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Alla scoperta del senso di colpa: perché trasgredire ad una regola interna ci fa stare così male

category Psicologia Anna Chiara Venturini 6 Luglio 2011 | 5,318 letture | Stampa articolo |
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“Bellissime quelle scarpe in vetrina… costano un po’… però quasi quasi le compro, anche se..!” “No, domani pomeriggio ho tanto da fare, non posso venire con te!” Oppure ancora.. “L’esame è andato proprio male, avrei dovuto studiare di più!”

Il senso di colpa l’abbiamo provato tutti almeno una volta nella vita; chi per un acquisto pazzo che poi, pensandoci bene, era meglio evitare, chi per aver dato buca ad un amico, e ancora chi avrebbe potuto fare di più e invece si è limitato al minimo indispensabile.

Il senso di colpa è dunque una sensazione trasversale, ubiquitaria ed è legata all’aver commesso qualcosa di biasimevole e dannoso, sia verso se stessi che verso gli altri. Ma in base a cosa si stabilisce la gravità del danno e quindi l’entità del senso di colpa? Secondo la teoria cognitivo comportamentale esistono in ognuno di noi delle credenze, delle assunzioni, dei valori (credenze intermedie) che guidano i nostri comportamenti e che sono il frutto dell’educazione genitoriale, della socializzazione e dell’educazione religiosa. Tali valori vengono interiorizzati e l’individuo li fa propri in maniera più o meno consapevole, utilizzandoli poi come bussole per orientarsi nel mondo in base al “ciò che è giusto fare”. Ma per capire meglio rifacciamoci all’esempio della buca che diamo al nostro amico dicendogli di non poter uscire con lui. Esistono a questo punto due livelli di analisi; il primo, legato al fatto che magari veramente non possiamo uscire con lui perché siamo impegnati, ed il secondo, legato invece alla bugia che raccontiamo per non aver magari voglia di incontrarlo. In entrambe i casi però proviamo senso di colpa… perché? Perché veniamo meno alla nostra regola interna, ovvero alla credenza intermedia “non si deve dire di no ad un amico” nel primo caso, e nel secondo caso alla credenza “non si deve dire una bugia ad un amico”, un po’ come se un bambino ruba una mela al supermercato e poi si sente in colpa perché è venuto meno alla legge morale insegnatagli “non si ruba”. Ovviamente noi non ci rendiamo sempre pienamente conto della trasgressione delle nostre regole interne e quello che avvertiamo è solo il grande senso di colpa. Tuttavia non si tratta solo di trasgredire; un altro elemento fondamentale nel senso di colpa è l’immedesimarsi nell’altro, nella “vittima” cui abbiamo arrecato danno.

Quando proviamo questa forma di responsabilità morale è perché siamo in grado di metterci al posto dell’altra persona, di condividerne gli interessi e i problemi, di immedesimarci, di entrare in una risonanza con le sofferenze dell’altra persona, e di ragionare come se l’azione che noi abbiamo compiuto potessimo noi stessi subirla. Non a caso una delle caratteristiche distintive del disturbo antisociale di personalità (gran parte dei soggetti che affollano le comunità per tossicodipendenti e le carceri sono affetti da un simile disturbo), è il non provare senso di colpa, fatto di solito riconducibile ad un’anomalia dell’amigdala che impedirebbe il riconoscimento delle espressioni vocali e facciali di paura e tristezza con una conseguente difficoltà di immedesimarsi negli altri ( deficit  della teoria della mente).

Provare senso di colpa presuppone quindi capire la sofferenza che si sta arrecando alla vittima e anche l’entità del danno; tuttavia sussiste spesso un senso di colpa che non ha a che fare con gli altri ma che anzi sembra più che altro legato a se stessi. Mi spiego meglio. Se andiamo a considerare lo squilibrio tra il proprio benessere e la sofferenza altrui, il senso di colpa si verificherebbe nel momento in cui si ritiene di aver avuto molto più degli altri, magari anche senza averlo meritato veramente. E’ quello che capita ai compagni di studio che si sottopongono allo stesso esame con esiti diversi: quello a cui è andato bene si sente irrazionalmente in colpa nei confronti dell’amico. Si parla in questo casi di senso di colpa “eterodiretto”, ovvero rispetto al mondo esterno.

