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Bambini in ospedale

category Psicologia Angela Flammini 30 Marzo 2009 | 10,222 letture | Stampa articolo |
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Perché i bambini si trovano in un ospedale?

Per fare una visita ambulatoriale, un day hospital o un ricovero, o perché ricoverato è un loro familiare, in genere fratellini, mamme, papà o nonni.

Entrando in ospedale, i bambini si trovano in una realtà piena di camici bianchi, strani oggetti inquietanti, persone con parti del corpo fasciate o difficoltà nei movimenti.

Se il motivo di permanenza in ospedale riguarda direttamente il bambino, esso si confronta con pratiche invasive, con la manipolazione del corpo e con i disagi legati alla malattia. Gli elementi che maggiormente gli possono suscitare stress sono: le procedure ospedaliere, la scarsa familiarità con l’ambiente e l’assenza di dialogo.

I bambini e la malattia di un congiunto

Quando la malattia coinvolge un familiare del bambino, il suo impatto dipende dal rapporto di parentela e dall’intensità del legame.

Il fatto che una persona che si ama sia malata, l’incomprensione del perché i rapporti, il comportamento e spesso il suo fisico siano cambiati, l’esclusione dalla partecipazione alla malattia, può suscitare nel bambino: paura, tristezza, confusione, delusione, disperazione, impotenza e rabbia.

Inoltre, la separazione e le difficoltà d’incontrare il familiare ospedalizzato, il calo della consueta attenzione nei confronti del bambino, il cambiamento delle abitudini familiari, possono fargli percepire una calo d’amore nei suoi confronti.

Giocare in ospedale

Il gioco è uno strumento fondamentale per il benessere psicofisico e l’essere umano tende ad usare il gioco per ridurre le sensazioni spiacevoli.

Attraverso il gioco, adulti e bambini possono adattarsi a situazioni stressanti, esprimere il proprio disagio, rappresentare esperienze invasive o traumatiche, comunicare le proprie emozioni, socializzare e liberarsi dalle tensioni.

Il gioco in ospedale, ha valenze sia preventive che protettive.

Può avere una funzione preventiva:

1. permettendo ai bambini di confrontarsi in maniera dolce con una realtà diversa dalla propria e di familiarizzare con situazioni e oggetti d’uso ospedaliero, potenzialmente inquietanti;

2. permettendo ai bambini di conoscere l’ambiente che li circonda, attraverso l’uso di strumenti  ospedalieri.

Può avere una funzioni protettiva, favorendo l’adattamento alle situazioni stressanti e la liberazione dai disagi, che l’incontro con l’ospedale comporta.

Mentre si gioca, in genere non si pensa a ciò che ci affanna e spesso si ride.

L’Isola che non c’E'… in ospedale

I bambini, come tutti i cuccioli, ben sanno ciò di cui abbisognano. Se li lasciamo liberi di “essere”, di “fare” e di “non fare”, spontaneamente sceglieranno i giochi e gli amici più congeniali ai loro bisogni.

Fino a qualche anno fa, i  bambini erano più liberi, c’erano spazi dove giocare, muoversi, nascondersi e socializzare. Luoghi aperti in cui tutto diventava gioco. Cortili in cui si apprendeva a vivere tra liti e riappacificazioni.

Purtroppo, con le trasformazioni della vita sociale, dei suoi luoghi e dei suoi tempi, i bambini sono sempre più spesso confinati in casa, strutturati in orari e attività che scandiscono ed impegnano la loro giornata, hanno già a loro disposizione tanti giochi e si è scemata un po’ la loro spontaneità.

Da questi presupposti, ho realizzato il progetto “L’Isola che non c’E’ “, il manifesto del benessere psicofisico di bambini ed adulti, che ridà dignità, valore e funzione all’infanzia.

Un bambino che canta, ride e gioca ritrova la sua naturale ed autonoma capacità di salvaguardare e ripristinare il suo stato di benessere psicofisico.

L’Isola che non c’E'  in ospedale è il luogo reale che accoglie e sostiene, in modo metodico e scientifico, i bambini, che vivono il disagio legato alla malattia propria o di un proprio congiunto.

L’Isola che non c’E'  è attiva, dal 2005, come area gioco con ludoteca e biblioteca, nella hall del Policlinico Gemelli, per i figli di chiunque permanga, anche temporaneamente, nell’area nosocomiale.

Da uno studio condotto in tale sede, su 316 bambini di età compresa tra i 18 mesi e gli 11 anni, emerge che i bambini sono in ospedale, al 64% per ricovero (46%) o visita (18%) di un congiunto, 7% visita del bambino stesso, 29% per altri motivi (di cui il 28% per lavoro dei genitori, che usufruiscono del servizio durante i periodi di chiusura delle scuole).

