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A che ci serve Facebook: una lettura analitico transazionale

category Psicologia Alfonso Falanga 20 Aprile 2011 | 2,823 letture | Stampa articolo |
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Facebook è ormai una costante della nostra quotidianità. Anche nel caso in cui personalmente non siamo in possesso di un “ profilo “, qualcuno che ci è vicino – amico, collega, figlio, partner – ne avrà uno. Ci racconterà allora delle sue amicizie virtuali e ci descriverà i piaceri, ed i rari dispiaceri, derivanti dall’appartenere a questo social network.

Come chi torna da un viaggio all’estero e ci narra le particolarità del paese straniero, così quotidianamente ascoltiamo resoconti di quotidiani viaggi nella virtualità del cyberspazio.

I toni delle descrizioni sono per lo più entusiastici. Tutto ciò che accade in rete pare che sia una persistente novità. Non ci si annoia mai, nell’immaterialità del social network. Ci si abitua tanto facilmente e rapidamente alle persone concrete conosciute nella realtà concreta e, al contrario, così difficilmente ci si assuefa ad una presenza ridotta ad un nickname accompagnato, tutt’al più, da un’immagine che non sempre riproduce le fattezze dell’individuo a cui quella sigla appartiene.

Le spiegazioni al fenomeno, da parte di chi se ne occupa in qualità di esperto del comportamento umano, sono molteplici e si possono inserire in due categorie: da una parte quelle degli scettici, dove lo spettro delle definizioni va dal  diffidente all’ apocalittico, e dall’altra quelle dei favorevoli, dove la gerarchia dell’intensità conduce dal  possibilista all’entusiasta .

I diffidenti attribuiscono a Fb, ed alle reti sociali in genere, l’inconsistenza che è propria all’intero cyberspazio: immaterialità, distorsione della percezione temporale, legami personali fragili, esaltazione delle apparenze, disintegrazione dell’identità personale in una moltitudine di identità illusorie e di circostanza.

I favorevoli individuano nel virtuale, invece, la possibilità per le persone in carne ed ossa di realizzare nuovi legami potendo, appunto grazie all’immaterialità del cyberspazio ( colpisce che qualcosa di inconsistente diventi “ attrezzo “), superare i normali vincoli posti dal tempo sequenziale e dalla fisicità delle distanze.

I favorevoli, a maggior ragione gli entusiasti, non ritengono la tecnologia mediale un’opportunità per fare le stesse cose in modo diverso bensì fare cose che, privi di questo mezzo, non si potrebbero realizzare.

Dunque, in quest’ottica, il virtuale non modifica ma “ aggiunge “.

Al di là di critiche ed apprezzamenti favorevoli, resta il fatto indiscutibile che Facebook si diffonde sempre di più tra la popolazione mondiale. Non pretendiamo, in questa sede, di fornire una spiegazione all’evento. Tra l’altro riteniamo che quando un fenomeno sociale arrivi ad assumere dimensioni tanto eclatanti trovarne un’origine razionale diventa complicato. E’ preferibile prenderne atto e cercare di comprendere il senso di quanto accade, più che il suo significato.

“ Senso “, in tal caso, vuol dire collegamento tra l’evento ed altri fatti significativi che riguardano la vita quotidiana. Vuol dire inserire il fenomeno, per quanto vasto e complesso sia, nel mosaico che costituisce la complessità dell’esistenza.

Concentrarci sul “ senso “, dunque, equivale ad affermare che non ci importa da dove viene il fatto bensì ci preme capire dove ci conduce o potrebbe condurci.  Insomma,  vorremmo  rispondere ad una domanda che non è “ qual è l’origine di Facebook?” bensì “ a cosa ci  è utile Facebook?”.

Questo interrogativo, solo in apparenza banale, ce ne fa porre un altro, anch’esso banale solo ad un primo impatto: quanti “ buongiorno “ pronunciamo quotidianamente? Non importa che lo si faccia con l’autentica intenzione di augurare, al destinatario del nostro saluto, un effettivo “ buongiorno” o che lo si pronunci per mera educazione. Interessa soltanto immaginare quante volte al giorno lo diciamo … Quattro, otto, dieci, venti volte?

