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“Non importa se cadi ma cosa raccogli rialzandoti”: imparare e crescere con le sconfitte

category Psicologia Anna Chiara Venturini 26 Maggio 2014 | 1,451 letture | Stampa articolo |
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Senti di non farcela già prima di iniziare un compito? Esprimi con difficoltà le emozioni?

Non riesci facilmente a trovare soluzioni ai problemi? Ti capita spesso di fare paragoni? Pensi spesso che le cose stanno andando male e che difficilmente potrai cambiarle?

Se hai risposto alla maggior parte delle domande con un sì, è chiara la difficoltà ad accettare i cambiamenti nella veste di sfide esistenziali, molto probabilmente per uno scarso senso di autoefficacia, ovvero “capacità  e comprensione delle proprie possibilità nel fronteggiare e cambiare le cose, gli eventi e la propria vita”.

Persone con un alto livello di autoefficacia, colgono la sfida come possibile, realizzabile e pertanto si adoperano al fine di acquisire strumenti e competenze per colmare eventuali carenze.

Chi invece presenta un basso livello di autoefficacia, guarda e coglie la parte negativa della sfida, la dimensione rischiosa che esso stesso va ad alimentare, concentrandosi sulle proprie mancanze e percependo il fallimento come una perdita che investe in toto la propria esistenza. Solitamente queste persone non ricercano strumenti e competenze per riempire eventuali gap, ma si limitano ad osservare e ad ingigantire il compito, definendosi spesso degli incapaci.

E’ quindi evidente come credenze positive sulla capacità di raggiungere l’obiettivo, permettano di dare il massimo di sé, percependo la sfida come potenziale successo, e al contempo, la sconfitta come fonte di apprendimento. Essere autoefficaci comporta così il non abbandonare la situazione, il resistere alle sconfitte ed alle difficoltà senza intaccare il valore di sé ma accrescerlo (resilienza). Si scoprono così punti di forza, qualità fino ad allora sconosciute o non ritenute come tali, si ottimizzano progetti e si apprendono  nuove abilità.

Come diceva un antico proverbio cinese “Non importa se cadi ma cosa raccogli rialzandoti”, sottolineando l’aspetto educativo della sconfitta.

Non sempre, tuttavia, siamo in grado di leggere le occasioni di cambiamento come sfide, tutt’altro.

Quando ci troviamo davanti ad un nuovo contesto, ci viene in mente in vecchio detto della nonna “Chi lascia la strada vecchia per la nuova, sa quello che lascia ma non sa quello che trova”. Se a questo aggiungiamo poi l’umana paura dell’ignoto, esperienze negative pregresse e una bassa autostima, ecco che la strategia per sabotarci è servita su un piatto d’argento: non solo il nuovo ci spaventa, ma è anche probabile che non porti nulla di buono con se, quindi: a che pro iniziare un nuovo percorso? Perché cambiare?

E’ chiaro, quindi, come il cambiamento metta in moto vari aspetti del Sé e la capacità di ridefinirsi, di rimodellare la propria identità con nuove modalità e in nuovi ambiti, attraverso la conoscenza e la consapevolezza delle proprie competenze e dei propri stili di coping, ovvero come fronteggiamo le varie situazioni. Questo consente di non abbandonare i contesti di prova, di resistere alle sconfitte ed alle difficoltà, cercando di trarne i giusti insegnamenti e senza intaccare la stima e il valore di sé.

Ecco pertanto che, se l’individuo ha una immagine positiva di sé, l’evento negativo non investe più la sua vita a 360°: restringendo il campo del fallimento ad un’area specifica, esso diventa una breccia che apre la strada verso il miglioramento, nel momento in cui siamo in grado di comprendere e ascoltarci senza giudicarci.

Puntare il dito contro se stessi non serve, infatti, a nulla se non a sabotare ulteriormente il proprio dialogo interiore, portandoci a dire “sono sbagliato” anziché “ho sbagliato, la prossima volta andrà meglio”, confondendo la nostra persona con quello che facciamo.

Ricordiamoci che pensieri positivi conducono ad emozioni e a comportamenti positivi: sostituiamo allora l’asserzione “non ce la faccio”  con la domanda “come posso farcela?” che va ad attivare le nostre risorse e la nostra progettualità.

Vergogna, ansia, angoscia, paura, rabbia e sentimenti di inadeguatezza ostacolano così il processo di apprendimento, la scoperta di poter imparare anche dalle situazioni più difficili e negative, imparare e capire che “siamo pronti”, capaci e più forti di quanto pensassimo.

