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Se un uomo non è disposto a lottare per le sue idee, o le sue idee non valgono nulla, o non vale nulla lui. Ezra Loomis Pound
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Copioni individuali e copioni collettivi

category Psicologia Alfonso Falanga 27 Gennaio 2010 | 3,782 letture | Stampa articolo |
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Secondo l’Analisi  Transazionale, il copione è un piano di vita elaborato sin dalla tenera età a cui l’infante, ed in seguito il bambino / ragazzo / adulto, ricorre ogni qualvolta l’ambiente circostante diventa ostile o tale, almeno, viene da lui / lei percepito.

Tale progetto nasce, dunque, da una decisione ( seppure in forma pre-verbale)  che  viene reiterata da successive decisioni, più e meno significative, nell’arco della vita.

Il copione deve confrontarsi con le altre variabili che contribuiscono a tracciare il cammino che ognuno percorre ” esistendo”: la genetica, il caso ( o quelle determinazioni a noi incomprensibili ed a cui attribuiamo, per questo, tale definizione), le condizioni sociali ed il clima culturale.

Il copione è il ” rifugio” emotivo e cognitivo a cui la persona  ricorre quando ritiene di essere minacciata da stimoli esterni ( comportamenti altrui) e/o da stimoli interni ( emozioni, sentimenti, pensieri, percezioni, sensazioni).

Sotto quest’ottica, il copione ha una valenza positiva data la sua funzione di protettore dell’equilibrio psico – fisico del soggetto.

Esiste, però, un versante disfunzionale che consiste nel suo fondarsi su una risposta fondamentalmente incongrua rispetto all’attualità ovvero alle effettive risorse emotive/cognitive/comportamentali di cui la persona dispone, anche senza esserne consapevole, nel “qui ed ora”.

Il copione, dunque, rassicura e protegge ma è un’ancora di salvezza che, sotto il profilo affettivo e sociale, ha un costo a volte piuttosto alto.

Questo, in estrema sintesi, vale per gli individui singoli.

A partire dai concetti appena espressi,  si può ipotizzare una simile dinamica anche per i gruppi? Vale a dire, è lecito, oltre che utile, discutere di un “copione collettivo” che un gruppo mette in atto in date circostanze?

Rispondere a tali quesiti, a loro volta contenitori di ulteriori domande, richiede definire meglio il nostro campo di azione.

E’ opportuno allora specificare, anche se sinteticamente, alcuni parametri su cui si struttura l’argomento di cui ci occuperemo.

Partiamo dal concetto Gruppo:

per tale si intende un evento relazionale e non solo quantitativo. Il gruppo, cioè, rappresenta il risultato di ciò che accade, in termini emotivi/ cognitivi/ comportamentali, tra le persone quando  si mettono insieme sulla base di obiettivi comuni.

Il Gruppo si distingue da altre forme di aggregati umani  ( es. folla, pubblico, massa ) attraverso:

alto grado di interazione;

scopo comune;

identità comune;

alto grado di controllo ed organizzazione interni ed informali;

alto grado di consapevolezza di appartenenza al gruppo.

Obiettivi:
le mete manifeste del gruppo sono diretta conseguenza della sua natura ( religione, politica, sport,ecc) ossia del suo valore fondante.

L’obiettivo può essere transitorio ( un problema occasionale e specifico per la cui soluzione le persone si riuniscono) oppure strutturale e persistente.

Tali criteri ci permettono di considerare oggetto delle nostre riflessioni una tipologia di aggregati sociali che va dalla famiglia al gruppo di studio, dall’Associazione a scopo benefico all’Azienda, dal team sportivo alla Comunità Parrocchiale, dal Comitato di quartiere  fino ad una intera società.

Trasferendo il concetto di gruppo a quello di copione, un primo tassello della nostra analisi consiste nel ritenere il copione collettivo non la somma di copioni individuali bensì la risultante delle transazioni tra questi. In sintesi, la scelta finale del gruppo, nel suo adattarsi alle modifiche ambientali se vissute come stressanti, è il frutto delle connessioni / incontri/ scontri tra le scelte di vita dei singoli appartenenti al gruppo.

Sia chiaro che non ci stiamo riferendo a quelle decisioni dirette e manifeste che emergono dalle transazioni altrettanto dirette e manifeste tra i membri del collettivo ( es. riunioni, incontri informali, circolari, assemblee, elezioni politiche ecc) bensì ad orientamenti individuali determinati da variabili emotive e cognitive inconsapevoli eppure potenti, fattori che a volte, nella quotidianità della vita di gruppo, ostacolano, pur rimanendo nell’ombra, gli esiti di decisioni formali e manifeste assunte dallo stesso gruppo.

