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Gli stili di attaccamento nei bambini

category Psicologia Nienteansia.it 30 Novembre 2007 | 12,958 letture | Stampa articolo |
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john-bowlbyNel bambino le prime manifestazioni comportamentali che possiamo cogliere sono quelle dell’attaccamento, che John Bowlby (1975; 1976; 1983) inquadrò nel contesto di una teoria basata sull’osservazione di comportamenti interattivi. Il bambino è predisposto geneticamente a sviluppare un legame di attaccamento con chi si prende cura di lui alla ricerca di protezione, per un bisogno innato, forse una pulsione, funzionale alla sua sopravvivenza.

L’attaccamento costituisce uno dei sistemi di controllo del comportamento, che motiva il bambino ad avvicinarsi alla figura di accudimento per mantenere un senso di sicurezza (Lichtenberg, 1989). I comportamenti di attaccamento sono già visibili, alla nascita, nel riconoscimento uditivo, olfattivo, tattile e cenestetico della madre da parte del neonato; al secondo-terzo mese di vita diventano poi capacità di proposta e risposta quando il bambino sa riconoscere persone familiari ed interagire con esse in modo differenziato. A partire dall’ottavo mese compaiono indicazioni chiare di un legame di attaccamento ben sviluppato e durevole: il bambino mette in atto comportamenti di avvicinamento e di ricerca del contatto verso le persone familiari, mentre è timoroso nei confronti degli estranei.

Dalla fine del primo anno di vita, con i chiari segni dati attraverso il riferimento sociale (social referencing) e la comprensione della teoria della mente dell’altro (vedi glossario) (Camaioni, 1995), egli entra in una fase di attaccamento decisamente direzionato, in cui si comporta in modo intenzionale, pianifica le proprie azioni in funzione degli obiettivi, prende in considerazione sentimenti, motivazioni e obiettivi dell’altro tramite la comprensione dello stato della mente e diventa, quindi, capace di usare in modo flessibile i mezzi di segnalazione sociale per ottenere i propri scopi. Tra i comportamenti di attaccamento alla fine del primo anno di vita, emergono le differenze individuali. Queste differenze riflettono la diversità temperamentale, ossia la diversa attivazione e predisposizione ad esprimere le emozioni, ma anche il modello di regolazione affettivo-cognitiva che si è sviluppato tra caregiver e bambino durante il primo anno di vita. I comportamenti di attaccamento manifestati dal bambino sono, cioè, il risultato della qualità delle interazioni precoci di attaccamento e determinano il modo in cui il soggetto processa le informazioni.

Il tipo di attaccamento può essere verificato attraverso la procedura sperimentale denominata “Strange Situation Procedure” ideata da Mary Ainsworth (Ainsworth et al. 1978; Ainsworth e Witting, 1969), attraverso la quale è possibile rilevare l’organizzazione dell’attaccamento dai 12 ai 24 mesi e valutare l’equilibrio tra il sistema di attaccamento e il sistema di esplorazione del bambino. Si basa sull’osservazione del comportamento del bambino in una situazione di separazione e riunione con la madre. I modelli principali di attaccamento che è possibile inferire attraverso questa prova sono 3: sicuro, evitante, ambivalente.

Successivamente sono stati aggiunti altri due modelli di attaccamento, quello disorganizzato/disorientato e quello misto, particolarmente presente in situazioni psicopatologiche. L’attaccamento può inoltre essere rilevato in età adulta attraverso la “Adult Attachment Interview” (George et. al., 1985), un’intervista che mette in risalto gli aspetti peculiari del tipo di attaccamento attraverso la narrazione.


