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Aspetti della corporeità: “in assenza di corpo” – ascesi e anoressia. Spazialità orizzontale e “Clinica psicologica dell’obesità”

category Psicologia Giuseppe Maria Silvio Ierace 5 Giugno 2014 | 1,499 letture | Stampa articolo |
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Quanto ideale di libertà racchiude la forza di contrastare il cibo, quanta voglia di librarsi sul mondo, quanta esaltazione nel non cedere alle lusinghe e quanta dominatrice oppressione e intrusione esprime questa tendenza all’inafferrabile evanescenza, se la paura maggiore consiste nell’essere invasi dal nemico?

La retrazione all’interno del riccio esclude l’alterità, la chiusura si fa impenetrabile, ma ingloba l’anima nella medesima sua prigione. Il divieto d’accesso s’estende all’appropriazione: “io sono mia!” e tutte quelle propaggini, che potrebbero coinvolgere in una relazione, vanno mutilate, come le corna dell’ariete, rimasto impigliato nel cespuglio sul monte, per non essere sacrificati da Abramo (Genesi XXII, 13). Lo shofar d’uno Yom Kippur in cui espiare la femminilità assumente e l’intrusione indesiderata, l’autosufficienza e la stessa presenza, il cedimento e la ricettività. Al posto dell’accettazione, la desessualizzazione.

Se non si ha corpo non è possibile morire e la morte è presa in scacco mentre l’eternità trionfa”, conclude così il suo sintetico, ma denso, saggio “In assenza di corpo” , (Vertigo, Roma 2013) Mario A. Careddu.

La polarità eterofagica d’annessione, d’orizzontalità coesiva, di limitata terrenità, dai riverberi di maternale dipendenza, circoscrive l’obesità temuta dalla contro-polarità autofagica che invece l’antagonizza in un’impossibile verticalità, di assenza estatica, in un eterno presente di parentesi quantica, in-separazione fusionale, pre-nascita. Il superamento del bisogno incrementa l’autostima, rivalorizzando il Sé, ma non scalfisce l’a-duale trascendenza, né l’entità duale del sacrificio.

Ricevere, annettere, incorporare corrisponde a una perdita di ideale e quest’espressione “in uscita” riporta inevitabilmente a una dimensione spazio-temporale d’indifferenziazione, e di satura completezza narcisistica. Negare la perdita, che il cibo non può sostituire, consente il recupero di quella madre che non abbandona mai.

La proposta alimentare rappresenta una dislocazione relazionale, fatta di distacco e rifiuto. La divergenza diventa respingimento, l’incontro scontro, e la reazione di fuga dall’appropriazione elude la presa di ciò che non può essere oggetto di possesso. In una sorta d’inversione dell’horror vacui, si concupisce l’inafferrabilità. L’impenetrabilità difensiva, idealizzata in un’occlusiva inaccessibilità, si sintetizza poi nella risposta della “Luna rossa” di Vincenzo De Crescenzo: “Ccá nun ce sta nisciuna!…”.

Per rendersi inespugnabile e non dipendere occorre decorporeizzarsi, non essere per trascendere. Come nei vasi comunicanti, la destituzione oggettuale lascia spazio all’idealità, perché deprivazione e scomparsa non corrono il rischio di riservare brutte sorprese, nel timore d’essere colti impreparati. La forzata autolimitazione respinge ogni possibile attacco, evitando tutti gli elementi di perdita.

Il vissuto disincarnante si concretizza nella dispercezione della somaticità, oltre che nell’espulsione d’ogni eventuale internalizzazione. Il vomito e l’amenorrea liberano, ostacolando un’invasività dalle implicazioni fecondatrici, distanziano da quell’oggettualità materna, rivelatasi fallica. Le parti più infime, dall’ombelico (simbolo per antonomasia di dipendenza) in giù vengono escluse dall’assoluta inaccettabilità. Il vissuto fusionale non prevede reciprocità e, se non vi sono scambi, vengono meno le annessioni e con esse il pericolo di dissiparle, restandone privi.

