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Sono più le persone disposte a morire per degli ideali, che quelle disposte a vivere per essi. H. Hesse
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Ascoltare: una condizione interiore

category Psicologia Alfonso Falanga 18 Maggio 2010 | 6,246 letture | Stampa articolo |
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Ascoltare non è una tecnica, se per tale intendiamo una procedura standardizzata tesa ad ottenere uno specifico risultato.

Ascoltare è una condizione interiore che si traduce in una procedura comunicativa il cui fine  è  giungere non ad esiti prevedibili bensì, al contrario, a conclusioni che si distanzino da ogni punto d’arrivo definibile a priori.

Ascoltare è in primo luogo una condizione emotiva, vale a dire è la disponibilità ( ed il coraggio ) a riconoscere le proprie emozioni derivanti dalla relazione con chi chiede ascolto ovvero ad affermare le emozioni dell’altro attraverso l’esito che esse producono nella propria sfera emotiva. In ciò consiste, ad esempio, accogliere la propria rabbia di fronte alla paura altrui, ammettere la propria paura quale specchio di una rabbia esterna, riconoscere in sè la tristezza sperimentata a cospetto della tristezza o paura dell’interlocutore.

Da quest’ottica l’ascolto è un continuo, ed inevitabile, auto-ascoltarsi che conduce a riconoscere l’altro per ciò che è, vale a dire a definirlo al di fuori di ogni proiezione del proprio mondo nel suo.

Dove c’è fusione e confusione di mondi non c’è quel genere di ascolto che racchiude, nello stesso tempo, distinguersi e comprendersi. Tutt’al più, dove si è prodotta confusione e fusione, c’è attenzione, una genuina spinta ad aiutare forse, probabilmente un sincero rammarico per il disagio altrui. Può darsi che ci sia anche autentica sofferenza. Un patire, insomma, che è simpatia e non empatia, un capire senza comprendere, uno spiegare senza riconoscere, un accogliere senza distinguere sé dall’altro che si accoglie. Un fargli compagnia nel disagio piuttosto che accompagnarlo al di là del disagio.

Tutto, tranne che ascolto, processo che è primariamente escludente in quanto meglio definito in base a ciò che non è piuttosto che a ciò che è.

In  apparente contraddizione con quest’ultima affermazione  aggiungiamo che ascoltare è anche una condizione cognitivo/ filosofica ossia è un modo di porsi, e di proporsi, nei confronti di chi chiede ascolto e da cui derivano obiettivi e mete.

Si può ascoltare per dare sollievo, riconoscimento, per de-confondere. Lo si può fare per produrre un cambiamento, piccolo o grande che sia, nel sistema di riferimento di coloro a cui ci si relaziona. Qui, infatti, non ci riferiamo esclusivamente all’ascolto messo in atto dal terapeuta o comunque da ascoltatori professionisti. Il nostro oggetto di riflessione riguarda una dinamica relazionale che ha origine quando, nella vita di tutti i giorni, ognuno in qualità di genitore o figlio o coniuge oppure di collega o amico, si pone in una condizione di accoglienza dell’alterità  del figlio triste o spaventato, del coniuge arrabbiato, del collega arrogante, dell’amico indifferente … Ed al fatto che, a volte, la risposta che diamo al comportamento osservato si fa beffe delle nostre buone intenzioni e, paradossalmente, lascia le cose così come sono, se non peggio.

In ogni caso, a prescindere dalle circostanze e dai ruoli, ascoltare presuppone una visione dell’individuo come essere in divenire, concezione che a sua volta comprende una considerazione del cambiamento come processo non solo necessario ma inevitabile. Si cambia, cioè, nonostante tutto, a dispetto di ogni resistenza, di ogni vincolo con il passato. L’ascolto prevede una storia dell’uomo come connessione, mai conclusiva, di eventi.  L’ascolto fa del passato un riferimento ma non la causa unica ed inalienabile dell’agire attuale. Pertanto esso è apertura e progetto.

A questo punto diventa inevitabile porsi alcuni quesiti:

cosa vuol dire, nel concreto, considerare l’individuo un essere in divenire?

Domanda che contiene, come in un gioco di scatole cinesi, altre domande … interrogativi che sono diretti o indiretti … quesiti che emergono proprio dalla natura dell’ascolto quale processo complesso ed  escludente.

