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Cellulare e solitudine

category Psicologia Sabrina Costantini 7 Luglio 2008 | 4,262 letture | Stampa articolo |
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Negli ultimi mesi si è scatenato un allarme stringente sul tema “cellulare”, in particolare sull’utilizzo del cellulare da parte dei minori. Tale reazione, indurrebbe a pensare ad un fenomeno, esploso improvvisamente e recentemente.

In realtà, è esploso già da un bel pò di tempo, ma non si sa perchè, solo ora comincia a diventare visibile. Forse perchè qualcuno si è deciso a fare le prime rilevazioni statistiche consistenti e a renderle note, forse perchè qualche coscienza illuminata con voce in capitolo, si è fatta sentire, forse soltanto perchè l’argomento fa notizia in questo momento, uno di quelli che vendono, o chissà per quale altro motivo.

Già! Perchè quando parliamo di minori, tutti ci scandalizziamo, prestiamo particolare attenzione, ci protendiamo a protezione, a fare “il loro esclusivo interesse” come dice la legge, compriamo di tutto, facciamo di tutto per loro, li portano ovunque, quindi da una parte si spende e spande, dall’altra si fanno miliardi di miliari, si ottiene notorietà, carriera e lavoro. I bambini costituiscono un grosso business! Ma di fatto, nella vita di tutti i giorni, non badiamo molto a ciò che nuoce loro realmente. Di fatto non badiamo a ciò che nuoce a noi stessi, nella nostra vita, di tutti i giorni.

Succede poi, che improvvisamente ci svegliamo da un lungo sonno, da un torpore profondo, perchè qualche notizia o qualche statistica ci ha fulminati, ci chiediamo allora quale sia la soluzione migliore, quale la condizione più giusta e più sana per i nostri bambini. Quando ci siamo spinti troppo oltre, diventa assai difficile tornare indietro e altrettanto complicato uscirne con semplicità e creatività.

Il cellulare ha fatto un ingresso prepotente, nella vita della gran parte di noi, fin da subito. Ci ha catturati, ammaliati, sedotti, ci ha “preso l’anima”. Fa parte ormai della nostra vita, lo portiamo dovunque, comunque, lo accendiamo a tutti i costi e a discapito di sè e degli altri, “tanto c’è la suoneria bassa, tanto c’è la vibrazione!”. Ma c’è ed è acceso e non se ne può fare a meno!

Lo si tiene acceso sul treno, in auto, per strada, a scuola, a lavoro, a casa, di giorno, di notte, quando si riposa, quando si fa jogging all’aria aperta per gustarsi la natura, quando si è in terapia per prendersi uno spazio per sé e via dicendo.

Per non parlare poi, del suo uso spropositato e violento. Solo per citare alcuni esempi, pensiamo alle adolescenti che vendono le immagini del proprio corpo nudo, per comprarsi vestiti griffati, oppure ai filmati mandati in rete su You Tube, di aggressioni e umiliazioni verso compagni e docenti (Costantini). Costituisce una perdita di senso, una perversione del mezzo e della propria vita, uno smarrimento profondo in un momento di crescita tanto importante e formativo.

Questi esempi inorridiscono, sembrano estremi ed eccezioni. In realtà, non sono più così eccezionali, in ogni modo per semplificare, torniamo alle condizioni più standard.

Già l’utilizzo più abituale e diffuso del telefono, rappresenta un gran controsenso, un paradosso, un ossimoro direi. Pensiamo a tutte quelle persone che, iniziano una psicoterapia per fermarsi a riflettere su sé, per poter pensare, per sentire, per poter piangere, per prendersi finalmente un pò di tempo e di spazio per sé, solo per sé! Eppure, quanti pazienti tengono il cellulare acceso, come se questo fosse la cosa più naturale possibile. Infatti, della cosa non si parla, non è certo oggetto di disagio o cambiamento.

Si capisce che c’è un problema, quando nel bel mezzo di un discorso su sé, squilla l’apparecchio con una delle sue tante suadenti melodie. Allora si comprende quanto sia importante quest’oggetto e quanta fatica si faccia, per farlo tacere. Le motivazioni sono sempre esterne: “devono comunicarmi una notizia importante”, “ho un parente in ospedale”, “potrebbe succedere qualcosa a mio figlio”, “lo uso per lavoro”, “ho i genitori anziani”, ecc. ecc. Altrettante le giustificazioni, per tentare di non spegnerlo.

Questo ci dice quanta difficoltà ci sia, nel prendersi realmente un tempo per se stessi, dove non entrino gli altri esterni, ma solo gli altri interni. Per poter comprendere realmente cosa si muove nel nostro mondo, quali emozioni, passioni, desideri, pensieri, ricordi, è fondamentale darvi esclusivo spazio e attenzione, lasciando fuori gli altri concreti della vita attuale. Certo che entrano anche loro nel nostro mondo, ma non in carne ed ossa, bensì nella nostra rappresentazione interna, nel nostro racconto e non con la loro presenza reale o con la loro voce.

