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Non vi fu mai un grande ingegno senza un po’ di pazzia. Lucio Anneo Seneca
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Il cambiamento, un’esperienza che si ripete

category Psicologia Maria Grazia Antinori 11 Ottobre 2012 | 3,049 letture | Stampa articolo |
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Il cambiamento, di qualsiasi tipo,  presuppone una crisi e la perdita di qualcosa per trovare qualcosa d’altro. E’ un’esperienza che  ci accompagna fin dalla nascita, associata ad ogni fase importante della vita come il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, la laurea, il matrimonio, la nascita di un figlio, la maturità, il pensionamento ecc.

Il cambiamento può essere una scelta volontaria e cercata, o invece subita per le circostanze esterne, può essere un evento positivo o negativo, comunque determina la fine di una serie di abitudini, di relazioni, di ruoli che portano all’apertura a  nuove prospettive che possono arricchire o impoverire la nostra vita, ma che  non possiamo evitare come, ad esempio le conseguenze del trascorrere del tempo.

Anche il cambiamento  più desiderabile, presuppone la perdita di una condizione per acquisirne una nuova e questo aspetto è spesso sottovalutato o negato e tralasciato. Le persone vivono sentimenti ambivalenti anche nei cambiamenti voluti, altalene emotive che possono facilmente confondere, soprattutto  quando non si hanno  gli strumenti emotivi e mentali, per elaborare il passaggio al nuovo, ad esempio l’adolescenza presuppone l’abbandonare il nido della famiglia, la nascita di un figlio determina il passaggio dalla coppia alla famiglia, la maturità coincide con il raggiungimento di risultati importanti ma segna anche la fine della giovinezza e così via.

La perdita, il lutto sono le componenti inevitabili di ogni cambiamento, anche di quelli cercati e desiderati. E’ un’osservazione che  richiama il limite, la finitezza umana, tutti confini per  l’espansione  onnipotente personale e sociale. Nella realtà quotidiana fermarsi, osservare, riflettere, sembrano perdite di tempo, rispetto alla corsa frenetica ed idealizzata che ha come scopo ultimo, quello di riempire il tempo di rumori, di suoni, di incontri fugaci o anche di sostanze che eccitano o rilassano.

La prima inquietudine emotiva, un accenno di ansia vengono registrate come “malattia, sintomo” da estirpare rapidamente, magari con l’aiuto di  uno psicofarmaco autosomministrato. Il sentimento della tristezza viene spesso scambiato per depressione, qualcosa di cui liberarsi senza considerarne le funzioni e le cause. L’attacco di panico, un sintomo molto diffuso,  spaventa molto chi lo vive ma dovrebbe essere interpretato come una sveglia interiore, un trillo forte ed imperioso che avverte quanto ci si è allontanati da sé stessi. Spesso invece, la risposta al sintomo è il semplice tentativo di sedare l’emozione, perdendo l’occasione di un cambiamento evolutivo anche se difficile, di un ricongiungimento con le origini.

Per sentirsi vitali e reali, vivere la propria vita e abitare il proprio corpo, è  essenziale riconoscere i sentimenti – compresi la tristezza e la malinconia – ascoltarli, dargli spazio senza per questo temere di essere malati o depressi. Del resto, la depressione  è una patologia che può manifestarsi anche senza tristezza ed è legata proprio alla mancata elaborazione di un lutto per una perdita o un cambiamento.

Subito dopo la nascita, il piccolo umano sperimenta  una situazione di beatitudine nel rispecchio narcisistico con la madre, ma il primo compito che deve affrontare la coppia fusionale madre-neonato, è proprio il lutto originario, ossia la rinuncia all’illusione onnipotente di un’unione perfetta che tiene lontano l’ambiente esterno e protegge dagli stimoli interni.