Nel caso in cui si verifica invece uno scollamento tra l’immagine ideale di Sè come socialmente desiderabile, integerrima, impeccabile, sempre all’altezza della situazione e l’immagine reale che ciascuno possiede della propria persona, si parla di senso di colpa “autodiretto”. Questo viene sperimentato da chi pretende molto da sé e mantiene un atteggiamento di autocritica e di rigidità per raggiungere standard elevati ( prima posti dai genitori e in seguito adottati dai figli): un’eco delle critiche e delle rigidità vissute in famiglia, da parte di genitori che si aspettavano molti successi dai figli, e che reagivano con durezza e rigore se restavano delusi. Il percorso ha inizio dall’esterno (ovvero dalle richieste provenienti dai genitori), ma finisce poi con il convogliarsi verso l’interno : si tende infatti, successivamente, ad autoimporsi obiettivi e canoni persino più ardui di quelli trasmessi dai genitori, allo scopo di prevenire ogni critica ed ogni rimprovero. Quando si inizia ad imporsi degli standard eccessivi, il percorso distruttivo è già iniziato, soprattutto perchè si manifesterà una progressiva tendenza all’innalzamento degli obiettivi e del livello di difficoltà delle prove in cui si sceglie di cimentarsi. Gli standard dei padri ricadranno così sui figli, in una sorta di nemesi che schiaccia qualsiasi altra volontà diversa da quella imposta. E’ facile immaginare come, nel tempo, questa spirale si trasformi in un vero e proprio calvario, scandito soprattutto dall’ansia di non riuscire più, ad un certo punto, ad adempiere agli sforzi sempre più ardui che si richiede a sè stessi. Per questa ragione la stragrande maggioranza delle condotte autopunitive e compulsive come l’automutilazione, i disturbi del comportamento alimentare (in particolare le condotte restrittive ed eliminatorie dell’anoressia nervosa e della bulimia nervosa) e il disturbo ossessivo compulsivo trovano nel senso di colpa il principale precursore.

Abbiamo visto quanto la società e la famiglia determinino la formazione dei sensi di colpa e come scandiscano anche il loro perpetuarsi nel tempo; quello che ancora tuttavia non abbiamo chiarito è il peso della componente religiosa; viene quindi spontaneo domandarsi quanto il senso del peccato  abbia influenzato realmente il senso di colpa. Di fatto c’è un nesso anche fra senso di colpa e dovere religioso: in passato era l’obbligo della pratica rituale, il culto dovuto, l’onorare i genitori. In questo ambito la religione e la morale esprimevano questo debito con il gesto non solo simbolico del sacrificio, entro un’ottica cristiana legata ad una concezione di Dio giudiziale e punitivo, mettendo troppo l’accento sul peccato come colpa, col conseguente senso di colpa ad Aeternum e l’espiazione dei peccati.

Alla luce di quanto abbiamo detto il senso di colpa sembra dunque essere quasi una seconda pelle difficile da togliersi; come possiamo tuttavia tornare a sentirci liberi di agire e di pensare?

1        Anzitutto è necessario classificare il senso di colpa e l’entità del danno arrecato: ci sono sensi di colpa più o meno gravi.

2        Analizza quale regola interiore hai trasgredito “non si deve…”: capirai se è un senso di colpa diretto verso gli altri o se è legato ad uno scollamento tra Sé Reale e Sé Ideale per gli altri. Cerca il vero motivo che ti fa star male

3        Ripara al danno recato

4        Spesso il senso di colpa deriva da una delusione che rechiamo alle persone che vogliamo bene. Gli altri si aspettano da te delle cose che poi non fai o che fai in maniera diversa da come volevano. Questo porta delusione negli altri e senso di colpa in te.
Parlare e chiarirsi fa bene, spiegare chiaramente cosa ci si aspetta, cosa si è in grado o meno di fare, è la fase principale di questo processo.

Per poter superare il senso di colpa è quindi anzitutto indispensabile capire se sia realmente legato ad un danno recato o se più che altro sia dovuto ad un incrinarsi della nostra immagine ideale e al nostro senso del limite: in ambo i casi è necessario ricordarsi che siamo umani e che come tali possiamo sbagliare e avere dei limiti. Accettando la nostra fallibilità saremo più indulgenti con noi stessi in caso di fallimento, riuscendo a circoscriverlo come episodio singolo e non come un totale fallimento che investe la persona in toto. Il senso di colpa può quindi essere ridimensionato e per fare ciò è fondamentale comprendere da dove origina: se dal male arrecato ad altri o se dal nostro estremo criticismo o meglio distinguere, come direbbe Kierkegaard “se la colpa di tutto il mondo si riunisca per rendere colpevole l’individuo oppure (ciò che vuol dire lo stesso) ch’egli, diventando colpevole, si senta reo della colpa di tutto il mondo”.

Tratto da www.psicotime.it







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