Homepage di Nienteansia.it

Switch to english language  Passa alla lingua italiana  
Newsletter di psicologia


archivio news

[Citazione del momento]
L'unica cosa da fare con un buon consiglio è passarlo a un altro: a noi non può mai essere di alcuna utilità. Oscar Wilde
Viagra online

I balbettamenti del pappagallo – Viaggio straordinario al centro del cervello e delle sue approssimazioni – pensieri e parole

category Psicologia Giuseppe Maria Silvio Ierace 16 Settembre 2009 | 10,359 letture | Stampa articolo |
0 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 5 (voti: 0 , media: 0.00 su 5)
Devi effettuare il login per votare.
Loading ... Loading ...

“Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere!” diceva Wittgenstein, eppure Cartesio affermava che l’espressione linguistica è necessaria per l’esistenza stessa del pensiero.
Se non sempre è possibile tradurre in parole quello che si ha in mente, l’ideazione si articola secondo una sua propria sintassi ed un’intrinseca grammatica? La risposta sembra più complessa della celebre battuta relativa al pappagallo che non parla ma pensa, e la soluzione potrebbe scardinare le fondamenta stesse della nostra cultura, se è vero quello che sosteneva R. L. Stevenson: “In letteratura il problema non è scrivere qualcosa, ma scrivere ciò che intendi dire”. Già, per scrivere occorre usare a penna, ma anche il cervello, pensare per poi utilizzare lo “strumento”.
L’apprendimento del linguaggio prevede delle capacità innate, indipendenti dalle modalità gestuali e vocali. L’esempio dei sordi che “balbettano con le mani” prima di imparare il linguaggio dei segni ci induce a ritenere che, all’inizio dello sviluppo infantile, alla funzione manipolativa ed a quella linguistica si trova sottesa un’identica struttura cerebrale.
Sembra che il problema del linguaggio articolato non si possa tenere distinto da quello del comportamento “strumentale”. Cosicché si avrebbe una “macchina” linguistica che funziona grazie ad una doppia articolazione di unità minime di senso, i monemi, e di forma, i fonemi, commutabili in modo da costituire un insieme modificabile a seconda dei costituenti.
Spesso i profili cognitivi dei soggetti affetti da disturbi del linguaggio evidenziano il coinvolgimento di altre funzioni riguardanti comprensione e manipolazione, poiché le strategie di assemblaggio divengono, nel corso dell’evoluzione, sempre più complesse secondo una gerarchizzazione prestabilita.
Per contro, i rari casi di bambini affetti da “sindrome di Williams”, legata ad un’anomalia del cromosoma 11, presentano notevoli attitudini linguistiche, insieme però ad incapacità di calcolo, disorientamento, e difficoltà di performances, come allacciarsi le scarpe.