Risposte parentali
Le modalità con cui il genitore risponde ai comportamenti e agli atteggiamenti di sfida del figlio definiscono il tono generale delle interazioni all’interno della coppia, e influenzano direttamente lo sviluppo delle capacità del bambino di regolare le sue emozioni e i suoi stati della mente. Consideriamo, per esempio, un bambino di quattordici mesi che vuole arrampicarsi su un tavolo su cui è posta una lampada. In una situazione del genere, la madre può reagire in molti modi diversi. Può gridare “No!”, e poi portare il figlio in giardino, dove il bambino può sfogare più liberamente il suo desiderio di muoversi ed esplorare; oppure può non accorgersi del fatto che il figlio sta cercando di salire sul tavolo, sentire il rumore della lampada che cade per terra, raccoglierla, dire pacatamente al bambino di non farlo un’altra volta o semplicemente ignorarlo per il resto della giornata.Alternativamente, può urlare “No!” e quindi sgridarlo aspramente, per poi sentirsi colpevole e abbracciarlo; infine, decidere di allontanarlo di nuovo per fargli capire che non è contenta di lui. In una quarta possibile risposta la madre potrebbe invece andare terribilmente in collera e gettare con violenza la lampada sul pavimento, vicino ai piedi del bambino, per insegnargli a non fare mai più una cosa del genere. Provando ad immaginare come con il passare del tempo il bambino può imparare a regolare le sue emozioni e i suoi stati di arousal di fronte al ripetersi di ciascuno di questi tipi di risposta, abbiamo davanti vari tipi di risposte che si associano rispettivamente allo sviluppo di un attaccamento sicuro, evitante, ambivalente o disorganizzato.


Sicurezza
Durante il suo primo anno di vita, il bambino stabilisce con le sue figure di attaccamento relazioni che sono caratterizzate da frequenti momenti di sintonizzazione affettiva, spesso centrati sulla condivisione di stati positivi e piacevoli di interesse, eccitazione, divertimento e gioia, mediati da un’attivazione del sistema simpatico. I bambini che sviluppano un attaccamento sicuro nei confronti dei genitori sono in grado di tollerare e di regolare elevati livelli di intensità emotiva. Nell’esempio specifico citato in precedenza, lo stato di arousal del bambino (legato all’eccitazione suscitata dalla prospettiva di scalare il tavolo) si scontra con la proibizione da parte del genitore, che induce un’attivazione del sistema parasimpatico e un senso di vergogna, a cui fa però rapidamente seguito una riparazione quando la madre porta il figlio in giardino in modo che egli possa utilizzare il suo stato di attivazione emotiva in attività socialmente più accettabili. La corteccia orbito-frontale di questo bambino “impara” così che anche intensi stati di arousal (che portano ad una disconnessione emotiva) possono essere alterati, e che ciò può favorire il ristabilirsi del contatto con il genitore. In questo senso è possibile affermare che tale tipo di interazioni (connessione-disconnessione-riparazione) costituisca una delle modalità con cui le forme di comunicazione genitore-figlio possono facilitare lo sviluppo delle capacità di flessibilità di risposta mediate dalla corteccia prefrontale.

