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Il complesso di Abramo: da Filone d’Alessandria a Freud

category Psicologia Giuseppe Maria Silvio Ierace 4 Gennaio 2014 | 2,371 letture | Stampa articolo |
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Che la Genesi biblica segua, a grandi linee, la cosmogonia egiziana e che, sotto i nomi di Abramo, Isacco, Rebecca, Giacobbe, Mosè, Giosuè… si nascondano personaggi storici della corte dei faraoni è un’ipotesi suggestiva. La spedizione di Giosuè potrebbe coincidere con l’ impresa militare di Seti I. Mosè sarebbe verosimilmente il generale Ra-Messou, cioè il Ramses padre di Seti. Rebecca (Ribhqeh, che avvince) sembra sia stata “bella” (nefer) quanto Nefertiti. Abramo rifiuta il politeismo paterno e parallelamente Akhen-Aton fu il primo monoteista. Ma già il figlio, che gli successe, attuò una controriforma religiosa persino nell’appellativo scelto, di una delle divinità del pantheon politeistico, Amon-tut-ankh, rimettendo in posizione onorifica, all’inizio del nome, il precedentemente spodestato Amon. Così da Tutankh Aton divenne Tutankh Amon, come lo conosciamo, e andrebbe probabilmente identificato con Nibhurrereya (lettere di Amarna) e, quindi, con Rathotis della XVIII dinastia. Poi sarebbe stata la volta di Aï, Ay, o Kheperkheperura, il quale, affinché si perdesse la memoria della religione professata dal predecessore Akhen-Aton, diede l’ordine di scacciare, dalla vecchia capitale Akhet-Aton, “città santa” dei monoteisti, tutti gli abitanti adoratori d’un unico dio. Questa gente, identificata presumibilmente come Yahouds, avrebbe raggiunto Canaan, per fondarvi il regno di Yahouda, ossia la Giudea.

Filone di Alessandria (13 a.C.-45 d.C.) raffigura Mosè come un erudito del pensiero ellenistico, che supera in conoscenza i suoi maestri e, in quanto uomo avveduto e guidato dalla ragione, unisce in sé qualità da filosofo, profeta e re. A lui attribuisce la dottrina di Platone sulla creazione e l’insegnamento di Eraclito sui contrari. Il sacrificio di Isacco lo tratta come atto di pietà religiosa, in quanto etimologicamente la gioia espressa dal nome del figlio di Sara (che aveva accolto con ilarità l’annuncio di quella sua gravidanza), Filone d’Alessandria ritiene debba essere subordinata alla perfezione della felicità in Dio.

Per Freud, l’uccisione originaria è invece quella dei figli sul padre. La sua partecipazione emotiva sembra spingerlo a una proiezione sui patriarchi, immedesimandosi quando con l’uno quando con l’altro. E, nell’ambito dello studio sul mascheramento, utilizzato dal fondatore della psicoanalisi per riportare i propri racconti autobiografici, Siegfried Bernfeld evidenziò tale distorsione soprattutto nel saggio sul Mosè di Michelangelo, notando come Freud avrebbe applicato sempre una stessa tecnica per dissimulare la propria identità.

Secondo György Dobó / George Devereux (1908-1985), la scotomizzazione della relazione conflittuale che un genitore instaura con figlio (complesso di Laio, complementare a quello di Edipo) risale al profondo bisogno dell’adulto di far ricadere sul bambino la responsabilità di mal celate tendenze alla rivalità stimolate invece da atteggiamenti propri, evocati da sentimenti di repulsione e timore. Rank (1912) e Reik (1959), hanno interpretato il rito della circoncisione come uno “spostamento” della più cruenta castrazione, o addirittura uccisione del figlio.

Abramo avrebbe voluto la morte di Isacco, in quanto lo vedeva come l’espropriatore della sua onnipotenza trans-generazionale. La nascita d’un figlio costituisce l’inizio della morte parentale. In tale prospettiva, Abramo, succube del suo ruolo super-egoico, di capostipite scelto direttamente da Dio (Gn 12, 1), si sente annientato dalla paura di non essere all’altezza del suo mandato e, nel difendere la sua posizione, attribuisce a Dio (Super-Io) la responsabilità d’una consuetudine frequente tra i Cananei fedeli a Moloch. La vittima, Isacco, fuoriesce dalla vicenda “castrato”, e annullato, a tal punto da sbiadire completamente la propria figura, che diverrà marginale ed evanescente rispetto alle personalità a lui vicine (Rebecca, Giacobbe…).

