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Con il corpo e con la mente – Riflessioni su un percorso di conoscenza

category Psicologia Laura Ravaioli 30 Novembre 2007 | 5,407 letture | Stampa articolo |
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Noi siamo il nostro corpo. Il corpo è la nostra sola realtà valutabile. Non si oppone all’intelligenza, ai sentimenti, all’anima. Li include e li ospita. Dunque prendere coscienza del proprio corpo è accedere a tutto il proprio essere… poiché corpo e anima, psiche e fisico, e anche forza e debolezza, rappresentano non la dualità dell’essere, ma la sua unità.”
(Thèrése Bertherat “Guarire con l’antiginnastica”)

Questo articolo vuole descrivere un percorso di conoscenza, ed accettazione, dell’importanza del corpo nel vivere e percepire se stessi, gli altri, e se stessi in relazione con gli altri. Anzi: vuole essere un racconto prima che un articolo, una testimonianza da persona a persona.
Il fatto che la via attraverso cui si arriva alla meta sia importante quanto la meta stessa è una condizione che mi affascina e che riconosco ora, mentre sto scrivendo: accade qualcosa di simile quando si parte per luoghi lontani, e si devono attraversare paesaggi molto diversi tra loro.
L’inizio del mio percorso è rappresentato dagli studi e dalle conoscenze accademiche riguardo alla dicotomia tra il corpo e la mente e sui successivi sviluppi di questo concetto.

Una prima distinzione tra anima e corpo è attribuita a Platone, ed a lui si fa derivare la scissione mente/corpo che caratterizza la cultura occidentale.
Ma Platone affermava anche per il medico sarebbe stato necessario passare per tutte le malattie che volesse guarire e per tutti gli accidenti e le circostanze che dovesse giudicare, sottolineando dunque l’importanza dell’esperienza soggettiva nella pratica medica; trovo dunque curioso che egli sia l’artefice della differenziazione che nel tempo ha determinato un approccio “distaccato” alla malattia, nella ricerca di un’oggettività che si crede(tte) indispensabile.In età moderna il dualismo è ripreso da Descartes, che differenzia nell’uomo l’anima (res cogitans) ed il corpo (res extensa) e descrive l’ io come “una sostanza, di cui tutta l’essenza consiste solo nel pensare, e che per esistere non ha bisogno di luogo alcuno, né dipende da alcuna cosa materiale. Questo che dico io, dunque, cioè l’anima, per cui sono quel che sono, è qualcosa d’interamente distinto dal corpo”. (Descartes R., 1647, Discours de la méthode).
A richiamare questa perduta unità è forse per primo Nietzsche; in “Così parlo Zarathustra” leggiamo :
Corpo io sono e anima- così parla il fanciullo. E perchè non si dovrebbe parlare come i fanciulli? Ma il risvegliato e sapiente dice: corpo io sono in tutto e per tutto, e null’altro; e anima non è altro che una parola per indicare qualcosa del corpo. Il corpo è una grande ragione [...] Strumento del tuo corpo è anche la tua piccola ragione, fratello, che tu chiami ‘spirito’ [...] Dietro i tuoi pensieri e sentimenti, fratello, sta un possente sovrano, un saggio ignoto- che si chiama Sé. Abita nel tuo corpo, è il tuo corpo. Vi è più ragione nel tuo corpo che nella tua migliore saggezza”. (Nietzsche, F., 1968, Adelphi, Milano, pp. 34-35).