Proviamo, allora, a fornire qualche risposta.

-          Posizione esistenziale

In Analisi Transazionale con i “posizione esistenziale” si intende un particolare atteggiamento nei confronti di sé stessi, degli altri e del mondo in genere. Ovvero, attraverso tale definizione, si denota il valore che ognuno attribuisce a questi tre elementi.

In questa sede non importa individuare l’origine psicologica di questa fondamentale variabile dell’agire umano quanto evidenziare in che modo e misura essa orienti l’ascolto.

La teoria analitico – transazionale individua quattro basilari posizioni esistenziali:

Io sono Si – Tu sei No;

Io sono No – Tu sei Si;

Io sono No – Tu sei No;

Io sono Si – Tu sei Si.

Risulta subito evidente la negazione che segna i primi tre atteggiamenti. Ognuno di questi presenta una svalutazione si sé o dell’altro oppure di entrambi. In ognuna delle tre circostanze non solo viene messo in crisi il valore dei soggetti singoli ma anche quello della relazione che instaurano tra loro. Come a dire, essi, relazionandosi, si fanno più male che bene. Anzi solo male.

Nel primo caso ( Io Si – Tu No) il rapporto si fonda sulla totale svalutazione dell’interlocutore ( “Tu” può anche rappresentare l’umanità in genere, il mondo, il gruppo di appartenenza così come un singolo individuo in carne ed ossa) ed è teso non a risolvere tale squilibrio bensì a reiterarlo.

Io Si – Tu No esprime, ad esempio, la posizione del narcisista che considera il mondo un’ appendice del suo mondo, che considera gli altri ( dal suo vicino di casa alla collettività sociale a cui appartiene senza sentirsene parte ma proprietario) ombre vaganti illuminate esclusivamente dal suo splendore.

Io Si – Tu No è la posizione di chi si sente in dovere di dedicare il proprio tempo ( se non l’intera sua esistenza) a sostenere gli altri ( come per il narcisista, di cui questa figura caratteriale è un ulteriore manifestazione, gli altri sono il singolo così come l’intera società), altri ritenuti aprioristicamente incapaci e dipendenti, e a sostenerli senza che ci sia una diretta richiesta di aiuto.

Io sono No – Tu sei Si è, invece, l’atteggiamento interiore ( che si traduce in comportamenti esteriori) di chi ritiene sé stesso sempre e comunque subalterno al mondo e da esso, aprioristicamente ma inevitabilmente, dipendente. E’ la posizione di chi chiede sostegno senza averne effettivamente bisogno ed accetta aiuto anche quando non si è mai sognato di chiederlo.

In entrambi i due primi casi, la relazione si traduce in un rapporto simbiotico disfunzionale  vale a dire che non risolve e che anzi lascia le cose così come sono, radicalizzandole ed amplificandone la portata dannosa.

L’Io della prima posizione invita alla simbiosi disfunzionale.

L’Io della seconda posizione vi aderisce.

Io No – Tu No esprime un atteggiamento rinunciatario, quello che appartiene a chi reputa del tutto inutile qualsiasi tentativo di modificare anche minimamente l’ambiente, relazionale o materiale che sia.

” A che serve?” : questa è la domanda, già  dotata di risposta, che accompagna l’agire, passivo, di chi interpreta sé e il mondo attraverso l’ottica dell’ Io No – Tu No.

L’Io della prima e della seconda posizione quantomeno individua degli obiettivi.

Nella prima circostanza, l’Io si ritiene indispensabile alla realizzazione di queste mete.

Nella seconda, riconosce lo scopo ma reputa sé stesso del tutto inadeguato alla sua concretizzazione.

Nel prima posizione è come se dicesse ” Se non ci fossi io …”.

Nella seconda, ” Se non ci fossi tu …”.

La terza posizione, al contrario, non individua scopi per cui valga la pena impegnarsi e, pure se ce ne fossero, reputa del tutto inutile anche il solo provare ad avvicinarvisi.

” E’ come se non ci fossimo, né io né tu …”, conclude chi si assesta in questa posizione esistenziale.