Forse, Freud non prese in giusta considerazione la vicenda di Abramo e di altri padri, come Crono o Laio, pronti a sopprimere i propri figli, perché culturalmente considerati più criticabili, o psicologicamente più ego-distonici, oppure si vedeva coinvolto in prima persona?

 

In Austria tutti erano convinti di stare dalla parte della ragione: – scrive Enrico Girmenia ne Il complesso di Abramo (Armando, Roma 2013), al capitolo “Freud e la psicanalisi di fronte alla guerra” –  il vecchio Impero asburgico rappresentava un baluardo della civiltà e del progresso. La sua dissoluzione avrebbe segnato la fine del sogno mitteleuropeo di una convivenza tra popoli diversi. Solo l’Impero austriaco era riuscito nella difficile opera di far convivere pacificamente etnie divise da secolari tensioni, rispettandone prerogative culturali e religiose. La maggioranza degli austriaci era convinta che la difesa della propria nazione e della civiltà fossero un tutt’uno. Anche Sigmund Freud, per qualche breve momento, si fece contagiare dall’entusiasmo per una possibile vittoria del suo paese… Ma, dopo questo temporaneo smarrimento della ragione, in lui prevalse di nuovo la lucida convinzione che solo nella pace l’uomo potrà far emergere il suo volto migliore”.

Fu proprio negli anni della prima guerra mondiale che Freud giunse a una matura elaborazione del tema dell’aggressività e dell’impulso alla distruttività. La guerra come ineluttabile destino, la coscienza della debolezza, l’incertezza per l’imprevedibilità del futuro, il presentimento della fine li individuò quale preludio allo scatenamento dei peggiori istinti. Dietro questa visione pessimistica c’era il palese coinvolgimento emotivo d’un genitore apprensivo circa la sorte di ben tre figli arruolati al fronte.

Quando avrà occasione d’osservare i reduci traumatizzati da un conflitto così cruento, il maestro era sessantenne. A ostilità interrotte, i sintomi angosciosi sembravano recedere per subire una recrudescenza, svincolata dalla causa e cronicamente autoalimentantesi.

Nel saggio del 1926, Hemmung, Symptom und Angst (Inibizione, sintomo angoscia) definì il rapporto di causa effetto tra  vissuto angoscioso attuale e trauma psichico trascorso. Sarebbe dovuto essere il superamento della precedente visione riduttivistica dell’ansia, come allarme di fronte al pericolo. Le osservazioni risultavano concordi sul dato che i traumatizzati venissero sopraffatti da tutta una serie di stimoli intensi fino al completo disorientamento. Con la sovraesposizione al rischio mortale, si aveva come una tendenza al collasso e persistente vissuto d’ansia acuta, non più sostenuta da alcuno stimolo.

Nella rielaborazione teorica della genesi dell’angoscia, Freud riconobbe nel fatto d’aver assistito a scene particolarmente raccapriccianti il primum movens, la causa originaria, o l’innesco d’un sintomo pronto a perpetuarsi quale spia indiretta di preesistenti cariche emotive tra loro in conflitto, riattivate dalla contingenza traumatica. Lo shock bellico “risveglia” istanze emotive, in altre circostanze tenute sotto il controllo cosciente, ma talmente  profonde da risalire alle più lontane e complesse vicissitudini della formazione e dello sviluppo dell’individuo.

Massenpsychologie und Ich-Analyse (Psicologia delle masse e analisi dell’io, 1921) è precedente di qualche anno, ma sempre ricollegato alla tragica esperienza bellica e a quelle strategie adottate dalle classi dirigenti nel creare un suggestivo clima di mobilitazione patriottica. Il pessimismo è condizionato dal dubbio sulle capacità del singolo di riuscire a controllare le tendenze aggressive, qualora fossero fomentate a bella posta. La legittimazione dell’odio diffuso, e coltivato ad arte dalla subdola propaganda, lascia libero sfogo alla violenza più efferata.

Zeitgemässes über Krieg und Tod (Considerazioni attuali sulla guerra e la morte, 1915) è ancora più precoce; qui incomincia a prendere le giuste distanze dall’euforia contagiosa iniziale. La delusione è procurata dal fatto che la civilizzazione non risparmia dalla tragedia d’una barbarie che sembra indivisibile dalla natura umana. Le tendenze più abbiette, che in tempo di pace parrebbero tenute a freno dal controllo sociale, in periodo bellico affiorano tutte, esplodendo nella loro più distruttiva manifestazione di crudeltà.

