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Comunicare e Mediazione: tra tecnica ed atteggiamento mentale – 2

category Psicologia Alfonso Falanga 14 Febbraio 2012 | 1,766 letture | Stampa articolo |
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In un precedente articolo abbiamo auspicato, in situazioni conflittuali, un tipo di mediazione che favorisca l’elaborazione di una soluzione che non si riduca ad un semplice  compromesso vale a dire alla rinuncia, da parte degli interessati, ad una quota significativa delle rispettive istanze. La mediazione, come qui la intendiamo, è invece un’originale terza via che accoglie e comprende le esigenze degli interessati piuttosto che comprimerle.

In tal senso, perciò, mediare è una sorta di arte in quanto integra punti di vista opposti facendo sì, nel contempo, che essi non perdano la propria specificità.

La ricerca di un esito di tal genere non nasce da un generico buonismo bensì dalla necessità di ridurre quei pensieri e sentimenti negativi derivanti, generalmente, dal compromesso. Stati d’animo che, spesso, non fanno che spostare il contrasto più avanti nel tempo senza mai risolverlo.

Questa auspicabile terza via ha perciò bisogno, per essere realizzata, di accorgimenti di natura linguistica ma anche, e forse più, di uno specifico atteggiamento interiore da parte degli interessati la qual cosa, spesso, non può essere raggiunta autonomamente dato il diretto coinvolgimento emotivo nella relazione. E’ il caso, perciò, di ricorrere ad un mediatore esterno come può essere, in alcune circostanze, il Counselor.

In alcuni contesti socio – professionali, dove la conflittualità relazionale è un dato costante, la presenza di un mediatore terzo è prevista a volte anche istituzionalmente a prescindere, comunque, della qualità dell’esito.

In altri segmenti della vita economica e sociale, diffusi capillarmente nella quotidianità, la mediazione è affidata invece alle capacità dei singoli. Può essere il caso della relazione tra venditore e cliente, tra team leader e staff aziendale oppure tra coniugi o ancora tra genitore e figlio. In casi del genere si ricorre all’intervento esterno semmai in specifici momenti di formazione o di consulenza. Ma quando serve, di fatto, si è soli.

Cerchiamo di capire, perciò, quali sono gli strumenti cognitivi/emotivi/comportamentali di cui ognuno dovrebbe e potrebbe dotarsi per realizzare autonomamente l’originale terza via.

Nel precedente articolo a cui abbiamo fatto cenno già è stato indicato nella sospensione del giudizio uno dei presupposti fondamentali alla realizzazione di un tipo di mediazione così come lo stiamo qui intendendo.

Prima di valutare la concreta possibilità, in caso di contrasto relazionale,  di concretizzare per sé ed in sé una tale condizione emotivo/cognitiva,  è opportuno definire che cosa qui si intende con questa terminologia.

Sospendere il giudizio non implica la rinuncia alle proprie facoltà valutative né ai propri valori, idee ed opinioni su sé stessi, gli altri e come va o dovrebbe andare il mondo. Né vuol dire predisporsi ad una generica accettazione degli altri.

La sospensione del giudizio significa sostanzialmente spostare la propria attenzione, dunque la propria facoltà di osservazione e valutazione, dalla globalità caratteriale di coloro con cui si è in relazione all’aspetto specifico, di natura materiale e/o relazionale, che è oggetto del contenzioso.

In pratica il primo passo per mediare evitando soluzioni “ puzzle “ è  definire “ di che cosa si sta trattando al posto  di chi e con chi si sta trattando . Come a dire, per ben mediare è necessario non metterla sul personale il che sembra cosa ovvia in teoria ma lo è molto meno in pratica. Quando siamo impegnati in relazioni significative, anche non necessariamente conflittuali o non ancora conflittuali, il carico emotivo a volte non aiuta a non metterla sul personale.

Dunque un passo da compiere in direzione della sospensione de giudizio è la gestione dell’emotività. Che significa in pratica? Evitare, forse, di provare emozioni? Sembra improbabile che si possa impedire a sé stessi di emozionarsi.

Osserviamo allora più da vicino questo tema avvalendoci di cosa dice, in proposito, l’Analisi Transazionale e lo faremo limitando il discorso alle emozioni fondamentali: rabbia, tristezza e paura ( tralasciamo la gioia in quanto non attinente al nostro tema ).

 

L’A. T. distingue in emozioni funzionali e disfunzionali.

Questa differenza può riguardare, in un caso, la linea temporale.

La rabbia, ad esempio, si sperimenta generalmente rispetto ad un evento che accade nel presente e che viene percepito dalla persona come ostacolo alla realizzazione delle sue mete.

La tristezza si prova nei confronti di una perdita e dunque rispetto ad un evento passato.

La paura, invece, è l’emozione che viene suscitata da al un evento futuro e percepito come minaccia.

In tutti e tre questi casi le emozioni sono funzionali ossia funzionano nel sostenere la persona nella soluzione del problema: la rabbia, infatti, si traduce in assertività vale a dire in conferma delle proprie istanze ma senza che ciò leda le relazioni.

La tristezza funziona come spinta riprogrammante.

La paura funge da campanello d’allarme e consente di proteggersi dal possibile pericolo.

In nessuno di questi casi, perciò, l’emotività risulta bloccante. Anzi, guai se non ci fosse.

 

L’emozione però diventa disfunzionale o quando è incongrua dal punto di vista temporale o nel caso in cui ecceda in intensità rispetto al fatto che l’ha generata.

In entrambi i casi essa non aiuta a risolvere ed anzi rischia di alimentare il problema.

Un’emozione di rabbia provata nei confronti di un evento futuro, ad esempio, impedisce di produrre l’attenzione necessaria lì dove tale circostanza sia percepita minacciosa.

La tristezza che si sperimenta rispetto al presente inibisce la carica assertiva necessaria a superare, in caso di necessità, quel che accade nel qui ed ora.

La paura nei confronti di un evento accaduto nel passato rischia di imprigionare in quella dimensione temporale le energie intellettive della persona impedendogli una congrua e necessaria riprogrammazione del futuro a partire proprio da quell’ineludibile, ed ormai passato, evento.

In questi casi, perciò, l’emozione non funziona.

Lo stesso accade quando l’emotività segue la prevista linea temporale ma possiede una intensità che non corrisponde allo spessore della circostanza in cui viene sperimentata.

E’ il classico caso, ad esempio, in cui ci si arrabbia per un nonnulla. O quando ci si blocca di fronte ad un evento sì futuro ma che non costituisce una reale minaccia o nei cui confronti la persona possiede gli strumenti emotivi e cognitivi per proteggersi.

Oppure è disfunzionale quella tristezza, rispetto ad una perdita materiale o immateriale ( in campo affettivo, ad esempio ), che si traduce in un senso di sconfitta definitiva.

 

Stabilita allora la distanza tra emozioni che funzionano ed emozioni invece bloccanti, cosa bisogna fare per evitare di scivolare verso un’emotività disfunzionale che impedisce, dunque, di realizzare una mediazione efficace?

E’ la domanda a cui risponderemo nel prossimo intervento

 

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Alfonso Falanga

Counselor e Formatore

http://www.comunicascolto.com







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