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Convinzioni e fallimento: “Tanto non ci riuscirò”

category Psicologia Anna Chiara Venturini 16 Agosto 2012 | 3,222 letture | Stampa articolo |
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Vi sembra di essere meno competenti degli altri? Vi sentite imbarazzati quando siete in mezzo agli altri perché i risultati che avete raggiunto non sono all’altezza di quello che si aspettavano gli altri?Fate un lavoro in cui le vostre potenzialità sono sottoutilizzate?

Se avete risposto affermativamente a questa serie di domande probabilmente siete esposti alla trappola del fallimento, e ne avvertite gli effetti: vi sentite degli inetti per la maggior parte del tempo e rinforzate questa convinzione attraverso la fuga che vi porta a non cogliere quelle occasioni che potrebbero invece essere cruciali per la vostra vita.

Avete paura di fallire e per questo non affrontate nuovi compiti, evitate le responsabilità e occasioni di crescita personale ripetendovi quasi come un mantra “tanto a che serve?”, a sottolineare l’inutilità di ogni sforzo visto che comunque ogni tentativo è destinato a fallire.

Tuttavia non sempre i comportamenti sono chiaramente guidati dalla trappola; spesso, infatti, ci sono forme di autosabotaggio che ci danno in apparenza la convinzione di svolgere bene il nostro lavoro, quando in realtà ci portano da tutt’altra parte: non gestiamo bene i compiti che ci sono stati assegnati, procrastiniamo, ci distraiamo o ci focalizziamo solo sugli aspetti negativi, tutti atteggiamenti che remano contro le nostre possibilità di successo.

Ma da dove nasce questo senso di fallimento?

Solitamente accompagnato dal senso di inadeguatezza ( non sono all’altezza di questo compito) e dalla presenza di standard severi (devo essere il più competente) di riferimento, questo schema trae origine dalle esperienze fatte nel corso dell’infanzia che in diversi modi hanno finito con il confermare il profondo senso di inettitudine ed inefficacia: un genitore ipercritico ( di solito il padre), confronti con un fratello da cui uscivamo perdenti, costanti raffronti con un genitore di successo e abbiamo finito per credere di non essere mai alla sua altezza, difficoltà nell’apprendimento e conseguente evitamento di situazioni che potevano essere fonte di umiliazione.

Tutto questo nel tempo si è rafforzato scavando nel profondo e portandoci ad autosabotare ogni iniziativa volta all’auto affermazione ed al successo. Essere convinti di fallire ha creato una profezia che ha finito per realizzarsi, quindi, se abbiamo cercato 20 volte di metterci a dieta e c’è un nuovo metodo per dimagrire, la prima cosa che diremo sarà “Fantastico, ma tanto non funzionerà come non hanno funzionato gli altri ”. Ci sono infatti alle spalle 20 tentativi di perdere peso falliti e sono lì a ricordarci di quanto è importante questa nostra credenza.

Quando ci troviamo di fronte a situazioni che riteniamo “potenzialmente fallimentari” in realtà non facciamo altro che richiamare alla mente dei ricordi: immagini, odori, sapori, sensazioni corporee, suoni, insomma si tratta di una “sinestesia di sistemi rappresentazionali” ( una sorta di collage) che abbiamo creato in contesti negativi per avere una mappa della realtà e che riportiamo alla mente con lo scopo di saperci muovere in essa. Ma se prendiamo tutte le immagini più brutte, gli odori più sgradevoli, le sensazioni peggiori, avremo una visione oggettiva della realtà o pilotata dalla nostra visione negativa?

Ecco quindi che, nel momento in cui consideriamo questi ricordi collegati tra loro non possiamo che avere una visione nefasta della situazione: ma in realtà ci serve avere questo punto di vista? O meglio, è funzionale al mio scopo? Se vogliamo conquistare una ragazza o un ragazzo e fino ad ora abbiamo collezionato svariati due di picche, ci serve andare a considerare i pregressi fallimenti e magari iniziare a pronunciare il mantra “anche questa mi darà buca”?

Non credo proprio. E allora? Cosa possiamo fare per porci in maniera più obiettiva e “neutra” di fronte alle nostre mete e ottenere quello che vogliamo?

Anzitutto dobbiamo rivedere gli errori sotto una luce diversa: si tratta di insegnamenti, di feedback di cui dobbiamo tener conto, cambiando così le credenze sui ricordi. Le immagini, i suoni, gli odori, le sensazioni restano tali, cambia solo la relazioni che noi stabiliamo con loro e con l’obiettivo che ci siamo prefissati.

In secondo luogo è necessario individuare le convinzioni determinanti che limitano il nostro agire: è una credenza profonda (non sono adeguato) o più superficialmente legata alle capacità ( non sono in grado di)? Stabilito questo è necessario individuare le cause e gli schemi ricorrenti che indirizzano il nostro agire.

Prima di tutto dobbiamo valutare se la sensazione di fallimento è corretta o se è frutto di un’errata percezione della realtà: per esempio rispetto ai nostri coetanei siamo effettivamente rimasti indietro? In secondo luogo è importante notare le situazioni in cui si attiva lo schema del fallimento: esploriamo le nostre sensazioni e cerchiamo di tornare con la mente a situazioni passate in cui siamo stati criticati, umiliati, paragonati ad altri e in cui siamo stati definiti “perdenti” o ci siamo sentiti come tali. E’ fondamentale questo percorso per comprendere la ricorsività di alcuni elementi, sia legati a fattori esterni che a nostri “interventi”, ovvero: quanto ci mettiamo del nostro per fallire? In che modo determiniamo ciò? In che modo gli altri hanno reagito e contribuito ai nostri successi e fallimenti in passato?