Non è da intendersi nemmeno come atteggiamento nichilista se per tale si intende una rottura con la tradizione ( con ciò in cui si è creduto fino ad allora) ed aspirare, però, a nuovi riferimenti valoriali, forse ancora da definire ma comunque ipotizzati.

Ad ogni modo, tutte e tre questi atteggiamenti non prevedono, parzialmente o in toto, cambiamento.

L’oggetto della svalutazione è proprio la possibilità del cambiamento.

Da questo punto di vista, le tre posizioni possono essere lette come

” Io posso cambiare – Tu no”

” Io non posso cambiare – Tu si”

” Né Io né Tu mai cambieremo”.

” Io sono Si – Tu sei Si”, al contrario, è origine ed effetto di un sistema di riferimento dove l’individuo è considerato sempre in possesso delle risorse emotive/ cognitive e comportamentali utili a risolvere ovvero ad agire non in contrapposizione a quelle variabili che inevitabilmente segnano la vita di ognuno ( esempio la genetica, il caso, l’origine sociale) ma a partire da esse. L’essere in divenire è tale in quanto dotato degli strumenti necessari a trovare un margine decisionale all’interno di quel regime costrittivo a cui la vita, spesso, obbliga.

Questa posizione esistenziale, trasferita nella dimensione del cambiamento, diventa:

” Io posso cambiare ed anche Tu puoi cambiare”.

Il cambiamento, dunque, è possibile. E’ previsto.

Il cambiamento, piccolo o grande che sia, materiale e/o non materiale, momentaneo e/o definitivo, è conseguenza dell’agire.

In questo senso la posizione dell’ “Io Si – Tu Si” è l’atteggiamento che comprende l’individuo come essere in divenire.

L’ ” Io Si – Tu Si ” è l’atteggiamento interiore, che si proietta in comportamenti manifesti, di chi si accinge ad ascoltare. E’ la posizione da assumere e mantenere quando si ascolta.

-          ” Io sono Si – Tu sei Si ” : premesse e derivazioni

Come già accennato, non è questa la sede per argomentare in merito all’origine psicologica delle posizioni esistenziali. In ogni caso, è facilmente intuibile che essa vada cercata nella primissima infanzia e che rappresenti l’atteggiamento interiore che, in varia misura e con diverse modalità spesso poco appariscenti, orienta le scelte individuali per l’intero arco della vita.

La posizione esistenziale, infatti, nella teoria analitico – transazionale, è il punto di vista da cui si dirama il copione ovvero il piano di vita che la persona  (fin da piccola) decide ( in forma originariamente pre verbale) per sé e che reitera, negli anni a venire, con le sue scelte.

La posizione esistenziale è dunque l’origine del sistema di riferimento della persona, quel complesso, cioè, normativo/ valoriale di cui il copione è parte.

Stando così le cose, considerare l’individuo un essere in divenire, vale a dire assumere una posizione Io Si – Tu Si, vuol dire  intervenire sul proprio copione? Significa agire sul proprio sistema di riferimento? In sostanza, qual genere di impegno intrapsichicho ( e di quale portata) deve sostenere chi si propone quale ascoltatore?

Una risposta a tale interrogativo ha come premessa la connessione tra l’assumere la posizione Io Si – Tu Si ed un atteggiamento emotivo / cognitivo che possiamo definire ” sospensione del giudizio”. Tale terminologia non rimanda al modificare necessariamente le proprie convinzioni oppure imbrigliarle mediante imperativi ( che sono ulteriori giudizi) del genere ” Non  devo giudicare!” , ” Non è giusto giudicare” ecc.

” Sospendere il giudizio” è essenzialmente avvicinarsi all’alterità di chi chiede ascolto privi dell’impellente bisogno di irretirla all’interno del proprio sistema di riferimento. Di spiegare. Di giustificare. Di emettere diagnosi.

La sospensione del giudizio fa parte di quell’equilibrio mentale che spesso cerchiamo in formule psicoqualcosa e che, più semplicemente, consiste nel tenere presente che altri mondi ( emotivi e cognitivi) esistono al di là del nostro.

E’ questa equivalenza di mondi che dà sostanza alla posizione Io sono Si – Tu sei Si.

