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Cosa rende felice il tuo cervello e perché devi fare il contrario

category Psicologia Giuseppe Maria Silvio Ierace 18 Marzo 2015 | 1,825 letture | Stampa articolo |
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L’unico modo per rafforzare l’intelletto è quello di non decidere niente riguardo a nulla, di lasciare che la mente sia una strada percorribile da tutti i pensieri”, John Keats (1795-1821).

Per il nostro cervello, qualsiasi minima incertezza si trasforma ben presto in disagio, un disagio proporzionale alla mancanza di sicurezza. Questo perché ogni minima fonte d’ambiguità sollecita l’attivazione dell’amigdala, predeterminata ad andare in allerta di fronte a ogni ipotesi di pericolo.

Questa doppia struttura encefalica profonda è deputata a filtrare le informazioni che la raggiungono, giudicarle nel loro grado di minaccia e, se ritenuto il caso di avviarle, preparare delle reazioni alla stessa. Il funzionamento di questi due aggregati, situati al di sotto dei lobi temporali di ciascun emisfero, attenua però l’attività dello striato ventrale coinvolto invece nel sistema di ricompensa. Come in una bilancia, l’intensificarsi dell’alacrità dell’una disposizione di conseguenza comporta la contemporanea diminuzione del dinamismo dell’altra.

Bias di certezza

Questo disperato bisogno di “sentirsi nel giusto” è stato definito “bias di certezza” da Robert A. Burton, nella prefazione a “On Being Certain: Believing We You are Right Ever When You’re Not” (2008), dove si rileva che, nonostante si avverta come verità rivelata, una determinata convinzione non sarà né una scelta consapevole e nemmeno un processo di pensiero. Queste nostre salde evidenze apparterrebbero piuttosto a delle sensazioni che si sentono come pensieri, ma che rientrerebbero in involontari meccanismi cerebrali funzionanti al di fuori da ogni raziocinio.

Memi

I pregiudizi acquisiti dovrebbero invece essere visti con estremo sospetto, anche se, per dirla con Susan Blackmore (“The Meme Machine”, 2001), le unità di concetti e pratiche trasmesseci  culturalmente, e individuate dalla terminologia corrente quali Memi, in definitiva risulterebbero frutto della semplice attitudine imitativa.

Distorsione selettiva

Un altro esempio di fragilità di giudizio è rappresentato dalla cosiddetta “attenzione selettiva”, o meglio “distorsione selettiva”, consistente nella tendenza a preferire un’informazione parziale, ricavata appunto da una porzione dell’ambiente circostante, con l’esclusione immotivata di tutte le altre, persino più pertinenti.

The Flankers Task

Per approfondire l’indagine su questo meccanismo, Charles W. Eriksen ha ideato un’apposita metodologia di ricerca (The Flankers Task and Response Competition:  A Useful Tool for Investigating a Variety of Cognitive Problems, 1995). Su di uno schermo si proiettano per pochi istanti dei simboli congruenti con quello centrale, se a questo sono orientati, oppure incongruenti nel caso divergano, o ancora assolutamente neutri. Gli esaminati devono riferire quanto percepito e annotare pure fino a che punto si sentono sicuri della risposta. Basta mostrare una certa configurazione e poi modificarla per trarre abilmente in inganno una focalizzazione che esclude aprioristicamente le altre. Allungando l’intervallo di tempo ciò non avverrebbe.

Effetto framing

L’effetto framing prende la sua definizione dalla “cornice” (frame) in cui si inquadrano presunzioni e convincimenti. Amos Tversky e Daniel Kahneman la definiscono come quel “bias cognitivo” che interviene in quanti sono impegnati in un processo decisionale e si fanno un’idea di esiti e imprevisti connessi alla scelta da intraprendere (The Framing of Decision and the psychology of Choice, 1981). Molto o quasi tutto dipende da come è formulato il problema, dalle regole, dalle abitudini e caratteristiche personali, mentre gli aspetti concreti della questione sembrano non essere determinanti, quando l’effetto framing offusca il giudizio.