Elaborare il lutto originario, è il pre requisito per poter affrontare tutti gli altri cambiamenti, perdite e lutti  successivi, è un processo che fonda la scoperta dell’oggetto e l’idea dell’Io. Non  mette al riparo dal dolore inevitabilmente associato alle perdite dell’esistenza, ma garantisce la salute psichica e soprattutto l’integrità narcisistica. Quando manca questo processo evolutivo, la struttura dell’Io risulta molto fragile e instabile. Meccanismi difensivi molto primitivi quali  la proiezione, la scissione, l’identificazione proiettiva, la negazione portano a distorcere e a patologizzare le relazioni affettive al punto che per liberarsi dal processo del lutto, questo viene espulso e caricato sulle spalle delle generazioni più giovani che diventano “portatori” di un dolore ereditato dai propri genitori.

Come scrive Freud in “Lutto e Malinconia”, il  lutto è un vero e proprio lavoro con fasi alterne. Il processo di lutto può essere paragonato a quello della potatura di un albero, il taglio dei rami elimina le parti danneggiate per dare nuova linfa e forza. Apparentemente l’albero è spogliato ed impoverito, ma è proprio la perdita delle parti di sé, che permette la nuova fioritura.

Anche nel campo della salute mentale non sempre viene riconosciuta la centralità del processo del lutto, si assiste alla moltiplicazione dell’offerta di trattamenti brevi e centrati sul malessere, spesso sono tentativi di una normalizzazione, di un adeguamento dell’individuo alle aspettative sociali per  cancellare un dolore, una crisi, spogliandoli del loro significato e funzione. La promessa implicita è quella di cancellare l’ambivalenza e soprattutto annullare il pensiero del tempo finito, una realtà evidente e immutabile per ogni cosa e creatura vivente.

Scrive Trevi, “ Oggi l’uomo è più consapevole della differenza tra una “norma ideale” –diversa per ciascuno di noi- e lo stato in cui si trova. Può esserci un disagio dovuto a vere forme nevrotiche, come una condizione acuta d’ansia o una depressione, che a volte scivolano addirittura nella psicosi. Spesso però il disagio non si presenta con le classiche sintomatologie, rimanda piuttosto ad un senso desolante di vuoto, alla percezione di una dolorosa insignificanza del proprio vivere che non consente di coltivare una piena vita affettiva e a volte neppure di adempiere ai propri obblighi sociali. La psicoterapia ha allora il valore di una detenzione da questo disagio, è la via che si può percorrere con la speranza fondata di un miglioramento: se la guarigione psichica è un traguardo troppo vago, una trasformazione positiva è invece un obiettivo possibile” (Dialogo sull’arte del dialogo).

L’analisi e le terapie psicodinamiche, richiedono tempo, lentezza, attesa, sostantivi che non sembrano più di moda rispetto a parole quali obiettivo, rapidità, risultati. Ma proprio per questo, la psicoterapia psicodinamica, la psicoanalisi, acquistano un valore ancora più centrale nel loro cercare, l’attraversare territori sconosciuti, vaghi, senza punti di riferimento. Si diventa paziente per un dolore forte che fa sentire un senso profondo di sperdimento nella selva oscura carica d’ombre inquietanti e d’incubi neri.

Si cerca la psicoterapia, quando si è persi, o quando ci si sente, come dice una giovane paziente, “un palloncino che nessuno tiene per il filo”. E’ prezioso, per quanto doloroso, questo stato di smarrimento vissuto nella quotidianità, nel luogo più familiare che improvvisamente, magari dopo un trauma, diventa perturbante ossia da luogo familiare si trasforma in terra straniera che  fa sentire stranieri in quella che è la nostra stessa casa, origine, lingua.

E’ proprio in questo speciale luogo,  ora sconosciuto, per quanto prima familiare, che l’analista cerca di incontrare il paziente ed il suo desiderio di ritrovarsi. Non c’è ritrovamento senza smarrimento. Per ritrovarsi, come scrive Racamier, dobbiamo prima perdersi.

 

 

Antinori Maria Grazia

P.zza Armenia 9  cell 334 338 58 35

antinorinariagrazia [@] virgilio [.] it

www.arpit.it

 

 

 

Bibliografia

S. Freud: (1916) Lutto e malinconia, Boringhieri, 1995.

Racamier: Il €genio delle origini, 1993.

Trevi: Il dialogo sull’arte del dialogo, 2008.

 







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