Dall’osservazione del passaggio dal gergo “pidgin” al creolo hawaiano, Bickerton ha dedotto l’ipotesi della predisposizione innata a formalizzare spontaneamente delle precise regole sintattiche.
I vertebrati, guidati dalle sensazioni di piacere o di sofferenza, svilupperebbero un linguaggio soggettivo improntato al desiderio individuale ed alle passioni messe in moto dal sistema neurovegetativo di ognuno. Gli invertebrati invece utilizzerebbero tutti le stesse procedure, secondo strategie codificate dai loro programmi genetici. Si tratterebbe quindi di un “proto-pensiero totalitario”, il quale, conforme all’efficacia dell’adattamento, non può mai deviare da quelli che sono i dettati propri delle specie. Per alcune di esse si potrebbe parlare di una sorta di “pensiero sociale indipendente”, risultato dalle costrizioni imposte dalla vita di gruppo.
Anche se non si riesce a capire come il singolo possa accedere alla cognizione sociale specializzata in una gestione di relazioni interindividuali, tra gli animali “sociali” vige il “pensiero di gruppo”. Si potrebbe arrivare ad ipotizzare che siano gli “oggetti” a provocare un’interazione autonoma e stimolante, secondo modalità richiedenti un’interpretazione?
Per Heinrich, i corvi sono capaci di analizzare il contenuto di ciò che percepiscono allo scopo di organizzarlo in categorie, in modo da impiegare vari mezzi per raggiungere gli oggetti, a seconda del loro valore nutritivo.
Per ottenere quello che per Joelle Proust (“Les Animaux pensent-ils?”, Bayard, Paris 2003) è il “distacco ideativo”, risulta indispensabile distinguere “ciò che pensa da ciò su cui si pensa”.
Il “pensiero concettuale” presuppone un fenomeno unitario, il cui sviluppo conduce alla scoperta dell’”altro” come “oggetto” da pensare, riconoscendolo però anche come soggetto pensante, con cui scambiare delle “rappresentazioni”.
Se Buhler enumera tre funzioni comunicative: “espressiva”, “ingiuntiva” e “descrittiva”, quest’ultima tipica dell’uomo (?), Popper aggiunge quella “argomentativa”, che si trova alla base del “pensiero critico”. Jean-Didier Vincent, in “Viaggio straordinario al centro del cervello” (Ponte alle Grazie, Milano 2008) allunga quest’elenco con la funzione “compassionale”.
Qualsiasi processo comunicativo necessariamente non può prescindere dal corpo. “E’ la pressione del mondo che si esercita sul corpo a farne uscire il linguaggio” (funzione espressiva).
Tutte le indicazioni su ciò che si è sono indizi rivelatori. Gli scambi tra individui secondo un procedimento di ritualizzazione appartengono a questa segnaletica, o sono richiami di appello (funzione descrittiva).
La scimmia che emette tre grida distinte, a seconda del tipo di predatore (aquila, leopardo, pitone), che la mette in allarme, già con questa caratteristica referenziale, passa dalla capacità ingiuntiva, segnaletica o di appello alla descrizione del contesto, sia pur seguendo una semantica rudimentale.
La capacità argomentativa, di convincere l’altro della bontà del proprio pensiero, per ottenerne un’adesione, anche se formale, potrebbe, a ben ragione, rientrare tra le funzioni “manipolative”, attraverso lo “strumento” linguistico dell’imposizione di un’opinione.
Già, perché il linguaggio è proprio uno “strumento” costruito con elementi che si articolano tra loro “doppiamente”, il quale però, se non ci fosse un destinatario si rivelerebbe inutile. Gli “oggetti” manipolati dal linguaggio sono gli interlocutori in grado di comprendere e rispondere, insomma interagire, mediante l’individuazione dei confini tra le parole, al fine di “estrarre un senso dalla catena acustica”. Molto presumibilmente, si comincia semplicemente con l’andare alla ricerca di regolarità sonore e di punti di riferimento uditivi, utili a discernere i vari elementi funzionali.
Eppure, prima ancora che alla comprensione, anche la comunicazione umana “esprime” le passioni. Dacché parole di gioia o di dolore, sfuggono tra le trame della compassione. “O philtaton phonèma” esclama Filottete.
Si entra nel mondo con un urlo, il grido tipico dei neonati. Una stupefazione, una perplessità, un’angoscia che accompagna i primi movimenti della respirazione. Un suono espirato di circa un secondo, seguito da una pausa di 0,2 secondi, poi un mormorio inspirato di analoga durata, ed infine un altro suono espirato, ci dice Eibl-Eibesfeld. Preceduto da un’inspirazione, segue di 20-30 secondi l’espulsione totale del feto.
Le grida del neonato stimolerebbero la liberazione dell’ossitocina, esaltando il riflesso materno della lattazione. Contemporaneamente, le grida (di dolore, fame, sete, disagio… ) del poppante aumentano la “compassione” della madre, unitamente al di lei desiderio di farlo zittire. Successivamente, ad esprimere le emozioni fondamentali saranno le reliquie di questo urlo primordiale, situato comunque al polo opposto del linguaggio, confinato com’è nella disperata tragedia della solitudine, assenza, perdita, abbandono…
A quest’atavico urlo universale, contrassegnato dal panico della derelizione, seguono arcaici vocalizzi in funzione vagamente comunicativa, ma le strutture cerebrali da cui dipendono non intervengono nella costruzione delle parole che sono “suoni carichi di senso”, anche quando trasmettono emozioni.
Solitamente, ogni emozione viene accompagnata dall’espressione del viso. Il sorriso accorcia il condotto vocale e ne allarga l’apertura, incrementando l’altezza della voce, l’ampiezza e la frequenza dei “formanti”, che caratterizzano il timbro. Ed il livello dell’eccitazione viene fornito giusto dal timbro e dal registro della voce. Per cui dall’intonazione si possono distinguere i vari stati d’animo.
“Tanti sono i generi di sensibilità recettiva sopiti nella nostra natura altrettante le tonalità” (J. G. Herder)

