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Costellazioni familiari

category Psicologia Giuseppe Maria Silvio Ierace 19 Giugno 2014 | 2,926 letture | Stampa articolo |
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Anne Ancelin Schützenberger considera molto promettente, in ambito psicoterapeutico, la teoria dei “campi morfici” di Alfred Rupert Sheldrake e, sulla scia della psicologa francese, Anna Laura Cannamela Embergher , in “Costellazioni familiari” (Spazio Interiore, Roma 2014), la indica nella sua utilità “per inquadrare concettualmente certi fenomeni psichici, quali la risonanza empatica collettiva che emerge durante le Costellazioni”.

L’idea di Sheldrake sarebbe quella che ogni individuo possa attingere alla memoria collettiva della propria specie, comprendendo in essa le etnie, le famiglie, ecc., in modo tale da sintonizzarsi con gli altri membri, presenti e passati, e contribuisca a sua volta all’evoluzione della stessa e dei rispettivi gruppi e sottogruppi.

In “A New Science of Life: the hypothesis of formative causation” (1981) aveva proposto che la probabilità che gli eventi biologici si verifichino aumenterebbe quanto più si verificano nella realtà, per cui la crescita verrebbe guidata proprio dagli schemi definiti da precedenti analoghi accadimenti. Nuove acquisizioni possono così venire tramandate alle generazioni successive, secondo l’ereditarietà concepita da Jean-Baptiste de Lamarck (1744-1829). Le leggi della natura sarebbero quindi semplici “abitudini”, mutevoli, in costante corso d’opera evolutiva.

La “risonanza morfica” spiegherebbe i risultati di quegli esperimenti nei ratti, in materia d’apprendimento, condotti da William McDougall (1871-1938) e replicati da Francis Crew e Wilfred Agar, in cui si ipotizzava l’ereditarietà di caratteri acquisiti. La modificazione su base genetica veniva esclusa dal fatto che i ratti non erano tra loro imparentati.

In “The Presence of the Past”, si suppone che questa “risonanza morfica” non venga archiviata nel cervello, bensì in “campi” di informazione a cui si può accedere attraverso il sistema nervoso, come avverrebbe per il senso dell’io e la coscienza. L’insieme complesso e organizzato di ricordi, sogni, stati alterati di coscienza, avrebbe una sua strutturazione indipendente, e soprattutto trasferibile proprio grazie alla “risonanza morfica”, un meccanismo che consentirebbe la condivisione delle “abitudini” acquisite nel corso del processo evolutivo. Difatti, certe molecole tendono ad assumere configurazioni di struttura quaternaria estremamente improbabili, ma sorprendentemente, e puntualmente, esse ricompaiono in ogni situazione identica in spazi differenti e tra loro lontani, risultando perfettamente adattive al progetto di formazione di una determinata proteina.

Questa teoria di “causalità formativa” implica ovviamente un universo non meccanicistico, regolato da leggi soggette ai cambiamenti. Se, allora, qualcuno sviluppa delle proprietà organiche, psicologiche o comportamentali, queste verrebbero acquisite dagli altri membri della stessa specie quasi in automatico. Così, grazie alla “risonanza morfica”, un certo livello di consapevolezza, o una trasformazione individuale, si estenderebbe dal singolo agli altri, e, comportando una modificazione generalizzata, coinvolgerebbe infine un intero sistema (“massa critica”).

Volendo pertanto incidere su qualcosa, occorre dapprima ottenere il risultato da noi stessi.

Uno psicoterapeuta si prepara con esperienze introspettive per affinare la volontà di aiutare chi vive nel disagio. La sapiente interazione di preparazione professionale e disponibilità empatica avvia quella spontaneità necessaria a mettere in scena proposte emotivamente corrette nelle dinamiche relazionali le più variamente articolate.

