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Bambini e accesso al trattamento psicologico: il ruolo dei genitori

category Psicologia Marisa Nicolini 22 Ottobre 2008 | 6,411 letture | Stampa articolo |
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Succede talvolta che bambini con difficoltà relazionali o in condizioni di disagio psicologico non siano sottoposti agli opportuni trattamenti, pur disponibili e provatamente efficaci, perché i genitori “non credono nella psicologia” oppure “temono che venga cambiata la loro personalità”,

oppure ancora “mio figlio non è anormale!”.

Al di là della posizione polemica su ruolo e funzione della psicologia, che dovrebbe tener conto dell’evoluzione contemporanea di questa disciplina scientifica, e, parallelamente,  della maggiore “credibilità” che essa deve ancora conquistarsi presso una fetta di opinione pubblica, quello che preme agli operatori della salute mentale dei soggetti in età evolutiva è il benessere (mancato) dei minori sottratti alle legittime cure da parte di esercenti la potestà genitoriale sicuramente amorevoli, ma altrettanto sicuramente ignoranti rispetto ai problemi dei figli ed alle possibili soluzioni.

La società civile si deve dunque fare carico della promozione di una nuova cultura della salute mentale che, da una parte, possa superare la diffidenza verso discipline e prassi forse ancora non del tutto “visibili” presso taluni utenti, e dall’altra, permetta di cambiare l’atteggiamento culturale di fronte al bisogno psicologico del bambino ed ai sintomi che egli spontaneamente può manifestare (ad esempio: balbuzie, ansie e paure, condotte auto- ed etero-aggressive, disturbi alimentari, disturbi dell’apprendimento, per citarne alcuni tra i più frequenti; oppure malattie psicosomatiche in cui sia preponderante la componente psichica, quali, ad esempio, alopecia areata, cefalea muscolo-tensiva, disturbi gastrointestinali, ecc.).

Purtroppo, sussiste ancora diffidenza verso la sfera psicologica dell’individuo in quanto permane la correlazione con la “follia”, che tuttora suscita timori e meccanismi di difesa tendenti a negare l’esistenza dei problemi.

Di conseguenza, mentre nessun buon genitore si sognerebbe di non sottoporre il figlio alle cure, ad esempio, dell’ortopedico se presentasse un piedino non perfettamente in ordine, si incontrano ancora genitori che sottovalutano e negano il disagio psicologico di un bambino che presenta difficoltà che non solo “non passano da sole”, ma sono destinate a cronicizzare se non adeguatamente trattate.

Il disagio mentale in età evolutiva

La salute psichica può essere definita come quella condizione psicofisica che consente al minore di sviluppare le proprie potenzialità evolutive, ossia di crescere in una relazione con l’altro sufficientemente buona e in un ambiente idoneo.

Il termine “condizione psicofisica” mette in evidenza che l’individuo è una unità psico-somatica nella quale mente e corpo sono in collegamento dinamico e inscindibile: ne consegue che salute fisica e salute mentale sono strettamente interdipendenti, soprattutto nei primi anni di vita.

E’ opportuno ricordare che tutti i bambini fisicamente sani nascono con gli stessi “talenti” e che lo sviluppo di queste potenzialità dipende in gran parte dall’ambiente in cui vivranno.

Allo stato attuale, pertanto, occuparsi di salute mentale dell’età evolutiva significa farsi carico di rendere l’ambiente di vita del bambino quanto più possibile idoneo per il suo sviluppo.

Il disagio mentale si configura, quindi, come condizione di difficoltà e sofferenza per cui lo sviluppo psicologico dell’individuo viene ostacolato. Questo disagio è evidenziato dal bambino e dalla bambina attraverso una serie di sintomi che variano a seconda dell’età e che possono essere a carico sia del corpo che della mente.

Più il bambino è piccolo più i sintomi avranno manifestazione somatica mentre, crescendo, i sintomi coinvolgeranno preferenzialmente la sfera del pensiero.