Quello che forse il padre della psicoanalisi avvertiva carente era, con buona probabilità, quel senso della ritualità del dissidio e della controversia, cui sembra quasi inevitabile andare incontro, ma che poi viene attutito o da un intervento, terzo, di abilità diplomatica, oppure da un qualche carattere autolimitante che porta a conclusione prima dell’irreparabile totale distruzione dell’avversario. Ciò non sembra potersi riproporre allorquando si tirano le somme di rivendicazioni che abbiano esasperato gli animi per odi d’antica data, basati su ideologie le quali costringano un po’ tutti a schierarsi, sul tipo “Chi non è con me è contro di me” (Matteo 12, 30), e con l’effetto che un’istituzione civile disposta a intromettersi a cuscinetto per risolvere il contenzioso, facendo cessare le ostilità, non riesca ad apparire a nessuno abbastanza credibile e neutrale.

 

Quando invece è l’individuo ad assumere un comportamento sollecitato da particolari circostanze collettive, l’indagine deve affrontare il fenomeno della gregarietà e delle motivazioni che in atto la coagulano. Il tema pertanto della Massenpsychologie ha due riferimenti imprescindibili nella Psychologie des Foules (1895) dello psico-socio-antropologo Gustave Le Bon (1841-1931) e in The Group Mind (1920) di William McDougall (1871-1938). Per quanto siano diversi i due autori, i loro testi coincidono, quanto meno, nel rilevare come l’immersione in una massa disorganizzata induce l’inibizione dei normali meccanismi di controllo che governano la vita sociale quotidiana. Di conseguenza, moduli di comportamento regressivi e primitivi non trovano ostacoli alla loro ricomparsa.

Il primitivismo pulsionale dell’Es e dell’angoscia sociale erano già stati individuati, per sommi capi, ed erano in attesa d’essere interpretati. “All’interno di una massa e per influsso di questa, il singolo subisce una modificazione spesso profonda della propria attività psichica. La sua affettività viene straordinariamente esaltata, la sua capacità intellettuale si riduce in maniera considerevole, ed entrambi i processi tendono manifestamente a equipararlo agli altri individui della massa; è un risultato, questo, che può essere conseguito unicamente mediante l’annullamento delle inibizioni pulsionali peculiari a ogni singolo individuo, e mediante la rinuncia agli specifici modi di esprimersi delle sue inclinazioni” (Massenpsychologie und Ich-Analyse, 1921).

Anche le ipotesi avanzate da Le Bon e McDougall sembravano molto accomunate dal ricorso alla spiegazione di una serpeggiante suggestione. Mentre, per Freud, il comportamento della massa non può che postulare quel legame affettivo tra gli individui che li farebbe agire all’unisono e, laddove ci fosse una massa organizzata,  quello intrattenuto dai singoli con il capo.

Il primo vincolo gli appare indubbiamente di natura libidica: “la massa viene evidentemente tenuta insieme da qualche forza. A quale forza potremmo attribuire meglio questa funzione se non a Eros, che tiene unite tutte le cose del mondo?…. Finché la formazione collettiva persiste e fin dove si estende il suo dominio, gli individui si comportano come se fossero omogenei, tollerano il modo di essere peculiare dell’altro, si considerano uguali a lui e non provano nei suoi confronti alcun sentimento di avversione. In base alle nostre concezioni teoriche, tale limitazione del narcisismo può essere il prodotto di un solo fattore: il legame libidico con gli altri. L’amore per se stessi trova un limite solo nell’amore esterno, nell’amore volto agli oggetti“.

La relazione con un leader la  riconduce al meccanismo dell’identificazione, quale “prima manifestazione di un legame emotivo con un’altra persona“, la quale “tende a configurare il proprio Io alla stregua dell’Io della persona assunta come modello“, con il risultato di trovarsi di fronte, gioco forza, l’ideale dell’Io. L’enunciato freudiano, corrispondente alla “formula della costituzione libidica di una massa… Una tale massa è costituita da un certo numero di individui che hanno messo un unico medesimo oggetto al posto del loro Ideale dell’Io e che pertanto si sono identificati gli uni negli altri nel proprio Io“, rettifica l’altra affermazione: “l’uomo è un animale che vive in gregge, sostenendo che egli è piuttosto un animale che vive in orda, un essere singolo appartenente ad un’orda guidata da un capo supremo“.