In alcuni casi la conflittualità tra obiettivi collettivi consapevoli e quelli, invece, inconsapevoli è tanto significativa da diventare il fattore che distingue, tra gli altri, quel dato gruppo e ciò vale per una squadra di calcio quanto per un’azienda come per una società più estesa.

Proviamo ad elaborare degli esempi:

immaginiamo la reazione di un team sportivo ( professionisti, tipo serie A di calcio) ad una situazione stressante: susseguirsi di sconfitte, accumulo di impegni agonistici, infortuni di alcuni giocatori di punta, eccessiva esposizione all’ingerenza mediatica, ecc.

In circostanze del genere, l’atteggiamento da assumere segue una decisione  collettiva logica quanto consapevole e palese: esempio rivedere i piani di gioco, intensificare ( o ridurre) il carico degli allenamenti, accentuare ( o meno) la durata dei ritiri pre – gara, attenersi al silenzio stampa, contenere l’apparizione mediatica degli elementi simboli del gruppo ( meno interviste extra – sportive, comparsate in tv, ecc) e via di questo passo.

Eppure … a dispetto dell’impegno preso e del senso di responsabilità mostrato dai membri del gruppo qualcosa continua a non funzionare. La squadra, insomma, non riesce a venire fuori dalla impasse in cui si trova.

Possiamo ipotizzare, in circostanze simili, che la situazione di stress abbia generato nei membri del gruppo una sorta di deformazione della realtà ( insomma delle proiezioni) al fine di comprenderla, di dare un senso all’insensato, di rendere quindi prevedibili gli esiti imprevisti ed indesiderati.

Ognuno, cioè, si è rifugiato nel proprio copione come risposta agli stimoli ambientali. Le transazioni tra gli atteggiamenti conseguenti dà origine alla risposta del gruppo, quella meno evidente ma, di fatto, più potente.

Mentre se da una parte, ad esempio, si intensificano gli allenamenti, dall’altra la squadra consumerà le proprie energie nella ricerca del colpevole ( trovare il capro espiatorio diventerà prioritario rispetto ad elaborare la soluzione al problema) o nella svalutazione di possibili alternative ( come a volere lasciare inalterato lo stato delle cose e dimostrare, conseguentemente, il valore del team attraverso la grandiosità del problema incontrato).

Una dinamica affine può interessare anche il personale di un’azienda,  che si trovi  in un momento di crisi produttiva, o un nucleo familiare costretto a confrontarsi con la malattia di uno dei suoi membri o con una difficoltà economica, fino ad una intera società che stia attraversando una fase conflittuale ( economica – politica – valoriale). In tali circostanze la collettività, con le opportune differenze connesse al suo grado di complessità, mette in atto una risposta, esito degli scambi tra gli atteggiamenti di copione dei singoli, che è protettiva ma non risolutiva. Il gruppo, cioè, sottoposto allo stress, arretra per ripararsi. Regredisce, per difendersi. Distorce la realtà nel tentativo di far sì che questa stessa realtà resti inalterata.

Questa modalità- se e quando reiterata- diventa, o può diventare, una sorta di marchio comportamentale che distingue il gruppo in situazioni di stress. O indica quali condizioni ambientali, interne e/o esterne al collettivo, sono da questo percepite come stressanti.

Non è possibile, a nostro avviso, trattare l’argomento del copione collettivo omettendo un discorso, se pur sintetico, sull’esercizio della leadership e sugli effetti del copione del leader sulle dinamiche di gruppo.

Per leader intendiamo chi definisce gli obiettivi rispetto ai quali si impegna a coinvolgere le energie materiali, morali e psicologiche proprie e dei membri del gruppo.

L’autorità del leader è data dall’essere e dal fare, espressione del carisma, sintesi di esempio/ competenza/ qualità morali.

Il destino del leader è trasformarsi in punto di riferimento delle risposte manifeste e non manifeste, dunque connesse al copione, dei singoli appartenenti al gruppo e dell’esito delle transazioni che avvengono tra essi.

Così come il collettivo diventa a volte il destinatario delle proiezioni copionali del leader stesso.

Un concetto che può aiutarci a comprendere la sostanza di tali dinamiche, il cui esito può diventare il principale ostacolo alla realizzazione delle mete di gruppo, è quello di Triangolo drammatico, applicato alle transazioni tra leader e gruppo.

Stephen B. Karpman, uno studioso statunitense, nel 1968  scrisse un articolo in cui

indicava, nel triangolo drammatico, un modello comportamentale secondo cui le persone, quando si relazionano, spesso assumono una posizione esistenziale di Vittima oppure di Persecutore o di Salvatore. Tale collocazione si esprime attraverso un ruolo non dichiarato ma ad alto contenuto emotivo e simbolico.

E’ proprio questo ruolo, secondo l’Autore, che orienta nei fatti la comunicazione al punto che agire da Carnefice o Salvatore, oppure da Vittima, diventa spesso l’obiettivo prevalente della relazione nonché la sola modalità comportamentale riconosciuta come legittima.