Override delle euristiche

Con molta frequenza, induce in errore anche il cosiddetto “override delle euristiche”.  Il primo termine è preso in prestito dal linguaggio informatico; indica un’azione di riscrittura, attraverso il ricorso alla manualità e pertanto implica un intervento correttivo. Le euristiche sono regole efficaci, pur nella loro semplicità, a cui ci si affiderebbe allorquando occorra trovare soluzioni senza disporre delle informazioni necessarie. L’integrazione di dati attendibili dovrebbe invece prendere il sopravvento sulle inclinazioni innate. Se, al contrario, sono le distorsioni euristiche a prevalere, Keith E. Stanovich e  Richard F. West parlano di “resa al pregiudizio euristico” (Individual Differences in Reasoning: Implications or the Rationality Debate?, 2000).

Le regole cui aderiamo non sempre sono inconfutabili, o valide in ogni circostanza, e spesso diventa difficoltoso discernere i casi in cui una determinata direttiva vada applicata o meno. Mettere in discussione quanto prescritto spinge però verso l’ambiguità. E la critica viene avvertita come minaccia; il nostro cervello allora diventa inquieto, mentre starebbe decisamente meglio se potesse risolvere ogni cosa seguendo i dettami consueti.

Situazioni come questa offrono lo spunto a David DiSalvo per prospettare migliori adattamenti alle situazioni, in “Cosa rende felice il tuo cervello e perché devi fare il contrario” (traduzione di Sabrina Placidi, Bollati Boringhieri, Torino 2013).

Bias di conferma

Abbiamo la tendenza a “predicare ai convertiti” e a cercar prove a sostegno delle nostre teorie, scartando o ignorando quelle che le confutano, in modo da attuare una specie di “chiusura cognitiva”. Le strutture mentali che organizzano le informazioni tendono a sistemarle compiutamente in schemi. Mappe fatte di concetti che si reggono sulle associazioni tra loro concatenate. Con il loro svilupparsi, i parametri che stabiliscono le inclusioni si rafforzano a tal punto da influenzare inevitabilmente le nostre valutazioni.

Threat or reward

Una volta che una qualsiasi informazione che metta in discussione tali connessioni venga percepita ostile, prontamente l’amigdala si attiverebbe in “threat response” e lo striato ventrale ridurrebbe drasticamente ogni “reward response”.

Prendendo in considerazione i dati incoerenti, permetteremmo la persistenza di questa sospetta intimidazione; respingendo il loro afflusso, di fatto la ignoreremmo. Una via di mezzo consiste nel sotto-categorizzare e archiviare le novità inattese, come eccezioni delle quali tener conto in casi estremi,  sempre all’interno dello schema già precostituito, del quale in questo modo non altererebbero né stabilità né coerenza.

Quest’innata aspirazione alla stabilità e alla coerenza dei nostri modelli ci costringe a rendere tutto a noi comprensibile con immediatezza, a dare un senso alle cose, comunque vada e qualunque esso sia. Pertanto è inevitabile pure che ci siano delle convinzioni che vadano a sconfinare da ogni spiegazione naturale.

Fallacia di congiunzione

Paul Rogers (“Paranormal Belief and Susceptiblity to the Conjunction Fallacy”, 2008) sostiene che quelli che credono fortemente nel paranormale sono tra le persone più suscettibili alla “fallacia di congiunzione”. Un errore logico, secondo cui la congiunzione di due proposizioni viene considerata più vera della proposizione di partenza, si definisce appunto “fallacia di congiunzione”. Anche perché la seconda proposizione implica spesso un’inferenza fondata su congetture piuttosto fragili.

Fa parte della natura umana immaginarci legati gli uni agli altri a un livello più profondo”. Per Bruce M. Hood (“SuperSense: Why We Believe in the Unbelievable”, 2009), le credenze religiose hanno molto verosimilmente generiche finalità socializzanti, lo scopo cioè di legare gli individui sulla base di valori condivisi a livelli di maggior profondità (quindi, ritenuti “sacri”). Peccato che, altrettanto facilmente e frequentemente, sconfinino in discriminazione verso gli altri gruppi o, peggio, in pericolose esaltazioni paranoidee.

