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[Citazione del momento]
L'umorismo è il più eminente meccanismo di difesa. Sigmund Freud
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Grafologia: “Autenticità” e contraffazione, Materiali e metodi, Coerenza disgrafica testamentaria e la “questione” della compatibilità, Ritocco e sintomi di insincerità grafica

… fondo, costretta a controllare e ricontrollare continuamente tutto quello che fa o scrive.

Una psicopatologia questa che, nel non fidarsi delle proprie capacità, per controbilanciare il peso delle responsabilità avvertite, verosimilmente tende ad addebitarsene delle altre, con il conseguente …

La sindrome del “Savant” (savantismo) e l’arte di ricordare tutto

Il savantismo viene identificato come “sindrome” (del “Savant”, appunto) e non come malattia vera e propria, per la quale siano riconosciuti criteri standardizzati di diagnosi (Muñoz-Yunta J. A. et al., 2003). La definizione è quella di una rara condizione in cui soggetti con disfunzioni dello sviluppo (in particolare, i tipici disturbi dell’autismo), nettamente in antitesi con le marcate limitazioni complessive, dimostrano straordinarie abilità in alcuni ambiti specificamente circoscritti.
La definizione che ci fornisce Darold A. Treffert, nel suo “Islands of genius”, parla di “spettacolari isole di talento o intelligenza che spiccano per il loro paradossale contrasto con la gravità dell’handicap”. In maniera del tutto informale, questo autore ne distingue tre categorie: i dotati di abilità “frammentarie”, in grado di memorizzare un insieme di dati poco significativi; i “talentuosi”, con competenze in un settore ampio, e dalle abilità evidentemente in controtendenza rispetto ai loro handicap; i “prodigi”, dotati di capacità comunque sorprendenti, anche qualora non fossero associate ad alcuna invalidità.
Le cause sarebbero per lo più genetiche, anche se non si escludono quelle acquisite, ed eventualmente compresenti con altri disturbi dello sviluppo, quali lesioni cerebrali, malattie contratte in fase pre-natale, natale, post-natale, nell’infanzia, e persino più tardi.
Circa la metà delle persone affette dalla “sindrome del Savant” presentano disturbi autistici (compreso l’Asperger), mentre l’altra metà sviluppa altri tipi di disabilità, a partire dal ritardo mentale, sindrome di Gilles de la Tourette, sindrome di Opitz-Kaveggia… Alcuni di loro sono portatori di evidenti anomalie neuropatologiche (come, ad esempio, la mancanza del corpo calloso), localizzate in particolare nell’emisfero cerebrale sinistro.
“… Non tutti i savant sono autistici e non tutti gli autistici sono savant…” afferma Treffert, mentre altri sostengono invece che i tratti caratteristici dell’autismo e le capacità dei savant potrebbero essere strettamente intrecciati fra di loro.
La sindrome del savant è dalle 4 alle 6 volte più frequente negli uomini che nelle donne, e questa differenza non si può spiegare solamente per via della preponderanza maschile tra i soggetti autistici, per cui, secondo alcuni, potrebbe essere un eccesso di testosterone in circolo durante la vita fetale a limitare lo sviluppo dell’emisfero sinistro, favorendo la migrazione di cellule in quello destro.
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Sviluppi traumatici

