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Due visi somiglianti, nessuno dei quali da solo fa ridere, fanno ridere insieme per la loro somiglianza. Blaise Pascal
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Comunicare in situazioni di crisi – 2° parte

category Psicologia Alfonso Falanga 14 Settembre 2011 | 3,098 letture | Stampa articolo |
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A volte, in condizioni di crisi, accade qualcosa di paradossale: tendiamo a parlare d’altro. Per altro non è da intendersi un argomento del tutto avulso dal contesto … Coniugi che sono sul punto di separarsi, ad esempio, e discutono però di letteratura. O dipendenti di un azienda che sta per trasferirsi all’estero e, in riunione, parlano di calcio. Certo, qualcosa di simile può anche accadere per qualche minuto, giusto per alleviare la tensione ma certamente non rappresenta l’oggetto prioritario della discussione.

Con la formula parlare d’altro qui si intende che, pur restando in argomento, la comunicazione si sposta su contenuti che poco hanno a che fare con l’origine e la natura del conflitto e che rischiano, anzi, di allontanare le persone dalla soluzione.

Più si parla, in tali casi, e più si alimenta la crisi.

 

I comportamenti paradossali sono atteggiamenti, verbali e non verbali, inadeguati al contesto e, dunque, inadatti a risolvere.

Non ci stiamo riferendo a quelle manifestazioni emotive che, pur se intense, rappresentano solo episodi momentanei giustificati dall’accumulo di stress ma che non costituiscono il fattore comportamentale dominante.

Per comportamenti paradossali intendiamo il complesso di reazioni e modalità relazionali che distingue in modo specifico, appunto, l’orientamento della persona nel contesto di crisi. E’ insomma il modo in cui l’individuo risponde alla crisi e come, in questa circostanza, comunica.

Un esempio in tal senso è il circolo vizioso del “ Di chi è la colpa ? “.

Questa è la definizione di quella particolare dinamica relazionale che vede le persone, interessate alla e dalla crisi, impegnate più nella ricerca di un capro espiatorio che nella elaborazione di una effettiva soluzione. Si vuole, insomma, individuare chi è l’origine del cambiamento piuttosto che realizzare nuovi comportamenti adeguati al momento. Può accadere in famiglia o in un’organizzazione professionale, in una coppia o in azienda.

Marito e moglie che litigano, ad esempio, per avere l’ultima parola su chi, tra i due, ha causato il deterioramento del rapporto … invece che discutere, anche se con rabbia e dolore, su come chiudere nel migliore dei modi possibili un rapporto che non funziona più.

O immaginiamo gli elementi di un team sportivo che, dopo ogni insuccesso, si azzuffano ( verbalmente, si spera ) attribuendosi colpe e difendendosi da accuse … senza avere poi più tempo ed energie per comprendere gli effettivi motivi delle sconfitte ed elaborare soluzioni.

Oppure un gruppo di professionisti che vede continuamente rifiutati i propri progetti e, a furia di litigare ed accusarsi, si scioglie invece che concentrare le energie sull’individuazione del reale fattore di crisi.

Ribadiamo che ci stiamo riferendo non a reazioni episodiche bensì allo standard comportamentale. Inoltre è da considerare che, in alcuni casi, effettivamente lo stato di crisi può essere stato originato, o amplificato, dal comportamento inadeguato del partner o del collega o di un elemento del team. In questi casi il comportamento paradossale consiste nel concentrare tempo ed energie nell’accusare il responsabile senza però reagire, nei fatti, alla crisi.

L’individuazione del colpevole, insomma, in tali circostanze viene assimilata alla soluzione della crisi il che sta per superarla o evitarla oppure rimandarla o quantomeno attutirne la portata e gli effetti.

Sappiamo bene che tale dinamica appartiene ad ogni collettivo, che sia un piccolo nucleo familiare così come un organico aziendale o un’ampia comunità sociale. La Storia, purtroppo, ci fornisce numerosi esempi di vasti aggregati umani che, in tempo di crisi, sfogano le loro ansie su un capro espiatorio.

 

La dinamica del “ Di chi è la colpa ? “ è dunque la manifestazione di un particolare processo relazionale che distingue i rapporti interni ad un gruppo nei momenti di crisi.

Ci riferiamo al cosiddetto Triangolo Drammatico.

 

Stephen B. Karpman, uno studioso statunitense, nel ‘68 scrisse un articolo in cui indicava nel cosiddetto triangolo drammatico un modello comportamentale ben specifico.

Secondo questo Autore le persone, quando si relazionano, spesso assumono una posizione di Vittima oppure di Persecutore o di Salvatore che si esprime attraverso un ruolo non dichiarato ma ad alto contenuto emotivo e simbolico.

E’ proprio questo ruolo che orienta nei fatti la comunicazione: agire da Carnefice o Salvatore oppure da Vittima diventa l’obiettivo prevalente della relazione.

Agire da Persecutori non ha nulla a che fare con la valutazione, la critica, l’attribuzione di responsabilità effettive.

Il Carnefice del triangolo di Karpman punisce a priori, senza alcun riferimento alla realtà concreta.

La Vittima, dal canto suo, non chiede sostegno perché davvero bisognosa ma in quanto si ritiene incapace a risolvere e ciò ancor prima di verificare le proprie concrete possibilità di agire in autonomia e con efficacia.

Il Salvatore non mette a disposizione dei suoi simili, in maniera spontanea ed autentica, le proprie risorse materiali ed umane bensì accorre in aiuto spinto dall’immagine che ha degli altri come inevitabilmente e necessariamente inabili o colpevoli, oltre a riconoscersi destinato a tale ruolo per una inconscia esigenza di dimenticarsi di sé.

 

Alcuni individui assumono una di queste posizioni in via definitiva, in ogni rapporto e con chiunque, spinti da una tendenza a seguire uno scenario sempre uguale pur nelle sue diverse espressioni.

 

Sia all’interno di questo genere di relazioni che nell’ambito di rapporti meno duraturi, anche se non meno significativi, a volte il triangolo Persecutore – Vittima – Salvatore è caratterizzato da un ribaltamento dei ruoli quasi come in un gioco di posizione in cui l’obiettivo è non farsi mai raggiungere e, nello stesso tempo, non smettere mai di inseguire.

Sia chiaro che ci stiamo riferendo a meccanismi al di fuori della coscienza vigile e che poco hanno a che fare con i ruoli sociali.

Ci stiamo occupando, in sostanza, di come a volte le persone si relazionano tra loro a partire dal loro sistema di riferimento e non dai fatti.

Il Triangolo Drammatico è caratterizzato perciò da una incongruenza tra ruoli percepiti e comportamenti effettivi nonché, a volte, da un repentino cambio di posizione.

 

Se tale dinamica segna, momentaneamente o continuativamente, alcuni rapporti interpersonali, essa diventa la modalità relazionale prevalente quando gli individui e i gruppi sono sottoposti ad un repentino, ed indesiderato, cambio di abitudini comportamentali, emotive e cognitive.

La ricerca del colpevole o sentirsi vittima di una persecuzione ( da parte di persone, del mondo, del destino ) oppure schierarsi dalla parte degli accusati diventa il modo prevalente in cui individui e gruppi reagiscono, in modo paradossale, alla crisi.

Nella 3° parte osserveremo altre modalità di reazioni ( incongrue ) ai cambiamenti non voluti ed elaboreremo modalità di intervento nei confronti dei paradossi comportamentali.

 

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Alfonso Falanga

Counselor e Formatore

Consulente della Comunicazione

ad orientamento analitico – transazionale

info [@] comunicascolto [.] com

 







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