Melodia, ritmo, accento forniscono la prosodia che segmenta la frase e separa le parole le une dalle altre. Gli effetti del discorso si riflettono sul volto dell’interlocutore che lo segue, ricambiandolo con segni di comprensione, accentuando l’attitudine attentiva, oppure con stereotipata mimica d’approvazione, cenni con la testa, brevi onomatopee ed altri “incentivi alla conversazione”.
L’ironia si manifesta a parole così come con l’aggrottamento delle sopracciglia o con movimenti delle palpebre e delle labbra.
I sordi fanno ricorso alla lettura labiale più di quanto non facciano, anche senza averne consapevolezza, i normo-udenti. Stanno a riprova di ciò le illusioni sonore procurate dalle sfasature tra suono ed immagine, tipiche dei film (mal) doppiati. Feyereisen e De Lannoy, in “Psychologie du geste” (1985) riferiscono come si senta qualcosa di diverso quando si ascolta la registrazione di un fonema mentre l’immagine labiale corrisponde alla pronuncia di un altro.
Probabilmente, allora, la comunicazione tra gli uomini avrebbe preso avvio da un linguaggio gestuale arcaico, coinvolgente la mimica facciale, soprattutto di occhi e labbra, ed i movimenti degli arti superiori, in particolare di spalle e mani. Difatti le strutture cerebrali che partecipano alla formulazione delle parole sono collegate alla percezione quanto ai movimenti. Nei destrimani questo collegamento tra azione e rappresentazione avviene nell’emisfero sinistro, “dominante”. Lesioni della parte inferiore del lobo frontale, lungo la scissura di Silvio, procurano un’incapacità di parlare chiamata afasia motoria o dell’espressione (di Broca). L’interessamento della parte superiore del lobo temporale sinistro, nelle vicinanze delle aree sensoriali uditive, produce un deficit di comprensione del linguaggio parlato (afasia sensoriale, di Wernicke). Le due aree sono tra loro in connessione per il tramite del fascicolo arcuato, responsabile di un’afasia di conduzione, in cui non si riescono a mettere in relazione le parole tra loro.
Nell’afasia di Broca la difficoltà nell’assemblare le sillabe produce un discorso con frasi sintatticamente disorganizzate, ripetitivo, telegrafico. Tale linguaggio “telegrafico”, caratterizzato dall’assenza di morfemi grammaticali (articoli, pronomi, flessioni verbali…) e dalla disorganizzazione sintattica interna delle frasi, rende difficile la comprensione corretta persino degli enunciati “reversibili”.
Semantica, senso delle parole, denominazione degli oggetti appartengono all’area di Wernicke. La rappresentazione avrebbe così un polo anteriore per l’organizzazione e produzione della fonazione ed un polo posteriore per la percezione, riconoscimento ed attribuzione di senso. Il vecchio modello di Lichheim (1885) comprendeva il fascicolo di associazione, responsabile dell’afasia di conduzione; il modello di Geschwind (1979) prevede anche un centro “concettuale”, a cui attribuire l’afasia trans-corticale.
Il meccanismo fonologico verrebbe assicurato da una pluralità di sottosistemi distinti sul piano funzionale. L’emisfero destro (non dominante nei destrimani, ma dominante nei mancini) entra in gioco nella prosodia del discorso, e nel trattamento dei nomi astratti ed a forte carica affettiva. Per cui, pur venendo garantita ad ogni funzione una relativa indipendenza, si avrebbe una vasta condivisione di compiti con sicuro vantaggio adattativo per le specializzazioni emisferiche.