Questo ci dice anche che, il cellulare è diventato un oggetto rassicurante, un riempitivo di angosce, una droga, che ci impedisce di sentire ciò che c’è in quel momento, compreso il vuoto e l’angoscia ad esso connessa. Si potrebbe dire che è un oggetto transizionale (Winnicott), come l’orsacchiotto o la copertina di Linus, un oggetto che ci aiuta a passare dal mondo reale esterno a quello interno, da un mondo concreto e definito ad uno impalpabile e immaginifico, dalla veglia al sonno, dal controllo alla perdita di controllo.

Ma direi che non è neanche questo. Perchè l’oggetto transizionale è un simbolo ed assolve alla funzione del “come se”, il bambino fa come se potesse avere un potere sul quel dato orsacchiotto o sulla copertina, lo può controllare e questo a sua volta, ha il potere di esaudire tutti i suoi bisogni, di farlo sentire protetto, al sicuro, coccolato, amato, non solo. La realtà è che il bambino, in determinati momenti, è solo e lo sanno bene sia lui che i genitori, sta solo facendo finta che non sia così, si sta accompagnando emotivamente e lo sta facendo proiettando questa vicinanza su un oggetto. Può farlo perchè ha imparato a farlo, grazie alle figure genitoriali che gli sono stati vicino e continuano a farlo, per la gran parte della giornata. Non riesce a farlo in modo diretto e consapevole, ma come abbiamo visto, lo può fare attraverso un gioco simbolico, attraverso una serie di proiezioni e introiezioni salvifiche.

Il cellulare non è un simbolo è uno strumento e per quanto lo si voglia usare come simbolo, continua ad essere uno strumento. Non si può fare finta che il cellulare ci tenga compagnia, perchè in verità, è realmente così. Tramite quest’apparecchio si può stare “fisicamente” vicino alle persone, o almeno alle loro voci, quindi l’altro è presente concretamente. Non è possibile fare un “come se”, perchè è realmente così.

Solo nell’assenza si genera la mancanza, il desiderio, la spinta a trovare un appagamento ed una possibile soluzione creativa. Ma se nella mancanza, si elimina questo sentire stesso o si produce una soluzione concreta e immediata, non può esserci possibilità di elaborazione e cambiamento creativo. Il primo passo per far ciò, consiste nello stare e sentire quello che c’è, a partire dalla mancanza, dall’assenza, per arrivare alla bramosia, all’angoscia, al vuoto, allo spaesamento, al disorientamento ……….. Un pieno di moti interni che spingono prepotentemente all’esterno, che anelano ardentemente una soluzione, una soddisfazione, la scoperta di una risposta e di un senso.

S. Freud, osservando il nipotino, aveva compreso questo delicato equilibrio. Il bambino giocava ripetutamente con un rocchetto di filo, lanciandolo lontano da sé, per poi riavvicinarlo nuovamente e così via. Freud aveva compreso che il gioco del rocchetto si verificava quando la madre usciva di casa, lasciandolo lì da solo. Il bambino quindi dopo un iniziale senso di abbandono e disperazione, dopo il desiderio di avere la madre con sé, aveva trovato una sua soluzione creativa, aveva individuato un oggetto con cui giocare, che in questo gesto ripetitivo di lanciare e riavvicinare, gli permetteva di fare “come se” fosse qualcosa o qualcuno (la madre) che poteva finalmente controllare in prima persona, anziché subire.

L’abuso del cellulare, così come l’abuso di internet, del cibo, della TV, dello shopping, l’uso di droghe, di alcool, di farmaci, psicofarmaci, palestra, ecc. annullano questo processo. Non permettono neppure di sentire il dispiacere e l’assenza, perchè si ha una vita già tutta struttura e impegnata nel fare, non c’è un attimo in cui la testa sia sgombra da pensieri, ma soprattutto da pensieri meccanici, ripetitivi e ossessivi, quali quelli di dialogare a botta e risposta per SMS, per e-male o chat, giocare per ore a videogame che ricominciano sempre da capo, seppur interattivi e apparentemente diversi, pianificare spasmodicamente la giornata, ecc.

Nello stesso tempo, il corpo è impegnato per segmenti, in modo autistico e disumanizzante, la mano si è ormai specializzata in velocità e memoria, nell’utilizzo dei tasti o del mouse. Ci si è abituati persino a fare a meno di un arto, impiegato per sorreggere costantemente il cellulare. Tutto il resto del corpo, è dimenticato e assente. Quando si scrive “ti amo”, non freme nessuna parte di noi, quando scriviamo “sono arrabbiato” il sangue non va alla testa e la faccia non si fa paonazza, quando siamo in ansia non sudiamo, ecc. Il corpo non serve, è dimenticato ed è quasi di intralcio, deve funzionare a dovere, per il minimo indispensabile.

