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Nel momento in cui ci si chiede il significato e il valore della vita, si è malati. Sigmund Freud
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Definizione delle mete e sostegno motivazionale nei momenti di crisi – 3

category Psicologia Alfonso Falanga 31 Gennaio 2012 | 2,258 letture | Stampa articolo |
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“ … gli insuccessi non conducono necessariamente a correzioni ma, quasi all’opposto, consoliderebbero le proprie cause “
In  WATZLAWICK  P. , Guardarsi dentro rende ciechi, Teo pratica Ed. , pag. 284

Negli articoli precedenti abbiamo definito alcuni punti a nostro avviso essenziali per quanto riguarda il comportamento che a volte si assume nei momenti di crisi :
1)     Di fronte ad un problema tendiamo a risolvere reiterando, semmai con più insistenza, il medesimo atteggiamento che costituisce il problema oppure facciamo il contrario o rinunciamo;
2)     In tali circostanze sentiamo vacillare non solo l’obiettivo immediato e ben definito per cui abbiamo intrapreso l’azione ma l’intero complesso di mete dichiarate e private, condivise e non condivise,  che accompagnano lo scopo evidente del comportamento;
3)      Spesso tendiamo a ripristinare l’obiettivo dichiarato della relazione attraverso la riconferma di un obiettivo privato e non condiviso. Ciò, il più delle volte, genera nei rapporti confusione se non vera e propria conflittualità.
La conclusione che si trae da queste premesse è che una crisi non si supera restando nel sistema logico-cognitivo a cui essa appartiene. Il che non è affermazione originale, anzi è ormai quasi un luogo comune. Come mai, allora, abbandonare gli schemi logici passati e produrre comportamenti nuovi ed efficaci risulta spesso così difficile da far sembrare che la soluzione spaventi più del problema stesso? 1)
Se è chiaro che cosa bisogna fare, di cosa si ha bisogno, in termini emotivi/cognitivi/comportamentali, per fare il “ balzo “ ?
Si parla spesso di “ tornaconti psicologici “ ossia di quel guadagno psicologico – esistenziale – sociale, più o meno inconsapevole, che a volte si ottiene attraverso un comportamento improduttivo se non proprio boicottante e lesivo per sé stessi e, in alcuni casi, per gli altri.
Ma è sempre così ? E’ così anche per coloro che, sinceramente ed autenticamente, vorrebbero cambiare rotta ma non sanno da dove cominciare? Che dire poi delle reazioni improduttive, in caso di crisi, da parte di un collettivo quale un gruppo di lavoro  o di un nucleo familiare, ad esempio, oppure di un’azienda?
Mettendo da parte, perciò, i casi in cui la reiterazione dell’incongruenza ha un’origine psichiatrica o attinge la sua energia dalla ricerca del tornaconto psicologico, ci rivolgiamo verso quelle situazioni in cui individui e gruppi, consapevoli del problema e della insufficienza delle loro risposte, non riescono a fare altro se non, come più volte affermato, ripetere ciò che hanno già fatto, fare il contrario o rinunciare.
A questo punto entrano in gioco alcuni fattori che solo per comodità espositiva sono distinti tra loro ma che in realtà risultano strettamente connessi.
Una prima variabile è costituita dalle “ informazioni “. Ogni comportamento ha origine da informazioni ed è da esse orientato. Informazioni sulla legittimità delle mete a cui si tende, ad esempio, su che cosa ci si può aspettare agendo in un certo modo e così via. Informazioni che al soggetto singolo o collettivo provengono dalla storia personale e sociale, dunque dall’esperienza e dalla tradizione o semplicemente dall’avere constatato che gli altri, in quella circostanza, agiscono proprio in quel modo.
In caso di insuccesso sono proprio queste le informazioni che non vengono messe in discussione e che, anzi, paradossalmente acquistano più valore al punto che conducono ad insistere nel medesimo comportamento. Oppure, come già accennato,  ad agire nel modo opposto dove il “ contrario “ riguarda, appunto, le modalità e non i contenuti dell’azione. O a rinunciare poiché il soggetto attribuisce ad esse un così alto valore da considerarle incompatibili con le proprie capacità e risorse.
Tali pseudo –soluzioni evidenziano che, in queste stesse circostanze, il soggetto è privo, e si priva, di un altro genere di informazioni ossia quelle riguardanti la relazione che ha instaurato con l’ambiente in cui si è generato l’insuccesso. L’individuo o gruppo sa abbastanza sull’origine e direzione del proprio comportamento ma non sa, o ne sa poco, in merito al contesto in cui agisce. Non è consapevole dei suoi mutamenti ( emotivi/cognitivi e socio – culturali ) e della diversità delle sue istanze. Informazioni, queste, che si possono acquisire nel momento che si considera l’insuccesso un segnale dell’avvenuto mutamento ambientale più che un parametro delle proprie capacità. Tale risultato è possibile sono a condizione che si sospenda il giudizio e ci si ponga in una condizione di ascolto ed osservazione libera da filtri cognitivi. Ciò vale per il singolo così come per il gruppo.
A questo punto entra in campo una seconda variabile, la volontà.
In alcune circostanze problematiche l’individuo o gruppo, pur consapevole dell’esigenza di cambiare rotta, mantiene una posizione di attesa. Aspetta, cioè, che si creino le condizioni adatte a produrre l’azione che dovrebbe condurre al cambiamento. In quest’ottica, cioè, la volontà di agire risulta una conseguenza delle circostanze.
Questa visione della realtà contiene, a nostro avviso, una profonda e rischiosa svalutazione è cioè che la volontà precede le circostanze. La volontà produce l’azione che determina il cambiamento. Naturalmente l’azione deve avvenire in una condizione, come accennato poc’anzi, di ascolto ed osservazione al fine di non reiterare il comportamento incongruo o altri atteggiamenti comunque inadatti a risolvere. Se l’ascolto e l’osservazione sono un esito della sospensione del giudizio risulta, perciò, che questa disposizione a non valutare gli esiti comportamentali, propri ed altrui, in base a categorie quali giusto/ sbagliato, vero/ falso, buono/ cattivo è anch’essa un esito della volontà. Ossia è il soggetto, individuo o gruppo che sia, a decidere consapevolmente di sospendere il giudizio.
In conclusione, dal nostro punto di vista, uscire dalla dimensione logica a cui appartiene il problema che si vuole risolvere richiede sostanzialmente la volontà di sospendere il giudizio su quello che si è fatto e che si sta facendo. Tale decisione nulla toglie alla riflessione sulle modalità d’azione e ciò vale per il singolo ( in merito, ad esempio, al linguaggio non verbale ) che per un collettivo ( in che modo l’azienda dei precedenti articoli, ad esempio, ha comunicato al mercato la decisione di non abbassare i prezzi pur di fronte all’irruenza del competitore ? ).
Dal nostro punto di vista, almeno, questa è la sola strada da percorrere per comprendere effettivamente che cosa sta accadendo di diverso, rispetto agli obiettivi di partenza ed alle aspettative, nel sistema relazionale in cui si è inseriti. Solo la sospensione del giudizio produce la consapevolezza della distanza tra ciò che era previsto e la realtà effettiva. Cogliere questa distanza è la premessa ad ogni azione che, uscendo dallo schema logico passato, può produrre il cambiamento.

1)      Naturalmente non ci riferiamo a comportamenti che hanno una conclamata origine psichiatrica bensì a quei contesti in cui perone e gruppi vogliono sinceramente ed autenticamente abbandonare schemi comportamentali logori e logoranti ma non sanno come.

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Alfonso Falanga
Counselor e Formatore
info [@] comunicascolto [.] com
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