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A Qualcuno piace uguale – psichiatria culturale dell’omosessualità

category Psicologia Giuseppe Maria Silvio Ierace 8 Aprile 2011 | 4,225 letture | Stampa articolo |
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I trattati di psichiatria non contemplano più riferimenti espliciti all’omosessualità, anche se ancora, per alcuni, non è del tutto chiarito il quesito nosografico circa una sua eventuale dimensione psicopatologica. Dubbia sembra la suscettibilità di contrarre disturbi psichici più di quanto non succeda agli eterosessuali, ma i profili diacronici non smentiscono, in specie nelle forme ego- distoniche, accompagnate da sensi di colpa e di riprovazione, un possibile disagio espresso in un malessere contraddistinto da manifestazioni disforiche. Potrebbe trattarsi però solo di un problema di adattamento sociale a una reazione di pregiudizio, relativa a determinati contesti ed alla loro disponibilità all’accoglienza.
Uno degli stati emozionali maggiormente connessi al controllo del comportamento, unitamente alla colpa, è da considerare infatti la vergogna. La prima, la psicoanalisi la concepisce quale dimensione puramente intrapsichica, insorta come risultato di un’auto-accusa, priva di condizionamenti relazionali, mentre la seconda è un’emozione prodotta dal timore della riprovazione altrui. Il senso di colpa insorge senza un apporto esterno e la vergogna è reattiva alla critica proveniente dal di fuori. In base a tale impostazione teorica, si sono andate distinguendo due forme culturali dicotomiche. L’ipotesi formulata da Wen-Shing Tseng (“Manuale di Psichiatria culturale”, Cic ed. internazionali, Roma 2003) inquadra però il problema in modo tale che i soggetti privi di super io interno tendano a controllare il loro comportamento attraverso il sentimento della vergogna e, nei rimanenti, quest’ultima possa corrispondere ad una risposta interiorizzata alla riprovazione per venire sperimentata come colpa.
La svalutazione trova una compensazione sia nell’orgoglio che, quale difesa euforica, nega ogni travaglio depressivo, e, proiettando su altri insicurezze e carenze, risponde ai pregiudizi in maniera simmetrica, sia nell’idealizzazione che, con il rischio di non confrontarsi con i problemi personali, funge da scorciatoia del percorso di maturazione relazionale per la definizione di sé.

I movimenti di sostegno ai diritti civili, nel secondo dopoguerra, hanno acquistato un tale peso politico da determinare la scomparsa della definizione di reato e della diagnosi di malattia per la condizione caratterizzata dall’attrazione erotica di un individuo verso altri soggetti del medesimo genere. Insomma, non va considerato un disturbo psicopatologico l’orientamento sessuale di per sé. Il quale potrebbe non essere permanente, oppure sovrapporsi sincronicamente ad altro.
In questo senso, l’omosessualità si distinguerà come “primaria”, se esclusiva, ovvero “secondaria”, in caso di compresenza, che potrebbe contemplare, se contemporanea, l’evenienza di una ambisessualità. Di conseguenza, la primaria potrà essere vissuta con piena accettazione in regime di ego-sintonia, la secondaria potrebbe condurre all’attuazione di una sorta di “doppia vita”, con rischio di riattivazione conflittuale, per problemi di identità, di relazioni familiari o di valutazioni morali.
Le propensioni per persone dello stesso sesso possono essere agite o non agite, perché relegate a fantasie consce o inconsce, accompagnate a inibizioni pulsionali, stati di indifferenziazione, disturbi dell’identità di genere… sintomo, difesa o congenialità, spesso associata a contraddizione tra consapevole accettazione e rifiuto inconscio.
In una condizione di mascheramento o di latenza, si presenteranno forme di impotenza, di frigidità, di apparente iper-coinvolgimento col sesso opposto, oppure di omofobia. In determinati contesti si avranno manifestazioni “situazionali” (faute de mieux, in collegi, riformatori e prigioni) o “ideologiche” (femministe). La pseudo-omosessualità può corrispondere ad un’inadeguatezza variabile, fino ad espressioni di ossessioni, compulsioni, panico, o di vera e propria “malattia di Kempf”.
