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Comunicazione e performance sportiva: gestione delle dinamiche manipolative tra leader e atleta

category Psicologia Alfonso Falanga 29 Maggio 2015 | 1,197 letture | Stampa articolo |
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Come a volte accade quando si avvicina il momento della performance sportiva, la sollecitazione emotiva rischia di alimentare dinamiche relazionali alquanto conflittuali tra atleta e Istruttore/Coach (d’ora in poi denominato Leader).

Tale evento si traduce, per lo più, in messaggi verbali e non verbali attraverso cui l’atleta scarica all’esterno (leader e/o altri membri del team) la frustrazione derivante dal sentire l’insuccesso come prossimo ed inevitabile. Evidentemente il medesimo procedimento può essere messo in atto dal leader stesso, che cerca nell’atleta o nel gruppo il motivo del suo imminente fallimento.

Sia chiaro che ci riferiamo, in un caso o nell’altro, alla circostanza in cui la mancata realizzazione della meta è del tutto immaginaria: si suppone, infatti, che i protagonisti, ognuno nel suo ruolo, siano adeguatamente preparati allo scopo e che la meta sia legittima, dunque alla portata delle competenze tecniche degli atleti e della loro preparazione fisica. Eppure l’obiettivo diventa un’ossessione ed il prevalere dei versanti disfunzionali dell’emotività produce, nei protagonisti, atteggiamenti manipolativi.

Il termine “manipolazione” non ha, in questo caso, alcuna accezione negativa, vale a dire che non sta ad indicare intenzioni malevoli di uno nei confronti degli altri. Si tratta più precisamente di un comportamento che colui che lo adotta lo sente come unico ed inevitabile, la sola opzione comportamentale che ritiene di avere a disposizione per far fronte a quella specifica circostanza.

La manipolazione, pur se si intensifica in vista della competizione, è per lo più  indice di un comportamento disfunzionale che, semmai con minore intensità, segna costantemente la relazione tra leader e team o tra leader e singolo atleta. Si tratta di un processo che si fonda su un particolare modello relazionale definito Triangolo Drammatico.

Pertanto è opportuno che il leader sia in grado di riconoscere e prevenire, non solo in vista della competizione, tali dinamiche improduttive, logoranti, demotivanti.

La manipolazione trova la sua origine in una svalutazione da parte sia di chi invia il messaggio manipolativo, sia da parte di chi vi aderisce. Per svalutazione intendiamo che l’interessato non tiene conto, inconsapevolmente, di alcune informazioni relative a se stesso, agli altri, alla realtà. Questo tipo di comportamento, perciò, ha origine da una visione parziale della realtà personale e socio-relazionale.1

Osserviamo più nel dettaglio tale dinamica, assumendo come esempio un singolo atleta che insista a produrre uno stesso atteggiamento anche se riconosciuto come improduttivo e, per questo, costantemente (ed infruttuosamente) ripreso dal leader. Un comportamento che può riferirsi alla pratica dell’allenamento, o al modo di alimentarsi oppure a come impegna il tempo libero (ossia in modo inadeguato rispetto alle esigenze della performance).

Tal genere di rapporto si riassume nel modello Vittima/Persecutore/Salvatore tipico del cosiddetto Triangolo Drammatico.

Il leader, ad esempio, potrà sentirsi Vittima dell’atleta (dei suoi comportamenti oppositivi), perciò tenderà a sua volta ad assumere atteggiamenti da Persecutore (critiche, rimproveri, punizioni) fino a cercare di rimediare con atteggiamenti da Salvatore (“parliamone”).

L’atleta, a sua volta, potrà percepirsi Vittima delle circostanze: impegno troppo faticoso, inadeguatezza delle metodiche di allenamento proposte dall’Istruttore/Coach, difficoltà a conciliare l’impegno sportivo con altro genere di impegno (lavoro, studio, famiglia), incapacità/ rifiuto del leader a comprendere  tali problematicità.

Descrivere la dinamica in termini di “percezioni” nulla toglie al fatto che ci possano essere effettivamente lacune nelle metodiche proposte dall’Istruttore/Coach, oppure oggettive difficoltà nel conciliare sport e vita privata, o altro genere di conflittualità: oggetto di riflessione, infatti, sono forme e contenuti delle risposte alle criticità, non se i protagonisti abbiano torto o ragione. Un comportamento da Vittima, ad esempio, non significa che la persona non possa essere effettivamente soggetta ad una serie di stimoli stressanti. Nel momento che riterrà se stesso o gli altri privi di valide  risposte a tali pressioni (svalutazione) producendosi in comportamenti passivi, allora si sentirà e si mostrerà come Vittima.