-          Il caso dell’asino che vola

L’altro : ” Sai, oggi ho alzato lo sguardo al cielo è ho visto un asino volare”

Noi : ” Io non ho mai visto asini volare. Gli asini di mia conoscenza non volano. In ogni caso, dove credi che andassero, i tuoi asini?”

Frammento di dialogo tra chi ha una visione e chi ha la “testa sul collo” … Nella quotidianità, quante volte ci capita di sentire affermazioni che, pur se non si riferiscono ad asini in cielo o ad altre fantasticherie, sono comunque molto distanti dal nostro modo di pensare, dalla nostra visione di noi stessi, degli altri e del mondo? Quante volte vorremmo rispondere a chi sbandiera certezze prive, ai nostri occhi, di alcun fondamento con un lapidario ” ma veramente credi a quel che dici?”.

A volte lo facciamo, a volte no. Lo facciamo semmai quando la relazione non ha per noi un valore tale da costringerci alla fatica del dialogo con chi “vive in un altro mondo” emotivo e cognitivo.

In circostanze diverse, ruoli ed interessi fanno di quel rapporto una dimensione in cui non ci è concesso esprimerci con un ” ma per favore …”. A volte, insomma, siamo ” costretti” ad ascoltare. Altre volte lo vogliamo. O lo vorremmo. Lo vogliamo semmai perché ne sentiamo noi stessi il bisogno. Sentiamo la spinta a comprendere lo scopo degli ” asini che volano” e ci accorgiamo che più siamo motivati, dunque più coinvolti, maggiore è la difficoltà a riconoscere l’alterità senza confonderci e fonderci in essa. In pratica, più vogliamo ascoltare e più le emozioni e giudizi/ pregiudizi rendono difficile la necessaria sospensione. Più la relazione è per noi significativa, maggiore è l’urgenza di incorniciare l’alterità di chi ci sta di fronte nel nostro sistema di riferimento. Di farne un pezzo del nostro copione di vita. Un suo tassello ulteriore. Una sua conferma.

Che fare? Per ascoltare, dunque, è necessario dimenticarsi? Girare lo sguardo ai propri vissuti per accogliere i vissuti dell’altro?

” Io non ho mai visto asini volare. Gli asini che conosco io non volano. Ma dove credi che andassero, i tuoi asini?”

Questa ipotetica reazione indica un modello comportamentale che ci fa supporre che così non è. Non è necessario, cioè, presentarsi all’altro come una pagina bianca, qualora ciò fosse possibile.

Anzi sospendere il giudizio implica, paradossalmente, essere pienamente consapevoli dei propri valori, convinzioni, idee ed opinioni. Altrimenti di che sospensione si tratta, se non si sa cosa sospendere?

La sospensione del giudizio, in altri termini, è un’ ulteriore espressione dell’auto-ascoltarsi attraverso l’ascolto dell’altro.

Ascoltare, così inteso, è coscienza e non scienza. E’ scienza, però, quando il suo linguaggio si distanzia dal senso comune vale a dire dalla ordinarietà del linguaggio quotidiano.

Ma questo è un capitolo che affronteremo in seguito.

-          La sospensione del giudizio : il punto di vista analitico – transazionale

L’Analisi Transazionale ritiene che la struttura caratteriale sia costituita da tre dimensioni, distinte ma tra loro in costante ” dialogo”,  chiamati Stati dell’Io. Ne definisce uno come Genitore, un altro come Adulto ed il terzo come Bambino .

Il primo racchiude il sistema etico della persona (valori, idee, convinzioni, opinioni, pregiudizi) ed è la base normativa su cui si fonda l’approccio dell’individuo agli altri ed al mondo, oltre che a sé stesso.

Lo Stato dell’Io Bambino, che comprende il nucleo dell’emotività personale, è costituito da emozioni, sentimenti, percezioni, sensazioni che richiamano il passato a cui come un elastico, di fronte a particolari stimoli, rimandano la persona.

Il Bambino esprime nondimeno emozioni che si fondano sul presente, che nascono cioè, anche se su basi antiche, dal contatto con cose e persone appartenenti al qui ed ora .

La forza dell’A.T. è proprio in questa sua visione dell’individuo come entità capace di svincolarsi dai retaggi del passato per produrre risposte autonome, vale a dire adeguate  a ciò che si è al momento, al di là di ciò che si è stati.

