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[Citazione del momento]
Solo i grandi sapienti ed i grandi ignoranti sono immutabili. Confucio
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Stalking: due anime in un solo nocciolo!

… e teoria dell’attaccamento. Milano, Cortina Editore.

Caviglia G. (2003). Attaccamento e psicopatologia. Dalla ricerca al lavoro clinico. Carocci editore.

Fonagy P., Gergely G., Jurist E., Target M. (2005). Regolazione affettiva, mentalizzazione e sviluppo di sè. Milano, Raffaele …

L’Intelligenza del denaro – Omeostasi rischio/sicurezza e psicologia dell’arbitrio: economia, etologia, ecologia (il destino degli aranceti)

Sam Peltzman verificò l’effetto che negli anni settanta aveva avuto l’introduzione della norma di legge di alcuni standard di sicurezza per le automobili, rendendo obbligatoria l’installazione delle cinture di sicurezza e l’ulteriore protezione dei passeggeri in caso d’impatto, grazie a piantoni dello sterzo e parabrezza ad assorbimento d’urto. Se, prima dell’entrata in vigore della legge, le conseguenze d’un incidente erano sufficientemente gravi da scoraggiare una guida rischiosa, in seguito l’effetto deterrente andò scemando.

Mentre diminuiva la mortalità dei passeggeri, si incrementava la fatalità per pedoni, ciclisti e motociclisti non protetti da quella norma. Un beneficio sociale veniva vanificato dalla riduzione del “prezzo da pagare” in proprio, nelle conseguenze degli incidenti, da parte degli automobilisti.

Questo studio di economia (“Regulation and the Wealth of Nations: The Connection between Government Regulation and Economic Progress”, 2007) dimostrava un’importante ripercussione sui comportamenti in campo psicologico, osservabili e riproducibili in etologia, per quel semplice effetto di compensazione od omeostasi del rischio, da allora riconosciuto come “effetto Peltzman”. Il comportamento cioè viene regolato in risposta al livello di rischio percepito, più cauto se ci si sente più esposti, meno  prudente se si ritiene di essere protetti.

Insomma, sembra ormai del tutto acclarato come le regolamentazioni sulla sicurezza, alla fin fine, non facciano altro che redistribuire il rischio a vantaggio di alcuni, a scapito di altri, visto che, nel momento in cui si introduce una protezione obbligatoria, e la percezione del pericolo si modifica in un solo senso, i comportamenti che vanno nella direzione opposta risultano essere incentivati, rendendo, in conclusione, se non soltanto inefficace, presumibilmente perfino inadeguata la norma, che potrebbe addirittura riuscire a sortire effetti in assoluta controtendenza alla volontà del legislatore.

Dovremmo concludere che il tentativo di regolazione abbia sempre conseguenze inintenzionali e l’imprevisto frustri ogni spirito di positività in chi originariamente l’ha posto in essere?

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I numeri di storie d’amore e d’odio: Lo Stalking

Dott.sa Sabrina Costantini*, Dott.sa Ilaria Giammaria**


Negli ultimi tempi si sente sempre più parlare di Stalking, su giornali, TV, aule di tribunali, articoli, statistiche, numeri.

Ma perché?

E’ un nuovo fenomeno?

Direi proprio di no.

Ciò che sta capitando è una maggiore sensibilizzazione e differenziazione di un fenomeno, presente anche prima, forse in modo un po’ più anonimo e confuso con altre forme di violenza.

Già il fatto di averlo battezzato con un termine anglosassone “Stalking”, gli fornisce una valenza accentratrice, un attenzione prima impensabile.

Ma sicuramente una bella spinta ce l’ha fornita la legislatura.

Lo stalking, fino a poco tempo fa era considerato irrilevante dalla legge e anche dalla coscienza sociale, è oggi riconosciuto e legalmente punito, in quanto danno colpevolmente prodotto (Fabbroni, Giusti 2009).

Attualmente, infatti, lo stalking è disciplinato dalla legge n. 38/2009, entrata in vigore con il D.L n.11 del 23/3/09 (peraltro in ritardo rispetto agli altri ordinamenti europei,) che ha introdotto una nuova fattispecie di reato, quello di atti persecutori, ex art. 612 bis c.p.(atti persecutori), finalizzata a far venire meno la pericolosa condotta “persecutoria”, nei confronti della vittima da parte del cosiddetto stalker.