 

Seguendo l’ipotesi dell’inconscio collettivo, la rappresentazione lavora sul piano simbolico per prodursi quale modalità di conoscenza (teoresi) e strumento di trasformazione, sia nella ristrutturazione delle relazioni interne al sistema, sia nel ritrovare la “giusta distanza” per il ripristino di un nuovo equilibrio dinamico. Espressione artistica, psicodramma, “costellazione” contribuiscono a porre nella luce più appropriata il “non-detto”, quella muta sofferenza incistatasi nella “cripta” dove viene solitamente sotterrato il dolore.

Nicholas Abraham (1919-1975) e Maria Torok (1925-1998) hanno introdotto alcuni concetti chiave della psicoanalisi contemporanea: l’impossibilità d’elaborare un lutto in seguito alla comparsa di pulsioni libidiche vergognose prima o dopo la morte di qualcuno (disturbo del lutto), l’identificazione segreta con un altro (incorporazione), il segreto di famiglia, trasmesso da una generazione alla successiva (teoria del fantasma), nonché la sepoltura d’un esperienza irricevibile, appunto la “cripta”.

La costruzione di una “cripta” avverrebbe quando una perdita (segmento di una realtà inenarrabile, mai vissuta abbastanza significativamente, e quindi inaccessibile al lavoro di graduale assimilazione del lutto) non può essere ammessa come tale: un posto nella interiorità della persona in cui l’oggetto perduto viene dunque “inghiottito e preservato”.

Il concetto di “Cryptonymie” ingloba quello dei “Fantômes”, riconfigurando l’inconscio freudiano quale tomba per inumare i fantasmi non pienamente affrontati, ovvero i segreti della storia precedente dell’analizzando. In tal modo la cripta rientrerebbe in una modalità molto profonda di meccanismo di difesa: “Sotto il feticcio rimane nascosto l’amore occulto per una parola- oggetto, al di sotto di questo amore, la memoria di una catastrofe ha formato un tabù, e, infine, sotto la catastrofe, il perenne ricordo d’un piacere che s’è andato accumulando”.

Il lavoro simbolico sulle dinamiche transgenerazionali rende possibile un diverso punto di vista sul passato, e, a partire dall’accettazione di questo, contribuisce a far ritrovare la capacità di riconfigurare il futuro, esprimendo alla fine un ringraziamento per quanto comunque vissuto.

 

Il passato è ormai determinato, chiuso a qualsiasi opportunità, il futuro è invece aperto a tutte le occasioni, quindi indeterminato. Ciò che è stato fatto non si può più disfare, ciò che rimane suscettibile di revisione è allora il senso di quanto accaduto. Nel modificare il vissuto collegato a rimorso, o rimpianto, la rilettura, e conseguente reinterpretazione, alleggerisce le catene della colpa, dell’abbandono, della rabbia, degli irretimenti, e permette di fuoriuscire definitivamente dal doloroso sentimento dell’irreversibilità.

Una diversa comprensione apre all’accettazione, e soprattutto all’assunzione delle proprie immancabili responsabilità. A pareggio di crediti affettivi e debiti emotivi, un bilancio consuntivo convertirà accezioni e sfumature dei contenuti.

La memoria mantiene attivi nel tempo dei fermenti psichici, da riconsiderare nelle loro sfaccettature, reinvestendoli poi come vere e proprie risorse. Con l’approccio transgenerazionale è come saldare il conto, interrompere una faida che si succede per forza d’inerzia. Ma forse l’immagine più pregnante è quella di “sciogliere dei nodi”, ritrovando il proprio posto in un sistema in cui farsi carico anche dei propri limiti, discernendo ciò che compete ad altri.

La corretta individuazione modifica la direzione dell’orientamento. Si rivivono le emozioni più profonde corrispondenti alle dinamiche che hanno causato lo squilibrio, si accettano le perdite e si ringrazia chi ci ha preceduto per il dono che disinteressatamente ci ha lasciato.

 

Cos’è stata la psicoanalisi per Freud, se non un continuo contatto vivente con gli Antenati e con i miti?”, si domanda retoricamente Anna Laura Cannamela Embergher , in “Costellazioni familiari” (Spazio Interiore, Roma 2014), nel riecheggiare la questione posta da Wilfred Ruprecht Bion (1897- 1979) circa la fine, nella nostra realtà attuale, della spinta propulsiva della dottrina freudiana.