Questa piccola oasi nell’ospedale, fornisce agli utenti un servizio di accudimento dei propri figli ed è strutturata ed organizzata in modo tale da favorire la prevenzione e la protezione dei traumi legati all’ospedalizzazione propria o di un proprio familiare, nonché l’umanizzazione dell’ambiente nosocomiale.

AlL’Isola che non c’E', lo strumento privilegiato di benessere psicofisico è “la libertà di essere bambino“.

gli “adulti sperduti” trovano il loro sostegno

L’Isola che non c’E’ restituisce la famiglia all’ammalato, contribuendo a mantenere i rapporti familiari nel contesto ospedaliero, ed inserendo la famiglia ed i suoi piccoli componenti nella cura dello stesso. Ospitando i fratellini, figli o nipoti di malati cronici e/o  gravi, L’Isola che non c’E'  sostiene la relazione familiare e tutela il bambino, durante il difficile periodo della malattia del congiunto.

Infatti, se, durante la degenza del familiare, il bambino ha la possibilità di andare in ospedale, incontrare la persona cara e permanere nell’area gioco, può continuare a vivere le proprie esigenze affettive, senza subire pienamente il trauma della separazione.

Così, il servizio oltre ad essere di supporto ai genitori, tende a ripristinare un rapporto che, seppur doloroso, è comunque preferibile alla sensazione di abbandono.

“i bimbi sperduti” trovano il loro rifugio

Ambiente

L’Isola che non c’E’ è un piccolo mondo a misura di bambino.

Qui il bambino ha la possibilità di fare tutto ciò che fa parte della sua età e, soprattutto, la libertà di non fare, trovare piccoli rifugi dove poter stare da solo e dove viene rispettata la sua privacy.

L’ambiente, strutturato secondo i dettami del Feng Shui e della cromoterapia, favorisce ed alimenta l’autonomia e l’autostima del bambino. Egli può correre, saltare, arrampicarsi, cadere, rotolare, assumere posizioni stranissime (nel suo yoga naturale), su pavimenti e pareti antiscivolo e anticaduta, in un clima di grande tranquillità e tutt’altro che ansioso.

Trasparenze e pareti di vetro consentono ai bambini di guardare all’esterno, sentirsi parte del cortile e della piazzetta adiacenti, comunicando con chi è fuori e vedendo chi arriva e chi va, senza esser colti di sorpresa. Un tetto trasparente e luminoso, su una porzione ampia della ludoteca, da una sensazione di grande libertà, vitalità ed energia. Nei momenti di pioggia, bimbi ed operatori si stendono sul tappetone a naso in su e si lasciano travolgere dall’emozione di stare dentro una cascata, che porta via la paura dei temporali.

Socializzazione

Come in un cortile, nelL’Isola che non c’E’ , il bambino è libero di strutturarsi nel gioco di gruppo, secondo le emozioni ed i ruoli che sente.

La convivenza dei bambini di varie fasce di età permette la responsabilizzazione dei più grandi e lo sviluppo cognitivo dei più piccoli.

Nell’angolo relax, i bambini possono rilassarsi su di un materassone, assumendo le posizioni a loro più congeniali, favorendo un unico spirito di corpo tra i bambini presenti.

La funzione fondamentale della socializzazione e della comunicazione è palesato dall’alta percentuale riscontrata in prevedibili situazioni di stress per il bambino.

L’83% dei bambini ha mostrato un grado di socializzazione ALTO o MEDIO nella prima ½ ora di permanenza alL’Isola che non c’E'  e di essi ben il 70% si trovava in ospedale per motivi di salute propria o di un congiunto.

Un trend simile, sembra essere dimostrato dal fatto che 61% dei bambini, che ha giocato con gli altri, era ospite delL’Isola che non c’E'  per la prima volta ed il 12% addirittura per la prima volta in una struttura.

Rispetto

In una ludoteca come L’Isola che c”E’, in cui spesso i bambini vengono per la prima volta, talvolta per poco tempo e per la prima volta in una struttura, l’accoglienza è fondamentale.

Qui si ha il massimo rispetto dei bambini e delle loro distanze. I bimbi hanno tutto il tempo di adattarsi ed esplorare l’ambiente, cercando eventualmente un angolo da cui osservare prima di giocare.

Gli operatori hanno un atteggiamento calmo, fiducioso e di ascolto.

Il dialogo e la comunicazione con i bimbi sono tenuti in grande considerazione e le espressioni verbali degli operatori vengono curati, in modo da favorire espressioni tranquillizzanti. Consentire al bambino di esprimere ciò che sta provando, gli consente di rielaborare e superare il vissuto che gli crea disagio.