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Senza limiti – disturbi del controllo degli impulsi – “nuove” dipendenze, comportamentali o tecnologiche: ipersessualità, Problematic Internet Use, ludopatia…

Il concetto di “dipendenza” si è sempre riferito classicamente all’assunzione di farmaci (Walker, 1989), con la conseguenza che la maggior parte delle definizioni ufficiali della dipendenza provengono dall’esperienza relativa all’ingestione di quelle droghe che normalmente la inducono. Più recentemente, tuttavia, si è accettato che possano esserci, non tanto sostanze chimiche, quanto “comportamenti” altrettanto potenzialmente riconducibili a una sudditanza, come l’eccesso nell’ingestione di cibo (Orford, 1983), un esagerato compiacimento nel gioco d’azzardo (Griffiths, 1995), o in frenetiche attività di tipo sessuale (Cames, 1983). Si tratta quindi di eccedenze, esuberanze, o, in ogni caso, per meglio dire, di sproporzione, dismisura, come il titolo del libro di Bernardo Dell’Osso, “Senza limiti” (Il Pensiero Scientifico, Roma 2013) opportunamente enfatizza.

A seconda dei punti di vista (sociale, giuridico, psicologico o prettamente medico), un comportamento costrittivo nei confronti di un oggetto può facilmente venire ricondotto alla triangolazione sostanza-personalità-circostanza, con immediata e diretta ripercussione sulla liceità dell’eventuale assunzione, modalità ed effetti della stessa, o psicopatologia dell’individuo. Per esempio, bulimia, ludopatia, ipersessualità, o tossicomania potrebbero risultare da un’esaltazione del tono dell’umore.

Comunque, di per sé, il termine “dipendenza” pone fortemente in evidenza il “legame” che viene a stabilirsi e quindi tutte le problematiche relazionali ivi sottese, anche se poi, solitamente, nell’identificare una “nuova” forma di schiavitù, o “intossicazione” psichica, si ricorre inevitabilmente al confronto con i criteri clinici tradizionalmente impiegati per l’assuefazione da sostanze.

Mark Griffiths, nell’affrontare il tema delle cosiddette “dipendenze comportamentali” (da gioco d’azzardo, videogiochi, internet, esercizio fisico, ecc.), avrebbe individuato sei basilari componenti dell’addict, dalla salienza alla tolleranza, dalla modificazione dell’umore al ritiro sociale, dalla conflittualità alla prevedibile ricaduta.

Se perciò l’attività di impiego in un determinato ambito arriva a dominare, per intero, pensieri, sentimenti e comportamento di un certo individuo, fagocitandone la maggior parte dell’esistenza, con il risultato pratico di trascurare studio, lavoro, tempo libero, relazioni, amicizie, educazione dei figli ecc., potremo considerare soddisfatto il primo e più importante criterio della salienza. Come diretta conseguenza di ciò, dovremmo riscontrare una qualche eccitazione nel corso dell’utilizzo e, di contro, un’esperienza altrettanto soggettiva di melanconia, in caso di forzata rinuncia, o nella distrazione da quello (astinenza). Col passare del tempo, s’impone la necessità di incrementare le ore da dedicare a tale preferenza, al fine di ottenere gratificazioni e modificazioni dello stato d’animo perseguito ed esperito in precedenza (tolleranza). La compromissione relazionale deve rivelarsi conflittuale con altri impegni, familiari, di studio, lavorativi, o di vita sociale. Infine, va rilevata la possibile tendenza a ritornare ad analoghi modelli di utilizzo e di legame allo stesso mezzo, o eventualmente ad altri, nelle medesime modalità, ma sempre con immutate caratteristiche di deficit di controllo e ripristino delle condizioni sopraelencate di astinenza, tolleranza, ecc.

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Psichiatria, con il Dsm-5 tutto ciò che piace diventerebbe disturbo mentale

La nuova versione del Manuale diagnostico dei disturbi mentali divide. Il Velino incontra Massimo Lanzaro, medico, psichiatra e psicoterapeuta.