Come già accennato, simile meccanismo emotivo-cognitivo-relazionale spesso si intensifica in vista della competizione: il cosiddetto Triangolo drammatico diventa, dunque, ancora più “drammatico”.

Dove può collocarsi, in questo meccanismo così ben oliato da sembrare naturale ed inevitabile, la svalutazione? Come il leader può riconoscerla nell’atleta? Come può relazionarvisi, sollecitando nuove e più fruttuose risposte alla situazione di stress?

Partiamo dal presupposto che la svalutazione è un meccanismo interiore e pertanto non visibile all’esterno, anche se si traduce in comportamenti osservabili. Sono questi ultimi, dunque, i segnali “sociali” del processo interiore della svalutazione.2

In quanto tali, essi costituiscono l’oggetto di riflessione privilegiato quando si tratta di manipolazione e Triangolo Drammatico. Ci riferiamo, in modo particolare, ai cosiddetti comportamenti passivi, ossia l’astensione, l’iperadattamento, agitazione e violenza.3

Per i nostri scopi prenderemo in considerazione in modo specifico i primi due.

L’astensione è quel comportamento attraverso cui l’atleta manifesta  indifferenza nei confronti del leader proprio mentre questi lo rimprovera per qualche mancanza: ritardi, scarso impegno nell’allenamento, inosservanza delle regole, ecc.

Si può facilmente immaginare il senso di frustrazione sperimentato dall’Istruttore/Coach in simile circostanza, con tutto quello che ne consegue per quanto riguarda le convinzioni su se stesso e l’atleta: “Non sono capace di farmi ascoltare/rispettare”, “Non  vale la pena impegnarsi con lui/lei”, “Non vale la pena impegnarsi tout court”. Sulla base di simili pensieri e stati d’animo, la conflittualità si acuisce e il Triangolo drammatico, come accennato, diventa ancora più “drammatico”, ovvero senza vie di uscite.

E’ necessario, in tali circostanze, che il leader tenga conto che l’astensione è “solo” un comportamento visibile, esteriore, dietro il quale si cela un profondo disagio ed una radicale svalutazione dal parte dell’atleta. Egli/ella, infatti, proprio mentre viene rimproverato, è alle prese con un complesso di emozioni/sentimenti/convinzioni alla cui base c’è la svalutazione. Svalutazione di sé (“non valgo”), del leader (“non può capirmi”) e della realtà (“l’obiettivo è al di là delle mie possibilità”). In quel momento, dunque, l’atleta si sente più che mai ingabbiato nella sua (presunta) incapacità, al punto di ritenere inutile qualsiasi risposta agli inviti del leader.

Il suo comportamento agirà sull’emotività dell’Istruttore/Coach, il quale intensificherà le sue critiche, finendo con l’amplificare la svalutazione messa in atto dall’atleta e, dunque, il suo astenersi.

Comportamento opposto è quello dell’atleta iper-adattato, ovvero che esegue le direttive ricevute per accondiscendenza non verso le effettive richieste del leader, bensì nei riguardi di ciò che ritiene che siano le aspettative del leader nei suoi confronti. E’ l’atleta che, semmai, cerca la perfezione, logorandosi, super-allenandosi, con tutto ciò che ne consegue in termini fisici e mentali.

L’atleta iper-adattato è colui/colei che taglia il traguardo ma non gode pienamente del successo, né emotivamente né tecnicamente (non fa esperienza, cioè, delle competenze messe in campo per raggiungere la meta). Che vince perché è quello che ci si aspetta da lui/lei. Che non fa propri, insomma, gli obiettivi (non ha obiettivi, insomma).

Anche l’iper-adattamento, perciò, è l’espressione esterna di una svalutazione: l’atleta non si sente “degno” di possedere ambizioni, ossia di vincere per se stesso/se stessa.

Questo tipo di sportivo si caratterizza per l’essere sempre super-allenato e, nello stesso tempo, per alternare successi con momenti di profondo calo fisico e demotivazione (ed è costantemente esposto a rischi incidenti).

In successivi interventi si evidenzieranno alcune ipotesi di lavoro funzionali all’elaborazione, in tali circostanze, di strategie di intervento.

1 Cfr. J. L. SCHIFF, Analisi Transazionale e cura delle psicosi, Astrolabio, 1980.

2 Ibidem.

3 Ibidem.

 

 

Alfonso Falanga

Formatore iscritto all’AIF (Associazione Italiana Formatori)

Consulente della Comunicazione ad orientamento analitico-transazionale

PNL Practitioner

Formatore aziendale

Istruttore Judo e cintura nera 2° dan

info [@] comunicascolto [.] com

http://www.comunicascolto.com

 







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