La paranoia del presidente Schreber, esposta da Freud (“Psychoanalytische Bemerkungen uber einen autobiographisch bescriebenen Fall von Paranoia -Dementia paranoides –“, 1910), proveniva da una rimozione in cui la libido si era fissata ad un oggetto non più autoerotico ma ancora neppure eterosessuale.
Le soluzioni dei problemi evolutivi potrebbero trovare difficoltà al momento della disidentificazione dalla madre (intorno ai diciotto mesi), successivamente, (ai tre anni) in un’incompleta internalizzazione della complementarietà polare, (a 4 anni) in un’incostanza oggettuale prodotta dall’aggressivizzazione oggettuale primaria, e poi (a 6 anni) dall’abbandono della scelta dovuta all’angoscia di castrazione.
La presenza di una condizione di pre-omosessualità infantile sarebbe predisponente nei casi di espliciti comportamenti “invertiti” (rispettivamente effeminati o mascolini, butch), mentre in età adolescenziale la questione della preferenza viene accompagnata da maggiore apprensione, a causa della conflittualità. Frequente un’alterazione dell’immagine corporea, accompagnata da atteggiamenti caratteristici del sesso opposto, come pure da tendenza alla promiscuità ed alla casualità degli incontri. Le modalità di rapporti fisici, solitamente, contemplano la sodomia, per i maschi, il tribadismo, per le femmine, con eventuale dominanza di ruolo.
L’attrazione si potrebbe avvertire nei confronti dei bambini, sotto forma di attenzione pseudo- materna (pedofilia), oppure di adolescenti con caratteristiche efebiche, ovvero alla ricerca di un determinato ideale di bellezza (narcisismo). In altre circostanze necessita di un travestimento, per un’identificazione seduttiva (inversione, uranismo). E’ comunque possibile una commistione di varie parafilie, quale il sadomasochismo.
Nel feticismo l’eccitazione è relativa al semplice atto di indossare indumenti del sesso opposto, nel transessualismo l’istanza è quella di modificare il proprio genere. Circoscrivendo il disagio alla corporeità, si resta intrappolati in quanto non corrisponde al vissuto psicologico; si persegue allora lo scopo di correggere l’errore, quindi, rifiutando il confronto con quel perturbante che rientra nelle complessità della vita, si rifugge l’illusione condivisa di ambiguità identitarie e non si ricercano neppure partner “altrettanto” omosessuali. Eliminare quanto si proietta su di una parte avvertita sbagliata è già un equivalente omofobico, a cui si aggiunge la fantasia secondaria di una riparazione maniacale.
Queer, genderqueer, gender bender… bisexual, unisexual, asexual…
Joyce Mc Dougall (“Identifications, Neoneeds and Neosexuality”, 1986) propone di ammodernare la terminologia raggruppando tutte le forme di identità, che si discostino dal modello binario, sotto il nome “neosessualità”, così come un eccesso di conformismo lo aveva etichettato “normopathy” (“Plea for a measure of abnormality”, 1978). Tra il porre dei limiti alla sanità mentale e una generica, e deresponsabilizzante, accettazione indifferenziata di un “Éros aux mille et un visages” (1996), la psicoanalista neozelandese si è espressa “a favore di una certa anormalità” (“Plaidoyer pour une certaine anormalité”, 1978).

“La psicoanalisi non è chiamata a risolvere il problema dell’omosessualità. Essa deve accontentarsi di rendere palesi i meccanismi psichici che sono stati determinanti per la scelta oggettuale” (Sigmund Freud: “Über die Psychogenese eines Falles von weiblicher Homosexualität”, 1920).
Simona Argentieri, in  “A Qualcuno piace uguale” (Einaudi, Torino 2010), sottolinea come il cosiddetto “complesso di Edipo” sia un modello evolutivo del quale si è in grado di individuare delle varianti storiche, insomma “un crocevia” che, comunque si proponga e “quali che siano le organizzazioni sociali e culturali della famiglia di ogni tempo e paese”, ciascuno affronta secondo le proprie risorse.
