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Il circolo vizioso della dipendenza affettiva

category Psicologia Sibilla Segatto 27 Maggio 2012 | 3,633 letture | Stampa articolo |
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Esistono relazioni affettive che manifestano una caratteristica costante, quella di mostrare un evidente e persistente sbilanciamento nel compensare le reciproche necessità. Capita cioè che sia sempre uno dei due partner a ‘offrire’ tutto se stesso all’altro, ad impiegare un notevole dispendio di tempo, risorse ed energie nel soddisfacimento dei bisogni dell’altro, senza che venga riconosciuta l’importanza e la necessità delle esigenze proprie. Questo tipo di relazioni è spesso contrassegnato da una vera e propria dipendenza di tipo affettivo e relazionale, che si manifesta soprattutto nel sesso femminile (ma non solo) e che, agli occhi della persona che ne è affetta, può diventare difficile da riconoscere.

In questo tipo di relazioni capita spesso che la persona dipendente, prodigandosi incessantemente per il suo ‘amato’, giustifichi questi comportamenti con l’idea che, solo facendo così, conquisterà veramente il suo amore ed arriva per questo ad annullare spazi di realizzazione personale e a non ritenere ‘importanti’ i propri bisogni. È importante sottolineare come, in qualunque relazione “sana”, si debba trovare uno spazio per l’ascolto e il soddisfacimento delle istanze di entrambi i componenti della coppia e come la reciprocità sia un elemento chiave, perché una relazione possa durare ed essere per la coppia una duratura fonte di accrescimento ed arricchimento.

La dipendenza affettiva si basa di fatto sul rifiuto dell’altro e trova in questo meccanismo un circolo vizioso che alimenta sempre di più la dipendenza stessa. I comportamenti messi in atto dal dipendente per compiacere i desideri dell’altro sono destinati a non sortire mai l’effetto desiderato, in quanto questo tipo di rapporti si nutrono proprio dell’assenza di reciprocità. Gli sforzi vengono spesso giustificati dall’idea che, in questo modo, compiacendo ed assecondando pensieri, desideri, stili di vita che appagano l’altro ma non appartengono a sè, si possa far cambiare l’altro e portarlo ad amare nel modo auspicato. La frustrazione, la delusione e la rabbia che immancabilmente caratterizzano questi rapporti, dove il dipendente non trova nel quotidiano un riconoscimento per gli sforzi offerti, amplifica la paura di rimanere soli e mette in moto un ulteriore dispendio di energie affinché questo non accada. Offrire continuamente amore nella speranza di poter essere un giorno ricambiati nel modo giusto, diventa uno stile relazionale difficile da riconoscere ed interrompere.

Questo meccanismo trova appunto le radici nella paura dell’abbandono, del vuoto, del cambiamento. L’origine profonda di questo stato patologico risiede a sua volta nei vuoti affettivi che hanno caratterizzato l’infanzia di queste persone. In taluni casi sono situazioni di abuso e maltrattamento che hanno portato a sviluppare questi modelli relazionali. In altre circostanze, si tratta di modelli familiari in cui il bambino non trova costantemente un riconoscimento nei suoi vissuti emotivi. In tale contesto, il bambino non diventa più in grado di ‘sentire’ i propri stati emotivi e cresce adeguandosi alle percezioni offerte dagli adulti significativi, sviluppando così nel tempo profondi nuclei di bassa autostima. Da adulto non sarà più in grado di riconoscere le situazioni in cui i propri bisogni vengono quotidianamente ‘calpestati’ e finirà per adeguarsi ed assecondare il modello di vita offerto dalla persona che hanno eletto come “amata”.

A volte si pensa che certe persone tendono a legarsi sempre alla persona sbagliata. In realtà, il problema è che esse tendono a diventare dipendenti da un altro molto rapidamente, troppo rapidamente per avere il tempo di accorgersi che quella persona non è adatta a sé e per poterne prendere le distanze. Una volta instauratosi il meccanismo della dipendenza, l’altro viene idealizzato, diventa la meta da raggiungere a tutti i costi e il circolo diventa vizioso. L’idealizzazione dell’altro porta spesso a pensare che l’oggetto d’amore sia la “propria metà”. Tuttavia, in un rapporto sano ed equilibrato non ci sono due metà che si uniscono, bensì due unità che nel connubio d’amore sono in grado di creare anche una nuova entità, il “noi”.

 

Dott.ssa Sibilla Segatto

Psicologa – Mediatrice familiare, Milano

Sito web: www.studio-psicologo.itwww.mediazione-familiare-milano.it







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