Qualcosa sta cambiando negli studi della mente. A maggio negli Stati Uniti (edito da Penguin) – l’anno prossimo in Italia -, sarà pubblicata la quinta edizione del Dsm, conosciuto come il Manuale diagnostico dei disturbi mentali, varato dall’Apa, l’Associazione americana di Psichiatri. A distanza di dieci anni dall’ultima versione – la prima risale al 1952 –, il frutto della task-force che ha interessato 1500 scienziati di 39 Paesi, anticipato da alcuni focus online, ha scosso il mondo medico. L’accusa più grande è che si “medicalizza la normalità”. Il Velino ha incontrato Massimo Lanzaro, napoletano classe 1971, medico, psichiatra e psicoterapeuta. E’ stato primario (al Royal Free Hospital di Londra) e direttore sanitario in Italia e in Inghilterra. E’ autore di numerose pubblicazioni scientifiche su riviste nazionali ed internazionali. E’ membro dell’International Association for Jungian Studies. Attualmente scrive sulle riviste “B-liminal” e “N9ve”, sulla CG Jung Page e collabora con il Centro Raymond Gledhil di Roma e con l’Università del Cile.

Il Dsm è davvero la bibbia della diagnosi per psicologi e psichiatri?

“I criteri diagnostici del Dsm, costruiti su base statistica, sono essenziali per la sperimentazione farmacologica e perché un sistema classificatorio descrittivo dovrebbe essere compatibile con teorie diverse e quindi consentire di conciliare diverse scuole di pensiero: psichiatri più orientati sul versante neurobiologico, psichiatri e psicologi ad indirizzo psicoanalitico, quelli di matrice cognitivo-comportamentale etc. In altre parole, la sfida delle ultime edizioni del Dsm (due, anzi quattro se si considerano le revisioni: Dsm-III del 1980, Dsm-III-R del 1987, Dsm-IV del 1994, e Dsm-IV-Tr del 2000) è stata quella di tentare di far andare d’accordo tutte le scuole e i paesi del mondo, permettendo quindi la comunicazione tra operatori diversi, basandosi solo sull’aspetto esteriore dei sintomi, senza ipotesi teoriche sottostanti. Tuttavia questi criteri dovrebbero essere usati con cautela in clinica e nella pratica quotidiana, non certo come ‘una bibbia’. Quando lo psichiatra incontra una persona dovrebbero essere considerati solo come un orientamento, un’indicazione di possibilità, magari un punto di partenza”.

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Internet ci rende stupidi? autistici o infovori – dall’Attention Restoration Theory all’Attention Deficit Disorder

E’ difficile resistere alle seduzioni della tecnologia, e nella nostra epoca dell’informazione istantanea i benefici della velocità e dell’efficienza non sono nemmeno in discussione”, dichiara Nicholas Carr, in “Internet ci rende stupidi?” (Raffaello Cortina, Milano 2011), aggiungendo però: “Sarebbe molto triste se dovessimo accettare senza discussioni l’idea che gli ‘elementi umani’ sono fuori moda e superflui, specialmente se si tratta di alimentare le menti dei nostri figli”.

Citando Joseph Weizenbaum (1923 -2008), Nicholas Carr parte dalla considerazione che i computer non potranno mai essere in grado di esprimere giudizi critici, ragionati e motivati, bensì seguire pedissequamente regole e applicare formule, che poi dovranno rivelarsi utili ad affrontare, come si suol dire, tutte le stagioni. La lungimiranza di Weizenbaum aveva avvertito per tempo del rischio, a cui saremmo un po’ tutti andati incontro, qualora avessimo assunto l’abitudine di affidarci completamente ai computer, e ne fossimo divenuti dipendenti, di consegnare dogmaticamente al mezzo artificiale “compiti che richiedono saggezza”, abdicando così a determinate facoltà mentali superiori.

David Bowman e Hal, in2001: A Space Odyssey

Il futuro, si spera, non debba corrispondere a quello piuttosto cupo, prospettato dal film di Stanley Kubrick “2001: A Space Odyssey” (1968), in cui all’assenza di emozioni del personaggio umano (David Bowman), che si preoccupa di svolgere ogni sua attività in piena efficienza, mirando alla perfezione robotica, fa da contraltare la disperazione di Hal (Ibm) nel corso dello spegnimento dei suoi circuiti, prolungata sino alla regressione al senso di angoscia. In un mondo in cui la programmazione si ostina a seguire le istruzioni degli algoritmi, l’unico brandello di umanità finiscono per dimostrare di averlo le macchine. Quando confidiamo in esse affinché ci aiutino a capire qualcosa di più di noi, ad appiattirsi su quella artificiale è la nostra intelligenza!

( Continua … )