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Comunicare e Mediazione : tra tecnica ed atteggiamento mentale – 3

category Psicologia Alfonso Falanga 19 Febbraio 2012 | 2,151 letture | Stampa articolo |
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Nel precedente articolo, a proposito della mediazione, abbiamo individuato nelle emozioni una delle variabili che maggiormente orientano la comunicazione e, dunque, la realizzazione di efficaci processi di mediazione fondati sulla sospensione del giudizio e che non si riducano a momentanei compromessi.

Il nodo della questione non è nell’emozionarsi o meno, dilemma  privo di senso in quanto non possiamo impedirci di provare sensazioni ed emozioni, ma nel fatto che, in alcuni casi, l’emotività si traduce in evento disfunzionale e bloccante. Vale a dire che impedisce, o inibisce fortemente, il procedere nella relazione  con le modalità previste e per raggiungere le mete desiderate.

Un passo essenziale da compiere, per favorire quel tipo di mediazione che abbiamo già indicato come una originale terza via, è perciò far sì che le emozioni da disfunzionali diventino funzionali ossia che non solo non blocchino la relazione ma che anzi la favoriscano.

Il passaggio dalla disfunzionalità alla funzionalità degli stati interiori non è certo frutto di una semplice tecnica né di alcuna forma di automatismo. Tale movimento è di fatto un progetto ossia un percorso, non sempre agevole, che richiede un preciso punto di partenza, una meta altrettanto ben definita ed una strategia procedurale che colleghi questi due estremi.

Il punto di partenza può essere individuato nella ridefinizione degli obiettivi vale a dire in ciò che di fatto si vuole ottenere dalla relazione e, pertanto, dalla mediazione. In sostanza si tratta di stabilire in modo specifico qual è l’aspetto materiale e/o immateriale del rapporto che è oggetto della trattativa. Il che vale qualunque che sia la natura del rapporto: tra venditore e cliente, ad esempio, cosa sta accadendo effettivamente quando il secondo insiste per avere un prezzo migliore ( dal suo punto di vista ) ed il primo resta invece fermo sulle sue posizioni? O tra colleghi che, all’interno di un gruppo di lavoro, discutono sulle regole secondo cui procedere nel loro progetto comune? Oppure tra coniugi o tra genitori e figli nel momento che si rimettono in gioco, per varie circostanze, gli assetti familiari?

Il più delle volte, in  simili circostanze, la comunicazione si trasferisce dal livello dei fatti a quello dei sistemi di riferimento. In sostanza, per dirla in soldoni, si perde di vista il motivo concreto per cui la discussione aveva avuto inizio e ci si impunta su chi ha ragione e chi ha torto. La comunicazione, perciò, diventa un confronto/ scontro tra sistemi di valore. In  tali circostanze diventa poco probabile che non emergano, nei partecipanti, i versanti negativi e disfunzionali delle emozioni: rabbia distruttiva, paura bloccante e tristezza vissuta come senso di sconfitta definitivo. A questo punto la comunicazione si arrotola su sé stessa in una sorta di logorante circolo vizioso: lo scontro produce disfunzionalità emotiva che, a sua volta, alimenta lo scontro.

Questa dinamica ha, tra le altre, un’origine che potremmo definire socio/culturale vale a dire che trova le sue radici in una convinzione diffusa nell’immaginario collettivo: si può ottenere ciò che si desidera e di cui si ha bisogno solo se l’interlocutore è costretto alla rinuncia. Come a dire che la realizzazione delle proprie mete è possibile solo se si vince e l’altro perde. La relazione, perciò, diventa un terreno di battaglia ( o di caccia ) e la comunicazione è lo strumento con cui ingaggiare il duello.

Se l’obiettivo è affermarsi – più che confermare il proprio punto di vista rispetto ad un elemento specifico della relazione –  non c’è spazio per emozioni positive e funzionali tranne che per una gioia tradotta in momentanea euforia, ovviamente solo per chi vince.

A questa visione dei rapporti e della comunicazione, perciò, si connette l’ottica che vede la mediazione solo come una sorta di compromesso/armistizio tra le parti giunte, ormai, ad una condizione di logorìo materiale ed immateriale. Insomma, bisogna mediare prima che sia troppo tardi.

Inevitabile che, in tal caso, resti l’amaro in bocca a tutti. Il compromesso diventa perciò semplicemente l’opportunità per riposare e rigenerarsi in vista della ripresa delle ostilità.

La comunicazione ha così perso ogni sua connotazione di “ messa in comune “.

Si ottiene ciò che si vuole soltanto se si è capaci di avere ragione su tutto e tutti. Il conflitto relazionale, insomma, non è esito della comunicazione ma ne è la premessa e l’obiettivo.

 

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Alfonso Falanga

Counselor e Formatore

http://www.comunicascolto.com







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