Ogni parte di noi è preorganizzata, scissa da tutto il resto, una parte è iperattiva ed iperimpegnata, l’altra è completamente esonerata. Abbiamo perso il tutto e il senso del tutto, il pensiero guidato dal sentire, quindi simbolico ed intelligente.

Continuando così diventeremo come delle piante, che stanno lì ad aspettare l’acqua che le disseti ed il sole che le scaldi, senza moti interni, senza desiderio, senza riflessione, senza passione, pazzie, fantasie, errori, colori, ecc.

Non dimentichiamo poi che tutto ciò è solo apparenza, noi crediamo di non essere soli, di avere sempre gli altri a disposizione di chiamata, di poter aver aiuto in qualunque momento, di sapere dove sono i nostri figli e cosa stanno facendo, di poter controllare il proprio partner, di ricevere una parola buona, in qualunque momento di sconforto. Non è così. Noi non siamo realmente con queste persone, non sappiamo realmente cosa sta succedendo, non guardiamo l’altro negli occhi, non vediamo la scintilla che scocca nel momento in cui gli diciamo le nostre cose, non sentiamo il calore della sua mano che vuol starci vicino, non udiamo il suono della sua voce accompagnata da un movimento d’aria, fatto di profumi e odori inconfondibili. Siamo soli, con uno strumento.

Abbiamo a disposizione unicamente delle parole, parole che ormai sono sempre più vuote, proprio perchè staccate da ciò che le genera e da ciò che le fa vivere: il sentire. Il bambino infatti, impara a parlare, desidera imparare a farlo, mosso da un’irrefrenabile curiosità di un mondo sconosciuto, perchè sente il forte bisogno di comunicare con le persone circostanti, desidera fortemente farsi capire. La parola è un veicolo importante fra il proprio mondo interno e il mondo esterno, è un segno portatore di significati, di emozioni, di bisogni, di sogni, di desideri, di intenzioni, è uno strumento di richiesta, di relazione, di crescita.

Pensiamo a tutta l’intensità dell’olofrase del bambino, di una sola parola, una parola che racchiude tutto un significato, un’intera frase, un intero mondo. “Palla” ad esempio, significa “io voglio quella cosa (la palla)”. Che significa: “Io”, quindi io esisto, ci sono, sono consapevole del fatto di esserci, di poter dire “io”, di poter comunicare con te, di poter chiedere. Significa “Voglio”, io che ci sono, esisto e sono consapevole di esistere, sto sentendo un forte bisogno ed il desiderio di soddisfarlo, che significa “Io sento questo forte bisogno e so che può essere soddisfatto grazie a qualcosa di esterno, grazie ad un’azione esterna sull’ambiente”. Io ho un forte bisogno e so che Tu puoi soddisfarlo grazie ad un’azione esterna, quindi “io so che posso chiederti di soddisfare un mio bisogno interno attraverso una tua azione”. “Quella cosa o Palla”, significa che Io, che sono consapevole del mio bisogno e del fatto che posso chiederti di soddisfarlo, so anche cosa mi è necessario per soddisfarlo, significa che so esattamente dove indirizzare la soddisfazione del mio bisogno, so qual’è la mia mancanza.

Probabilmente potremmo andare ancora avanti, trovando altri significati nascosti e inconsapevoli di una frase così semplice, sottesa ad un’unica parola, ma non è quello che ci interessa in questo momento. Quest’esempio ci deve far riflettere sul significato del linguaggio, delle parole, sulla semantica, sulla loro origine, sulla loro funzione e pienezza. Un significato che il bambino assume e assolve inconsapevolmente. Tutto ciò avviene nel momento in cui decide che vuol comunicare il proprio mondo interno agli altri, vuol farsi capire, vuol avere risposte, vuole essere esaudito, vuole quindi poter cambiare il proprio mondo interno e la propria condizione (per es. se gli altri lo soddisfano, il suo mondo interno si pacificherà).

Imparare il linguaggio delle parole è un compito importante, richiede un grande impegno ed un lutto, in quanto ci permette di guadagnare qualcosa e nel contempo chiede di lasciar andare qualcos’altro. E’ necessario abbandonare il corpo come linguaggio, la funzione del corpo come veicolo immediato e concreto di informazioni, che comporta anche calore e vicinanza. Il contatto come comunicazione deve passare in secondo piano, il suo messaggio così importante deve essere trasceso a favore di qualcosa di più astratto e simbolico, di un segno che richiede la capacità di trattenere e tenere i bisogni urgenti, il sentire e gli impulsi, per poterli comprendere, tradurre, sprigionare con un linguaggio ed un ordine, dotato di senso e significato, di garbo e relazionalità. Il corpo continua ad avere la sua funzione, con un suo linguaggio carico di simboli, che va a braccetto con quello dei segni significanti. Il risultato finale vede dispiegarsi una danza di parole corpose e vibranti, sorrette e accompagnate da gesti significativi e comunicanti.