Evitamento
Il bambino che presenta un attaccamento evitante non è altrettanto fortunato: il genitore è emotivamente distante, incapace di rispondere in maniera adeguata ai suoi segnali e alle sue esigenze, e le sue reazioni sono spesso caratterizzate da atteggiamenti di trascuratezza o rifiuto. In queste coppie i livelli di sintonizzazione affettiva sono in genere molto bassi, e ciò può influire negativamente sullo sviluppo di emozioni positive come interesse ed eccitazione; le proibizioni e i comportamenti del genitore possono portare a un’eccessiva attivazione del sistema parasimpatico. Le esperienze precoci del bambino possono avere un impatto significativo sulla maturazione delle sue capacità di espressione affettiva e sull’accesso delle emozioni alla coscienza: per cercare di diminuire il senso di frustrazione che deriva dalle sue interazioni con il genitore, il bambino impara a ridurre al minimo l’espressione di emozioni correlate all’attaccamento (Cassidy, 1994). Da adulte, queste persone possono pagare un prezzo molto alto nel rapporto con se stessi, nell’ambito di relazioni sentimentali, nei rapporti con i figli; le loro capacità di provare intense emozioni, e di percepire le esperienze della mente (propria e altrui) possono essere gravemente ridotte, e il risultato è che le loro fondamentali esigenze affettive rimangono insoddisfatte.
Non ne sono però consapevoli; al contrario, in genere ritengono che il loro approccio alla vita sia del tutto adeguato, mentre il loro Sé privato resta fortemente sottosviluppato e inaccessibile alla coscienza. Adulti evitanti/distanzianti spesso cercano l’aiuto di uno psicoterapeuta in seguito a pressioni da parte di mogli o mariti che presentano uno stato della mente sicuro o ambivalente rispetto all’attaccamento, e che non riescono più a tollerare la freddezza e il distacco emotivo del partner. Paradossalmente, non è raro che il coniuge si sia sentito inizialmente attratto dal paziente proprio a causa della sua indipendenza e autonomia: non aveva bisogno degli altri; per una persona ambivalente/preoccupata nei confronti dell’attaccamento, ciò significava non dover temere, da parte del partner, gli atteggiamenti intrusivi e invasivi che avevano caratterizzato le sue relazioni con i genitori. Con il passare del tempo, tuttavia, l’adulto ambivalente può incominciare a sentire il bisogno di una maggiore intimità emotiva; un simile movimento verso stati della mente più sicuri rispetto all’attaccamento si verifica molto più difficilmente nel partner evitante, anche perché quest’ultimo di solito è perfettamente soddisfatto della relazione di coppia: non è conscio di eventuali problemi o sofferenze, e quindi non sente la necessità di cambiare. In questi pazienti, approcci basati su discussioni razionali e logiche, che rappresentano per loro modalità più naturali di interagire con gli altri, hanno in generale un’utilità limitata; il terapeuta deve cercare piuttosto di favorire lo sviluppo delle loro capacità di sintonizzazione affettiva, e l’attivazione di processi mediati dall’emisfero destro. Incoraggiando l’immaginazione e altri processi non verbali (per esempio, invitandolo a prestare una maggiore attenzione alle sue sensazioni corporee, ad ascoltare musica, o anche ad iscriversi a una scuola di ballo) il terapeuta può aiutare il paziente a scoprire nuovi modi di vedere se stesso e il mondo, e a diventare maggiormente consapevole delle emozioni e degli stati della mente propri e altrui.

Tecniche di immaginazione guidata possono facilitare un accesso diretto a rappresentazioni prelinguistiche, a processi legati ai meccanismi della memoria implicita e a stati emozionali, con risultati che molti di questi pazienti inizialmente ritengono “bizzarri” e privi di significato; tuttavia, con il passare del tempo questi processi non verbali e non razionali mediati dall’emisfero destro incominciano a influenzare i loro comportamenti e le loro interazioni interpersonali. Mentre nell’ambito della relazione terapeutica continua lo scambio di comunicazioni basate su processi di sintonizzazione e di risonanza emozionale, possono progressivamente emergere nuovi modelli del Sé, e del Sé in rapporto agli altri, che alimentano la ricerca di connessioni affettive; i pazienti possono sviluppare maggiori capacità di integrazione, processi narrativi più coerenti, e in generale un approccio alla vita più ricco e complesso.

Ambivalenza
In queste coppie le risposte del genitore sono spesso confuse e contraddittorie. A volte si sintonizza con lo stato di arousal del figlio; in caso contrario, il bambino percepisce le sue espressioni verbali e non verbali di collera e disapprovazione, che possono protrarsi nel tempo e generare un nocivo senso di umiliazione. Anche se i limiti della sua finestra di tolleranza possono essere relativamente ampi, di fronte alle reazioni ambigue del genitore il bambino può andare incontro a stati di arousal eccessivo, che non sono controbilanciati da un’attivazione del sistema parasimpatico; alternativamente, un’iperstimolazione parasimpatica può portare a prolungati stati di sconforto e disperazione. Sono spesso evidenti segni di ansia e di paura della separazione; per questi bambini la separazione dal genitore significa poter contare unicamente sulle loro capacità di autoregolazione, ma dalle loro ripetute esperienze di stati emozionali eccessivamente intensi hanno imparato che tali capacità sono insufficienti, e continuano quindi paradossalmente a fare affidamento su figure di attaccamento incostanti e imprevedibili.