La mitografia appartiene all’inconscio collettivo, come la psicoanalisi è appartenuta alla realtà del suo tempo. Un’archeologia che si applica alle differenti epoche d’un individuo.

La terapia psicoanalitica riprende la condizione umana d’essere esposti all’inconscio di altri. Cosicché Freud non avrebbe scoperto il transfert, lo avrebbe solo rinominato, come ha rinominato processi psicologici sempre esistiti e a cui hanno sempre fatto allusione tutte le narrazioni mitiche, o tragiche, dell’antichità.

Le condizioni di partenza sono “asimmetriche”, per l’obbligata dipendenza del bambino dall’adulto e la necessaria traduzione delle richieste, che man mano si stratificano, strutturando “ciò che resta impossibile da tradurre integralmente” in una costruzione sistematica, complessa e articolata, destinata a rimanere per buona parte insondabile.

Nel proporre un approccio fenomenologico, gli analisti esistenzialisti privilegiano il progetto, il senso, attuando un metodo che guarda a possibili aperture di mondi in cui “essere”.  Il metodo “fenomenologico”, kleiniano, di Donald Meltzer (1922-2004) riconosce la direzionalità del processo terapeutico in base ai valori dell’analista che non sarà mai del tutto neutrale.

Altri parlano di “traversata”, in quanto non vi sarebbe una rotta fissa nella cura, e, in una concezione narratologica,  ogni passaggio della storia personale, coerentemente dinamica, andrebbe raccolto singolarmente per il significato di cui sarebbe pienamente intriso. Tutti i vari elementi si trovano poi strutturalmente collegati agli altri all’interno del sistema, in una relazione che lo influenza nella sua interezza e che gli conferisce senso.

La costellazione rappresenta queste dinamiche sistemico-relazionali in maniera tridimensionale. In un’ottica di co-inconscio di gruppo, si agisce sul registro simbolico per aggirare le barriere razionali. Si suggerisce così all’inconscio di chi si mette in gioco di avviare il processo di trasformazione.

L’energia positiva va ripristinata nel suo libero fluire, eliminandone blocchi e impedendone le dispersioni. Cause del suo dirompere nel malessere sono le trappole degli irretimenti familiari e le esistenze mancate, vissute come “cripte” in cui s’incistano, le quali svuotano di vitalità l’autonomia del soggetto.

Degli inconsci carichi transgenerazionali, in cui si assumono destini negativi altrui, si è occupato, come di “lealtà invisibili”, Ivan Boszormeny-Nagy (1920-2007), insieme con Geraldine M. Spark. La loro terapia contestuale enfatizza i principi etici come parte integrante del processo terapeutico. Fiducia, lealtà e sostegno reciproco sono elementi cardine che tengono insieme le famiglie, e stanno alla base di tutte le relazioni interpersonali. I sintomi si svilupperebbero con il crollo di fiducia in queste relazioni.

 

La fase più qualificante dell’intero “costellare” consiste nel riprendere a far fluire liberamente le energie positive per consentire di essere se stessi nel “qui e ora”. Questo equivale a comprendere il senso “fondativo” corporeo: essere un corpo, non possederlo. Il corpo non si sceglie ma si riceve. Ciò stabilisce il senso della relazionalità nell’accorgersi d’una differenza ontologica (maschio femmina) che s’esprime come tensione a integrare aspetti complementari.

Non bastando nessuno a se stesso, sarà inevitabile porsi in relazione con l’altro.

Nous ne sommes que par deux”, sostiene Luce Irigaray, l’essere è originariamente due. La nostra società parla sempre di un soggetto unico (di fatto maschile) che costruisce una filosofia verticale al fine di superare la natura. Se invece si entra nell’ottica dei due soggetti, differenti ma in continua relazione fra loro, questo rapporto cambia e ciascuno si trova in relazione con tutti gli altri individui, con la natura e con la cultura. “L’umanità è a due e bisogna divinizzare questa condizione, coltivare il nostro essere in relazione con il prossimo” (Festivaletteratura di Mantova, 06/09/2006).