Il bambino assolve al compito di lasciare la concretezza e il corpo più immediato, a favore di un linguaggio significante e astratto. L’adolescente e poi ancor di più l’adulto, dovrebbero assolvere all’importante compito, di comprendere in modo consapevole il significato del linguaggio (metalinguaggio), per poterlo usare in tutta la sua interezza e per poter capire in modo totale ciò che gli altri ci comunicano. A l’uomo è chiesto (pena l’involuzione della specie) di fare opera di comprensione e riflessione su sé, di andare al di là dell’immediatezza. Ma aimè, tutto questo significato si perde gradualmente, quando ci stacchiamo dal senso originale della parola e torniamo al linguaggio concreto, con un suo uso massificato e meccanico. E questa volta, è un linguaggio senza il corpo, insignificante e morto.

Le parole sono “cosificate”, si pensa di poterle prendere e dare in ogni momento, in modo gratuito, solo perchè le circostanze lo richiedono, perchè il cellulare sta squillando, perchè qualcuno ne ha urgenza. Tanto non costano! Non rinunciamo neanche a ciò che stiamo facendo. Col cellulare è possibile parlare con chiunque in qualunque momento, svolgendo contemporaneamente qualunque azione. Magari, mentre l’altro ci sta dicendo che ha il cuore infranto, noi stiamo facendo la spesa al supermercato, non ci concediamo il lusso di stare e far risuonare quanto vibra attraverso le parole, di far funzionare quei benedetti neuroni a specchio! Facciamo entrare ed uscire quelle parole con una tale velocità da non capirne realmente il senso, il peso, il vissuto. Quali parole di conforto, potrà mai ottenere l’altro? E quanto possiamo sentirci riempiti e preoccupati, per le parole che abbiamo appena pronunciato, per lenire quella ferita? Sono parole meccaniche, non sentite, non risuonate, cose, come quelle che preleviamo dagli scaffali del supermercato, oggetti da acquistare o scambiare.

Ecco che il cellulare crea un grande vuoto, una grande solitudine, all’interno di un teatrino che ci fa credere invece, di aver migliorato la nostra vita, grazie alla tecnologia, al denaro, alle possibilità. Ma cosa abbiamo realmente cambiato, cosa è migliorato? Abbiamo sicuramente molti oggetti, siamo circondati, affogati e oberati di oggetti, impegni ed attività. Ma noi non ci siamo, in nessuna parola che diciamo. Non ci concediamo il tempo e lo spazio di stare, di far girare quelle parole, veicolo di emozioni, motivazioni, intenzioni, passioni, ecc.

Un esempio ci viene fornito dalla sequenza di un film di qualche anno fa (Grand Canyon). Osserviamo una casalinga che, mentre svolge varie mansioni domestiche, fra le quali cambiare il pannolino ad uno dei figli, lavora facendo servizi telefonici pornografici. Un momento che dovrebbe essere pieno di dolcezza, delicatezza, contatto e gioco fra madre e figlio, viene svolto meccanicamente, c’è solo un corpo che compie un’azione materiale, mentre la mente è impegnata ad ansimare e gemere, facendo finta di godere. Anche questa è solo un’azione meccanica, senza presenza né passione, allo stesso modo della richiesta fatta al marito, la sera stessa a letto: “vuoi farlo?”. In sintonia con ciò, il marito qualche giorno dopo, uccide una giovane donna che gli si è negata, dopo aver civettato con lui. Uccide con molta facilità e leggerezza, un gesto quasi naturale, la logica conseguenza delle cose, così come altrettanto logico e facile risulta dissimulare l’accaduto, grazie ad un terremoto appena occorso. Non c’è emozione, non c’è riflessione, non c’è pensiero, né pentimento, tutto agito e meccanico.

Di conseguenza, anche andare in terapia spesso diventa un’azione meccanica, come portare l’auto a riparare. Si è un pò difettosi e si va nel garage di competenza. Si va a sostituire il pezzo, senza riflettere su ciò che questo comporta, senza assumersi la piena responsabilità e il carico di sé e della valorizzazione del proprio mondo. Il cellulare ormai fa parte della dotazione, sempre funzionante e acceso, in tanti casi, non ci si chiede neppure se spengerlo o meno.

Qualcuno sostiene che assistere alle conversazioni dei pazienti è interessante, perchè ci permette di comprenderne la modalità di stare in relazione. Bhe, certo se capita si osserva quello che avviene e lo si usa a favore della persona, ma riflettiamo sul perchè capita e facciamo in modo che non capiti.