In ragione delle tante variabili (tribali, matrilineari, patriarcali…) formulazioni temporo-spaziali della convivenza triangolare (padre, madre, figlio), alcuni antropologi hanno rimesso in discussione una certa relatività nel modello psicoanalitico del processo di sviluppo infantile.
Il concetto freudiano di rapporto intrafamiliare e di sviluppo dell’Edipo proviene dall’assetto tradizionale ebraico, in cui la relazione diadica materno-infantile è più intensa e completa di quella coniugale e persino il rapporto con il marito, da parte della consorte, sconfina quasi in una relazione di maternage.
Per Meadow e Vetter (“Freudian Theory and the Judaic value system”, 1959), è innegabile che la prassi psicoanalitica sia stata fortemente influenzata dal contesto sociale in cui ha avuto origine, nonché dalla dimensione culturale del suo fondatore, e in particolare dal sistema di valori giudaico.
L’ebraismo sostiene che la felicità ultima dell’essere umano va conquistata in questo mondo e che all’infelicità è necessario porre rimedio in ogni caso. Al fine del raggiungimento della felicità, sono ritenute quindi indispensabili le relazioni eterosessuali. E l’eventuale intervento psicoanalitico sarà inteso a stabilire un controllo razionale sulle pulsioni.
Per il Talmud, poi, ogni parola ha più significati e, oltre a quelli evidenti, ve ne saranno degli altri, la qual cosa viene riproposta nell’approccio psicoanalitico al senso nascosto di ogni verbalizzazione e persino di ogni distinzione di genere grammaticale.

La prassi psicoanalitica, per Gellner (“The psychoanalytic movement: The coming of unreason”, 1985), avrebbe colmato il vuoto lasciato dalla pratica religiosa, a cominciare dalla procedura pseudo-confessionale, e dall’autorevolezza dell’operatore, all’attenzione offerta al paziente, fino ad arrivare a fortificare un sistema di credenze.
La consuetudine delle società occidentali, al fine di coltivare rapporti interpersonali, valorizza eccessivamente l’attività, tant’è che un suo eventuale difetto diviene elemento disturbante della relazione. L’istituzione psicoterapica, affrontando i problemi rimasti irrisolti al momento cruciale del passaggio dall’età infantile a quella adulta, si propone perciò quale operazione culturale di correzione di tale mancanza (Pande, “The mstique of Western psychotherapy. An eastern interpretation”, 1968).
Doi (“Psychoanalitic therapy and Western man: A japanese view”, 1964) sostiene che la cultura orientale, e in particolare la società giapponese, non promuovendo la libertà individuale e neppure il rispetto per ogni potenziale indipendenza, non avrebbe di conseguenza favorito l’espansione della prassi psicoanalitica.
Redlich (“Social aspects of psychotherapy”, 1958) ha notato come le psicoterapie cosiddette “analitiche” abbiano bisogno di un contesto tollerante e permissivo, mentre quelle “direttivo-organiche” si radicano meglio in ambienti dogmatici e totalitari, in seno ai quali si presta maggiore attenzione ai bisogni della collettività. Prendendosi cura dei singoli individui ed essendo quindi fruibile da una minoranza privilegiata, la psicoanalisi è stata perciò criticata come prodotto del capitalismo occidentale.
L’accusa formulatale è stata quella di indurre adattamento alle convenzioni sociali, spegnendo ogni propulsione alla contestazione. Ma questo, in un certo senso, avviene nel momento in cui bisogna fare i conti con il principio di realtà e negoziare con dei limiti oggettivi le aspettative propugnate dall’ideale dell’io. L’equivoco sbilanciamento dalla restaurazione repressiva, misoneista ed omofoba, verso la fuga maniacale nell’orgoglio e nella polemica, proietta all’esterno ogni conflittualità, determinando un cortocircuito del senso.
“Ciò che più conta non sono le variabili forme dell’Eros, ma la capacità che ha ciascuno di vivere e di integrare, nella dimensione interpersonale e intrapsichica, emozioni e passioni, sesso e affetti nella continuità del rapporto. – conclude Simona Argentieri, in  “A Qualcuno piace uguale” (Einaudi, Torino 2010) – La bussola del nostro equilibrio non è il genere sessuale del partner, ma la qualità del rapporto che siamo in grado di costruire, nel riconoscimento dell’altro nella sua interezza. La spia della patologia, per contro, negli omosessuali come negli eterosessuali, è l’incapacità di amare”, perché il sesso è sì piacere, ma anche scambio e reciprocità.