L’ipercinesia corrisponde al precipitoso allontanamento, sradicante e sottrattivo, ma implicitamente è pure un’ambigua richiesta d’intervento su d’una carenza fantasmatica trascendente. E sì, perché la dislocazione metacorporea del vissuto mistico si distanzia dal somatico, trascendendo le percezioni, ma cogliendo il momento estatico.

In questo caso, a seconda del diverso impegno passionale, l’attivazione dopaminergica dei recettori corticali dell’emisfero destro può risultare edonistica, dionisiaca, altrimenti, se dissociata dal circuito limbico,  transemotiva, e quindi apollinea. Forse, per questo si spegne l’eccitazione acquisitiva, si controllano con forza gli impulsi e ci si vota definitivamente alla rinuncia.

 

Antonio R. Damasio, in “Descartes error: emotion, reason and the human brain” (1994), espone la teoria del marcatore somatico che spiegherebbe il processo decisionale come combinazione di due fattori principali, di cui uno logico, determinato dall’attività corticale, l’altro emozionale, basato sulle percezioni corporee. Da qui la preferenza per una gratificazione immediata a scapito di conseguenze dannose a lungo termine, consueta nei soggetti dipendenti da uso di sostanze e/o con disturbo ossessivo-compulsivo.

Con “Neuropsicologia dell’Obesità” (in Clinica psicologica dell’obesità, a cura di Enrico Molinari e Gianluca Castelnuovo, Springer, Milano 2012), Riccardo Pignatti ci ricorda che questa espressione venne utilizzata per la prima volta da Michael Myslobodsky nel 2003 (Gourmand savants and environmental determinants of obesity), allo scopo di includere una nuova disciplina fra quegli studi sperimentali che fino a quel momento si erano occupati del discontrollo cognitivo nella gestione delle attività gratificanti e rischiose.

Il modello descrittivo, affettivo-cognitivo, del comportamento di sovralimentazione non sembrava diverso da quello generale delle cosiddette dipendenze. Tratti ansioso-nevrotici e antisociali sono consueti tra alcolisti e bulimici, anche se appaiono mitigati tra le donne obese (Palme G. e Palme J., 1999).

La sottostima nell’introduzione di cibo proviene da una rilevante distorsione cognitiva relativa, molto frequentemente, all’informazione visiva. A parità di sensazione di sazietà, in assenza di visione, si tende a introdurre un apporto minore di oltre un quinto (Linné Y. et al.).

L’assunzione aumenta se viene servita una varietà di alimenti con differenti caratteristiche sensoriali e nutrizionali, rispetto a una maggiore monotonia prandiale (Sensory-specific satiety di Barbara J. Rolls, 1986).

La sazietà sensoriale specifica segue anche la variazione di colore e di forma. Dunque, oltre la distensione gastrica e il rilascio di peptidi intestinali, fattori esterni, come la visione, influenzano i meccanismi coinvolti nel comportamento alimentare. Una minore attenzione agli stimoli esterni ha l’effetto d’incrementare proporzionalmente la sensazione di pienezza.

La tipizzazione del funzionamento cerebrale di iper-responsività ad attività che conducono a ricompensa sarebbe correlata al disordine dell’attività dopaminergica, geneticamente indotto, di Reward Deficiency Syndrome (Blum K. Et al., 1996), che induce difficoltà nell’adattamento socio-ambientale per un differente approccio cognitivo, caratterizzato da minore flessibilità e maggiore disinibizione nei confronti d’una qualsiasi fonte d’eccitazione.

 

Con la contrazione d’ogni apertura rivelatrice di legame, nell’anoressia, si compie la sottrazione di qualsiasi allettamento in un’ineffabile sparizione. Si nasconde la testa sotto la sabbia, come si dice faccia lo struzzo, in una specie di “autonomizzazione a scomparsa”. L’indefettibile indistinzione è slimitante, non spazializza, non separa; favorisce la regressione all’indietro, all’origine e anche oltre, nella prenascita.