Abusi, maltrattamenti, o semplice trascuratezza emotiva (neglect), influenzano negativamente lo sviluppo mentale, facendolo evolvere in una generica vulnerabilità a vari disturbi psicopatologici. Alcuni autori (Herman 1992, van der Kolk  et al. 2005) avrebbero circoscritto in una specifica sindrome la condizione che intacca in particolar modo le funzioni integratrici della coscienza e della memoria.
Il tentativo di assimilare i frammenti mnesici in una sintesi che consenta la “presentificazione” ha indotto, a volte, falsi ricordi, con conseguenti infondate accuse di abusi e maltrattamenti, destinati a sollevare delicate problematiche medicolegali (Loftus 2003). La produzione di tali memorie falsate dipende, con buona probabilità, dalla propensione a fantasticare tipica di ciascuno, e non piuttosto dal trauma o dalla dissociazione ad esse ricollegabili, e ancora meno forse da un intervento psicoterapeutico, per quanto incauto possa rivelarsi (Dalenberg & Palesh 2010). La ricerca ossessiva di prove, o la ricostruzione approssimativa di vicende storiche poco chiare, neppure intesa a convalidare delle esperienze personali, non rientra difatti tra gli scopi della psicoterapia. Se poi, alla verità accertabile, subentrano dubbi e incertezze sui reali accadimenti, il rischio dell’investigazione è persino di essere decisamente controproducente (Dalenberg & Palesh 2010). Del resto, un’impossibile ricerca di verità va tollerata almeno quanto l’angoscia del dubbio o la perplessità dell’incertezza, nella considerazione che un eccesso di fiducia nei ricordi potrebbe rivelarsi un allontanamento dall’obiettività e, dunque, un’ipotizzabile certificazione di menzogne.
La vulnerabilità a sviluppare dal trauma un disturbo psicopatologico usufruirebbe di fattori protettivi (resilience) in grado di resistere alle avversità (Bertetti 2008). Il termine anglosassone, che suggerisce flessibilità ed elasticità, è stato preso in prestito dal linguaggio della fisica, indicando infatti quella capacità di un materiale di assorbire urti senza subire persistenti deformazioni. In psicologia assume il valore di dinamico adattamento ad ogni significativa fonte di tensione, con il quale si oppone uno sforzo cosciente, nell’affrontare avversità, pressioni, traumi, tragedie, o minacce, oneri, frustrazioni, al fine di risolvere problemi personali e interpersonali, tentando di  tollerarne i conflitti e minimizzarne lo stress che ne deriva. Nel produrre l’emersione di tali fattori protettivi, l’evento traumatico verrebbe addirittura trasformato positivamente in un’esperienza formativa. Ma, trattandosi di un processo suscettibile di sviluppo, piuttosto che un tratto stabile della personalità (Rutter 2008), le sue variabili sono numerose, e sia di tipo psicobiologico, sia socioculturale.
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Quando il corpo ci tradisce

Il corpo costituisce il nostro involucro, il confine col mondo, ciò che scambia con esso, che fa entrare ed uscire, trasforma, fa proprio ciò che riceve e rifiuta buttando fuori, ciò che non gli si addice (in termini di equilibrio, sanità, natura, ecc.).

Noi siamo il nostro corpo.

Il corpo rappresenta ciò che ci fa vivere, ci fornisce ossigeno e nutrimento, grazie ai suoi meccanismi automatici (quali il respiro e la trasformazione biochimica degli alimenti e delle bevande, delle sostanze sciolte nell’acqua e nell’aria, ecc.), ciò che ci salvaguarda nei confronti dell’ambiente circostante (ad esempio attraverso il dolore di elementi nocivi, come il fuoco, l’eccessivo caldo o freddo, ecc.) e nei confronti dell’ambiente interno (ad es. attraverso il vomito di elementi indigesti o nocivi sia in senso fisico che psicologico), che ripristina l’equilibrio psicofisico (ad esempio attraverso la malattia e la richiesta d’attenzione e cure).

Il corpo è anche caldo, talvolta freddo, più o meno liscio, peloso, morbido, sensibile, eccitabile, è fonte di infinite sensazioni con una gamma di variazioni illimitate, fonte di piacere e di godimento a livello sensoriale, sessuale, emotivo.

Costituisce anche lo strato più esterno, la prima immagine che noi forniamo di noi stessi al mondo, il primo biglietto da visita, nello stesso tempo è la parte che ci fornisce gli elementi di esplorazione e di conoscenza del mondo in senso concreto, materiale ma anche emotivo e relazionale.

Insomma, questo nostro corpo è un organo che possiede un suo equilibrio, una sua significatività, una funzione, un meccanismo, un incastro perfetto. Corpo e psiche, garantiscono un connubio unico e significativo, garantiscono la dimensione materiale e concreta, nonché quella emotiva e connotativa.

