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Comunicazione e performance sportiva: una prospettiva analitico-transazionale

category Psicologia Alfonso Falanga 23 Maggio 2015 | 1,126 letture | Stampa articolo |
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L’idea da cui ha origine questa riflessione è che la pratica sportiva –ormai da tempo – ha raggiunto un tale livello di specializzazione, anche quando svolta a livello dilettantistico, da richiedere il sostegno di strumenti sempre più raffinati. Si tratta di mezzi materiali (attrezzature, piani di allenamento, programmi di alimentazione, ecc.) ed anche immateriali. Tra questi ultimi emerge la comunicazione.

È ovvio che tutti comunichiamo, sempre e comunque. Proprio la frequenza con cui trasmettiamo l’un l’altro messaggi verbali e non verbali porta talvolta a trascurare il valore dei gesti e delle parole, a dimenticare, cioè, quali effetti il linguaggio abbia sul comportamento proprio ed altrui.

Non ci stiamo riferendo alla semplice connessione Stimolo-Risposta, ormai e per fortuna ritenuta insufficiente ad interpretare l’agire umano: è rilevante, infatti, l’azione della comunicazione sulla visione che la persona ha di sé e degli altri, sulla sua capacità di tendere efficacemente o meno verso le proprie mete, dunque di realizzare desideri e bisogni. E’ in tal senso che è da valutare come il linguaggio (verbale e non-verbale/paraverbale) orienti il comportamento e, nel nostro specifico, il comportamento dell’atleta.

Questo discorso, perciò, ha come riferimento Istruttori, Coach, Team leader, Atleti professionisti e tutti coloro che, in ambito sportivo, vogliano prendere in considerazione il vantaggio che la performance acquisisce, ad esempio, da una comunicazione fluida ed efficace tra leader (Istruttore/Coach) e atleta.

E’ quasi superfluo sottolineare che non si tratta di imparare a comunicare tout court, bensì di elaborare un linguaggio specialistico distante dalle generalizzazioni e dalle semplificazioni del linguaggio quotidiano e che sappia valorizzare i punti forti dello sportivo e sostenerne i punti deboli, che definisca in maniera chiara gli obiettivi a cui legittimamente la performance può aspirare, che sappia alimentare le spinte motivazionali dell’atleta. Un linguaggio che sia uno strumento in più per Istruttori e Coach, che certamente  si sostituisce alle loro esperienze e competenze ma che, anzi, diventa un ulteriore contributo alla loro valorizzazione.

A tale proposito, risulta utile valutare se e in che modo l’Analisi Transazionale (A.T.) abbia modo di contribuire al potenziamento della leadership sportiva e, conseguentemente, di rendere di qualità la performance del team o del singolo atleta.

In questa prospettiva, giova considerare il versante sociale dell’A.T. più che la sua componente intrapsichica, prendendola perciò in considerazione quale efficace teoria della Comunicazione. Si tratta di riflettere sulle opportunità che tale disciplina offre, ad esempio, in merito al favorire l’esercizio di una leadership autorevole in grado di dare regole in maniera assertiva e di gestire, inoltre, quelle dinamiche manipolative che a volte rischiano di instaurarsi tra leader e team, così come tra leader e singolo atleta.

Questo genere di eventi assume maggiore rilevanza in vista di una competizione, ovvero quando la tenuta emotiva dei protagonisti è particolarmente esposta a sollecitazioni sia fisiche che mentali. L’obiettivo da raggiungere in pista o in palestra, oppure in campo o in barca, in simili circostanze rischia di diventare un’ossessione, al posto di risultare il naturale alimento per le spinte motivazionali del performer e fonte di future gratificazioni personali, sportive, sociali.

Stando così le cose, la realizzazione della meta investe le persone dell’atleta e del leader nella loro totalità, invece che essere riservata ad uno ed uno solo degli aspetti di tali personalità, per quanto rilevante possa essere. La competizione in oggetto, dunque, sembra che inglobi in sé tutte le altre competizioni passate e future, tutti gli altri risultati (positivi e negativi) raggiunti o ancora da raggiungere. La competizione, in pratica, è vissuta da tutti come la classica, e famigerata, “ultima spiaggia”.