Abbiamo assodato che il linguaggio comporta la presenza di qualcuno che lo comprenda empaticamente, condividendone significati e valenze sensoriali, con il loro carico di dolore e di piacere. I neuroni “specchio” rendono possibile che l’osservazione di un gesto altrui procuri fenomeni cerebrali identici, sia pur inibiti, a quelli posti in atto da chi ci sta di fronte. Questa primordiale modalità di rappresentazione gestuale e visiva, che torna in auge in caso di sordità, si sarebbe nel tempo evoluta specializzandosi in quella che adesso è un’attività prevalentemente orofaringea, e uditiva.
“Non esistono parole che non siano un’espressione sensoriale del mondo” scrive J.-D. Vincent, in “Viaggio straordinario al centro del cervello”, e, riprendendo Proust, aggiunge: “si potrebbe dire che, come nei pozzi artesiani, la parola sale tanto più in alto quanto più la sofferenza e la gioia hanno scavato profondamente nel cuore”.
Forse è proprio per questo che la comunicazione verbale deve venire costruita su delle metafore, le quali inevitabilmente danno luogo a frequenti fraintendimenti ed equivoci, non privi di risvolti ludici ed umoristici.
“In un linguaggio logicamente perfetto, ci sarebbe soltanto un termine, e nulla più, per ogni semplice oggetto, e qualsiasi cosa risulti più complessa verrebbe espressa attraverso una combinazione di parole, combinazione derivata, ovviamente, dai termini relativi ai componenti fondamentali, una sola per ogni parte integrante. Una lingua di questo genere sarebbe assolutamente analitica, e mostrerebbe all’istante la struttura logica dei fatti asseriti o negati” scriveva Bertrand Russell nel 1918.
Su quella falsariga, Gary Marcus, in “Kluge- l’ingegneria approssimativa della mente umana” (Codice, Torino 2008), fa la seguente considerazione: “Per essere perfetta, una lingua dovrebbe presumibilmente essere inequivocabile (eccezion fatta forse per le circostanze in cui si vuole deliberatamente essere ambigui), sistematica (anziché idiosincratica), stabile (di modo che, per esempio, i nonni possano comunicare con i nipoti), non ridondante (in modo da evitare spreco di tempo ed energie) e capace di esprimere qualsiasi nostro pensiero”.
A non rendere sistematico, e perciò idiosincratico, il linguaggio sono quelle discordanze come il contrasto tra l’emissione dei suoni e l’articolazione delle parole, tra la comprensione e la memorizzazione di queste, nonché la formazione e gli ininterrotti aggiornamenti ed ampliamenti del vocabolario.
Sulla capacità di esprimere qualsiasi nostro pensiero abbiamo formulato il nostro quesito iniziale; sull’assenza di ridondanza, la stabilità, o la possibilità di non equivocare, il dubbio è certo (ossimoro che evidenzia le contraddizioni nelle quali non possiamo non cadere esprimendoci a parole!). Eppure sono proprio quelli che gli anglosassoni chiamano “mondegreen”, fraintendimenti, ad arricchire la letteratura ed a renderla più briosa.
“La serva conserva la conserva che non serve, ma a che serve che la serva conservi la conserva che non serve, se la conserva non serve e la serva non serve, ma conserva, la conserva che non serve?”
Le imperfezioni linguistiche vengono sfruttate in poesia, come nella satira, nella parodia, nell’umorismo. Gli equivoci sono parte integrante di quell’aspetto ludico della comunicazione con cui si moltiplicano le frasi e le parole che ribadiscono lo steso concetto.
Ad occuparsi, tra i primi, di questo argomento, fu Agostino, asserendo che “le perplessità crescono come fiori selvatici all’infinito”. Eubulide di Mileto ricorreva a ragionamenti sofistici per sottolineare le ambiguità del linguaggio e della sua intrinseca strutturazione, che non lo renderebbero logico. Celebri i suoi paradossi del mentitore, del sorite e della calvizie. A dar retta al primo, il mentitore che confessa di dire il falso, nel ribadire la verità, non mente, perdendo la sua qualifica di mentitore. Nel caso del sorite (da “soros”, mucchio), per formare un cumulo di pietre non basta aggiungere altre pietre che in ogni caso non costituiscono un insieme. Al contrario, la mancanza di un capello non rende l’uomo calvo.
Nel Cratilo, Platone lamentava lo stravolgimento linguistico subìto dal greco antico (ma a lui contemporaneo). “Probabilmente ci si esprimerebbe nella maniera migliore, qualora si parlasse con elementi, o tutti o in parte simili, cioè convenienti agli oggetti”.
Estrema importanza, nel linguaggio di cui disponiamo, assume allora l’etimologia delle parole che ne giustifica l’uso, ma non la difficoltà di ricorrere a quelle più appropriate.
Nel corso dei secoli, le lingue hanno subìto notevoli mutamenti. Dal sanscrito è derivato l’hindi e l’urdu, dal latino le lingue romanze, dai dialetti germanici occidentali: tedesco, olandese, frisone, yiddish, dal protoslavo il polacco, l’ucraino, il russo, il bielorusso, lo slovacco, il ceco, il serbo… A far prevalere una lingua sulle altre per lo più si son messi di mezzo la politica, o il denaro, più che l’ascendente, la cultura, o la musicalità della stessa. “La sola differenza tra una lingua ed un dialetto la fanno l’esercito ed una flotta” (Max Weinrich).
Nel tempo, tutti i linguaggi correnti hanno finito per acquisire delle caratteristiche di instabilità ed imprecisione di cui adesso ci doliamo. Una decifrazione è possibile spesso solo grazie all’esperienza ed al contesto, se non addirittura con la mediazione del background culturale condiviso dall’interlocutore.