La distinzione, che porta i successivi modelli concettuali a prendere in considerazione prevalentemente il corpo (modello medico-biologico) o la mente (modello psicoanalitico) è definita da Binswanger, pioniere dell’analisi esistenziale, come “il cancro di ogni psicologia” (L. Binswanger “L’indirizzo antropoanalitico in psichiatria”, 1946).
Dal momento in cui molti autori fanno derivare da questo concetto dicotomico anche la psicoanalisi, mi sono sorpresa leggendo negli scritti di S. Freud (non i compendi di psicologia che talvolta parlano in modo approssimativo di psicoanalisi): “L’Io è anzitutto un’entità corporea [...] L’Io è in definitiva derivato da sensazioni corporee, soprattutto dalle sensazioni provenienti dalla superficie del corpo” e ancora, sull’Io cosciente “esso è prima di ogni altra cosa un Io-corpo.” (S.Freud, “L’Io e l’Es”, 1923, pg.488-490 ).
Bettelheim (1983) osserva che nella traduzione inglese delle opere di Freud, al termine tedesco seele si fece corrispondere il termine mind=mente, anzichè il termine soul= anima, come sarebbe stato più corretto. Ciò ha probabilmente determinato un’interpretazione del pensiero freudiano più positivistica e pragmatica, anzichè ermeneutico-spirituale (Favaretti Camposampiero, 1998).
Secondo Galimberti (Dizionario di Psicologia, UTET, 1999) il superamento del dualismo tra corpo e mente è presente: nell’elaborazione dello schema corporeo (P. Schilder) nella teoria freudiana delle pulsioni, nella distinzione fenomenologica tra corpo e organismo (E. Husserl) nella concezione bionergetica (W. Reich, A.Lowen) nella tipologia costituzionalista (E. Kretschmer) e nell’attenzione per i disturbi della percezione corporea.
A S. Ferenczi va il merito di introdurre in psicoanalisi la “terapia attiva”, e W. Reich ricostituisce l’unità corpo-mente attraverso il concetto di corazza caratteriale, intesa come “lo stile con cui una persona organizza il suo modo difensivo di essere al mondo: stile che comprende anche tutte le espressioni fisiche, quali il respiro più o meno vivace, la muscolatura tonica o contratta, la capacità di entrare in contatto, anche fisicamente, con le altre persone” (P. Cundo, 1999).
Ma quanto realmente queste conoscenze intellettuali, cognitive influenzavano la mia vita, il mio modo di sentire gli altri e me stessa? Ancora forse non era per me il momento di capire, forse non ero disposta ad ascoltare quello che il mio corpo comunicava.
E così studiavo alcuni fenomeni psicologici “bizzarri”, che occorrono in seguito a traumi organici: i disturbi della percezione corporea, campo di studio della neuropsicologia, che in parte risponde alla necessità evidenziata da O. Sacks (1991) di una neurologia della persona, una neurologia esistenziale, che possa sfuggire al rigido dualismo corpo/mente. Nel suo libro “Su una gamba sola”, Oliver Sacks analizza con grande attenzione i suoi vissuti, emozionali e corporei, nel ruolo per lui inusuale di “malato” quando, in seguito ad un incidente, sperimenta alcuni fenomeni neurologici tra cui la mancata percezione della gamba operata.