E non è affatto un caso se a cercare delle risposte adeguate al fondamentalismo terrorista siano gli studiosi delle motivazioni psicologiche che stanno all’origine di quel comportamento e di quell’ideologia estremista.

Il bisogno di “chiusura cognitiva”

Comunque, la cosiddetta “teoria della chiusura cognitiva” ha trovato applicazione in numerosi altri settori, come la propaganda politica o il consumismo.

Essendo predisposta a trarre conclusioni da schemi ricorrenti, la nostra mente focalizza la propria attenzione sulle coincidenze e, nel collegare esperienze, immagini, simboli, idee, non fa altro che esercitare quella funzione vitale, indispensabile ai nostri antenati più primitivi, di interpretare l’ambiente circostante.

Di questo se ne approfittano gli esperti di marketing nell’organizzare strategie di clustering illusions, le quali fanno leva sull’innata compulsione ad attribuire significati, all’interno di schemi ricorrenti.

Le associazioni trovano spontaneamente dei collegamenti, e pure all’insaputa della nostra coscienza, ma le capacità adattive, come il riconoscimento dei pattern, un tempo essenziali, sono facile preda della complessità del mercato moderno.

Regulatory Mode theory

Quando le persone si auto-regolano decidono ciò che vogliono che al momento non hanno. Poi capiscono cosa devono fare per ottenere ciò che vogliono, e lo fanno“, osserva E. Tory Higgins, in “Beyond Pleasure and Pain: How Motivation Works” (2012). La sua Regulatory Mode theory ci aiuta a capire pure l’impatto che le modalità di valutazione hanno sulla procrastinazione.

E difatti, gli individui meno sensibili a questo bisogno di “chiusura cognitiva” riescono a risolvere meglio del resto della popolazione problemi di tipo creativo (Kruglanski A. W. Shah J. Y. Pierro A. Mannetti L., 2002).

Arie W. Kruglanski, il professore di psicologia sociale del Maryland, che maggiormente ha fornito dei validi contributi alla teoria “need for cognitive closure” (NFCC), insieme con Donna Webster, nel 1994, ha introdotto una modalità standard di misurazione di questa “necessità di chiusura cognitiva”, sotto forma di scala di quarantadue elementi che esaminano separatamente i cinque aspetti motivazionali componenti la nostra tendenza di fondo, finalizzata alla chiarezza e alla risoluzione, e cioè la prevedibilità, la determinazione, la preferenza per l’ordine, il disagio prodotto dall’ambiguità, e questo strano impulso alla risoluzione mentale in un senso comunque compiuto.

Impressional primacy

Nel loro insieme, questi elementi ci dicono a che livello si possa situare il nostro impellente bisogno di chiusura cognitiva. Ovviamente un’accresciuta necessità di tal genere non può che far pesare di più i pregiudizi sulle nostre scelte, influenzare l’umore, e addirittura modificare le nostre preferenze. In questo modo, si tende a produrre meno ipotesi alternative, evitando di ricercare con accuratezza quei dati che sarebbero sufficientemente utili ai nostri scopi. Ci formiamo quindi delle opinioni basandole sui primi segnali raccolti (impressional primacy), e di conseguenza diventiamo più inclini ad ancorarle ai pregiudizi corrispondenti, assumendo decisioni che non tengono abbastanza in considerazione le variabili situazionali. E tutto ciò, in maniera perversa, visto che non ce ne rendiamo nemmeno conto.

Chi è in grado di non lasciarsi trascinare dalla sete di certezza del cervello, dal suo bisogno di chiudere quella porta mentale che garantirebbe la stabilità, ha più probabilità di affrontare le sfide analizzandole da un numero più ampio di prospettive, e, verosimilmente, affronterà dei rischi pur di vincerle… – scrive David DiSalvo in “Cosa rende felice il tuo cervello” (traduzione di Sabrina Placidi, Bollati Boringhieri, Torino 2013) – Ecco il problema con il quale l’essere umano si deve misurare: possedere un grande cervello capace di cose grandiose ma evolutivamente programmato per la sopravvivenza”.