A chi indirizziamo questo augurio, sincero o fasullo? Al nostro partner, ai figli, al vicino, al giornalaio, al barista, al parcheggiatore, ai colleghi, ecc ecc…

Tra l’altro, così come  inviamo i nostri “ buongiorno”, altrettanti ne riceviamo, anch’essi a volte autentici ed altre, invece, forzati.

Se i  nostri interlocutori non sono del tipo appena indicato, certamente saranno altri, investiti di altri ruoli.

Resta il fatto che una quota significativa della nostra giornata è dedicata al “ buongiorno” ed ai suoi corollari ( “ buon pomeriggio”, “buona sera”, ecc).

Adesso immaginiamo una giornata trascorsa senza che questa parola sia mai pronunciata, né da noi né da chi ci passa accanto, e non perché siamo stati improvvisamente catapultati su un altro pianeta attraversato da lande deserte. Nemmeno perché abbiamo perso l’uso della parola oppure perché, semplicemente, ce ne stiamo chiusi in casa, da soli.

Immaginiamo una giornata normale, in cui ci occupiamo delle solite faccende facciamo durante la quali incontriamo le persone di sempre … solo che non ci scambiamo alcuna forma di saluto. Né “ buongiorno”, “ buonasera “ eccetera e nemmeno un fugace sguardo, una strizzatina d’occhio, un lieve gesto della mano … niente.

Come ci sentiremmo? Come crediamo che potrebbe essere la nostra giornata, privata del rituale del saluto?

In effetti, è proprio quello che accade, oggi. Vale a dire che la nostra quotidianità è sempre più povera di saluti, anche lì dove incrociamo persone, dove siamo tra persone, dove non solo ci scambiamo tanti “ buongiorno “ e “ buona sera “ ma anche dove intratteniamo rapporti che, almeno sotto il profilo del numero di parole pronunciate, sono ben più articolati.

Ci siamo privati del saluto, e dunque del riconoscimento al nostro essere “ persona” , non sotto l’aspetto puramente verbale ma in merito al suo contenuto emotivo.

Il saluto, cioè, è svuotato di ogni spessore umano. E’ nulla più che un suono. Un rumore.

Si obietterà : “ Questo accade con le persone con cui intratteniamo fugaci rapporti o anche relazioni più durature ma comunque legate al ruolo … non con coloro per cui ci teniamo veramente”.

In parte è vero, in parte no. La conflittualità che segna le relazioni interpersonali, infatti, anche quelle più significative, mostra che pure lì dove ci importa di coloro con cui siamo in contatto il saluto è spesso privo di autenticità.

Non sempre l’affetto e la condivisione di interessi sono sufficienti a promuovere rapporti, se non proprio armoniosi, quanto meno equilibrati sotto il profilo emotivo.

La quotidianità, insomma, è sempre più povera di saluti veri e di riconoscimenti.

Alla conflittualità relazionale derivante dall’incontro/ scontro tra sentimenti forti si aggiungono variabili di ordine tipicamente sociale. I ritmi accelerati a cui siamo costretti dalle pressanti richieste della vita moderna, l’ansia di prestazione e la contrazione temporale ad esse conseguenti non contribuiscono certo a fare in modo che ci si scambino saluti autentici e riconoscimenti di valore.

Il riconoscimento, per produrre il suo effetto benefico sull’equilibrio psico-fisico del destinatario ( ma anche di chi lo invia) ha bisogno di tempo, dunque di una variabile che oggi è sempre più rara e preziosa.

Ma il riconoscimento è alla base dei processi di stimolazione e di motivazione, sia per compiere grandi gesta che per realizzare le normali azioni quotidiane. Più se ne riceve in quantità ridotta, meno diventa importante la sua qualità. Qualsiasi forma di riconoscimento, infatti, è preferibile a nessun riconoscimento.

Più raramente se ne riceve, anche se di scarsa qualità, più se ne sente il bisogno e più lo si cerca.

Sotto questo aspetto, Facebook è un potente stimolatore.

Chiunque, attraverso questo social network, può ottenere riconoscimento, continuativamente, con un minimo impegno intellettuale ed emotivo. A Facebook si dà poco ma, in cambio, si riceve tanto.