In termini analitico transazionali una simile condizione è causa-effetto dell’attivazione dei versanti negativi degli Stati dell’Io di ognuno dei partecipanti all’evento. Il leader agirà, per lo più, a partire dal suo Genitore iper-critico mentre l’atleta metterà in rilievo il suo Bambino ribelle e iper-adattato: si instaurerà, in sostanza, un circolo vizioso in cui ognuno accusa l’altro dell’insuccesso non ancora avveratosi eppure vissuto come inevitabile. Si sa, tra l’altro, come l’agire in base ad una convinzione, pur se non suffragata dai fatti, conduca a comportamenti che danno come esito proprio il contenuto di quella convinzione.

Tale processo relazionale è segnato dal fatto che una quota significativa delle energie fisiche-mentali di leader e atleti viene assorbita dalla ricerca del “colpevole”, ossia del soggetto (singolo o collettivo) da accusare quale origine del futuro insuccesso. Non è mai abbastanza ricordare che si tratta, in questa circostanza, di un fallimento tutto ancora da verificarsi eppure dato per certo nella prospettiva dei protagonisti. Un fallimento, tra l’altro, per cui semmai non esistono oggettive condizioni materiali: la preparazione fisica è adeguata, ad esempio, e l’obiettivo è legittimo, ovvero alla portata delle competenze dell’atleta o del team.

Risulta ipotizzabile che simili eventi costituiscano un campanello d’allarme, ovvero una spia che segnala che qualcosa nella relazione tra leader e team/singolo e/o all’interno del team stesso non funziona. La competizione, cioè, diventa l’occasione attesa per riversare l’un l’altro vissuti negativi: rancori, frustrazioni, demotivazioni, emozioni inespresse.

Ricorrendo ancora una volta alla terminologia A.T., casi del genere indicano, con sufficiente adeguatezza, che la comunicazione tra leader e team / atleta è per lo più impostata secondo un particolare modello relazionale definito Triangolo drammatico.

In simili circostanze, il leader agirà oscillando da posizioni di Vittima a quella di Persecutore, per poi “lavarsi la coscienza” con atteggiamenti di Salvatore nei confronti dei follower.

Il team, dal suo canto, vedrà ognuno dei componenti comportarsi da Vittima e da Persecutore, semmai con diverse modalità e gradazioni.

Giova sottolineare che i termini Vittima, Persecutore e Salvatore si riferiscono alla percezione di sé e dell’altro. Sono, insomma, ruoli psicologici e non sociali. Percepirsi Vittima, ad esempio, non significa necessariamente essere nella realtà soggetto a vessazioni da parte degli altri. Così come ritenere che si stia agendo da Persecutore non vuol dire che si stiano mettendo in atto effettivamente comportamenti iper-critici e comunque distruttivi sotto il profilo relazionale. La tendenza ad agire da Salvatore, in ultimo, non coincide con il fornire un reale sostegno al prossimo, ossia un aiuto chiesto e comunque effettivamente necessario.

Il leader, ad esempio, potrà sentirsi Vittima del singolo atleta o del team se ritiene di non essere capito, valorizzato, ascoltato, eccessivamente responsabilizzato e reagire da Persecutore, ovvero assumendo nei riguardi degli atleti atteggiamenti iper-critici e distruttivi sotto il profilo relazionale.

Così come il singolo o il gruppo potranno percepirsi Vittima del leader (ritenendolo, ad esempio, vessatorio o incompetente) e reagire o con comportamenti di ribellione (latente o manifesta) o di passiva accondiscendenza (per poi, semmai, insorgere con atteggiamenti iper-critici e di rifiuto).

La relazione leader-team/atleta, perciò, in casi simili risulta essere governata costantemente da dinamiche manipolative, dove ognuno dei protagonisti, singolarmente o collettivamente, agisce allo scopo di fare dell’altro il motivo del proprio insuccesso, reale o presunto.

Spezzare il vincolo simbiotico che lega l’un l’altro i protagonisti, costringendoli a demotivazioni e frustrazioni, richiede un’azione su sé e sul contesto relazionale particolarmente da parte del leader.

Tale agire implica, in modo specifico, che il Coach sappia riconoscere ed evidenziare il gancio manipolativo inviato dall’atleta o da gruppo. Può farlo in modo palese o mediante metafore e provocazioni. Senza mai ignorarlo, insomma.

In successivi interventi si evidenzieranno alcune ipotesi di lavoro funzionali all’elaborazione, in tali circostanze, di strategie di intervento.

 

Alfonso Falanga

Formatore iscritto all’AIF (Associazione Italiana Formatori)

Consulente della Comunicazione ad orientamento analitico-transazionale

PNL Practitioner

Formatore aziendale

Istruttore Judo e cintura nera 2° dan

http://www.comunicascolto.cm

info [@] comunicascolto [.] com

 

 







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