La prima capacità da apprendere, come prerequisito per fare una psicoterapia, è proprio quella di prendersi del tempo per sé e ciò richiede di chiudere il mondo concreto, fuori da quella porta. Gli altri entreranno solo come danzatori del proprio teatro interno, come fantasmi del mondo intrapsichico. Se non teniamo il cellulare spento (a partire dal terapeuta), lasciamo spazio aperto al mondo concreto e agli agiti, di cui è piena la vita di tutti i giorni. Un lavoro su sé invece è un’inversione di tendenza, costituisce l’apertura di una nuova porta: la psiche con i suoi movimenti e i suoi significati.

Durante una psicoterapia con un’adolescente, mi è capitato di assistere ad una lite furiosa con la mamma, via cellulare. Questo non mi ha aggiunto nulla a quello che già sapevo, mi ha solo detto che la ragazza voleva mostrarmi come fosse la relazione con la propria madre, o voleva mostrarmi la propria incapacità, di contenere la propria e altrui aggressività. Ma questo già lo sapevo e nel caso in cui non lo avessi già compreso, ciò significava qualcosa nella nostra relazione, significava per esempio che lei non era stata in grado di farmelo capire o che io non ero stata capace di ascoltarla, o tutte e due, o che la litigiosità doveva rimanere un tassello nascosto, ecc. Anche questo buco nero, con tutti i suoi risvolti, aveva un senso e avrebbe portato da qualche parte. Permetterle invece, di continuare a poter agire la propria rabbia e quella della madre, significava aiutarla a concedere alla madre di intrufolarsi nel suo mondo interno e nella nostra relazione (cosa che, nonostante i ripetuti tentativi, non le veniva concessa in altro modo). Consentirle di tenere acceso il cellulare, avrebbe comportato di non proteggerla ed esporla ad ulteriori intrusioni, violenze e abbandoni, esattamente come aveva fatto la sua famiglia nell’infanzia.

Stiamo quindi attenti al significato che certi strumenti, assumono nella nostra vita. Di per sé innocui o di notevole utilità, possono trasformarsi in strumenti di dipendenza e di morte psichica. Abbiamo già visto che elimina il vuoto e l’attesa, annullando così il nostro sentire ed il desiderio. E’ un’azione di routine, un’abitudine inconsapevole, una dipendenza, una droga. Ormai non c’è più confine e soprattutto non c’è consapevolezza dell’importanza, di avere confini e regole d’uso.

Un altro esempio mi sembra esemplificativo, una famiglia durante la terapia. Mentre cerco di dialogare con i genitori, il figlio maggiore sta in un angolo e tace, la figlia minore di circa cinque anni prende il cellulare della madre e ci scatta delle foto. Ovviamente questo gesto riassume tutta una serie di significati intrapsichici e relazionali, è un messaggio che la bambina sta lanciando a tutti noi, in quel momento. Da una parte fa riflettere che fra i tanti gesti che questa bambina poteva fare, ha fatto proprio questo, come se fosse la cosa più naturale del mondo, andare nella borsa della madre, prenderle il cellulare per scattare delle foto. Tutto ciò è di casa, è un gesto ormai collaudato. Dall’altra, la cosa ancora più significativa e grave, risiede nel fatto che i genitori non abbiano reagito in alcun modo a tale atto, come se quel gesto fosse abituale e adeguato in quella circostanza.

Certamente tutto ciò  è un indicatore forte della mancanza di regole e confini dell’utilizzo di certi strumenti nella vita delle persone, compreso dei minori, che lo usano in modo smisurato e scriteriato, persino in circostanze e luoghi “particolari” ed intimi.

Anche qua, dobbiamo star attenti a non confondere. E’ vero che i bambini giocano a fare gli adulti  e di conseguenza giocano a fare le cose che fanno gli adulti. Giocano al “come se”, agiscono “come se fossero adulti” e imitano per gioco ciò che le figure significative fanno: cucinare, andare a lavoro, accudire i bambini, ecc. Ma, usare il cellulare non è un gioco simbolico, il bambino non sta facendo “come se”, il bambino “fa come”, fa come il genitore, lo imita, usa il cellulare in continuazione per chiamare gli amici, per messaggiarsi con loro, per sentire musica, per scaricare video, per scattare foto, girare filmati, ecc. Ormai il bambino non gioca col cellulare, lo usa abitualmente, non può più farne a meno, fa parte della sua vita ed è ormai presente da un’età molto precoce (vedi Costantini; Centro Studi Minori e Media), di media l’acquisto del primo cellulare avviene a 10-11 anni, ma in molti casi già ad 8 anni e talvolta già a 4 anni.