L’accettare le sfide, tuttavia, oltre che dall’autoefficacia percepita, dall’autostima e dalla resilienza, dipende da altri importanti fattori, primo fra tutti la consapevolezza di possedere strumenti operativi (tools funzionali) e conoscitivi (meta-strumenti), ovvero: ho le capacità fisiche e psicologiche per fronteggiare questa nuova situazione? Se non è così, posso colmare il gap reperendole in qualche maniera?

Ovviamente, in caso di risposta negativa, è chiaro l’atteggiamento negativo e rinunciatario che ne conseguirebbe.

Altro elemento da considerare è la presenza di standard severi e perfezionismo: più elevati sono infatti gli standard personali, più difficilmente si porterà a termine il compito e si tenderà a rimandarlo ( procrastinazione).

Infine le risorse sociali ( rete sociale) e strutturali (famiglie di origine, ceto sociale, sesso, livello culturale etc..) hanno un ruolo importantissimo nell’accettare i compiti e tramutarli in sfide potenziali: più solida e ampia è per esempio la rete sociale, maggiori sono le possibilità di confrontarsi con gli altri su un eventuale fallimento e maggiori sono le possibilità di acquisire nuove competenze e nuovi punti di vista che andranno a costituire nuove risorse esistenziali.

Ovviamente, quanto detto sin qui, vale per i compiti percepiti come sfide, ma cosa fare quando si tratta di “assumersi dei rischi”? A tal proposito è importante fare una distinzione tra routine (compiti poco impegnativi), sfide (compiti che richiedono le risorse di cui siamo in possesso o di poco superiori), rischi ( compiti molto impegnativi che superano di molto le nostre risorse).

Quando ci troviamo nell’ambito del rischio è bene suddividere l’obiettivo a lungo termine in micro obiettivi, così da procedere step by step, come le unità TOTE (test-opera-test-esci ) in psicologia cognitiva e valutare il percorso fatto in base ai feedback ricevuti, aggiustando se necessario il tiro.

Chiaro è il ruolo principale svolto dalle emozioni come ansia, angoscia e paura. Se ne andiamo a valutare l’aspetto filogenetico, è noto il compito “protettivo” che assolvono, che in realtà, se estremizzato, può diventare tuttavia, paralizzante.

“Chi si accontenta gode” è quindi un detto che ha una sua ragione d’essere, oppure non fa altro che celare la paura e l’ansia legate al cambiamento ed alle sfide? Come gestire queste emozioni di fronte ad un nuovo compito?

1)      Valutare la condizione, le risorse, e le esperienze precedenti: cosa ci è accaduto e come lo abbiamo affrontato? Abbiamo chiesto aiuto? Abbiamo imparato nuove cose oppure siamo stati schiacciati dagli eventi?

2)      Concentrarsi sull’azione, non sul valore personale: così da non cadere nella trappola del “se fallisco è perché non valgo; se non valgo, fallirò”

3)      Chiedere aiuto: acquisire nuove informazioni e apprendere nuovi strumenti, consente di accrescere le nostre risorse e strategie di coping

4)      Concepire le sfere di vita come a sé stanti: un insuccesso lavorativo non determina un fallimento di vita a 360°, abbiamo altre aree da cui trarre benefici ed energia

5)      Concentrarsi su quanto si è appreso in termini di dialogo interno positivo: come abbiamo detto, pensieri positivi conducono ad emozioni positive e a comportamenti positivi e proattivi

6)      Usare frasi affermative per creare un’immagine sana di noi

7)      Imparare tecniche di rilassamento e concentrazione

Detto ciò, è comunque importante ricordarci che la vita, indipendentemente da tutto, è fatta di bivi ai quali non c’è mai segnaletica: non sappiamo dove andare e spesso ci fermiamo a riflettere e a rimuginare, col rischio di rimanere impantanati nei nostri stessi pensieri e paure.

Ma se ci soffermassimo un momento ad osservarci, potremmo notare che in realtà è impossibile non scegliere, perché anche questo costituirebbe una scelta di per sé.

Ricordiamoci allora che si sceglie in ogni caso, che la volontà di accettare o meno un cambiamento o una sfida è comunque una decisione più o meno consapevole in una direzione piuttosto che in un’altra; aspettiamo allora, fermiamoci di fronte al bivio, respiriamo profondamente e portiamo alla mente un vecchio aforisma di F.X.Stork: “Ogni volta che decidi perdi qualcosa: qualunque cosa tu decida, è sempre questione di capire cos’è che non sei disposto a perdere”

 







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