Un ulteriore passo avanti si verifica poi con la scoperta e l’acquisizione di abilità e competenze: proviamo a fare una lista  delle nostre capacità e dei risultati che abbiamo ottenuto grazie ad esse, ponendo particolare attenzione alle nostre inclinazioni. Cerchiamo di abbattere il muro fallimentare tra il “quello che vorremmo fare” e il “quello che pensiamo di non essere in grado di fare”: non minimizziamo i nostri successi e non esageriamo i nostri fallimenti; ricordiamoci ogni giorno che abbiamo delle qualità, delle doti che, se messe a frutto possono portarci lontano, fino al raggiungimento dei nostri obiettivi.

Compiuto questo step, proviamo ora a modificare i nostri comportamenti disfunzionali: anzitutto non fuggiamo dalle sfide, ma iniziamo ad affrontarle, accettando i nostri limiti ma puntando sulle proprie capacità. Smettiamola di piangerci addosso e iniziamo a rischiare; facciamo un elenco degli obiettivi e una gerarchia delle azioni necessarie per raggiungerli: in alcuni casi significherà ricominciare da zero, in altri magari servirà solo aggiustare il “tiro”. Ad ogni modo, proviamo, tentiamo e accettiamo la possibilità di fallire; partiamo da obiettivi semplici e premiamoci per i successi, solo così acquisiremo fiducia e aumenteremo il nostro senso di autoefficacia percepita.

Tutto questo però è possibile solo se davvero vogliamo cambiare, solo se davvero siamo disposti a smettere di evitare il fallimento e a rischiare di essere felici : possiamo cambiare le nostre formule di pensiero e i comportamenti disfunzionali che ostacolano il raggiungimento degli obiettivi, dobbiamo solo smettere di sfuggire, di rimandare o trovare scuse, la vita aspetta noi e se non saremo noi i protagonisti non ci sarà comunque nessuno che sceglierà per noi, come nessuno la vivrà al posto nostro.







1 Commento a “Convinzioni e fallimento: “Tanto non ci riuscirò””

  1. Fabio

    Anna Chiara Venturini, la ringrazio per i consigli che lascia su questo sito, purtroppo li ho scoperti solo oggi all’articolo “Perché mi va sempre tutto storto?”: la profezia che si autoavvera e il potere delle proprie “predizioni”.

    Sono un appassionato di psicologia… forse appassionato è troppo, diciamo un interessato. Il bello di questa disciplina è che si tratta di qualcosa di strettamente legato a noi e alla quotidianità, pertanto sempre presente nei nostri pensieri e derivabile da ogni nostra esperienza.
    La mia domanda è… Ci sono tre tipologie dinamiche di menti: quelle che non hanno avuto la fortuna di fare il salto di qualità… vivono per vivere, fanno ciò che vogliono fare e arrivano a soddisfare quasi sempre i loro obiettivi (ma non verranno mai a leggere questi testi poiché non hanno idea di cosa trattino)… chiamiamoli superficiali.

    Poi ci sono quelli che da superficiali hanno fatto il famoso salto, si creano o scoprono i loro schemi mentali più profondi e ogni fatto che offre la vita viene letto da mille prospettive, affidando molta importanza ai particolari. Non parlo dei copioni di teorie altrui, parlo di pensanti. Al contrario di quanto si possa pensare questa categoria non è così ristretta, il problema è che molti, assaggiato questo punto cercano di tornare alla superficialità iniziale. Secondo me questa è la categoria che cerca la verità, quella che si fa domande, quella che “all’estremo” ha dato vita ad artisti, scrittori che tutti noi conosciamo (molti dei quali infatti hanno condotto una vita difficilissima per dare un significato alla propria vita).

    Beh se esiste una terza categoria non lo so poiché non ci sono mai passato, probabilmente è solo la giusta via di mezzo tra la prima e la seconda.

    Il problema fondamentale è che in un mondo, società, vita (chiamiamola come vogliamo) come la nostra affidata al CASO, utilizzare un po di COSCIENZA può essere letale. Mi spiego…
    Il superficiale (non sto parlando dello sfigato, ma semplicemente del personaggio che si butta senza dare troppo valore alle cose), coglie il caso, non lo manipola in nessun modo, si lascia trasportare dal caso, lo asseconda, lo accetta. Il profondo si chiede il perché del caso, cerca di crearsi una regola, vuole essere cosciente di sé, degli altri e del contesto. Eppure il fallimento dell’impresa è all’ordine del giorno e come se non bastasse, saprà lei meglio di me, che quando la posta in gioco percepita è molto alta, si finisce per non far nulla per conquistare ciò che vogliamo, forse per paura di perderlo completamente. Una paura che il superficiale non ha o meglio non sa.

    Ora ci ritroviamo su questo sito ad imparare come funzioniamo noi stessi, a leggere di psicologia, a scoprire la nostra verità e come siamo fatti, a cercare di prender coscienza di noi stessi, ed è un piacere farlo… eppure tutto questo non fa altro che aumentare i nostri problemi.

    La vita è un dono prezioso e chi lo ha capito, come può affidarsi al caso? Convincersi di essere ciò che non è per esserlo? Forse come uno scrittore diceva, la miglior scienza di vita è oscurare la verità.
    Ho sconfinato troppo verso altre materie, ma in fondo è tutto connesso, quindi le chiedo; cosa ne pensa?

    Sinceri saluti,
    Fabio.

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