Gli adulti quindi, restringendo il proprio mondo emozionale, relegando il sentire ed il corpo ad un angolo della realtà, perdono una parte importante di sé, una parte vitale, che non possono insegnare e trasmettere ai figli. Ma come se ciò non bastasse, insegnano in modo indiretto, uno stile di vita e di comunicazione tarpato e asettico, meccanico come la protagonista del film citato. Con l’aggravante che i bambini non hanno la possibilità di apprendere il linguaggio, perchè il cellulare arriva prima, a storpiare le parole, ad utilizzarle in modo riduttivo, ad abrutirle, ad umiliarle, a far perdere il peso delle emozioni e delle passioni, ad esse sottostanti. In questo modo, non c’è possibilità di arrivare a riflettere sul significato delle parole e su sé stessi, come esseri pensanti e comunicanti.

All’interno di una serie di interventi di prevenzione primaria nelle scuole medie inferiori, è emerso un quadro interessante. Ormai tutti i ragazzi, a parte qualche rarità, possiedono almeno un cellulare e quasi tutti studiano con questo mezzo sempre a portata di mano e d’occhio. Si studia, pensando che dopo si vuol chiamare l’amico, attraverso il cellulare o la chat, quindi si deve fare in fretta, si interrompe lo studio per rispondere ad un messaggio o inviarne uno di sana pianta, si sta un pò come sui carboni ardenti, non si può aspettare.

Non è pensabile spengerlo, “farebbe sentire soli”, senza nessuno con cui comunicare. Spesso, il cellulare costituisce mezzo di contrattazione e punizione da parte dei genitori, quando questo accade, i ragazzi si sentono spersi, disorientati, qualcuno piange per tutto il giorno, fino a quando l’apparecchio non viene ritrovato o restituito.

Questo è molto significativo, ricorda da vicino la dipendenza e l’astinenza da sostanze. Se ne ha bisogno a tutti i costi, pena il senso di angoscia, di vuoto, l’incapacità a svolgere qualsiasi mansione.

Il cellulare ormai è diventato in molti casi, una dipendenza. Non è neanche un oggetto transizionale, è diventato una parte di sé. Sembra di assistere ad un film di fantascienza, dove il cellulare assolve la funzione di un qualche microcip iniettato sottocute, per assolvere ad una qualche funzione di “correzione o miglioria”. Non si può stare senza, ci manca una parte fondamentale di noi, come fosse un arto o un organo di senso. Allora non si pensa minimamente di spengerlo in terapia o la sera quando si va a letto. Ha una funzione basilare, ci aiuta a tenere tutto sotto controllo, o meglio ci dà l’illusione di poterlo fare, in un mondo dove tutto sembra possibile, tutto si acquista, si usa e si getta.

Capita spesso che alcune persone inizino a tenere acceso il cellulare 24 ore su 24, dopo una disgrazia, un lutto o un evento che li ha sottoposti ad impotenza e dolore. Si ha l’illusione che essendo sempre reperibili, si evita l’evento stesso o il dolore dell’evento. Come se, sapere il prima possibile, cambi realmente le cose.

Quanto detto fino ad adesso, mette in evidenza la crescente priorità data alle cose concrete, alla materialità, alle immagini, a discapito dell’interno, della psiche, del corpo, del sentire e dell’essere. Un sistema altamente patologizzante, perchè allontana da sé stessi e dal proprio potere, sempre più delegato all’esterno, ad oggetti o esperti, che accomodano o reintegrino lo strumento difettoso.

Il nostro corpo ormai è vissuto come una macchina, qualcosa da controllare con la mente, un oggetto da modellare narcisisticamente, da tagliare, correggere, truccare, ritoccare, non uno strumento di dialogo, tanto meno la fonte di passioni.

Non a caso Danielle Quinodoz descrive una terapia che dà la speranza, che riapre il mondo interno, attraverso “parole che toccano”, parole cariche di immagini che restituiscono tutta la semantica, tutto il significato che ogni parola veicola e cela nel contempo.

Molto spesso i ragazzi, sono ancora consapevoli che parlare di persona è qualcosa di diverso, è un dialogo che arricchisce e che fornisce informazioni visive, uditive, olfattive, sensoriali, fornisce emozioni. Nonostante ciò, prediligono il cellulare, perchè rende molto più facile dire “ti voglio bene, sono arrabbiato con te, ci vediamo? ………” Ma se non viene restituito loro il potere di sentire, compreso di sentire difficoltà ed imbarazzo nel sentire, non cresceranno mai, provando parole che toccano e che fanno evolvere.

