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[Citazione del momento]
Un nonnulla ci consola perchè un nonnulla basta ad affliggerci. Blaise Pascal
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Dalla simbiosi all’autonomia: decorso naturale e patologia

… se formassero un’unica persona”.

(Schiff, 1980)

 

Aaron e Jacqui Schiff considerano la psicopatologia come il risultato di una relazione simbiotica non risolta. Una volta instaurata, la simbiosi fa sì che i partecipanti si sentano a proprio agio, ma questo agio ha un prezzo molto …

ACT: Acceptance and Commitment Therapy

In un’alternanza di entusiasmo e scetticismo, si sente sempre più spesso parlare di ACT…ma di cosa si tratta? L’Acceptance and Commitment Therapy (più sinteticamente ACT, pronunciata come una singola parola) è una delle terapie definite di terza generazione che costituiscono la più recente evoluzione della terapia del comportamento. Essa fa ampio uso di strumenti linguistici come metafore e paradossi, abilità di mindfulness e moltissimi esercizi esperienziali, associatici ai tradizionali interventi comportamentali. La sua efficacia è dimostrata sperimentalmente per una vasta gamma di condizioni cliniche: depressione, disturbo ossessivo compulsivo, stress lavoro-correlato, dolore cronico, fobia sociale, ansia, panico, disturbo post traumatico da stress, anoressia, abuso di sostanze…

Nell’ACT, unico è il modello di psicopatologia, ma infinite le possibili declinazioni. La “semplicità” del modello (sottesa però da una complessa e solida base teorica e scientifica, abilmente tradotta e resa accessibile), parallelamente alla sua infinita duttilità, ne rende semplice ed efficace l’applicazione clinica. Le stesse caratteristiche rendono agevole l’applicazione dell’ACT in età evolutiva, grazie alla possibilità di tradurre esercizi e metafore tradizionali in un linguaggio immediatamente accessibile anche ai più piccoli.

Un breve accenno ai fondamenti teorici: l’ACT si fonda sulla Relational Frame Theory (RFT; Hayes et al., 2001), una teoria scientifica del linguaggio e della cognizione. In questo contesto il termine linguaggio fa riferimento sia al suo uso privato che a quello pubblico: facciamo uso pubblico del linguaggio, ad esempio, quando parliamo, raccontiamo o disegniamo; quando invece pensiamo, immaginiamo, pianifichiamo o, semplicemente, ci preoccupiamo, ne facciamo un uso privato.

( Continua … )

Paola Pesenti Gritti

Psicologa, Psicoterapeuta Cognitivo-Comportamentale e Dottore di Ricerca in Psicopatologia dello Sviluppo. Iscritta all’Ordine degli Psicologi della Lombardia, socio ACBS (Association for Contextual and Behavioral Science) e Terapeuta ACT (Acceptance and Commitment Therapy). Esperienza clinica maturata nell’ambito della psicologia dell’adulto (disturbi d’ansia e dell’umore, difficoltà relazionali) e dell’età evolutiva (problemi comportamentali e disturbi d’ansia, psicologia scolastica e disturbi dell’apprendimento). E’ consulente presso il servizio di Psicopatologia dello Sviluppo dell’Ospedale San Raffaele di Milano e svolge attività libero-professionale a Milano con adulti e bambini/adolescenti.
email: pesentigritti [.] paola [@] gmail [.] com
Sito web: www.psych-e.it

L’impostore e “Il sentimento d’impostura”, esaustività e “ Lacune”

Alla stregua di altri perversi, mistificatori e impostori non assumono la piena coscienza  delle proprie falsificazioni e si auto-convincono che siano veritiere. La loro personalità è sempre manipolatrice e seducente, contorta e contraddittoria. Ma l’antinomia più eclatante si esprime, innanzi tutto, nella contrapposizione tra realtà esterna, oggettiva, e realtà interna, soggettiva, secondo la quale ciascuno, inconsciamente, deforma la percezione delle proprie esperienze, contemporaneamente, sia in senso difensivo che creativo. In tal modo la memoria diviene il risultato di un’ondivaga mediazione tra impulsi e meccanismi di difesa.

 

Disturbo della memoria

Le tracce mnesiche lasciate dalle esperienze e accumulate negli engrammi mnemonici non possiedono caratteristiche di stabilità ma subiscono procedimenti di rimodellamento, ri-categorizzazione, venendo influenzate  dalle esperienze più recenti e soprattutto dalle emozioni provate nel momento della registrazione e rievocazione. Il passato viene così modificato a scopo difensivo, anche non intenzionalmente, e le versioni di uno stesso avvenimento possono diventare molto diverse fra loro: ci si dimentica selettivamente di ciò che ha provocato sofferenza, un ricordo può venire sostituito da un altro, alcuni particolari ingigantiti, altri omessi, le date diventano imprecise… Ma tutto questo solo in una certa misura, perché un eccesso di stravolgimenti, o la negazione totale, depongono per qualche interesse cosciente allo scopo di procurarsi dei vantaggi. Il nostro passato viene quindi modificato nei limiti di motivazioni difensive, per ragioni emozionali, ma, tutto sommato, in maniera alquanto calibrata.