In esso, è racchiuso tutto l’universo. Esso contiene l’alchimia per potersi adattare nel modo migliore, al mondo.

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Automobilista, non spari!

Quante volte ci è capitato, di incontrare sulla nostra strada, un’automobilista furioso, che impreca, sbraita, strombazza, offende, al punto da sembrare sul punto di perdere le staffe, fino ad arrivare alle mani. Sempre più persone, imbracciano il volante, circolando con questa modalità di guida e di relazione, sparando a destra e a manca.

Le strade dunque, sembrano tornate ad essere campi di battaglia, esattamente come succedeva secoli e secoli fa. Ed incontrare individui così furiosi, parabrezza a parabrezza, specchietto a specchietto, ci fa solo sperare e pregare che “non spari”: sentenze, parole, gesti o qualunque altra cosa si possa sputare addosso!

Se non bastasse, per quanto questa, sembri la descrizione perfetta di un automobilista uomo, in realtà non è proprio così. Sempre più donne, pari ai colleghi uomini, seguono questo modello di “guida aggressiva”. Sempre più membri del così detto “gentil sesso”, si accaniscono e incaniscono contro il primo mal capitato.

Questa condotta dunque, è sempre più frequente e generalizzata, al di là del sesso del guidatore, dell’età e della condizione socio-economica.

Si ha fretta, si deve correre, essere efficienti e veloci, non si tollerano lumache, dimenticanze, false manovre, imbranataggini e quant’altro può emergere nel corso del percorso, non si parli poi del dare la precedenza a chi in effetti non ce l’ha! E’ una gara a chi scatta più veloce al semaforo, chi si immette prima negli incroci, chi sorpassa più prontamente, ecc.

Quale sia il premio mi sfugge, ma non credo sia niente di buono. Eppure non se ne può fare a meno!

Non solo, vediamo sempre più spesso questi individui frenetici sulle nostre strade, ma sempre di più, anche nei nostri studi terapeutici. E’ interessante notare che questo comportamento, frequentemente emerge alla domanda: “Ma dove va a finire la sua rabbia?”. Allora, dopo vari “non so, non saprei, da nessuna parte, …..”, quasi per caso si fa riferimento alla propria intolleranza, al posto di guida.

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I Lutti del Vajont

category Atri argomenti Simona Saggiomo 17 Febbraio 2011

La tragedia del Vajont non ha inizio il 9/10/1963 quando dal monte Toc si è staccata una frana stimata 260 milioni di metri cubi e che, precipitando nel bacino del lago, ha raggiunto le sponde di Casso, Erto e spazzato via Longarone e molte frazioni circostanti (Bepi Zanfron, Vajont, 2000), ma quando, anni prima, qualcuno decise di costruirla. Molti tipi di lutti, psicologici e fisici, si sono succeduti e ancora oggi, frequentando quei luoghi della Memoria, avvengono.

Il lutto è una perdita e crea un grande senso di vuolto e di disperazione, stordimento, dolore profondo, incosolabile, che trasforma la persona coinvolta. In psicologia per poter asserie che un cambiamento è positivo, è utile valutare la qualità del nuovo adattamento, monitorando come la persona ha elaborato il lutto. Non è scontato sottolienare che molte persone la perdita non la elaborano in modo positivo, ed il risultato è un lutto patologico ( Bowlby J., Attacamento e perdita, Bollati Boringhieri, 1983). In questa umana tragedia molte perdite si sono volute dimenticare, rimuovere ,  negare, per l’incapacità delle persone coinvolte di dare un posto a sentimenti forti e potenti come quelli della scomparse plurima di genti e comunità intere. Molti processi di elaborazione devono ancora oggi essere fatti per poter dire che la tragedia del Vajont è stata affrontata e superata, ma spesso le difese sono inconsapevoli, segno che il trauma è più presente di quanto non si voglia far credere.

Per meglio capire di che cosa ancora oggi soffra la Comunità restante, bisogna fare un passo indietro e capire dal punto di vista psicologico che cosa sia un lutto e le sue caratteristiche (ibidem).

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