Un’altra adolescente, ne è un esempio forte. A Monica, non mancano le risorse, ma queste risultavano soffocate e represse, da una grande insicurezza che si alimentava da sola. Un grande legame con un’amica, l’unica che riusciva a farla sentire al sicuro, si è incrinato e la cosa la fa soffrire a dismisura. Nonostante ciò e nonostante il grande desiderio di recuperare la relazione, Monica di fronte all’amica non apre bocca, non le rivolge una sola parola o uno sguardo significativo, ma poi a casa per SMS dice un mondo, chiede, si dispera, litiga e si spiega. Ma tutto questo dialogo non serve a niente, la sua insicurezza rimane tale e non c’è né crescita né sollievo. Anzi l’incertezza di sé si accresce, proprio perchè si perpetua quest’incapacità di dialogo diretto, che rimane intentato. Il cellulare le fornisce l’opportunità di dire ciò che desidera, ma fornisce anche l’alibi per non affrontare mai se stessa e non imparare a tollerare la propria solitudine e angoscia.

Spesso questo mezzo, ci evita di affrontare sé stessi e gli altri. Attraverso gli SMS diciamo cose che fatichiamo a dire, non ci prendiamo la responsabilità delle proprie decisioni, fissiamo appuntamenti, disdiciamo impegni, inventiamo scuse, comunichiamo le nostre emozioni ed intenzioni, inviamo auguri predefiniti in serie, comunichiamo notizie importanti ……… Ci impegniamo e riempiamo il tempo!

Non dimentichiamo poi, i danni organici effettivi. Questo è un tema assai dibattuto, in quanto via via si attribuiscono effetti e sintomi, non replicati da ulteriori ricerche (come emicrania, ipotensione e bradicardia, tachicardia, disturbi del sonno, ecc.) (Scarcella, Bersani). Tuttavia, ve ne sono alcuni ormai certi, uno di questo è l’aumentata reazione fisiologica tipica delle situazioni stressanti, il corpo cioè risponde come se fosse sottoposto ad una iperstimolazione richiedente, quale lo stress. Ma ancora più importante, è stato verificato (Studio tedesco) l’effettivo danneggiamento del DNA, dopo esposizione a campi elettromagnetici. Si tratta di mutazioni che, non sempre la cellula è in grado di riparare, che per altro si trasmettono alla generazione successiva di cellule. Non sono ancora stati verificati gli effetti di tali mutazioni, ma ricordiamoci che la mutazione cellulare è una delle possibili cause di formazioni tumorali. Gli esperti infatti, raccomandano di far usare il cellulare al bambino, solo in caso di emergenza.

La natura ha già predisposto ogni cosa al suo posto, secondo un senso e un ordine, dove ogni parte è perfetta così com’è e dov’è, con quella sua specifica funzione, qualsiasi mutazione prodotta da cause esterne, non può che infrangere quell’ordine tanto significante, con delle inevitabili e specifiche conseguenze. Non ci può essere assenza di effetti, l’universo umano è stato scombinato e stravolto.

Di fatti, a livello cerebrale è stato riscontrato un effetto sia a livello encefalografico che metabolico (relativo all’attività elettrica e alla capacità di elaborare ed utilizzare le varie sostanze presenti nel cervello, quelle di nutrimento, i neurotrasmettitori, ecc.) (Malagutti). Un altra scoperta interessante riguarda l’effetto facilitatorio, ossia la radiazione elettromagnetica viene immagazzinata, accelerando così le funzioni cerebrali. In particolare è stata osservata una maggiore velocità di risposta agli stimoli uditivi, un aumento di attenzione generale e di apprendimento.

Gli studiosi inoltre, ricordano a varie riprese che non è stato dimostrato un aumento del glioma, attribuibile al telefonino. Ma, com’è già stato osservato, la ricerca in questo settore, è ancora troppo recente per dare risposte definitive e anche se fosse, direi che gli effetti prodotti sono più che sufficienti. Il fatto che ancora non conosciamo le conseguenze concrete, traducibile in sintomi, disturbi e malattie, non significa che le variazioni appena citate non siano significative.

Fermiamoci solo sugli effetti facilitatori, che comunque scompaiono dopo circa 45 minuti dall’utilizzo dello strumento. Questo è un chiaro esempio della significatività del mezzo, sulla nostra psiche. A prima vista, può sembrare un buon effetto, tutto sommato migliora le prestazioni! In realtà anche le anfetamine, la cocaina e altre sostanze, accrescono attenzione e reattività, infatti spesso vengono utilizzate proprio per questo. Eppure sono considerate droghe e sono nocive. Il cellulare non è da meno, infatti induce una sorta di stato di allerta, che accelera le funzioni attentive e reattive. Lo stato di allerta (con tutte le sue componenti emotive, comportamentali e fisiologiche) è una condizione ottimale di sopravvivenza e si attiva in situazioni particolari quali in condizioni di pericolo, di stress acuto, di richiesta immediata e vitale, oppure in stati psicologici di ansia e panico. Allertare l’attenzione e la capacità di risposta infatti, ottimizza la possibilità di reagire in modo adattivo ed efficace, alle richieste ambientali.