La storia del mondo antico dimostra un’ampia diffusione delle pratiche omosessuali. Una loro funzione propedeutica viene attestata dagli studi antropologici effettuati sulle iniziazioni primitive in Melanesia, Papua-Nuova Guinea. Per cui l’amore classico per i ragazzi, che ricorre all’inversione e all’asimmetria, proprie dei riti di passaggio, per tramutarsi poi in un rapporto stabile di philia, legato da reciprocità, andrebbe opportunamente inquadrato in una procedura educativa basata su costumi tribali.
Claude Calame (“I Greci e l’Eros – simboli, pratiche e luoghi”, Laterza, Bari 2010) suggerisce che il simposio greco potesse preparare con modalità ripetitive a quel passaggio che, per le giovani di sesso femminile, avveniva in maniera più netta con l’unicità della cerimonia nuziale.
Caratteristica peculiare della pubertà femminile è il menarca che ne contrassegna il comune potenziale di fertilità, ma nel caso in cui il matrimonio comporti il trasferimento presso i parenti del marito (patrilocalità), sembra sia sufficiente questo trasloco a segnalare il cambiamento di stato, mentre se dovesse essere in vigore la matrilocalità, e a spostarsi debba essere il marito, è molto più probabile che avvenga la celebrazione del rituale iniziatico di passaggio (Hoebel E. A.: “Anthropology the study of man”, 1972). Da qui forse la conseguente obbligatorietà dei riti puberali all’incirca soltanto per la metà delle società classificate nel campione etnografico mondiale di Murdock (“World ethnographic sample”, 1957), osservato nel 1963 da Judith Brown (“A cross-cultural study of female initiation rites”).
L’organizzazione della sistemazione notturna del padre in un letto separato da quello materno accrescerà la necessità del rito formale di passaggio al nuovo stadio di sviluppo (Kitahara M.: “Living quarter arrangements in polygyny and circumcision and segregation of males at puberty”, 1974).
Secondo l’ipotesi psicoanalitica, i maschi verrebbero iniziati alla pubertà nelle società caratterizzate da un’accesa ostilità verso il padre e da una maggiore dipendenza materna (Whiting J. W. M., Kluckholm R. e Anthony A.: “The function of male initiation ceremonies at puberty”, 1958); nell’istituire una identità condivisibile con gli altri membri del gruppo, verrebbe spezzato il legame con la figura materna e sedata ogni aperta ribellione intergenerazionale. La severità della prova iniziatica sarà pertanto proporzionale all’attaccamento filiale.
Enfatizzando le distinzioni di genere, molti riti iniziatici, per Ottenberg (“Initiations” 1994), servono a sottolineare il passaggio da una competitività infantile, desessualizzata e aggressiva, a una più idonea competizione per la conquista del partner, riformulata nei termini socialmente accettabili delle modalità economiche e politiche.
Nell’attribuire una funzione ai riti di passaggio, Jilek e Jilek-Aall (“Initiation in Papua New Guinea: Psychohygiene and ethnopsychiatric aspects”, 1978), propendono per l’acquisizione d’identità alla base del senso di appartenenza e della sicurezza emozionale.
“Il significato autentico di questa tappa della crescita – scrive Simona Argentieri, in  “A Qualcuno piace uguale” (2010) – è infatti arrivare a riconoscere le due grandi differenze della vita: quella tra grandi e piccoli e quella tra maschi e femmine”. L’inadeguatezza psicosomatica avvertita dapprima deve tradurre l’esclusività del sesso adulto nell’esperienza cognitiva e affettiva dell’affidabilità; il riconoscimento dei propri limiti, evidenziati dalle differenze, renderà tollerabile la ferita narcisistica dell’incompletezza, favorendo l’accettazione dell’altro. La distinzione potrebbe divenire “un lungo, tortuoso” percorso, “mai interamente concluso”, poiché “sempre complicato da insidie, compromessi, arresti, difese”.