L’onomatopea consente di rapportarsi, sia pur putativamente, a qualcosa in grado di emettere suoni, attraverso l’imitazione di essi. Non si riesce a capire però, come mai, nell’imitare, ad esempio, l’abbaiare del cane, ogni lingua ricorra ad una vocalizzazione differente. Se il tedesco “wau wau” si avvicina molto al nostro “bau bau”, già il francese “ouah ouah” se ne distanzia, per restare addirittura sconcertati dal greco “gav gav”, dall’albanese “ham ham”, dal coreano “mung mung”. Un simile guazzabuglio è forse determinato dalla grossolanità del tratto vocale, appena in grado di modulare il linguaggio di cui ci serviamo comunemente.
Se si rende più fluida la parlata accelerandone il ritmo, aumenteranno le difficoltà di sincronizzazione dei movimenti del tratto vocale a discapito della precisione dei suoni. E qui il problema andrebbe attribuito al nostro particolare orologio biologico dotato di un temporizzatore unico da adattare un po’ a tutti gli usi. Si tratta di un temporizzatore in grado di gestire delle semplici “fasi” e “contro fasi”, non certo la complessità di relazioni che si realizzano tra onde sonore e fonemi. Il modo in cui si produce un certo elemento linguistico dipende dal suono precedente e da quello che segue, sino a rendere determinante il contesto linguistico in quella facoltà di anticipazione nella pronuncia di una certa sequenza di lettere. Da qui l’insopprimibile preoccupazione di “aver già pronto il secondo ingrediente mentre ancora sta cucinando il primo”, ammette Gary Marcus, in “Kluge- l’ingegneria approssimativa della mente umana”.
Nel corso dell’evoluzione, con l’assunzione della postura eretta, la laringe si è abbassata ed ha subito una deviazione di 90 gradi conquistando la triplice funzione di respirazione, fonazione, articolazione. Gli organi vocali (labbra, lingua, palato molle, glottide) producono suoni che, filtrati, articolano le sillabe le quali a loro volta formano le parole. Ad ogni variazione di movimento, il flusso dell’aria espirata, da grossolano, si va modellando in maniera sempre più specifica, si modula in pronuncia; attraverso le vibrazioni delle corde vocali, serrando le labbra, adagiando la lingua al palato o spingendola verso i denti si produrranno i suoni delle labiali, delle palatali, delle linguali, delle dentali, o delle sibilanti, piuttosto che delle nasali o delle gutturali.
I nostri antenati pre-linguistici hanno intrapreso il loro viaggio evolutivo quando ancora erano abituati a pensare alla stregua degli animali, sociali si, ma in continuo stato di necessità, per cui le condizioni di perpetua urgenza in cui si trovavano li hanno indotti ad accontentarsi di rimedi efficaci eppure approssimativi, piuttosto che ad attendere soluzioni precise e definitive.
Le nostre parole sono subordinate alla logica della concordanza parziale, che, mentre da un lato rende sciatta ed inelegante una conversazione priva di interesse, dall’altro contesto impregna di battute, allusioni e brio ogni convivialità.
“Se la serva quando non serve si riserva di conservarsi, quando serve non si conserva e serve senza riserva”.
Sfruttando, d’abitudine, il sistema delle generalizzazioni e, contemporaneamente, il rigore delle quantificazioni esplicite, il linguaggio rimane intrappolato nelle idiosincrasie. Le due modalità di descrivere la realtà dipendono direttamente dalle nostre due distinte capacità di riflessione (e, per estensione, di pensiero), quella automatica, a reazione immediata, precipitosa, l’altra più coerente, di tipo deliberativo, ma più lenta. Ciò ci permette di ragionare logicamente alimentando i quantificatori formali, mentre il meccanismo generico poggia sull’ancestrale sistema riflesso certamente meno puntiglioso ed oculato. Emersi agli albori dello sviluppo linguistico, gli atavici “generici” spadroneggiano nel corso dell’infanzia prima che si inizi a prendere confidenza con la quantificazione esplicita. E’ la tesi sostenuta da S.-J. Leslie in “Generics and the structure of the mind” (2007).