Esattamente come in alcuni stati ansiosi, anche nel caso del cellulare non ci sono effettive esigenze concrete di allarme e di allertamento. Negli stati ansiosi infatti, l’attivazione eccessiva e protratta è determinata, non da effettivi pericoli o esigenze di sopravvivenza, bensì dalla convinzione erronea di essere in possibile pericolo e quindi dalla necessità di preparazione relativa. Tutto questo stato, costa emotivamente, energeticamente, biologicamente. Costituisce infatti un grande dispendio di energie  e forze vitali, che potrebbero essere impiegate in altre attività e che alla lunga vanno ad esaurire l’individuo, un pò come succede in uno stato di stress prolungato.

Analogamente il cellulare, esattamente come il gioco d’azzardo, l’abuso di internet, lo shopping compulsivo, il sesso compulsivo, ecc., crea uno stato di tensione e vigilanza che allerta in massimo grado l’individuo. Anche se l’effetto facilitatorio si esaurisce dopo 45 minuti, l’utilizzo continuo di telefonate fa sì che vi sia uno stato facilitatorio costante. La maggior parte degli adolescenti inoltre, inviano oltre 200 SMS al giorno. Che effetto avrà un tale uso intensivo? Gli studi parlano dell’effetto dovuto alla telefonata, ma un’intensità tale di SMS non può essere del tutto innocua.

E’ un’eccitazione continua, uno stato di allerta, uno “sballo”! Oltretutto, come si può pensare che una tale condizione, non vada poi ad incidere sugli altri canali tralasciati (la vista, il tatto, l’olfatto, ecc.), sulle altre capacità, sugli altri ambiti di vita, come la scuola, il gioco, le relazioni reali?

Riflettiamo sul fatto che tutto questo fare, tutti questi oggetti, sembrano aiutarci a non sentirci soli, come se la solitudine fosse una malattia. Non è così, la solitudine è una condizione umana, nonostante tutto e deve essere accettata come tale. Alla fine dei conti, siamo soli con noi stessi e la nostra crescita richiede una graduale tolleranza di questa condizione, un graduale “addomesticamento”, esattamente con la volpe spiega al Piccolo Principe (J.M. Quinodoz). Allora, amicarsi la solitudine costituisce la formazione di una forza di vita, anzichè di distruzione.

Il cammino individuale, per certi versi può essere letto come graduale capacità di addomesticare la propria solitudine, di renderla nota, conosciuta, affettuosa, amicale, un compagno di vita appunto, anzichè un nemico da sconfiggere o negare. La solitudine infatti è un vuoto, che richiama l’assenza ma è anche un contenitore, una capacità, uno spazio che può accogliere e contenere. Solo là dove esiste uno spazio e la capacità di tenere, nonché il desiderio di farlo (grazie al senso di mancanza), può esserci movimento verso e legame, costruzione e creazione.

Per cui, tanta tecnologia, che sicuramente accresce la capacità, la velocità e la possibilità di fare, non aiuta la nostra capacità di umanizzare una parte importante di noi: la solitudine. Aiuta a fare, ma non a vivere. Dobbiamo ricordarci il motivo per cui è stata creata e relegarla alla sua funzione, senza lasciarci prendere dal miraggio di un mondo illusorio indolore.

Per quanto ci affanniamo, la solitudine rimane, è lì, fa parte del nostro bagaglio e della nostra vita, giace nel profondo di noi e ci segue inesorabile. Se accettiamo questa nostra condizione, le permettiamo di trasformarsi nella nostra amica di vita.

Insieme alla solitudine, addomestichiamo i nostri strumenti quotidiani e il loro utilizzo, regoliamone l’uso, dando nuovamente spazio alla relazione. Reimpariamo a stare con i nostri figli, insegnando a noi stessi e agli altri la capacità di fare a meno, fare senza e fare con qualità: stare!

Occupiamoci realmente di noi e dei nostri figli.

Autore: Sabrina Costantini, Psicologa Psicoterapeuta (Pisa),

e-mail sabrina [.] costantini1 [@] tin [.] it

cell. 3498303854

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BIBLIOGRAFIA

Centro Studi Minori e Media. Comunicato Stampa (14 dicemnbre 2007). Minori e telefono cellulare. www.minorimedia.it

Costantini S. Cellulare e oralità secondaria. www.retenuovedipendenze.it

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Malagutti M. Salute e ambiente. www.dica33.it

Quinodoz D.(2004). Le parole che toccano. Una psicoanalista impara a parlare. Roma, Borla.

Quinodoz J.M. (1992). La solitudine addomesticata. Roma, Borla,

Scarsella E., Bersani F. Disordini comportamenti ed effetti sul atri sistemi fisiologici o organi. Consorzio Elettra 2000.

Studio tedesco sui cellulari: “danneggiano il dna”. www.molecularlab.it

Winnicott D.W. (1968). La famiglia e lo sviluppo dell’individuo. Roma, Armando.

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