I bambini vengono trattati come persone. Si parla con loro come si farebbe con un adulto, ma con un linguaggio più semplice ed adeguato all’età.

I giochi strutturati proposti sono pochi e moderati in termine di tempo, onde evitare una superstimolazione e favorire invece la creatività dei bimbi.

Si tende inoltre alla ripetizione dei giochi, affinché la replica di situazioni ormai note che abbia un ruolo rassicurante,.

Fiabe

Dopo l’ora di pranzo viene ritualizzata la lettura delle fiabe.

Le fiabe, racchiudono tutte lo stesso messaggio, un messaggio che parla di valori, di “regole di vita“, di come si fa a vivere ed affrontare le difficoltà.

Il mondo della fiaba, è quello della potenzialità, in cui tutto è possibile. Le situazioni difficili possono essere superate e vivere tutti felici e contenti…

Attività motoria

I giochi di movimento in generale, sono essenziali per l’integrità dei bambini, alimentano la forza vitale e permettono di scaricare ansia ed aggressività.

NelL’Isola che non c’E', l’attività motoria viene utilizzata sia come mezzo per scaricare la tensione che, come mezzo per produrre endorfine (sostanze che danno una sensazione di benessere). Durante le fasi di stress, l’organismo si mobilita producendo ormoni della lotta che servono per far fronte alla situazione, tra questi, l’adrenalina. Antagonista dell’adrenalina è l’endorfina, naturalmente prodotta dal corpo nelle situazioni più piacevoli e durante l’attività motoria.

Per sciogliere la rabbia, la tensione e la frustrazione, tutta l’area consente di cadere, saltare, correre, sbattere senza rischio, sfogando le proprie energie.

In un’area, sono appesi a fili di varia lunghezza, tanti palloncini, con cui i bambini possono fare ciò che vogliono.

Dallo studio effettuato, risulta che la preferenza per i giochi motori è espressa dal 79% dei bambini.

Il 61% dei bambini osservati ha interagito con i palloncini e tra essi il 72% ci ha giocato, il 6% ha avuto con essi atteggiamenti affettuosi ed il 22% li ha presi a calci e a pugni.

Tra i bambini che hanno dato calci e pugni, il 79%  si trovava in ospedale per motivi di salute propria o di un congiunto ed il 50% dei ricoveri riguardava la mamma in “maternità” o il fratello nel reparto immaturi.

Interessante notare che, la gran parte dei bambini, che ha dato calci e pugni ai palloncini (l’80%) è uscito dalla ludoteca entusiasta (il 36% addirittura malvolentieri!!), definendo l’ospedale “bello”.

A “coccolare” i palloncini invece, sono state delle bambine che, hanno trascorso tante ore alL’Isola che non c’E’ , uscendo per lo più mal volentieri e tutte con un’idea “bella” dell’ospedale.

Bello l’ospedale!

L’area gioco, con i suoi colori e le voci dei bambini, ha un effetto piacevole e “sdrammatizzante” per tutti coloro che transitano nei pressi dell’area.

Con L’Isola che non c’E', come dicono i bimbi stessi, l’Ospedale diventa “proprio bello!”, sgravandolo di fatto dalla sua connotazione negativa.

Vedere e usare materiale ospedaliero in modo alternativo (flebo per dare acqua alle piante, farfalline dei prelievi come decorazione…), poter toccare gli strumenti del dottore, parlare serenamente delle procedure più comuni, vedere materiale sanitario sparso in giro, quando il coinvolgimento emotivo è minimo, offre al bambino la possibilità, attraverso il gioco, di iniziare a padroneggiarle le esperienze prima che stesse lo travolgano, con un notevole effetto preventivo dei traumi legati all’ospedalizzazione propria o di un proprio familiare.

Dei 316 bambini intervistati all’arrivo in ludoteca, l’84%, alla domanda “com’è l’ospedale?”, ha risposto “bello“, il 14% non si è pronunciato e meno del 2% l’ha definito “brutto”.

Dei 5 bambini che l’hanno definito  “brutto”, tutti ospiti dell’Isola per la prima volta, 4 erano in ospedale per il ricovero di un congiunto, 3 in reparti particolarmente “critici” (trapianti e  terapia intensiva, ed 1 in ortopedia). Nessuno di essi è comunque voleva andar via e tutti, uscendo, hanno detto che “l’ospedale è bello”

Il gradimento delL’Isola che non c’E’ è dimostrato anche dal fatto che l’85% dei bambini, di età media di 5 anni, ha riso, scherzato ed ha mostrato soddisfazione durante la propria permanenza, variabile da 20 minuti a 7 ore.