Introiezione e incorporazione vengono contrastati dall’antagonismo e ipercontrollo d’un “vade retro” perturbante (Das Unheimliche) tentatore materno, desiderato per la sua anaclitica gradevolezza e dunque apportatore carico di quei bisogni dai quali non farsi coinvolgere.

È questa la compiutezza dell’incorporeo, uno spazio che non tende a espandersi ma a sovrastare. La presenza scompare in una negazione di dipendenza dall’esserci, quasi una magica sparizione da prestidigitazione e illusionismo da palcoscenico, non una fuga vera e propria, poiché il movimento di rifiuto è, più che altro, interpretato nell’invisibilità. Estraniandosi dallo sguardo, ci si sottrae al possesso; per non farsi sorprendere nella reciprocità, in cui occorre pur concedere qualcosa, ci si soggettivizza fino allo stremo, narcisisticamente. Però, in un’istanza narcisistica aliena, distanziante ed espulsiva, perché profondamente slimitante e desomatizzata.

La comprensione porta al riempimento, la sintonia di senso alla coesperienza, invece il cupio dissolvi costituisce il sublime sacrificio, letteralmente “farsi sacro”, spirituale, etereo, intangibile, intoccabile.

La perfezione è annullamento e l’ascesi fallica, incongruamente, accresce l’autostima. In quanto defuturizzante, la regressione fusionale è un’ottima profilassi all’angoscia, mentre la decorporeizzazione incrementa l’autonomia e, cancellando il luogo dove avviene l’inscrizione relazionale, scompagina la compressione genitoriale. Questa parte limitante corrisponde all’aspetto di quella femminilità-maternità negativa e per ciò stesso all’invasione e al controllo dal quale non si vuole dipendere. Se il materno configura il bisogno, occorre rifiutare entrambi. Non cedere è comunque un atto aggressivo che fa sentire colpevoli e spinge ad autopunirsi, rivolgendo l’autoaggressione al proprio corpo-Sé.

Facilitando la separazione, l’inedia difende dall’espropriazione. L’Odisseo anoressico si lega all’albero della sua piccola imbarcazione per non farsi sedurre dal richiamo intrusivo della sirena materna, percettivamente insidiosa perché stracarica della sua identità di ruolo, iperpresente e immanente, dal quale ci si vuole svincolare per diversificarsi.

Così come viene respinta l’intrusione alimentare materna, si rigetta la materialità dell’ampiezza e s’investe sulla leggerezza e la tenuità, con cui s’accede a un ideale esile, fusionale, precludendosi contemporaneamente un’identità tutta propria. L’evanescenza impalpabile con favorisce l’incontro, anzi ostruisce il contatto interpersonale. Per eccesso di difesa del proprio spazio interiore, si nega il corpo per negare l’altro.

La distanza si traduce in autosufficiente riconnessione a-duale a sé e in simmetrico controffensivo attacco a qualsiasi tentativo di possesso. Perché, in fondo, il rifiuto è rivolto  al potere genitoriale che il cibo rappresenta, ma la negazione del bisogno va a stratificarsi nell’ambito familiare, in un conflitto presenza-assenza, in cui il legame parentale non è ammesso, anzi caparbiamente contestato.

L’io si fonde con l’ideale, da cui risulta una progettualità simbiotica, pre-oggettuale, pre-relazionale, impalpabile, spirituale, d’un vissuto interiore, in cui predomina l’illusione e l’isolamento. Ciò che è disafferrante sfugge e paradossalmente l’eccessivo controllo non contiene.

La fantasia decorporeizzante maschera una tendenza autosoppressiva dalle valenze espiatorie, fuoriuscite da dinamiche di colpa per l’aggressione primaria al seno materno frustrante. Pertanto, ciò che è materno viene ora tenuto lontano, che sia cibo, femminilità, mestruo, gravidanza.

