle proprie esigenze

4) la svalutazione è un processo cognitivo che riguarda il modo in cui si interpretano i dati di realtà e che implica, come suggerisce la parola stessa,  tenere conto solo di alcune informazioni e nel metterne da parte altre.

” La svalutazione è ignorare inavvertitamente delle informazioni pertinenti alla soluzione di un problema” – Jacqui Lee Schiff – ” Analisi Transazionale e cura delle psicosi ” – ed. Astrolabio

5) la comunicazione, in alcune circostanze, si blocca ossia si genera tra i partecipanti alla relazione una conflittualità di forme, contenuti, obiettivi, aspettative.

Che ciò accada non significa che non si comunica più. E’ vero che il blocco della comunicazione può manifestarsi attraverso una sua sospensione, momentanea o definitiva, ma questa è solo una delle sue espressioni. Un diverso modo in cui il conflitto relazionale si mostra consiste nel parlare d’altro rispetto al motivo per cui ha avuto origine la comunicazione e, dunque, rispetto ai suoi obiettivi.

6) ogni atteggiamento è messaggio siccome comunicare è sinonimo di comportamento.

Le persone comunicano inevitabilmente in quanto non possono non comportarsi. Questo evento è rafforzato dal fatto che per comunicazione non intendiamo necessariamente andare d’accordo, come vuole il linguaggio ordinario, bensì dare stimoli e ricevere risposte nel momento in cui c’è visibilità e contatto fisico.

Un autore, Paul Watzlawick, in “Pragmatica della comunicazione umana” sostiene che il comportamento non ha opposti.







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