Queste esperienze possono determinare un aumento della sensibilità, che si manifesta soprattutto nelle interazioni con gli altri e in situazioni correlate a perdite o separazioni. In generale è presente una massimizzazione dell’espressione di emozioni legate all’attaccamento; secondo alcuni autori il bambino tenta così di richiamare su di sé l’attenzione di un genitore distratto e incoerente (Cassidy, 1994). In individui che hanno alle spalle una storia di attaccamento ambivalente, le relazioni con i genitori, dominate dagli stati emozionali intrusivi dell’adulto, possono aver portato all’instaurarsi di un forte senso di vulnerabilità: hanno costantemente paura di “perdere il contatto”, con se stessi e con gli altri. Per cercare di andare incontro a coloro che li circondano possono nascondersi dietro comportamenti camaleontici, che rispecchiano risposte automatiche apprese di adattamento del loro sé pubblico agli atteggiamenti intrusivi dei genitori. Nell’ambito di una psicoterapia, ciò può manifestarsi nel tentativo di presentarsi come “pazienti ideali”.

Nel contesto della relazione terapeutica queste persone tendono a riprodurre pattern di allontanamento e avvicinamento simili a quelli che hanno caratterizzato le loro interazioni con i genitori; mentre i loro stati della mente “privati” diventano lentamente più accessibili, il terapeuta deve essere in grado di cogliere e sfruttare i momenti di apertura che rendono possibile lo stabilirsi di processi di sintonizzazione affettiva. Per riuscire ad aiutare questi pazienti il terapeuta deve essere capace di recepire i segnali non verbali (toni di voce, espressioni facciali, sguardi, gesti) che rivelano i loro stati emozionali primari, e di condividere tali stati, anziché limitarsi a comprenderli a livello concettuale. Un aspetto importante di questi meccanismi di sintonizzazione e di risonanza, che coinvolgono un “allineamento” degli stati psicobiologici di terapeuta e paziente, è la capacità di riconoscere quando l’altro sta cercando di creare una connessione emotiva e quando invece la sua attenzione è diretta ai processi interni. In ciascuno di noi si alternano continuamente momenti in cui abbiamo bisogno di concentrarci su noi stessi e fasi in cui ci rivolgiamo verso gli altri; attraverso queste oscillazioni il sistema della mente può utilizzare vincoli interni o esterni per regolare il flusso dei suoi stati. Tali concetti ribadiscono l’idea fondamentale che l’organizzazione del Sé è il risultato sia di processi individuali interiori, sia di processi di regolazione diadica.

Si pensa inoltre che l’emisfero cerebrale sinistro medii stati di avvicinamento, mentre quello destro sarebbe principalmente implicato in stati di allontanamento e ritiro. L’alternarsi di momenti in cui l’individuo è orientato prevalentemente verso l’interno o l’esterno potrebbe quindi essere almeno in parte interpretato come la manifestazione di cicliche fluttuazioni nelle attività dei due emisferi. Nell’ambito della relazione terapeutica, come in generale in tutti i rapporti emotivamente coinvolgenti, è inevitabile che si verifichino rotture nei processi di sintonizzazione; se a queste disconnessioni non fanno però seguito meccanismi di riparazione, possono instaurarsi stati negativi di vergogna e umiliazione che diventano seri ostacoli alla comunicazione interpersonale. Non si tratta semplicemente di stati spiacevoli, che generano inquietudine e disagio; l’individuo può sentirsi risucchiato in un buco nero, in un pozzo di disperazione senza fondo, in cui il Sé è completamente perduto. Perché possa avere luogo una riparazione è necessario che le due persone coinvolte si rendano conto che è avvenuta una rottura, e cerchino di riaccordare i loro stati della mente attraverso processi interattivi che richiedono una diretta partecipazione di entrambi.