Il distacco non aveva interessato soltanto il nervo e il muscolo; in conseguenza, era stata sconnessa l’innata unità di corpo e mente. Non altrimenti dall’innervazione muscolare, era disancorato il volere; lo spirito aveva subìto uno strappo, non altrimenti che il fisico. Entrambi erano lacerati, e in più divisi l’uno dall’altro. Ma corpo e spirito hanno senso solo in quanto formano unità; perciò, una volta scollegati, divennero entrambi privi di senso” (O.Sacks, 1991, pg 127).
Sacks mi ha permesso di capire molto più di questo: le sue parole si ricollegano all’affermazione di Platone per cui il medico ‘sarebbe dovuto passare per tutte le malattie che volesse guarire e per tutti gli accidenti e le circostanze che dovesse giudicare’, ed indica che l’unico modo per raggiungere la meta della conoscenza è percorrere quella via di prima persona. E così è stato anche per me.
Tendevo – e talvolta, purtroppo, ricado in questo meccanismo- a correre tra un impegno e l’altro: il lavoro, la palestra, i miei vari interessi. Le vacanze, impiegate per affrontare viaggi all’estero, mi permettevano uno stimolante contatto con nuove culture, ma comportavano un pesante impegno a livello fisico e mentale da cui talvolta tornavo più stanca di quando ero partita. Quando la prima volta ho sentito parlare di ‘Antiginnastica’, ho pensato che non fosse fatta per me: a me piaceva muovermi, apprezzavo la vera ginnastica, e quel prefisso anti- mi indisponeva.
Fu in seguito ad un malessere fisico che non rispondeva ai trattamenti tradizionali che mi rivolsi al sempre più ampio panorama delle terapie psicocorporee, ritrovandomi in un gruppo di Antiginnastica. Questo percorso mi ha permesso di riconsiderare molte modalità in cui vivevo e vivo la mia persona, le relazioni con gli altri, gli sforzi a cui sottopongo il mio corpo.
“Il corpo non è solo il luogo dove gli altri colgono me, ma dove io colgo gli altri e me stessa” ( M.G. Longhi, pg. 94).
M. Zurcher afferma che “i muscoli sono le spugne delle emozioni” (M. Zurcher, 2004) possiamo accostare alle sue parole quelle di T. Bertherat, che ha creato l’Antiginnastica negli anni ’70, che ne propongono una spiegazione:
Nelle rigidità, nei crampi, nelle debolezze e nei dolori dei muscoli della schiena, del collo, delle gambe, delle braccia, del diaframma, del cuore, e anche del volto e del sesso, rivela tutta la tua storia, dalla nascita ad oggi. Senza rendertene conto, fin dai primissimi mesi di vita, hai reagito a pressioni familiari, sociali, morali. ‘stai così, stai cosà. Non toccare. Non toccarti. Fai il bravo. Difenditi. Svelto. Dove vai così svelto…?’. Confuso, ti sei adattato come hai potuto. Per conformarti, ti sei deformato”. (T. Bertherat, C. Bernstein “Guarire con l’antiginnastica”, 1978, pag.9).
L’incontro con l’Antiginnastica mi ha emozionato, perchè ha rappresentato, in un certo modo, l’incontro con il mio corpo; mi ha incuriosito, al punto da iniziare una psicoanalisi personale; mi ha sensibilizzato alle tematiche del corpo, spingendomi a lavorare con persone con disabilità fisiche.
“Attraverso il nostro corpo, prendiamo coscienza delle cose che generano in noi sensazioni, emozioni, e sentimenti: è su ciò che si forma il pensiero. Il pensiero non può evolversi in mancanza di esperienze vissute a livello corporeo”. (G. Brown, 2004, pg. 91).
Ma, se l’influenza dell’esperienza corporea è così importante per lo sviluppo dell’apparato del pensiero, cosa accade quando esso subisce un danno, o nasce danneggiato?
Una persona con handicap fisico incontra durante il suo sviluppo grandissime difficoltà: la sordità induce un solco profondissimo di isolamento, un impedimento motorio fa sentire irrimediabilmente diversi dagli altri, una difficoltà a parlare induce nel tempo a non comunicare più i propri bisogni.
In diversi casi anche tra i clinici è molto difficile distinguere fino a che punto agisca il deficit organico, e in che misura interferiscano fattori psicologici secondari alla malattia, su cui sarebbe corretto lavorare con un intervento psicologico o di psicomotricità.
“Il dolore mentale sfuma nel dolore corporeo e viceversa, ciò che è corporeo è altrettanto psichico: possiamo parlare di somato-psicosi (S. Natoli), nel senso che il dolore del corpo mette in crisi la mente, allo stesso modo in cui un disagio della mente mette in crisi il corpo” (M. Zuercher, “Riflessioni di un medico-psicoterapeuta”, pg. 141).
Ma di questa biunivocità, voglio considerare l’aspetto positivo: se il dolore si trasmette come un fluido tra corporeo e psichico, tra mentale e fisico, altrettanto accade alle energie di guarigione, rappresentate dal concetto di benessere psico-fisico, quel ben-essere di cui spesso si parla ma di cui non si conosce il lungo, difficile percorso. Ed il vero percorso non consiste nell’affermazione che mente e corpo rappresentano un’unità, ma nel sentirlo, e nel fare propria questa verità.

 

Bibliografia
Bertherat, T.; C. Bernstein (1978): Guarire con l’Antiginnastica, Oscar Guide Mondadori.
Brown, G. La nascita del pensiero nell’attività psicomotoria, in Il Ponte tra psicomotricità e psicoterapia, a cura di G. Palo (2004) Tirrenia Stampatori.
Cundo P. Le psicoterapie umanistiche, in Psicologia Clinica, a cura di Codispoti e Clementel, (1999) Carocci.
Galimberti, U. (1999) Dizionario di Psicologia, UTET.
Favaretti Camposampiero F, Di Benedetto P, Cauzer M.(1998) L’esperienza del corpo: fenomeni corporei in psicoterapia psicoanalitica, Dunod, Milano.
Freud, S. (1923) L’Io e l’Es in Opere vol. 9, Bollati Boringhieri.
Longhi M.G. La parola in psicomotricità, in Il Ponte tra psicomotricità e psicoterapia, a cura di G. Palo (2004) Tirrenia Stampatori.
Zuercher M. Riflessioni di un medico-psicoterapeuta: rapporti tra il toccare ed il pensare, in Il Ponte tra psicomotricità e psicoterapia, a cura di G. Palo (2004) Tirrenia Stampatori.







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