Solo il 6% dei bambini osservati ha mostrato disagio (da subito o dopo un po’) e di questi, ben il 63% si trovava in ospedale per motivi di salute propria o di un congiunto.

Conclusioni

Lo sento che sei triste e che ti sforzi di non piangere davanti a me.

Non trattarmi come un fiore delicatissimo, sono più forte di quello che pensi.

Parlami, dimmi con parole semplici come stanno le cose.

Spiegami cosa sono tutte quelle cose strane e che queste persone col camice bianco sono amici, che aiutano a stare meglio.

Rassicurami che non sei arrabiato con me e che mi vuoi ancora bene.

Chiedimi aiuto, sarò felice di farlo. Sarò felice di essere più bravo.

Leggimi le fiabe e insegnami che tutto si può risolvere.

Lascia che io possa sfogarmi.

Lascia che io abbia bisogno di stare un po’ da solo.

Lascia che io possa essere triste e impari che nella vita c’è anche il dolore.

Sunto

I bambini che vivono una situazione di malattia in famiglia, il loro incontro con l’ospedale e “L’Isola che non c’E'”, dove si può ancora volare…

Libri di riferimento

-       Barbi E. Marchetti E., “Il bambino e il dolore”, Primula Multimedia, 2005.

-       Fabre N., “Le ferite dell’infanzia”, Edizioni Scientifiche Magi, 2001.

-       Filippazzi Giuliana, “Un ospedale a misura di bambino. Esperienze e proposte. Nuova edizione aggiornata e ampliata”, Franco Angeli, 2004.

-       Hidber Doris Caviezel, “Prevenire il trauma del ricovero. L’incontro del bambino con l’ospedale”, Franco Angeli, 2000.

-       Kanisza S., Dosso B., “La paura del lupo cattivo”, Meltemi, 1998.

Angela Flammini, psicologa, ideatrice e responsabile della ludoteca “L’Isola che cE’” al Policlinico Gemelli di Roma.


Bibliografia

-       Barbi E. Marchetti E., “Il bambino e il dolore”, Primula Multimedia, 2005.

-       Borgogni A., Davi M., “Poter giocare, l’attività motoria all’interno di un processo educativo”, Società Stampa Sportiva, 1993.

-       Bosio Maurizio, Ferrario Lucia,  “Il counselling medico coi genitori degli adolescenti in ospedale”, in Atti del Convegno ABIO, 1998.

-       Capurso M., Gioco e studio in ospedale, ”Creare e gestire un servizio ludico – educativo in un reparto pediatrico”, Erikson, 2001.

-       Dell’Antonio A., Ponzo E., “Bambini che vivono in ospedale”, Borla, 1982.

-       Fabre N., “Le ferite dell’infanzia”, Edizioni Scientifiche Magi, 2001.

-       Filippazzi Giuliana, “Un ospedale a misura di bambino. Esperienze e proposte. Nuova edizione aggiornata e ampliata”, Franco Angeli, 2004.

-       Galimberti U., “Il corpo”, Saggi Universale Economica Feltrinelli.

-       Hidber Doris Caviezel, “Prevenire il trauma del ricovero. L’incontro del bambino con l’ospedale”, Franco Angeli, 2000.

-       Kanisza S., Dosso B., “La paura del lupo cattivo”, Meltemi, 1998.

-       Korczak J., “Il diritto del bambino al rispetto”, Luni Editrice, 1995.

-       Mambriani S., “Comunicazione nelle relazioni di aiuto: guida pratica ad uso di familiari e operatori sanitari e sociali”, Cittadella, 2001.

-       Massaglia Pia e Bertolotti Marina “Come accompagnare il bambino e la famiglia nell’esperienza del cancro”, Rivista Italiana di Pediatria, vol. 19°.

-       Saccomani, R.,  “Tutti Bravi – psicologia e clinica del bambino portatore di tumore”, Raffaello Cortina Editore, 1988.

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Angela Flammini
Psicologa Iscritta all’Ordine Psicologi del Lazio
Sito web: www.problemi-di-coppia.blogspot.com
Esperta in formAZIONE e relazioni di coppia
Contatto E-Mail: angela [.] flammini [@] libero [.] it







1 Commento a “Bambini in ospedale”

  1. Mirko

    Segnalo su questo tema il volume di due autori da anni impegnati su temi di psicologia clinica con pazienti in età evolutiva affetti da malattie organiche: “La psicologia clinica in ospedale. Consulenza e modelli di intervento” di Carlo Alfredo Clerici e Laura Veneroni (Il Mulino, Bologna 2014).

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