Il Sé pubblico cerca in tutti i modi di evitare questi stati di vergogna e umiliazione, ma anche se esplora continuamente l’ambiente sociale per trovare possibilità di connessione, non sempre riesce a prevenire una loro attivazione. Nelle persone con attaccamento ambivalente, uno squilibrio nelle attività dei sistemi simpatico e parasimpatico, legato alle comunicazioni incoerenti che hanno caratterizzato le loro relazioni con i genitori, può rendere tali stati particolarmente difficili da controllare. L’ansia generata dall’emergere di questi stati a livello della coscienza può indurre adattamenti difensivi. Tali difese adattive del Sé pubblico possono variare grandemente; in certi casi si tratta di risposte “primitive” e sterili, come negazione o proiezione del senso di disconnessione su altre persone. Alcuni di questi individui possono invece adottare approcci più maturi e “socialmente utili”, cercando di stabilire connessioni emotive con coloro che li circondano, oppure sublimando le loro dolorose esperienze in tentativi di aiutare gli altri nella vita professionale (per esempio, insegnanti che prestano una speciale attenzione alle esigenze dei loro allievi, uomini politici che elaborano disegni di legge tesi a difendere i diritti dei bambini, o terapeuti che nelle loro attività pongono una particolare enfasi sulla necessità di comprendere i pazienti e di rispettare la loro individualità).In una persona che presenta un attaccamento ambivalente/preoccupato sono quindi possibili modalità di adattamento molto diverse nell’ambito di contesti sociali ed emozionali differenti. In questo caso l’ambiente lavorativo, caratterizzato da un relativo distacco emotivo, può favorire lo sviluppo di processi di sublimazione, mentre l’intimità di relazioni di coppia o di relazioni genitore-figlio può periodicamente facilitare l’attivazione di un intenso senso di “intrusione” o di altre forme di disconnessione affettiva, che portano all’improvvisa comparsa dei temuti stati di vergogna e umiliazione. Nel tentativo di evitare questi stati dolorosi possono venire attivate risposte difensive primitive associate a rabbia o paura, che possono essere accompagnate da distorsioni percettive e interpretazioni scorrette dei comportamenti dell’altro; si creano così momenti di grande vulnerabilità, che possono dare origine a processi di disregolazione diadica.

Disorganizzazione
In questo caso, quando il figlio cerca di arrampicarsi sul tavolo la madre risponde con un’esplosione di rabbia che lo spaventa profondamente; non si tratta solo di paura delle conseguenze dei suoi comportamenti: il bambino teme per la sua stessa incolumità fisica. A tale improvviso stato di paura, indotto dalla figura di attaccamento, corrisponde un adattamento conflittuale, caratterizzato da una contemporanea iperattivazione dei sistemi simpatico e parasimpatico: l’acceleratore e il freno vengono schiacciati simultaneamente. In queste forme di attaccamento il genitore, che ha spesso alle spalle una storia di perdite e traumi non elaborati, fornisce al figlio, senza necessariamente esserne consapevole, risposte disorientanti e disorganizzanti. Queste esperienze di disconessione intense e terrorizzanti non sono seguite da tentativi di riparazione, e diventano elementi che contribuiscono in maniera essenziale a determinare le modalità con cui il bambino apprende a regolare i suoi stati emotivi e i suoi comportamenti; la figura di attaccamento non solo non offre sicurezza e conforto, ma è di per sé fonte di confusione e paura.
La presenza nei genitori di perdite o traumi non risolti può portare allo sviluppo di attaccamenti disorganizzati/disorientati, e a sistemi diadici molto più caotici rispetto a quelli associati ad attaccamenti evitanti o ambivalenti (Liotti, 1992). Nelle relazioni di attaccamento disorganizzato, i comportamenti spaventati o che inducono paura dei genitori sono in effetti spesso legati a traumi o lutti non elaborati: l’adulto trasmette al figlio i suoi disturbati processi di organizzazione del Sé attraverso stati disregolati e azioni disorientanti. Questi comportamenti parentali, che possono essere visti come “paradossi biologici”; non solo non forniscono al bambino un senso di sicurezza e coerenza, ma interferiscono direttamente con lo sviluppo di processi di regolazione affettiva e di funzioni narrative e integrative. Il risultato è che il bambino entra ripetutamente in stati della mente caotici; da un punto di vista dinamico, tali stati possono essere considerati come “attrattori strani”, pattern dissociati e disfunzionali di attivazioni neurali che con il passare del tempo possono diventare caratteristiche radicate del sistema.