Tale approccio filosofico è ancor meglio espresso dal concetto di Stato dell’Io Adulto.

L’Analisi Transazionale, infatti, sostiene che la struttura della personalità, insieme alle dimensioni etiche ed emotive (che pur alimentandosi dell’attualità comunque risentono del passato), contiene una componente logico – razionale mediante la quale ogni individuo ha la capacità di generare comportamenti adeguati al presente, dunque liberi da ogni rimando ad eventi antecedenti .

Da quest’ottica, il comportamento umano, e dunque la comunicazione, si sviluppa contemporaneamente secondo tre direttive : etica/valoriale, logica ed emotiva. In altri termini, la persona agisce con modalità inerenti il contesto relazionale in cui si  sviluppa l’azione, dunque secondo un’analisi di realtà ( logica). Lo stesso comportamento, però, esprimerà anche cosa la persona pensa del contesto, di sé in quel contesto e del contenuto del suo gesto ( componente etica). In aggiunta, quel medesimo comportamento contemporaneamente manifesterà come la persona vive l’ambiente, sé in quell’ambiente ed il contenuto della sua azione ( variabile emotiva).

C’è da supporre che, tra le tre, una dimensione sarà prevalente e lo sarà, c’è da augurarsi, in linea con le esigenze del momento ( il “qui ed ora”). Questo emergere di un livello comunque non elimina l’azione, non manifesta, delle altre due componenti.

In conclusione, ogni azione / messaggio ( verbale e non verbale o solo non verbale) si sviluppa nello stesso tempo sempre e comunque secondo tre indirizzi : etico, logico, emotivo.

Pertanto, se ci vogliamo riferire alla comunicazione tra due persone, la transazione, ossia lo scambio verbale/non verbale, in questo caso consiste nell’incontro/confronto tra sei livelli intrapsichici : due tra essi saranno quelli impegnati nella transazione immediata ( la risposta manifesta allo stimolo altrettanto manifesto). Le restanti quattro costituiranno il sottofondo, di non trascurabile spessore, a quanto accade il superficie.

In base a questo modello relazionale giudicare significa, in sostanza, fermarsi a quanto immediatamente si vede e si sente, ridurre, cioè, la complessità del messaggio al solo livello manifesto ( che sia logico o etico oppure emotivo), applicare definizioni derivanti dal proprio mondo a quella fetta di mondo che traspare nel comportamento dell’altro … scambiando, per di più, quella porzione di esperienza per la globalità della stessa esperienza.

Sospendere il giudizio, in ogni caso, non significa non giudicare, non spiegare o almeno tentare di farlo. Non è rinuncia, cioè, ma è attesa. E’ dare e darsi il tempo necessario affinchè il messaggio si mostri nella sua interezza, affinchè emerga quell’ in più ( che non è il superfluo ma anzi è l’essenziale) che sostiene il comportamento manifesto e lo completi conferendogli senso e non solo significato. In sintesi, è attendere che anche gli altri livelli intrapsichici facciano la loro comparsa … che parlino, che mostrino l’origine dell’esperienza ed i suoi scopi, ossia la sua direzione. Che facciano, quindi, di quel racconto parziale una storia.

Attesa : non è sinonimo di silenzio e/o passività. Non è un semplice far passare il tempo. Anzi è appropriarsi del tempo, quel genere di tempo che non è solo successione di minuti … non è cronologia ma è un tempo, potremmo dire, filosofico, un modo di essere in quello spazio di quotidianità che ci è dato, in  quel momento, di vivere.

Questo modo di essere nel tempo dell’ascolto si traduce in un nuovo linguaggio lontano dalla prevedibilità del senso comune.

Un linguaggio nuovo che crea le premesse emotive , cognitive e linguistiche affinchè emerga quell’in più che dà senso al messaggio. L’in più che non nega il significato delle parole e dei gesti, quelle immediatamente sentite e viste, ma lo trascende.

Ma i temi del tempo e del linguaggio dell’ascolto richiedono altro spazio.

Pertanto rimandiamo l’argomento a successivi interventi.

Alfonso Falanga

Consulente relazionale specializzato in Analisi Transazionale







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