L’estensione a tutto il mondo animato e inanimato della distinzione del genere grammaticale appare come il segno inequivocabile di un’esigenza di differenziazione, perfino di contrapposizione, in contrasto con la tendenza unificante e confusiva. A vari livelli avremo una declinazione non necessariamente schierata in maniera conforme, a partire dallo strato genotipico, fenotipico, anatomico, ormonale… per passare al senso psicologico di appartenenza, costruito sul versante relazionale con il proprio corpo e con gli altri, visti come uguali o differenti. Le vicissitudini pulsionali spingono a un determinato comportamento oppure “non agiscono” le componenti istintuali. Modelli, attitudini, ruoli, funzioni sono portatori di attribuzioni emotive all’una o all’altra connotazione. Infine, v’è la partecipazione di quelle corrispondenze analogiche del livello metaforico, di cui si compone la duplicità dialettica.
Non è automatico che un livello garantisca l’altro, tanto da poter verificare carenti introiezioni del senso di identità psicologica a partire da recriminazioni prodotte da inadeguatezza corporea, compensate da rassicurazioni che magari enfatizzino eventualmente il ruolo sociale.
“Nel gioco delle identificazioni/disidentificazioni, ciascuno giunge a costituire la propria identità di genere e quella dell’altro più come una rete dinamica di relazioni che come una rigida architettura… proprio le quote non integrate a livello conscio nella personalità degli adulti sono quelle che con maggiore pregnanza si trasmettono ai bambini, specialmente nelle età precoci, per vie inconsce, quando i confini sono fluidi e permeabili” (Simona Argentieri:  “A Qualcuno piace uguale”, 2010). Cosicché, a prescindere dalla sua presenza reale, sarà lo spazio simbolico per l’altro a venire trasmesso da ogni genitore.
Una madre simbiotica di spazio non ne lascerà alcuno e un “padre materno” potrebbe costituire un cambiamento culturale corrispondente forse a trasformazioni più profonde nelle strutture degli individui. Il figlio, a sua volta, può rappresentare un trofeo narcisistico, un tappabuchi di precedenti spaccature identitarie. Quando non nasce a complemento dell’unione, il progetto dell’erede, diverrà strumento di risoluzione di problemi di solitudine, attaccamento, dipendenza…
“L’adulto si identifica col bambino e poi si adopera ad accudirlo come parte di sé” (Simona Argentieri:  “A Qualcuno piace uguale”, 2010). Si realizza così quel rimedio all’umiliazione narcisistica dell’”invidia del pene”, o “del seno”, nel senso di un deficit, svantaggio, separatezza, dipendenza, “caduta dall’eden”, attraverso l’illusione di poter ricostituire la compiutezza originaria, ritornando all’onnipotenza di quell’esperienza di sé in cui si sentiva racchiusa ogni cosa.
La nostalgia della pienezza, dell’autosufficienza, della perfezione può sentirsi perciò appagata da un privilegio di possesso… del pene, del seno, del figlio…

Aspetti irrisolti nei genitori si ritrovano nei figli con una trasmissione trans-generazionale di quote rimosse sotto forma di sfumature o disturbi. Il narcisismo genitoriale dell’esperienza fusionale totale con un figlio dello stesso genere induce, ad esempio, nel figlio di sesso diverso il sentimento di non essere amato.
Senza affrontare l’angoscia della separazione, l’illusione di “essere” viene realizzata con procedura imitativa, più superficiale e meno radicata dell’introiezione di identità personale, per la quale non è affatto sufficiente un rapporto duale, bensì occorre un confronto sia col simile che con il diverso.
Parti irrisolte vengono agite in maniera episodica e scissa, quasi clandestinamente, quale sollievo dalla tensione di una latenza. La difficoltà di incontrare il corpo dell’altro viene aggirata dall’elusione dell’angoscia di castrazione, mediante il ritrovamento del simile nel diverso; quella della “madre fallica”, indistinta dal padre, è una fantasia inconscia molto profonda; e come parte patologica scissa, appena compensata da meccanismi inibitori, può emergere sia in fasi maniacali di megalomania, sia con la paura dell’inadeguatezza.