Si modella il corpo nella magrezza per contrastare proprio questa eventualità ampliativa, fino a confondere la desiderabilità con l’anerotico, insomma con l’inessenza. Il cibo inclusivo è sostanzialmente materno e fallico, a un tempo, l’ingestione fecondante, la relazione un bisogno di cui dover fare a meno. In ultima analisi, inaccettabile diviene l’immanenza nella diade orale-genitale, persino l’inserimento nel mondo.

L’esternalità inglobabile rende tutto inappetibile e quanto non può essere immesso non viene neppure ammesso, permesso, concesso. La perdita riguarda la modalità oggettuale; con la scomparsa percettiva, non appropriativa, non acquisitiva, addirittura apparentemente anaggressiva, si attua anche la sottrazione allo sguardo d’un’alterità destituita della sua presenza. Ciononostante, l’apporto rifiutato incombe da inaccettabile invasore.

Eppure, come lo spettro non si riflette nello specchio, l’inconsistenza dell’amplificazione narcisistica non è vista, né intuita, e la dimensione speculare, nel ribaltamento della fiaba di Biancaneve, rimanda all’osservazione soltanto l’assertività d’un moltiplicato desiderio di vuoto.

Nella pseudo-autonomia del rifiuto, si nega la dipendenza e si conferma, sia pur simbolicamente, la ferma impellenza di liberarsi dai bisogni. La finalità dereificante incita a un’aggressione al materno interiorizzato, destituito di relazionalità e coesperienza, e comunque coincidente con l’io, nonostante questo sia defuturizzato, infaustamente rivelandosi una vera e propria autoaggressione, scotomizzata dall’illusione che non ci sia più nulla da dissolvere.

 

Giuseppe M. S. Ierace

 

 

 

Bibliografia essenziale:

Blum K., Cull J., Braverman E., Comings D. E. Reward Deficiency Syndrome, Am Scientist, 84, 132-145, 1996

Careddu M. A. In assenza di corpo. Aspetti della corporeità nell’anoressia mentale, Vertigo, Roma 2013

Damasio A. R. Descartes error: emotion, reason and the human brain, Picador, London 1994

Ierace G. M. S. Psichiatria culturale dei disturbi alimentari, http://www.nienteansia.it/articoli-di-psicologia/disturbi-e-patologie/psichiatria-culturale-dei-disturbi-alimentari/1429/

Ierace G. M. S. Gli alti e bassi di Biancaneve e la mistica della femminilità, http://www.nienteansia.it/articoli-di-psicologia/atri-argomenti/gli-alti-e-bassi-di-biancaneve-e-la-mistica-della-femminilita-l%E2%80%99amore-in-piu-fa-la-famiglia-e-l%E2%80%99unione-fa-la-coppia/2101/

Ierace G. M. S. Senza limiti: disturbi del controllo degli impulsi, http://www.nienteansia.it/articoli-di-psicologia/disturbi-e-patologie/senza-limiti-%E2%80%93-disturbi-del-controllo-degli-impulsi-%E2%80%9Cnuove%E2%80%9D-dipendenze-comportamentali-o-tecnologiche-ipersessualita-problematic-internet-use-ludopatia%E2%80%A6/2726/

Linné Y. Barkeling B., Rössner S., Rooth P. Vision and eating behavior, Obes Res 10 (2), 92-95, 2002

Molinari E. e Castelnuovo G. (a cura di) Clinica psicologica dell’obesità, Springer, Milano 2012

Myslobodsky M. Gourmand savants and environmental determinants of obesity, Obesity Reviews, 4 (2), 121-128, 2003

Palme G. & Palme J. Personality characteristics of females seeking treatment for obesity, bulimia nervosa and alcoholic disorders, Personality and Individual Differences, 26 (2), 255-263, 1999

Rolls B. J. Sensory-specific satiety, Nutr Rev 44, 93-101, 1986

 







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