Causazione

Per “causazione” s’intende la pulsione a concludere che in ogni caso debba esistere un nesso causa-effetto, per cui tutto ciò che accade debba necessariamente avere una ragione, per quanto difficile da comprendere.

Considerare gli oggetti, anche se inanimati, come se fossero dotati d’una mente autonoma, predispone una scorciatoia alla più completa comprensione degli eventi osservati.

Intentional stance

L’atteggiamento intenzionale è un termine coniato da Daniel C. Dennett per quel livello di astrazione in cui tendiamo a interpretare il “comportamento di qualsiasi cosa” in termini di proprietà mentali. Fa parte d’una teoria proposta dal filosofo di Boston per fornire le basi delle sue opere successive, inerenti il libero arbitrio, la coscienza, la psicologia di massa, l’evoluzione.

Illusione del controllo

Eppure dovrebbe essere risaputo che la fortuna o il caso stiano a indicare soltanto dei risultati di tipo probabilistico, in funzione dei fattori che di volta in volta si metteranno in gioco. E appunto, nella circostanza del gioco d’azzardo, si rileva infatti che più mani vince un giocatore più esiguo sarà l’ammontare complessivo della sua vincita, poiché le vincite multiple generano solitamente puntate più basse, ma nei tempi che vengono prolungati per aggiudicarsi un maggior numero di mani, aumentano di conseguenza le probabilità d’incappare anche in una sola perdita, e questa volta invece piuttosto consistente. Le piccole vincite, magari pure ripetute, servono soltanto a infondere una falsa sensazione di successo.

Ciò che accade quando ritagliamo per noi il ruolo di agente principale, in situazioni in cui non siamo affatto determinanti, costituisce un’ulteriore illusione, una sorta di “illusione del controllo”.

 

Giuseppe M. S. Ierace

 

 

Bibliografia essenziale:

Blackmore S. The Meme Machine, Oxford University Press, New York 2001

Burton R. A. On Being Certain: Believing We You are Right Ever When You’re Not, St. Martin’s Griffin, New York 2008

Dennett D. C. The Intentional Stance, MIT Press, Cambridge 1987

Dennett D. C. et al. The Intentional Stance in Theory and Practice, in Byrne W. R. and Whiten A. (edts) Machiavellian Intelligence: Social Expertise and the Evolution of Intellect in Monkeys, Apes and Humans, 180-202, Clarendon Press/Oxford University Press, New York 1989

DiSalvo D. Cosa rende felice il tuo cervello, traduzione di Sabrina Placidi, Bollati Boringhieri, Torino 2013

Eriksen C. W. The Flankers Task and Response Competition: A Useful Tool for Investigating a Variety of Cognitive Problems, Visual Cognition, 2, 101-118, 1995

Higgins T. E. Beyond Pleasure and Pain: How Motivation Works, Oxford University Press, New York 2012

Hood B. M. SuperSense: Why We Believe in the Unbelievable, HarperCollins, New York 2009

Kruglanski A. W., Shah J. Y., Pierro A., Mannetti L. When Similarity Breeds Content: Need for Closure and the Allure of Homogeneous and Self-Resembling Groups, Journal of Personality and Social Psychology, LXXXIII, 3, 648-62, september 2002

Matute H. et al. Illusion of Control in Internet Users and College Students, CyberPsychology & Behavior, X, 176-81, april 2007

Rogers P. et al. Paranormal Belief and Susceptibility to the Conjunction Fallacy, Applied Cognitive Psychology, XXXIII, 524-42, june 2008

Siler K. Social and Psychological Challenges of Poker, Journal of Gambling Studies, XXVI, 401-20, december 2009

Stanovich K. E. and West R. F. Individual Differences in Reasoning: Implications or the Rationality Debate?, Behavioral and Brain Sciences, XIII, 645-726, 2000

Tversky A. and Kahneman D. The Framing of Decision and the Psychology of Choice, Science, XII, 453-58, june 1981

Webster D. M. and Kruglanski A. W. Cognitive and Social Consequences of the Need for Cognitive Closure, European Review of Social Psychology, 18, 133–173,1997

 







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