Sia chiaro che ci riferiamo a meccanismi al di fuori della coscienza vigile e che poco hanno a che fare con i ruoli sociali ( è il motivo per cui sono indicati con l’iniziale maiuscola). Sono automatismi in cui ci si ascolta poco e si filtra attraverso i propri vissuti la realtà che a quel punto non è più un complesso di stimoli ambientali ma è essa stessa, da sola, l’esterno ed l’interno. Persecutore, Salvatore e Vittima, insomma, intendono tali sé stessi e gli altri a prescindere da ogni concreto esame di realtà.

Nella dinamica del triangolo drammatico la percezione che la persona ha del proprio ruolo, che sia di Vittima o Salvatore oppure Persecutore, è da distinguere da come la  medesima posizione viene vissuta all’esterno.

Intendiamo dire che, ad esempio, un soggetto arriva a sentirsi Vittima in quanto ritiene di non avere altra scelta che soggiacere agli eventi, di non possedere dunque alcun genere di risorsa per agire su di essi.

Nello stesso tempo, però, la passività che segue tale percezione di sé  può essere sperimentata dall’esterno (il singolo o il gruppo con cui quella persona è in relazione continuativa o episodica) come un comportamento che si impone e non si propone, rispetto a cui, cioè, non c’è alcuna possibilità di confronto e trasformazione. E’ pertanto un modo di agire che determina, nel contesto relazionale, un blocco della comunicazione .

La dissonanza tra riconoscimento interno ed esterno del medesimo ruolo è ipotizzabile anche nella circostanza in cui il soggetto si senta Salvatore o Persecutore.

Consideriamo, a questo punto, la relazione tra il gruppo ed il suo leader alla luce delle precedenti argomentazioni.

Abbiamo già elencato quelle che sono le condizioni attraverso cui si realizza la leadership.

Tali circostanze rappresentano l’esito, oltre che di evidenti doti caratteriali della persona che si pone e si propone come leader, di una chiara consapevolezza del proprio ruolo rispetto al gruppo, delle istanze del collettivo verso la leadership e di quali richieste questa può rivolgergli, dati contesto e risorse ( tra cui inseriamo anche il grado di coesione interna).

L’intervento, però, di variabili emozionali e cognitive impreviste ed indesiderate può generare, tra leader e gruppo, il medesimo meccanismo Salvatore – Vittima – Carnefice che si riscontra nei rapporti a due. La relazione, dunque, non è più tra persone ma tra proiezioni, connesse ai rispettivi copioni.

La tipologia delle dinamiche che in queste situazioni  può prodursi è:

a) leader : Salvatore /  gruppo : Vittima

Questo processo si realizza in genere quando il primo si percepisce non più come guida e riferimento bensì come sostituto di un collettivo vissuto aprioristicamente ( vale a dire senza conferme esperenziali) inadeguato a tradurre in realtà gli obiettivi.

Da questo genere di percezione è ipotizzabile che derivi una leadership invasiva e pervasiva  che sarà sperimentata, dal gruppo, come persecutoria, iper – critica e bloccante. Il leader, in sostanza, non guiderà più il collettivo ma si sostituirà ad esso.

b) leader : Persecutore / gruppo : Vittima

Tale evento relazionale si verifica, come già detto, come esito della circostanza precedente o quando il leader, spinto dalla svalutazione riguardo le capacità del gruppo, assume un atteggiamento giudicante allo scopo di alimentare la motivazione del collettivo verso la realizzazione della meta.

c) leader : Vittima / gruppo : Persecutore

E’ un mutamento di posizione che esprime la frustrazione avvertita dal primo se e quando avverte ( non necessariamente in base a dati concreti bensì a seguito di distorsioni cognitive quali, ad esempio,  aspettative grandiose riguardo sé e/ o gli adepti ) di non essere apprezzato dal gruppo.

Una siffatta dinamica può essere anche l’esito della modalità b) . In ogni caso il leader sperimenta un senso di inutilità,  disagio, demotivazione .

Qualsiasi tipo di processo si concretizzi tra quelli indicate, essa rappresenterà comunque l’esito della distorsione del ruolo della leadership e della perdita, da parte del leader, della sua funzione di contenitore delle proiezioni effettuate dal gruppo su sé stesso, sull’attualità e sul leader medesimo.

E’ nostra convinzione, inoltre, che questo punto di vista  abbia valore anche nei confronti di una intera società. Riteniamo che ciò sia oggi più che mai vero in conseguenza  della forte personalizzazione della politica e della compressione del valore, e della funzione, degli organismi di mediazione tra leader politico e cittadini.

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Alfonso Falanga

alfonso [.] falanga [@] alice [.] it

xoomer.virgilio.it/ascoltoecomunicazione







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