 

Immaturità dell’Io

L’infantile bugia, da un punto di vista evolutivo, potrebbe essere considerata quale conseguenza dell’immaturità dell’Io,  non ancora idoneo a distinguere la realtà esterna dal vissuto interiore. Successivamente, invece, la menzogna si adatta alla capacità di costruire uno spazio mentale intimo, dal confine inaccessibile agli altri.

I contributi dell’etologia, messi in evidenza da Matilde Rechichi (1998), definiscono, quali aspetti dell’aggressività, i comportamenti di lotta per la dominanza, oltre che per la sopravvivenza. Animali nel branco, pure gli uomini si costituiscono in società gerarchizzate, sia a scopo di pacificazione, sia per conquistare posizioni di predominio, spesso facendo facilmente prevalere i propri interessi personali su quelli della collettività.

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Grafologia: “Autenticità” e contraffazione, Materiali e metodi, Coerenza disgrafica testamentaria e la “questione” della compatibilità, Ritocco e sintomi di insincerità grafica

In primis

C’è da chiedersi se la cosiddetta “autenticità” corrisponda semplicemente all’assenza di segni di falsità. No, perché l’assenza di segni negativi è troppo poco per poter restituire un parere positivo.

Ma, se l’attendibilità è sempre discutibile, secondo il principio di Salvatore Ottolenghi (1861-1934), simulazione, impostura e invenzione possono invece essere riscontrate, appurate e garantite!

Anzi, senza poi troppo forzare il sillogismo, intuire che un manoscritto “probabilmente” non sia autentico equivale a dichiaralo “sicuramente” apocrifo.

Lo scopo dell’analisi grafologica in questione è quello di ravvisare, per esempio, in un testamento contestato, l’identità dello scrivente, che, per essere quella genuina e originale deve ovviamente collimare con un soggetto che verosimilmente abbia raggiunto una certa età o versi in stato di salute fisica precario, per cui, mentre i contenuti del suo pensiero sarebbero ancora logici e non difetterebbero in maniera palese, la sua grafia inevitabilmente ne risente solo in un senso ben determinato per come ci si aspetterebbe da un anziano o da un malato.

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La sindrome del “Savant” (savantismo) e l’arte di ricordare tutto

Il savantismo viene identificato come “sindrome” (del “Savant”, appunto) e non come malattia vera e propria, per la quale siano riconosciuti criteri standardizzati di diagnosi (Muñoz-Yunta J. A. et al., 2003). La definizione è quella di una rara condizione in cui soggetti con disfunzioni dello sviluppo (in particolare, i tipici disturbi dell’autismo), nettamente in antitesi con le marcate limitazioni complessive, dimostrano straordinarie abilità in alcuni ambiti specificamente circoscritti.
La definizione che ci fornisce Darold A. Treffert, nel suo “Islands of genius”, parla di “spettacolari isole di talento o intelligenza che spiccano per il loro paradossale contrasto con la gravità dell’handicap”. In maniera del tutto informale, questo autore ne distingue tre categorie: i dotati di abilità “frammentarie”, in grado di memorizzare un insieme di dati poco significativi; i “talentuosi”, con competenze in un settore ampio, e dalle abilità evidentemente in controtendenza rispetto ai loro handicap; i “prodigi”, dotati di capacità comunque sorprendenti, anche qualora non fossero associate ad alcuna invalidità.
Le cause sarebbero per lo più genetiche, anche se non si escludono quelle acquisite, ed eventualmente compresenti con altri disturbi dello sviluppo, quali lesioni cerebrali, malattie contratte in fase pre-natale, natale, post-natale, nell’infanzia, e persino più tardi.
Circa la metà delle persone affette dalla “sindrome del Savant” presentano disturbi autistici (compreso l’Asperger), mentre l’altra metà sviluppa altri tipi di disabilità, a partire dal ritardo mentale, sindrome di Gilles de la Tourette, sindrome di Opitz-Kaveggia… Alcuni di loro sono portatori di evidenti anomalie neuropatologiche (come, ad esempio, la mancanza del corpo calloso), localizzate in particolare nell’emisfero cerebrale sinistro.
“… Non tutti i savant sono autistici e non tutti gli autistici sono savant…” afferma Treffert, mentre altri sostengono invece che i tratti caratteristici dell’autismo e le capacità dei savant potrebbero essere strettamente intrecciati fra di loro.
La sindrome del savant è dalle 4 alle 6 volte più frequente negli uomini che nelle donne, e questa differenza non si può spiegare solamente per via della preponderanza maschile tra i soggetti autistici, per cui, secondo alcuni, potrebbe essere un eccesso di testosterone in circolo durante la vita fetale a limitare lo sviluppo dell’emisfero sinistro, favorendo la migrazione di cellule in quello destro.
( Continua … )