Dove, come e quando può accadere qualcosa di simile, nella realtà offline?

Facebook viene spesso accusato di alimentare dipendenze, di amplificare il vuoto dell’apparenza, di ridursi ad uno strumento autoreferenziale in quanto ormai privo di ogni contatto con la realtà.

La questione, a nostro avviso, non è se tali affermazioni siano vere o false bensì definire la natura degli stimoli che questo social network invia a chi vi partecipa.

 

Il fattore “ tempo “

La vita offline è povera di stimoli e riconoscimento per diversi motivi. Tra questi c’è il fatto che, come già accennato poc’anzi, l’apprezzamento, per acquisire valore e produrre l’effetto per cui è generato, ha bisogno di tempo. Non c’è autenticità lì dove le azioni sono soggette alla contrazione cronologica. La fugacità non produce motivazione ma solo nostalgia e, spesso, frustrazione. Su di essa, infatti, si può fondare la poesia ma non la vita quotidiana e concreta.

Viene da chiedersi, allora, cosa ci sia di più duraturo di Facebook e dei virtuale in genere. Cosa risulti meno soggetto all’oblio di una traccia che resti indelebilmente impressa nell’immaterialità del virtuale. La comunicazione tecnologia, che è nello stesso momento causa ed effetto della riduzione della sequenzialità temporale ad un eterno presente, paradossalmente è la modalità relazionale su cui il tempo non ha effetto. Ciò che entra nella rete, vi resta. Solo un atto di volontà ( e non sempre), oppure in inconveniente tecnologico, può eliminarlo. Ma non il tempo.

Ogni segno del proprio passaggio, se si vuole, resta, in Facebook. Anzi rimane fin troppo, di noi, anche ciò che a volte non vorremmo che restasse. Involontariamente o volontariamente lasciamo molte tracce, in questo mondo senza materia.

Facebook, che in quanto espressione della tecnologia mediale ha contribuito al restringimento del tempo, paradossalmente ci concede più tempo di quanto possiamo ottenere in qualsiasi altra dimensione della vita offline.

 

Tempo, memoria e identità

Avere modo di recuperare in qualsiasi momento le proprie tracce fortifica il senso di identità. Amplifica la memoria individuale e quella collettiva, per tale intendendo quella della community a cui si appartiene. Sapere che un proprio segno ( immagine, parola, suono, tre puntini sospensivi, ecc) diventi patrimonio non solo personale ma collettivo potenzia la coscienza di sè, invece di disgregarla. L’egoismo che caratterizza le relazioni interpersonali nella vita materiale, la paura di mostrarsi e di chiedere e dare che alimenta chiusure e conflittualità offline, trovano il loro contrappeso, nel social network, in una intensa spinta a “ condividere “. Che si tratti di banalità, così come di espressioni di intense emozioni, ci si connette a Facebook per farne partecipi tutti.

Il momento della condivisione è quello in cui l’identità si svela e, così facendo, si rafforza invece che indebolirsi.

L’identità del cybernauta, si dice, è multipla, di circostanza1. Chi naviga nella rete, sostengono coloro che fanno coincidere virtuale con fasullo, si mostra per quel che, in quel momento particolare, desidera essere ma non necessariamente è.

Quel che noi ci chiediamo è cosa ci sia di male a mostrarsi per quel che si vorrebbe essere, lì dove questo trasferirsi nella sfera del desiderio non produca danni né a sé né agli altri. Inoltre, ci  domandiamo se l’identità personale sia qualcosa di così estremamente monolitico da non potere contenere desideri, fantasie, atteggiamenti e pensieri, appunto, di circostanza. Ci chiediamo, cioè, se l’identità personale sia così definitiva da non potere prevedere, e produrre, scelte legate alle circostanze.

L’Analisi Transazionale, ad esempio, presenta la struttura caratteriale come costituita da tre “ parti ” che convivono insieme nell’individuo e che chiama Stati dell’Io2. Li definisce Genitore, Adulto, Bambino3.

Il primo è il complesso dei valori parentali e sociali appresi nel corso della propria esistenza e che si trasferisce in comportamenti ben specifici, generalmente improntati all’essere più o meno direttivi.