L’individuazione di una drasticità totalitaria nelle differenze, sessuali, sociali, linguistiche, religiose, ecc., forse aiuta a meglio definire l’identità personale. Eppure, senza un Tu, non sarà concepibile neanche un Io. E, in ogni caso, l’alterità fondativa non sarà mai generica né neutra.

Della complementarietà ontologica, maschile femminile, narrava infatti già il mito dell’androgino, esposto nel Simposio platonico, in base al quale l’eros ricompone le metà divise (il termine “sesso” proviene dal latino sectus, reciso). Un riferimento ancora più suggestivo è offerto dai sinusoidi che, all’interno dell’unità circolare Tao, separano lo Yin dallo Yang, in quanto ciascuno dei due contiene il germe dell’altro.

Il protendersi caratterizza la propensione maschile all’intrusione, all’aggressività, come all’astrazione e al trascendimento, “uscire alla ricerca del proprio senso in altro”. La ricettività femminile s’esprime invece nella “generatività”, nell’accudimento, spazialità, riflessione, insomma in un “lasciar essere”.

La terra, che accoglie nel proprio solco il seme in grado di germinare, ricostituisce il binomio homo-humus. È proprio in questa sintesi che diventa significativa la dialettica delle diversità e, viceversa, le differenze si riassettano.

Tutto ciò che siamo passa attraverso il corpo, senza il quale non potremmo instaurare alcuna relazione con il mondo, neppure la coscienza si potrebbe alimentare di percezioni e la mente non produrrebbe pensieri né affetti. Ricevere energia e ricambiarla al fine di reintegrare ciò che manca, e trovare sostegno nella reciprocità, lo scopo della psicoterapia. Ma la rassicurazione proveniente dalla semplicità categoriale deve confrontarsi con la complessità strutturale. Come il simbolo taoista, aspetti differenti, non opposti, ma complementari, acquistano senso l’uno dall’altro, poiché una dinamica progressiva prevede già alla sua radice il cambiamento.

 

Giuseppe M. S. Ierace

 

 

 

Bibliografia essenziale:

Abraham N. and Torok M. Cryptonymie: le Verbier de l’Homme aux Loups, Aubier-Flammarion, Paris 1976

Bion W. R. Seminari Italiani, Edizioni Borla, Roma 1985

Boszormenyi-Nagy I. and Spark G. M. Invisible Loyalties: Reciprocity in Intergenerational Family Therapy,  Harper & Row, New York 1973

Cannamela Embergher A. L. Costellazioni familiari, Spazio Interiore, Roma 2014

Ierace G. M. S. Il piacere di vivere, http://www.nienteansia.it/articoli-di-psicologia/atri-argomenti/il-piacere-di-vivere-essere-se-stessi-ogni-giorno-se-nessuno-ti-ama-decisioni-intuitive-%E2%80%93-iniziazione-al-tao-della-psicologia/862/

Ierace G. M. S. L’amore è un Dio… anzi un demone!, Il Minotauro, XL, 2, 144-51, dicembre 2013

Irigaray L. Ce sexe qui n’en est pas un, Cahiers du Grif, 5, 1975

Meltzer D. The Psychoanalytical Process, Heinemann, London 1967

Schützenberger A. A. Psychogénéalogie: Guérir les blessures familiales, et se retrouver soi, Payot, Paris 2007

Sheldrake A. R. A New Science of Life: the hypothesis of formative causation, J.P. Tarcher, Los Angeles 1981

Sheldrake A. R. A rat never forgets: Experiments begun sixty years ago may provide evidence for a kind of influence which enables animals to tune in to the experiences of their predecessors, The Guardian. p. 19, 18 June 1981

Sheldrake A. R. The Presence of the Past: morphic resonance and the habits of nature, Times Books, New York 1988

 







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