Il mito dell’orda primaria, di cui aveva già parlato in Totem und Tabu: Einige Übereinstimmungen im Seelenleben der Wilden und der Neurotiker (Totem e tabù: somiglianze tra vita mentale dei selvaggi e dei nevrotici, 1913), ritorna funzionale alla negazione d’una pulsione gregaria e del bisogno sociale. “La massa ci appare quindi come una reminiscenza dell’orda primordiale. Come in ogni singolo è virtualmente conservato l’uomo primigenio, così a partire da un raggruppamento umano qualsivoglia può ricostituirsi l’orda primordiale; nella misura in cui la formazione collettiva domina abitualmente gli uomini, in essa riconosciamo la continuazione dell’orda primordiale. Dobbiamo concludere che la psicologia della massa è la psicologia più antica: ciò che, omettendo tutti i residui collettivi, abbiamo isolato come psicologia individuale, si è venuto staccando dalla vecchia psicologia collettiva solo in un secondo tempo, gradualmente e in un certo senso in modo tuttora parziale” (Massenpsychologie und Ich-Analyse, 1921).

È l’orda primordiale a far agire la massa nel mistero della suggestione: “Il carattere perturbante, costrittivo, della formazione collettiva, il quale è manifesto nei fenomeni di suggestione che la contraddistinguono, può quindi venir con ragione ricondotto alla sua derivazione dall’orda primordiale. Il capo della massa è ancora sempre il temuto padre primigenio, la massa continua a voler essere dominata da una violenza senza confini, è sempre sommamente avida di autorità, ha, secondo l’espressione di Le Bon, sete di sottomissione. Il padre primigenio è l’ideale della massa che domina l’Io anziché l’Ideale dell’Io“. In essa, “il singolo rinuncia all’ideale dell’Io e lo sostituisce con l’ideale collettivo incarnato dal capo“.

La massa promuove eccezionalmente anche atteggiamenti sacrificali, altruistici ed eroici, che da solo l’individuo non si azzarderebbe mai a porre in atto. Ciononostante, il primitivismo della massa, e soprattutto di quella che s’identifica e si sottomette ad un capo, Freud lo giudica nettamente negativo.

Il nazismo era ancora di là da venire, ma l’Unione Sovietica s’era appena costituita e il fascismo stava già alle porte.

 

Eppure, per quanto regressivi, i comportamenti di massa prendono spunto da frustrazioni e rivendicazioni concrete. I totalitarismi, che comportano l’identificazione con un capo da parte d’un popolo, sono fenomeni che meritano approfondimenti storici, oltre che sociali. Le primitive comunità umane, per motivi ecologici, non erano in grado di raggiungere de dimensioni dell’orda primordiale. E se la somma di singole individualità, la massa, è capace d’indurre con facilità la regressione nel rapporto con il Padre, perché ciò non avviene automaticamente in ogni contesto? La risposta sta forse nella cultura che, con la crescita di consapevolezza dei diritti individuali e di classe, a volte si costituisce quale freno di civiltà.

Il 30 luglio 1932 Freud ricevette la famosa lettera aperta indirizzatagli da Albert Einstein sul “Perché” della guerra: “Caro signor Freud, La proposta, fattami dalla Società delle Nazioni e dal suo “Istituto internazionale di cooperazione intellettuale” di Parigi, di invitare una persona di mio gradimento a un franco scambio d’opinioni su un problema qualsiasi da me scelto, mi offre la gradita occasione di dialogare con Lei circa una domanda che appare, nella presente condizione del mondo, la più urgente fra tutte quelle che si pongono alla civiltà. La domanda è: C’è un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra?”.