“Tutti sono capaci di scegliere un oggetto sessuale dello stesso sesso e hanno anche fatto questa scelta nell’inconscio”, dichiarava Freud nei “Drei Abhandlungen Zur Sexualtheorie” (1905).
In “Die endliche und die unendliche Analyse” (1937) spiega che l’orientamento sessuale avviene per rimozione del suo contrario. Si tratta quindi di una rinuncia, mai totale e definitiva, dettata da una conflittualità interiore, dalla quale riemergono le fantasie inconsce. L’evitamento, piuttosto che il superamento, in caso di struttura psicopatologica di difesa dalla psicosi, lascia aperto un varco al diniego della differenza ed alla scissione dell’io. Ma, per riconoscere quella tranquilla normalità, definita da Donald Woods Winnicott come “sufficientemente buona”, dovrebbero comunque bastare l’assenza di pretese narcisistiche di perfezione e la valutazione della capacità di relazione e di insight, nonché del grado di integrazione e di maturità.

Giuseppe M. S. IERACE

Bibliografia essenziale:
Argentieri S.: “A Qualcuno piace uguale”, Einaudi, Torino 2010
Brown J.: “A cross-cultural study of female initiation rites”, American Anthropologist, 65, 837-853, 1963
Calame C:: “I Greci e l’Eros – simboli, pratiche e luoghi”, Laterza, Bari 2010
Doi T.: “Psychoanalitic therapy and Western man: A japanese view”, International Journal of Social Psychiatry, 1, 13-18, special edition 1964
Gellner E.: “The psychoanalytic movement: The coming of unreason”, Paladin, London 1985
Hoebel E. A.: “Anthropology the study of man”, McGraw-Hill, New York 1972
Ierace G.M.S.: “Magia sessuale”, Armenia, Milano 1982
,,          ,,    : “Psychophantasia sexualis”, su www.psicoanalisi.it
,,          ,,    : “Travestitismo femminile… La sindrome di Cherubino”, su www.nienteansia.it
,,          ,,    : “Lo “strano” Caso dell’orgasmo femminile…”, su www.nienteansia.it
Jilek W. G. e Jilek-Aall L.: “Initiation in Papua New Guinea: Psychohygiene and ethnopsychiatric aspects”, Papua New Guinea Medical Journal, 21 (3), 252-264, 1978
Kitahara M. “Living quarter arrangements in polygyny and circumcision and segregation of males at puberty”, Ethnology, 13, 401-413, 1974
Mc Dougall J.: “Plea for a measure of abnormality”, International University Press, New York, 1978
,,      ,,        “Plaidoyer pour une certaine anormalité”, Gallimard, Paris 1978
,,      ,,        “Identifications, Neoneeds and Neosexuality” in Intern. Journal of Psychoanalysis, 19-31 (LXVII) 1986
,,      ,,        “Éros aux mille et un visages”, Gallimard, Paris 1996
Meadow A. e Vetter H.J.: “Freudian theory and the Judaic value system”, International Journal of Social Psychiatry, 5 (3), 197-207, 1959
Murdock G. P.: “World ethnographic sample”, American Anthropologist, 59, 664-687, 1957
Ottenberg S.: “Initiations” in Bock P. K. (Ed.): “Handboock of psychological anthropology”, CT: Greenwood press, Westport 1994
Palumbo V.: “Svestite da uomo”, Rizzoli, Milano 2007
Pande S. K.: “The mstique of Western psychotherapy. An eastern interpretation”, Journal of Nervous and Mental Disease, 146 (6), 425-432, 1968
Redlich F. C.: “Social aspects of psychotherapy”, American Journal of Psychiatry, 114, 800-804,1958
Tseng W.-S. (Ed.): “Manuale di Psichiatria culturale”, Cic ed. internazionali, Roma 2003
Whiting J. W. M., Kluckholm R. e Anthony A.: “The function of male initiation ceremonies at puberty” in Maccoby E. E., Newcomb T. e Hartly E. (Eds.): “Readings in social psychology”, Holt, New York 1958







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