Di fronte ad un paziente che ha alle spalle una storia di attaccamento disorganizzato, il terapeuta ha il difficile compito di fornire un ambiente emotivamente sicuro, in cui il paziente può imparare a fare affidamento su di lui per modulare i suoi stati della mente. Relazione terapeutica e processi di autoregolazione diadici vengono in seguito “interiorizzati”, attraverso la creazione di un modello mentale del Sé con il terapeuta e la progressiva acquisizione di nuove e autonome capacità di regolazione delle emozioni. Il raggiungimento di questi nuovi livelli di organizzazione del Sé è spesso facilitato da processi integrativi che consentono lo sviluppo di un profondo senso di coerenza interna (Siegel, 1996).

Riferimenti bibliografici:AINSWORTH, M.D.S., BLEHAR, M., WATERS, E., WALLS, S. (1978) Patterns of attachment, HILLSDALE, N.J., Erlbaum.
AINSWORTH, M.D.S., WITTIG, B. (1969) Attachment and exploratory behavior of one-year-olds in a strange situation. In: FOSS, B. (a cura di) Determinants of infant behavior, London, Methuen, vol. IV, pp. 113-136.
BOWLBY, J. (1975) Attaccamento e perdita. II. La separazione dalla madre. Trad. it. Torino, Bollati Boringhieri.
BOWLBY, J. (1976) Attaccamento e perdita. I. L’attaccamento alla madre. Trad. it. Torino, Bollati Boringhieri.
BOWLBY, J. (1983) Attaccamento e perdita. III. La perdita della madre. Trad. it. Torino, Bollati Boringhieri.
CAMAIONI, L. (1995) La teoria della mente. Origini, sviluppo e patologia. Roma-Bari, Laterza.
GEORGE, C., KAPLAN, N., MAIN, M. (1985) Adult attachment interview. Berkeley, University of California, dattiloscritto inedito.
CASSIDY, J. (1994) Emotion regulation: Influences of attachment relationships. In: FOX, N.A. (a cura di) Biological e behavioral foundation of emotion regulation. Monographs of the Society for Research in Child Development, 59, pp. 228-249.
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LIOTTI, G. (1992) Disorganizzazione dell’attaccamento e predisposizione allo sviluppo di disturbi funzionali della coscienza. Tr. it. AMMANITI, M., STERN, D.N. (a cura di) Attaccamento e psicanalisi. Laterza, roma-Bari.
SIEGEL, D.J. (1996) Dissociation, psychotherapy and the cognitive sciences. In: SPIRA, J. (a cura di) The Treatment of Dissociative Identity Disorder. Jossey-Bass, San Francisco.







1 Commento a “Gli stili di attaccamento nei bambini”

  1. evita

    I miei complimenti per l’esaustività degli argomenti trattati. Consulterò ancora questo sito nella speranza che tali argomentazioni mi risultino utili a comprendere diverse cose di me stessa. Grazie. Evita Vendemmiati

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