Anche se grammatica e sintassi ad alcuni sono apparsi dei sistemi ottimali con cui associare suoni e significati, l’espressività della nostra comunicazione si aiuta molto con l’apporto della gestualità, e di tutti gli altri sostegni paralinguistici, allo scopo di trasmettere informazioni corrette e raggiungere una soddisfacente efficienza.
“C’avete fatto caso che, se a una cosa che non c’avevate fatto mai caso, ve ce fanno fa caso, poi ce fate sempre caso? Fatece caso” (Aldo Fabrizi)
Per la scuola di Chomsky, il “problema della connessione dei sistemi sensoriale-motorio e concettuale-intenzionale” sarebbe stato risolto grazie alla “ricorsione” con cui si costruiscono strutture più grandi sulla base di quelle più piccole. “Embedded clauses” sono elementi semplici, minori, che vanno a combinarsi per formare delle complessità maggiori.
I sintagmi ad incassamento centrale, di cui hanno dibattuto Miller e Chomsky (1963), risultano di difficile comprensione, perché nascondono delle preposizioni nel bel mezzo di altre, seguendo il diagramma dell’albero sintattico. Le forme ricorsive analizzabili senza uno “stack” comporterebbero certo meno problemi.
Per poter interpretare frasi che rappresentano appieno la ricorsione, ci si deve rammentare di ogni nome e verbo, ponendoli in connessione reciproca tra loro e mantenendo l’ordine delle proposizioni. Spesso se ne ricava inesorabilmente una sintesi del tutto generica e stringata.
La questione più complicata resta sempre quella di farsi capire producendo frasi dalle quali possa venire interpretato correttamente il nostro pensiero.
Nel tentativo di ottenere delle traduzioni elettroniche ci si rende conto infatti dell’esasperata ambiguità a cui si va incontro nella comprensione del linguaggio privo di punti di riferimento a cui appigliarsi.
Questa ambiguità può essere di tipo lessicale, quando riguarda il significato dei termini, grammaticale, o sintattica, quando lascia adito ad equivoci nell’interpretazione delle frasi. Da qui il bisogno di interloquire osservando chi ci ascolta per verificare il suo grado di comprensione, magari indicando le cose nominate e gesticolando per integrare le parole.
Con la finalità di eliminare ogni equivoco, occorrerebbe fare ricorso a dei simboli che ci spieghino come raggruppare i singoli elementi, e quindi ai grafici con strutture arboree adeguatamente implementate, oppure alle parentesi impiegate in matematica. Ed in questo caso ci avvicineremmo più al disegno, perdendo di vista la letteratura e la poesia.
Come Fernanda Ferreira (2002), dovremmo accontentarci di giudicare il linguaggio non perfetto, ma “sufficiente” (già, perché “giudicarlo con sufficienza” vorrebbe dire un’altra cosa!).

Giuseppe M. S. IERACE

Bibliografia essenziale:
Ferreira F., et al.: “Good-enough representations in language comprehension”, Current Psychological Science, 11 (1), pp. 11-15, 2002
Ierace G.M.S.: ”Alla scoperta del pensiero animale”, su Riv. It. di Teosofia, pag 78-84, XLIX, 3, marzo 1993
,, ,, : “L’ingegneria approssimativa della mente umana”, www.nienteansia.it
Leslie S.-J. : “Generics and the structure of the mind”, Philosophical Perspectives, 21 (1), pp378-403, 2007
Marcus G.: “Kluge- l’ingegneria approssimativa della mente umana”, Codice, Torino 2008
Proust J.: “Les Animaux pensent-ils?”, Bayard, Paris 2003
Russell B.: “La filosofia dell’atomismo logico”, Einaudi, Torino 2003
Vincent J.-D. : “Viaggio straordinario al centro del cervello”, Ponte alle Grazie, Milano 2008







Lascia un Commento

*