Il secondo è riassumibile nella facoltà logica che ognuno possiede in quanto essere razionale e che consente di produrre un’analisi di realtà scevra, il più possibile, da variabili emotive e cognitive. E’, insomma, l’espressione dell’essere nel qui ed ora.

Il Bambino è la dimensione emotiva, sentimentale, percettiva, che si traduce in comportamenti attraverso cui la persona esprime bisogni, desideri ed aspettative.

Tutte e tre queste parti, dicevamo, sono presenti contemporaneamente nella persona. Una di esse, ovviamente,  emergerà rispetto alle altre a seconda delle circostanze ma non sarà unica e totalizzante. Anzi, l’AT ritiene una patologia caratteriale quel comportamento improntato unicamente e continuativamente su una sola di queste dimensioni.

A quali di questi Stati dell’Io ricondurre l’identità di circostanza assunta nel virtuale, allora? Se, ad esempio, mostrarsi per come si vorrebbe essere è riconducibile al desiderio del Bambino o al pregiudizio del Genitore o, ancora, alla logica ferrea dell’Adulto, veramente queste identità multiple non sono a tutti gli effetti parti di una complessa e dinamica identità personale?

 

Tempo ed ascolto

La sospensione temporale che Facebook produce, a dispetto della sua qualità tecnologica, consente a chi vi accede di ricevere quell’attenzione difficilmente ottenibile nella vita reale.

Ogni risposta alla domanda “ A cosa stai pensando?” diventa oggetto della considerazione altrui, che sia una frase buttata lì senza rifletterci così come un’espressione più impegnativa emotivamente e cognitivamente. O anche uno spazio lasciato in bianco così come una parentesi aperta e mai chiusa o qualsiasi altro segno.

In quest’ottica, allora, Facebook assume il ruolo di un Genitore affettivo che ha sempre tempo, e voglia, di dispensare attenzione e, dunque, riconoscimento.

L’Analisi Transazionale afferma che lo Stato dell’Io Genitore esprime quella parte caratteriale che si prende cura dell’altro, che ne accoglie le istanze, che dispensa consigli, che insomma di dispone ad ascoltare. Lo fa senza giudicare o comunque esprimendo valutazioni inerenti aspetti del comportamento e non la persona nella sua globalità caratteriale.

Nella vita offline difficilmente si incontrano Genitore affettivi ossia qualcuno che ci accoglie senza giudicare, che ci valorizza anche quando ci sarebbe poco da valorizzare, che è in grado di mantenere una comunicazione fluida anche se è in disaccordo.

Le transazioni su Facebook, in termini analitico transazionali, sono il più delle volte

“ parallele” vale a dire che lo stimolo inviato riceve la risposta prevista e dunque la comunicazione procede senza intoppi. Il che non vuol dire che i pareri  siano sempre concordanti ma che anche una eventuale discordanza non produce fratture.

La comunicazione parallela, teoricamente, può andare avanti all’infinito: si esaurisce solo quando si esaurisce l’interesse verso l’argomento.

Anche sotto questo aspetto, dunque, Facebook dispensa riconoscimento. Può permetterselo in quanto dispensa tempo. Tempo dilatato, in contrasto con la qualità tecnologica del mezzo.

Uno scambio di pareri, o un semplice susseguirsi di affermazioni, anche se racchiusa in poche battute, può protrarsi per giorni, prima di arrivare alla parola finale.

E’ in quanto inesauribile fonte di riconoscimento, più che come strumento ludico, che trova senso la pervasività di Facebook nella vita quotidiana.

Una riflessione su questo social network, dunque, non può essere disgiunta da un approfondimento dei motivi che sono alla base di una riduzione di fonti di stimoli e riconoscimento nel mondo offline.

 

1 Castells M. : “ Galassia internet “, Feltrinelli 2002

2 Berne E. : “ A che gioco giochiamo “ , Bompiani 1993

3 L’uso delle maiuscole serve a distinguere lo Stato dell’Io dal genitore o adulto o bambino reali.

 

Alfonso Falanga

Consulente della Comunicazione specializzato in Analisi Transazionale

info [@] comunicascolto [.] com

www.comunicascolto.com

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