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Autocoscienza: conoscere il proprio mondo interiore

category Psicologia Nienteansia.it 1 Dicembre 2007 | 7,330 letture | Stampa articolo |
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L’autocoscienza si esprime attraverso l’osservazione, acritica e non finalizzata, dei propri stati interiori. Questo tipo di attenzione verso i propri sentimenti, pensieri, emozioni e motivazioni può essere definita come ragionamento riflessivo. Essa viene definita acritica poiché è scevra di giudizi che causerebbero una sua distorsione; spesso infatti i pensieri e i sentimenti più profondi sono in contrasto con le norme morali alle quali tentiamo di conformarci. È inoltre non finalizzata poiché non possiede scopi né motivazioni secondarie; il suo unico obiettivo è quello della conoscenza, attraverso la quale poter giungere alle origini dei pensieri e dei sentimenti.

Vi è un secondo livello di autocoscienza, definito come riconoscimento di sé, che fa invece riferimento alla capacità di un individuo di riconoscere se stesso, per esempio davanti ad uno specchio, così come di riconoscere la propria voce ed il proprio odore, nonché di rappresentarsi mentalmente il proprio corpo. Il ragionamento riflessivo è qualcosa di più complesso, una capacità di ragionare su se stessi, di produrre un discorso interiore attorno al proprio essere non solo fisico ma anche spirituale. Tale funzione ci permette di percepirci nella nostra unicità, come esseri umani distinti rispetto agli altri. Il ragionamento riflessivo, che rappresenta la parte più evoluta dell’autocoscienza, si sviluppa soltanto in seguito all’acquisizione del riconoscimento di sé. Un bambino di un anno e mezzo in genere manifesta già una buona capacità di riconoscimento di sé, ma non è ancora in grado di ragionare sul proprio mondo interiore poiché ancora non possiede una capacità di ragionamento riflessivo abbastanza sviluppata.Tale abilità viene acquisita verso i tre-quattro anni di età e si esprime inizialmente come possibilità di rendersi conto che esiste un mondo virtuale, non presente concretamente e del tutto invisibile agli altri, che è il mondo fenomenologico delle emozioni, dei sentimenti e dei pensieri, delle fantasie e dei suoni, delle idee, e così via. Questo mondo è il regno dell’autocoscienza, ossia il mondo della riflessività, per cui l’individuo esamina ed osserva, è in grado di percepire ed analizzare non soltanto il proprio corpo, non soltanto le proprie azioni, ma anche le proprie intenzioni, le proprie fantasie, i propri sentimenti.

Il mondo dell’autocoscienza può essere anche definito, attingendo alla terminologia psicoanalitica, come conscio. E’ conscio tutto ciò di cui noi siamo consapevoli, tutto ciò che vediamo, percepiamo o sentiamo. Inconscio è invece ciò che non vediamo, che non siamo in grado di percepire e che al tempo stesso è presente e agisce. L’inconscio è vivo, si muove ed opera sebbene noi non ne possediamo la consapevolezza. La psicoanalisi ci dice che la maggior parte delle nostre conoscenze sono non autocoscienti; riflettendoci con attenzione pare effettivamente che le cose stiano così. Pensiamo per esempio a tutte le cose che sappiamo fare pur non essendo in grado di spiegare come. Sappiamo andare in bicicletta, ma come siamo in grado di farlo? Siamo in grado di intuire in funzionamento di determinati apparecchi ma se qualcuno ci chiedesse di spiegargli il meccanismi che ne stanno alla base non saremmo in grado di farlo. Utilizziamo regole grammaticali senza averle mai studiate o addirittura senza sapere della loro esistenza.

Il lavoro dell’autocoscienza deve avere ha come obiettivo la comprensione di questi comportamenti, deve condurci lungo la via della scoperta dell’inconscio, e renderci così più consapevoli, più autocoscienti della nostra interiorità. Solo in questo modo infatti potremo avere pienamente coscienza di noi stessi, sia in chiave introspettiva che in riferimento ad attività che vorremmo svolgere in futuro: essere consapevoli delle proprie capacità, del modo di reagire alle avversità, dei comportamenti che ci sono abituali e dei limiti che possediamo fornisce una prospettiva più realistica riguardo ad aspirazioni e possibilità. In un certo senso potremmo dire che esplorare la nostra parte ignota ci aiuta ad utilizzare in maniera più efficiente quella nota.

Il riconoscimento di sé è presente in alcune specie animali evolute, quali gli scimpanzè e gli oranghi. Se posti davanti ad uno specchio questi animali, dopo un primo momento di stupore, sono in grado di riconoscere la propria immagine pur non avendo mai avuto in precedenza la possibilità di vedere la propria immagine riflessa. Recentemente è stato dimostrato attraverso diversi studi che anche i delfini e gli elefanti possiedono questa capacità, mentre cani e gatti, al contrario, non si riconoscono allo specchio e scambiano la propria immagine riflessa con animale estraneo. Per quanto riguarda il ragionamento riflessivo non esistono ancora studi in grado di stabilire con certezza se gli animali capaci di riconoscere la propria immagine allo specchio lo possiedano o meno.







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