Molto spesso, però, ciò che il bambino segnala non viene preso in considerazione, a meno che non si possa collegare ad una malattia fisica, e tutt’al più viene represso con una terapia farmacologia.

In questa operazione di negazione del sintomo psicologico sono talvolta alleati inconsapevolmente molti adulti, dai pediatra agli educatori ai genitori, come detto all’inizio, se non hanno una profonda, matura coscienza che la salute è un processo multifattoriale su tre dimensioni: fisica, psicologica e socio-relazionale.

Infatti, la percentuale dei minori che, pur avendone bisogno non arrivano alla cura dei servizi per la salute mentale (pubblici o privati) è ancora piuttosto elevata, pur essendo la consultazione psicologica un diritto del bambino del tutto analogo ad una qualsiasi altra visita medica.

Come contrastare il disagio psicologico

Il primo passo è la prevenzione e il rilevamento precoce dei disturbi.

Poiché i bambini segnalano spontaneamente il loro disagio non è utile effettuare indagini a tappeto (screening) per rilevare il disagio mentale in età evolutiva.

Tuttavia è importante per una prevenzione specifica lavorare a livello integrato sugli indicatori di rischio che possono venir rilevati dai medici di base, pediatri dei servizi consultoriali, operatori sociali e sanitari della prima infanzia, insegnanti, genitori.

Per rilevamento precoce s’intende una valutazione della sintomatologia nell’infanzia e nell’adolescenza che permetta di riconoscere precocemente i primi segni di disagio mentale, proponendo le eventuali misure terapeutiche che risolvano il problema o ne evitino la cronicizzazione.

Infatti, sia che l’intervento sia posto in essere dai servizi pubblici territoriali che da professionisti privati, gli obiettivi del trattamento sono:

  • impedire che il disturbo (segnale di disagio) si strutturi e diventi più grave, non essendo i disturbi psicologici di una certa rilevanza e durata soggetti a remissione spontanea;
  • coadiuvare i genitori nel processo di comprensione delle cause dei disturbi dei figli e a cercare forme diverse di rapporto (al di fuori di sensi di colpa sempre in agguato);
  • modificare le patologie più strutturate;
  • riabilitare competenze perdute a causa dei disturbi psicologici, ad esempio difficoltà scolastiche e blocchi nella socializzazione;
  • rafforzare l’identità e l’autostima del minore per evitare il loro coinvolgimento in condotte disfunzionali.

E’ dunque necessario potenziare le iniziative per rilevare, valutare e prendersi cura precocemente del disagio mentale, tenendo conto che le indagini epidemiologiche affermano che circa il 15-20% dei minori presentano disturbi che necessitano di una valutazione, ma che solo la metà di essi accede ai trattamenti. E’ per tale ragione che vanno prese misure specifiche per cogliere, ognuno nel proprio ruolo, l’evidenza della sintomatologia presentata dal bambino e per superare le difficoltà (e le diffidenze) degli adulti nella richiesta di aiuto.

Sostegno al ruolo genitoriale

E’ di primaria importanza restituire competenza ai genitori aiutandoli a superare la resistenza ad entrare in contatto con il disagio mentale dei figli e farsene carico e la diffidenza verso gli operatori psicologico-psichiatrici, spesso vissuti come giudici del fallimento della loro funzione genitoriale piuttosto che come luoghi di aiuto.

Dobbiamo riconoscere che, purtroppo, intorno agli anni ’70 una certa corrente di pensiero tendeva ad attribuire sic et simpliciter alla famiglia, ed in primo luogo alla madre, la responsabilità di tutti i disturbi dei figli, fisici, psichici e relazionali. Si ricorderanno le cosiddette “madri schizofrenogene”, autrici determinanti della discesa dei figli verso gli inferi della schizofrenia.