Mi aspettavo che Lei avrebbe scelto un problema al limite del conoscibile al giorno d’oggi, cui ciascuno di noi, il fisico come lo psicologo, potesse aprirsi la sua particolare via d’accesso, in modo che da diversi lati s’incontrassero sul medesimo terreno. – rispose Freud – Lei mi ha pertanto sorpreso con la domanda su che cosa si possa fare per tenere lontana dagli uomini la fatalità della guerra. Sono stato spaventato per prima cosa dall’impressione della mia – starei quasi per dire: della nostra – incompetenza, poiché questo mi sembrava un compito pratico che spetta risolvere agli uomini di Stato. Ma ho compreso poi che Lei ha sollevato la domanda non come ricercatore naturale e come fisico, bensì come amico dell’umanità, che aveva seguito gli incitamenti della Società delle Nazioni così come fece l’esploratore polare Fridtjof Nansen allorché si assunse l’incarico di portare aiuto agli affamati e alle vittime senza patria della guerra mondiale. Ho anche riflettuto che non si pretende da me che io faccia proposte pratiche, ma che devo soltanto indicare come il problema della prevenzione della guerra si presenta alla considerazione di uno psicologo. Ma anche a questo riguardo quel che c’era da dire è già stato detto in gran parte nel Suo scritto. In certo qual modo Lei mi ha tolto un vantaggio, ma io viaggio volentieri nella sua scia e mi preparo perciò a confermare tutto ciò che Lei mette innanzi, nella misura in cui lo svolgo più ampiamente seguendo le mie migliori conoscenze (o congetture)”.

Quando era stato interpellato nelle controversie medico-legali per la valutazione degli esiti bellici, aveva notato come le nevrosi di guerra tendessero a scomparire, salvo poi ripresentarsi alla prima occasione di traumatizzazione psichica, quale difesa reattiva contro gli effetti ansioso-depressivi della sindrome, attraverso il meccanismo della rimozione, nel tentativo di elaborare una sofferenza  permanente sotto il livello di coscienza e predisposta a una riattivazione da richiamo contingente. La distorsione del vissuto personale e relazionale lascia residui invalidanti sui quali il giudizio prognostico rimane spesso riservato. A venir scomodato è il narcisismo dell’io, per cui ogni attacco rivoltogli è interpretato quale danno all’integrità dell’essere, che richiede sviluppo e riformulazione, come nel caso d’una perdita, la quale, in assenza di strategie difensive idonee, viene vissuta alla stregua d’un lutto, con ansia e umore depresso.

A guerra ormai finita, il reduce, pur allontanatosi dalle scene cruente che l’avevano impressionato, non riusciva a staccarsi da quel ricordo. Il trauma avrebbe interrotto il flusso energetico verso le finalità gratificanti, lasciando spazio al bisogno d’espiare sensi di colpa inconsci che perseguiterebbero l’individuo rimasto improvvisamente privo di naturali e sufficienti difese.

La frustrazione del narcisismo procura innanzitutto la consapevolezza più cruda d’una vulnerabilità sino a questo momento neppure sospettata. L’onnipotenza, intorno alla quale s’era illusoriamente posizionato l’io, ne risulta intaccata a tal punto dal tangibile rischio della propria incolumità da regredire alle ferite narcisistiche primordiali, nel senso più intenso d’una ri-attualizzazione della perdita fondamentale.

 

In seguito all’osservazione della persistenza della condizione angosciosa nelle sindromi post-traumatiche, Freud avrebbe maturato la concezione delle forze istintuali in contrasto, e nello specifico di quel principio (Todestrieb) che tendenzialmente riporterebbe allo stato inorganico originario (Thanatos), in opposizione alla pulsione libidica della vitalità e della predisposizione alla ricerca del piacere (Eros).

Il saggio Jenseits des Lustprinzips risale al 1920 e riprende il pensiero di Empedocle, relativo al dissidio fra i princìpi o forze di Amicizia e Discordia, Amore e Odio.

Empedocle di Agrigento, nato all’incirca nel 495 a.C., si presenta come una figura fra le più eminenti e singolari della storia della civiltà greca… - avrebbe commentato successivamente in Die endliche und die unendliche Analyse (Analisi terminabile e interminabile, 1937) - Il nostro interesse si accentra su quella dottrina di Empedocle che si avvicina talmente alla dottrina psicoanalitica delle pulsioni, da indurci nella tentazione di affermare che le due dottrine sarebbero identiche se non fosse per un’unica differenza: quella del filosofo greco è una fantasia cosmica, la nostra aspira più modestamente a una validità biologica… I due principi fondamentali di Empedocle – philìa (amore, amicizia) e neikos (discordia, odio) – sia per il nome che per la funzione che assolvono, sono la stessa cosa delle nostre due pulsioni originarie Eros e Distruzione”.

In una nota di Al di là del principio di piacere (1920) Freud cita esplicitamente Sabina Nikolaevna Špil’rejn-Šeftel’ (1885-1942), ammettendo: “Buona parte di questi concetti è stata anticipata da Sabina Spielrein (1912) in un suo erudito e interessante lavoro, ma che, disgraziatamente, mi appare poco chiaro. Ella definisce come ‘distruttivo’ l’elemento sadico della pulsione sessuale”.

