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Definizione degli obiettivi e sostegno motivazionale in momenti di crisi – 2

category Psicologia Alfonso Falanga 25 Gennaio 2012 | 2,358 letture | Stampa articolo |
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In un precedente articolo abbiamo affermato che, a volte, provare a risolvere un problema non solo lo alimenta ma diventa un ulteriore dilemma.
Questo accade quando la soluzione viene elaborata a partire dallo stesso sistema logico che lo ha generato. In tali casi si insiste ossia si ripete l’identico comportamento insoddisfacente ed anzi lo si accentua ( “ devo essere più deciso ! “, dice a sé stesso, ad esempio, chi attribuisce il proprio insuccesso ad un deficit di convinzione ed assertività ). Oppure si fa l’esatto contrario ( “ devo essere meno impulsivo “, si dice chi, invece, ritiene che il proprio fallimento derivi da un eccesso di assertività ). O si rinuncia ( “ non fa per me “ : questa è la convinzione di chi ritiene di non possedere le risorse intellettive e comportamentali necessarie per risolvere ).
Come già sostenuto nell’articolo citato, in tali circostanze risolvere con efficacia comporta principalmente una rivisitazione degli obiettivi più che un agire diretto sulla sfera comportamentale o sulle motivazioni.
Per procedere nel nostro discorso riteniamo necessario fare alcune specificazioni e cioè:
che cosa intendiamo, precisamente, con obiettivi ?
che per risolvere un problema sia essenziale uscire fuori dal livello logico che lo ha generato ( vale a dire porsi su un altro piano di osservazione rispetto all’identico tema ) è parte ormai dell’ottica comune. Come mai, allora, la traduzione in pratica di tale asserzione è rara? Di cosa ha bisogno un individuo, nella quotidianità, per realizzare tale spostamento cognitivo?
In questo secondo intervento cercheremo di dare una risposta al primo quesito.

L’obiettivo verso cui una persona ( o un collettivo ) tende è solo apparentemente qualcosa di unico e ben definito.
Che cosa vuole ottenere, ad esempio, un genitore quando esorta il figlio a rientrare in tempo per cena?
Qual è il proposito del Team leader aziendale, durante la riunione settimanale, quando indica alla squadra gli obiettivi del mese?
Qual è la meta del docente nel momento che, in aula, risponde alle domande degli allievi?
Cosa si propone l’Impresa che, pur con l’ingresso di un forte competitore nello stesso segmento di mercato, non abbassa i prezzi dei suoi prodotti?
In questi casi, ed in altri che ad essi possono connettersi, le risposte sono alquanto ovvie:
il genitore vuole favorire la regolarità della vita familiare, il Team leader indica alla squadra il livello produttivo da raggiungere per garantire il benessere aziendale ( e dunque la salvaguardia dei posti di lavoro di ognuno ), il docente vuole trasmettere informazioni, l’Azienda non intende ridurre il profitto.
Obiettivi, questi, essenzialmente legati ai ruoli di ognuno ovvero al complesso delle aspettative socio-culturali rispetto alla funzione esercitata dal soggetto ( singolo o collettivo che sia ) in quel dato contesto. Sono mete associate per lo più al processo relazionale che si instaura tra genitore e figlio, Team leader e squadra, docente ed allievi, Azienda e clienti. Sono obiettivi dichiarati o sociali ossia facilmente definibili dall’esterno attraverso l’osservazione dei comportamenti di coloro che ad essi tendono.
Le stesse azioni, però, mirano anche a mete riferite al contenuto della relazione. Finalità meno tangibili ma comunque prevedibili e significative.
Il genitore, ad esempio, attraverso il dare regole intende confermare la propria autorità ( anche a sé stesso ) ed ottenere, dal figlio, riconoscimento in tal senso. Il suo comportamento esprime, perciò, un’istanza di apprezzamento e di rinforzo del ruolo.
Il Team Leader, insieme all’indicare il grado di successo economico da raggiungere, vuole alimentare la spinta motivazionale della squadra ( non solo relativamente alle mete immediate ) e la coesione di gruppo.
Il docente, rispondendo agli interrogativi posti dagli allievi, ripropone la relazione asimmetrica insegnante – alunni ottenendo così, direttamente o indirettamente, apprezzamenti per la sua posizione di “ esperto “.
L’Impresa, non abbassando i prezzi di fronte all’irrompere di un forte competitore, non solo ha buone possibilità di non vedere ridotta la quota di guadagno ma invia al mercato, ed al competitore stesso, un forte segnale di sicurezza nella qualità dei suoi prodotti e nella sua identità aziendale.
Tali mete continuano ad essere strettamente legate ai ruoli svolti dai soggetti pur se a livelli ridotti di evidenza e socialità. Di questo passo la discussione potrebbe continuare ancora fino all’evidenziazione di mete molto più private, connesse alla storia personale ( nel caso dell’Azienda si tratterebbe della storia personale dell’Amministratore delegato, ad esempio ) più che alla funzione sociale dei soggetti in  questione.
Riflettere sugli obiettivi, insomma, diventa una sorta di gioco di scatole cinesi. Certamente l’azione è orientata dalla meta dichiarata che resta il motivo principe per cui il soggetto intraprende quella specifica azione ma è comunque ipotizzabile che tale agire sia, in qualche modo e misura, condizionato dal complesso delle finalità ulteriori.