Ma l’evoluzione scientifica delle discipline psicologiche e psichiatriche in questi ultimi 30-40 anni ha portato a modelli interpretativi e valutativi molto più elastici e realistici: il ruolo dell’ambiente è, evidentemente, importantissimo nella genesi del benessere o del disagio di un bambino, ma oggi si intende ricercare e potenziare le caratteristiche della famiglia, e fornire sostegno nei casi di caratteristiche disfunzionali, anziché attribuire colpe ulteriormente disgreganti il nucleo familiare.

E’ necessario, pertanto, riuscire ad entrare in comunicazione con i genitori, aiutandoli ad assumersi le proprie responsabilità genitoriali sminuendo i timori e i sensi di colpa per eventuali e inevitabili errori, eventualmente indirizzandoli verso luoghi e professionisti idonei ad occuparsi del problema.

Ciò può attuarsi attraverso itinerari educativi con i genitori, in una sorta di psico-educazione che effettivamente può costituire la strada maestra della prevenzione del disagio psicologico di bambini ed adolescenti. Essa si configura come un modo di rendere le famiglie capaci di gestire sempre più autonomamente i problemi rafforzando le loro abilità strategiche e le risorse nel rapporto con i figli.

Operando per aumentare le competenze comunicative ed educative dei genitori si opera direttamente a favore del benessere dei bambini, a condizione che:

  • si superi la logica degli interventi straordinari, estemporanei, per produrre cambiamenti stabili e calati nel tessuto sociale;
  • ci si integri con gli altri eventuali progetti di intervento portati avanti dai vari attori sociali, per superare il rischio della frammentarietà e della sovrapposizione;
  • si progettino i propri interventi in una logica circolare, in cui i genitori siano coinvolti nella progettazione e non restino i meri destinatari dell’intervento.

Conclusioni

Dopo molti anni in cui i genitori sono stati considerati la causa diretta dei disturbi psicologici dei propri figli ed esclusi da setting e progetti terapeutici, oggi i genitori vengono considerati una risorsa nel recupero della salute psichica dei bambini ed integrati nei processi di riabilitazione/terapia.

Ciò significa che essi stessi sono attori partecipi e consapevoli dei cambiamenti cui il bambino deve dar luogo per (ri)stabilire un livello adeguato di benessere e, come tali, mamme e papà sono ormai chiamati a prender parte, in varie forme, agli interventi sui disturbi psicologici dei bambini.

Ma per arrivare a questo punto di forza del trattamento, occorre che, in primo luogo, i genitori riescano ad entrare in contatto con il disagio psicologico del figlio senza sentirsi colpevoli, senza nascondere la testa sotto la sabbia per non sentire il dolore di presunti fallimenti  e la vergogna per ipotetici errori.

Fare il genitore è, vox populi, il mestiere più difficile del mondo, non sono previste scuole né tirocini, eppure è la chiave di volta dell’architettura sociale e del benessere individuale.

Facciamo in modo che l’amore che proviamo per i nostri figli non accechi la nostra lucidità: se ci rendiamo conto di problemi che con il tempo (una ragionevole, ma limitata, quantità di tempo) non passano, anzi si aggravano, chiediamo aiuto. Questo non segnerà la nostra debolezza, bensì la nostra forza di guardare in faccia la realtà senza timori.







1 Commento a “Bambini e accesso al trattamento psicologico: il ruolo dei genitori”

  1. LAURA

    Volevo solo esprimere il mio assenso a tutto quanto scritto
    Sono una mamma che ha visto suo figlio improvvisamente avere un forte disagio nei rapporti con gli altri e che ha chiesto aiuto con molta serenità ad un centro specializzato.
    E’ stata durissima parlane con mio marito che subito ha pensato ad una qualche malattia mentale che comunque nulla ha a che fare con mio figlio.
    Ora stiamo iniziando questo cammino insieme e credo che già solo questo non possa che far bene al mio bambino.

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