Il termine Thanatos, che però non compare negli scritti di Freud, sarebbe divenuto il nome del conflitto patologico tra le due energie, negativa (autodistruzione) e positiva, grazie a Paul Federn (1871-1950). In Die Traumdeutung (1899), si parlava di “principio di costanza”, ma, sotto l’influsso del pensiero di Arthur Schopenhauer (1788-1860), questo viene poi assimilato al “principio del Nirvana”, proposto da Barbara Low (1877-1955), per la quale le eccitazioni della mente, non sono soltanto tenute stabili al più basso livello possibile, bensì vengono completamente estinte.

Thanatos segnalerebbe quindi il desiderio di tornare al riposo, e alla tomba, come pure ambiguamente di concludere la sofferenza e debellare allora la malattia stessa. Pertanto, non sarebbe dovuto essere confuso  con il concetto di destrudo, vale a dire con l’energia della distruzione (che si oppone alla libido), introdotto in Das Ich und Das Es (L’Io e l’Es, 1922). Lo stimolo a creare, la libido, è un’energia che proviene da Eros (pulsione di vita), la destrudo è lo stimolo a distruggere ed essenza di Thanatos (pulsione di morte).

 

La morte sembra qualcosa di non rappresentabile per l’uomo, perché, nelle profondità della psiche non si accetta che l’esperienza terrena possa essere terminata. Pertanto, inconsciamente, ci si comporta come se non si dovesse morire mai. L’imprevedibilità dell’evento non sfugge alla coscienza, ciononostante il vissuto “normale” lo si potrebbe, a giusto titolo, far rientrare in un delirio d’immortalità. L’istinto di sopravvivenza prevale normalmente per proteggerci da atti inconsulti.

La propria morte è irrappresentabile, – concluse Sigmund Freud, in Considerazioni attuali sulla guerra e la morte, 1915 – e ogni volta che cerchiamo di farlo possiamo constatare che in realtà continuiamo a essere ancora presenti come spettatori, perciò la scuola psicoanalitica ha potuto anche affermare che non c’è nessuno che in fondo creda alla propria morte o, ciò che equivale, che nel suo inconscio ognuno di noi è convinto della propria immortalità”.

Al soldato in guerra viene chiesto di dar libero sfogo all’aggressività, in pieno conflitto con quella parte sana dell’io che esercita un controllo sulle pulsioni distruttive, più tipiche d’una primitiva ferinità, espressa pure nei cosiddetti delitti d’impeto. La spietatezza è la connotazione dell’arcaicità della loro natura.

L’emergere  nelle folle d’un’irrazionalità di fondo era stato il punto nodale della disquisizione di Le Bon. Nel mimetizzarsi tra la folla s’innesca un vero e proprio processo di deresponsabilizzazione in grado di mutare il normale comportamento che gli individui terrebbero restando da soli. Il gruppo in sostanza non sarebbe capace di autogestione nelle manifestazioni di protesta, facendole facilmente degenerare nell’illiceità. La sfiducia, che vedeva concorde Freud, veniva ribadita in quelle azioni popolari a livello di piazza, nel corso delle quali avveniva l’abdicazione dell’individualità in favore della  massa scomposta e abile nel dar libero sfogo agli istinti sadici di ognuno. Il processo d’identificazione collettiva che si mette in moto s’orienta verso figure carismatiche verso cui ci si sente attratti con meccanismi quasi magnetici, capaci di sfruttare la suggestionabilità, ampliandone le disponibilità grazie a una propaganda ben congegnata e altrettanto ben indirizzata.

Ricevuta l’investitura popolare, il dittatore assume l’inattaccabile ruolo genitoriale, e verrà visto quale proposizione di qualità positive, esempio da seguire, scudo protettore. La regressione gruppale riporta l’insieme degli individui al momento di maggior richiesta di sicurezza, appoggio, indicazioni. In certe circostanze particolarmente delicate, soprattutto dal punto di vista economico e sociale, in cui subentra la paura di autodeterminarsi, sembra quasi naturale la ricerca d’una figura rassicurante.