Cosa accade, al sistema delle finalità, all’insorgere del problema ? Nel momento che, ad esempio, il figlio risponde al genitore che ritornerà quando gli pare e piace ? Se l’allievo afferma che la risposta del docente non l’ha soddisfatto? Se la squadra sostiene all’unisono che gli obiettivi posti dal Team leader sono irrealizzabili ? Quando la strategia elaborata dall’Azienda non impedisce che una quota di consumatori si sposti verso la concorrenza ?
In tali circostanze sono messi in discussione immediatamente gli obiettivi dichiarati: non c’è armonia familiare, in azienda la squadra è tutt’altro che coesa e motivata, è mancato un adeguato passaggio di informazioni da docente ad allievi, il margine di profitto dell’Impresa non è per nulla garantito.
E’ innegabile che insieme a queste mete tangibili vacilli tutto il complesso delle finalità non dichiarate ad ogni livello di profondità e consapevolezza: il genitore vede messa in dubbio la sua autorità ed il riconoscimento del proprio ruolo, lo stesso accade al Team leader ed al docente, l’Impresa sperimenta un indebolimento del suo posizionamento nel mercato con ciò che questo implica in termini di identità e politiche aziendali. Una risposta imprevista ed indesiderata, perciò, arriva a mettere in crisi la storia personale e sociale dei soggetti in questione che sperimentano, così, una contrazione di risorse materiali ( come nel caso dell’Impresa ) ed immateriali.
In queste circostanze individui e gruppi ovviamente vogliono risolvere. Il più delle volte, come già accennato, per ciò si intende il ripristino della condizione passata il che, tutto sommato, non è necessariamente fuori luogo e fuori logica.
Il problema sorge quando si aspira a realizzare questa meta attraverso il raggiungimento degli scopi meno tangibili. Vale a dire che, ad esempio, il genitore  vorrà favore l’armonia familiare attraverso il riconoscimento della sua autorità più che mediante un confronto con il figlio. Il Team leader punterà a motivare la squadra ripristinando la conferma del proprio ruolo più che analizzando la fattibilità degli obiettivi, il docente anteporrà il ripristino dell’asimmetria relazionale con l’allievo alla riflessione su contenuti e modalità di risposta, l’Azienda punterà al recupero della quota di mercato persa, e dei conseguenti profitti, mediante una politica di riaffermazione della propria identità più che una diversificazione dei prodotti. Vale a dire che, in queste circostanze, i soggetti, invece che aprirsi al sistema relazionale a cui appartengono ed in cui sorge la crisi, si chiudono in sé stessi.
Comportamenti simili sono, in alcuni casi, anche quelli di soggetti che vivono situazioni critiche più estreme : perdita del lavoro, ad esempio, malattia improvvisa, lutto, separazioni. Eventi che vedono i protagonisti a volte impegnati, in tutta buona fede, a risolvere attraverso un tentativo di recupero della condizione passata, fino ad arrivare, in casi limiti ma non infrequenti, a negare la crisi stessa.
In questi e negli altri esempi citati i soggetti cercano la soluzione al loro interno ( identità, storia personale e collettiva, motivazioni, aspettative ) piuttosto che all’esterno. Ha origine, in tal modo, una sovrapposizione di obiettivi che si aggiunge al motivo originario della crisi e la alimenta.
Da queste osservazioni si giunge al secondo quesito e cioè:
di che cosa hanno bisogno individui e gruppi per abbandonare la logica a cui appartiene la genesi del problema o con la quale, fino a quel punto, lo si è osservato ?
Rispondere a questa domanda è argomento di un successivo intervento.

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Alfonso Falanga
Counselor e Formatore
info [@] comunicascolto [.] com
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