Il rischio di perdere di individualità indubbiamente aumenta in ambiente militare, per l’importanza che, nella tenuta tattica, hanno i legami tra il comandante e i sottoposti. Una dissoluzione dei vincoli gerarchici si risolverebbe in una perdita di coesione dell’intero gruppo. A ogni costo va quindi salvaguardato e mantenuto l’assetto strategico, pena lo sfaldamento della struttura organizzativa e logistica che per la sua stessa funzionalità richiede che gli impulsi aggressivi vengano etero-indirizzati, a rispetto della maggiore compattezza interna. L’esercito è istituzionalmente preordinato al consenso della violenza, purché questa non si rivolga contro se stesso .

Più difficile la regolamentazione dell’impulsività di masse spontanee, in cui la perdita dei freni inibitori deve fare i conti con la cieca estemporaneità. Se la folla tende ad assumere una certa forma organizzata, l’impulsività del singolo si dimostra un po’ più proporzionata a motivazioni e finalità delle cariche emotive. La degenerazione sadica che si mostra più cinica e destruente necessita di obbiettivi, ritenuti ideologicamente “superiori”, per potersi esercitare su vittime ridotte a condizioni di “inferiorità” specifica, sessuale, razziale, etnica, o almeno ad alterità insopportabile. Vittima e carnefice, in questo caso, sono accomunati da un analogo annullamento dell’individualità che s’impone su tutti gli altri aspetti della relazione.

 

Giuseppe M. S. Ierace

 

 

Bibliografia essenziale:

Bernfeld S. und Cassirer-Bernfeld S. Bausteine der Freud-Biographik, Mit einer Einleitung von Ilse Grubrich-Simitis (Siegfried Bernfeld: Historiker der Psychoanalyse und Freud-Biograph), Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main 1981

Calabi F. Filone d’Alessandria, Carocci, Roma 2013

Devereux G. A study of abortion in primitive societies; a typological, distributional, and dynamic analysis of the prevention of birth in 400 preindustrial societies, Julian Press, New York 1955

Freud S. Totem und Tabu: Einige Übereinstimmungen im Seelenleben der Wilden und der Neurotiker, Heller, Leipzig-Wien 1913

Freud S. Der Moses des Michelangelo, Imago, 3 (1), 15-36, 1914

Freud S. Zeitgemässes über Krieg und Tod, Imago, Bd. 4 (1), S. 1-21, 1915

Freud S. Jenseits des Lustprinzips, Internationaler Psychoanalytische Verlag, Wien 1920

Freud S. Massenpsychologie und Ich-Analyse, Internationaler Psychoanalytischer Verlag, Leipzig- Wien und Zürich, 1921

Freud S. Das Ich und Das Es, Internationaler Psychoanalytischer Verlag, Leipzig-Wien-Zürich 1922

Freud S. Hemmung, Symptom und Angst, Internationaler Psychoanalytischer Verlag, Leipzig-Wien-Zürich 1926

Freud S. Die endliche und die unendliche Analyse, Internationaler Psychoanalytischer Verlag, Wien 1937

Girmenia E. Il complesso di Abramo, Armando, Roma 2013

Ierace G. M. S. Il disagio nella civiltà, http://www.nienteansia.it/articoli-di-psicologia/atri-argomenti/il-disagio-nella-civilta-%E2%80%93-quale-malessere-quale-cultura-quale-futuro-%E2%80%93-l%E2%80%99io-arlecchino-%E2%80%93-xenofobia-psicopatologia-delle-relazioni-e-della-solitudine-%E2%80%93-ma/825/

Ierace G. M. S. Interpretare il linguaggio del corpo, http://www.nienteansia.it/articoli-di-psicologia/atri-argomenti/interpretare-il-linguaggio-del-corpo-e-gli-%E2%80%9Cscherzi-della-natura%E2%80%9D-mose-e-le-pieta-senili-il-gatto-di-montaigne-%E2%80%93-traduttoretraditore-paremiologia-antigone-di-sofocle/2797/

Le Bon G. Psychologie des Foules (1895), Les Presses universitaires de France, Paris 1971

McDougall W. The Group Mind, Cambridge University Press, Cambridge 1920

Rank O. Der Mythus von dem Geburt des Helden. Versuch einer psychologischen Mythendeutung Schriften zur angewandten Seelenkunde, Franz Deutikke, Wien 1909

Reik T. Mystery on the Mountain: The Drama of the Sinai Revelation, Harper & Brothers, New York 1959

Sabbah M. et Sabbah R. Les secrets de l’exode: L’origine égyptienne des Hébreux, Librairie Générale Française, Paris 2005

 







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