Homepage di Nienteansia.it

Switch to english language  Passa alla lingua italiana  
Newsletter di psicologia


archivio news

[Citazione del momento]
Il nostro poco può essere molto per chi non ha avuto niente. Xavier Wheel
Viagra online


Il Piacere di Vivere: Essere se stessi ogni giorno – Se nessuno ti ama: Decisioni intuitive – Iniziazione al Tao della Psicologia

… più o meno precisi, che facciamo, un po’ tutti potremmo rientrare nelle varie categorie della psicopatologia.

Giuseppe M. S. IERACE

———————————————————————————–

Bibliografia essenziale:

Alain M.: “ Essere se stessi ogni giorno …

Dromomania e Pulsione viatoria – filosofia del viaggio e del camminare – I Miti del nostro tempo – “Solvitur ambulando” – natura come cura

“La casa dell’anima non è in paradiso, è nella strada aperta, né fuori né dentro. L’anima è un viandante lungo una strada aperta. Non è nella meditazione, o nel digiuno, o nell’esplorazione di un paradiso dopo l’altro (alla maniera dei grandi mistici) o nell’esaltazione, nell’estasi che l’anima può ritrovare se stessa. L’unica cosa da farsi è mettersi liberamente in cammino. Non è neppure con la carità, col sacrificio, con l’amore, con le buone azioni che l’anima può giungere a perfezione: è solo con un viaggio per una strada aperta. Il viaggiare per una strada aperta, esposti ad ogni contatto, incontrando chiunque venga per via, accompagnandosi a coloro che sono sospinti nello stesso senso, senza scopo, su due lenti piedi, per la strada aperta…” (D. H. Lawrence)
In “Mad Travellers. Reflexions on the Reality of Transient Mental Illness” (1998), Ian Hacking ha posto a confronto le conoscenze di psicologi e psichiatri con il comportamento degli individui etichettati “malati di mente”, interessandosi innanzitutto dello “strano caso” di Albert Dadas, giovanissimo impiegato presso la compagnia del gas di Bordeaux, che improvvisamente, e senza alcun apparente motivo, abbandona il lavoro, scappa di casa e rompe la sua quotidiana routine per intraprendere un lunghissimo viaggio, il cui itinerario lo condurrà dalle sponde dell’Algeria a Costantinopoli, e poi nel cuore della Russia, a Mosca.
( Continua … )

Il disagio nella civiltà – quale malessere, quale cultura, quale futuro? – L’Io Arlecchino – xenofobia – Psicopatologia delle relazioni e della solitudine – Ma io, chi sono? (ed eventualmente, quanti sono?) – nella natura la cura? – minzione ed addomesticamento del fuoco – rimorso e senso di colpa – economia inconscia ed utilitarismo sociale

Ne “L’Io e l’Es” (1923), ed ancor prima in “Psicologia delle masse ed analisi dell’Io” (1921), Freud descrisse l’Io come istanza centrale della soggettività, alla quale attribuire degli specifici compiti: quello di mediare tra le spinte pulsionali dell’Es (libido/aggressività) e la coscienza morale del Super-Io, nonché, allo scopo di bilanciare e frenare gli istinti con (e mediante) il principio di realtà, quello di presentare concretamente il mondo esterno all’inconscio “desiderante”, rendendone così sopportabili le inevitabili frustrazioni. L’Io così descritto dal padre della Psicoanalisi potrebbe allora sembrare un Arlecchino della Commedia dell’Arte, “servo di tre padroni”: Super-Io, realtà, pulsioni.
Ne “Il Disagio nella civiltà” (1929), Freud ammette che il processo di socializzazione, nell’attenuare i rischi autodistruttivi del consorzio umano, per proteggere dalle estreme conseguenze dell’aggressività incondizionata verso le fasce più deboli, quali donne, bambini, anziani, ha costretto alla rinunzia alle gratificazioni (attraverso il soddisfacimento immediato e diretto delle pulsioni), e ciò ha reso l’accesso al sentimento della felicità molto più tortuoso ed ovviamente meno praticabile. A causa (od, a seconda dei punti di vista, grazie) all’incivilimento, si costituisce quel primo “meccanismo di difesa” che sposta le pulsioni, sessuali o aggressive, verso la valorizzazione di obiettivi socialmente accettabili, e quindi non sessuali e non aggressivi. Le gratificazioni vengono quindi procrastinate e ricercate in mete più impegnative, che costituiscono traguardi culturali nell’ambito delle professioni, della ricerca o dell’attività artistica, ovvero in finalità relazionali, quali l’amore, l’affetto, l’amicizia, la solidarietà.
( Continua … )

Il Simbolismo del cibo e la pentola di Prometeo – crudismo versus civilitas – nichilismo anoressico – il cibo tra natura e cultura

“…addomesticando il fuoco, centinaia di migliaia di anni fa, gli esseri umani imboccarono la via della cottura del cibo, una pratica destinata ad ampliare notevolmente la gamma degli aromi sprigionati dagli alimenti ed a porre le fondamenta della culinaria” André Holley: “Il Cervello Goloso”, Bollati Boringhieri, Torino 2009

Ida Li Vigni e Paolo Aldo Rossi, ne “Il Simbolismo del Cibo” (su “Anthropos & Iatria”, pag. 104-108, XIII, 2, Aprile- Giugno 2009) sottolineano come il passaggio alla civilizzazione, da uno stato di animalità (che va evolvendosi), o di edenica convivenza con il creato (se si dà fede all’utopia dell’età dell’oro), sembra sia contrassegnato dal predominio del cibo lavorato e cotto, qual è il pane “quotidiano”, prodotto dalla fatica e con dolore, sugli alimenti naturali, di per sé già pronti all’origine, e per questo sacri, come latte e miele, generosamente offerti dai nostri fratelli minori, compagni di viaggio su questo pianeta.
L’uomo seleziona i suoi alimenti in base a norme socioculturali ed a preferenze individuali, le une e le altre frutto di significati, legami, valori, gusti, spesso scaturenti dalle necessità. L’elemento culturale che ha determinato l’impostazione tecnologica del cucinare e, prima ancora, del mangiare sociale, è stato il ricorso al fuoco, elemento trasmutatorio dell’alchimia degli ingredienti naturali in quella combinazione, altrimenti destinata a rimanere semplice sommatoria, elevata dalla cultura a superiore risultato appagante.
L’unità fondante delle civiltà gravita attorno al fuoco. I miti di Prometeo, Epimeteo, Efesto ce lo ricordano. Dal punto di vista alimentare, la contrapposizione natura cultura si traduce infatti nella contrapposizione crudo e cotto, come insegna Claude Lévi-Strauss (“Le cru et le cuit”, 1964). Così l’arroganza creatrice dell’uomo bolle in pentola assieme all’orgoglio di riuscire a tenere sotto controllo la natura, di modificarne le strutture, di intervenire nei suoi processi. La carica simbolica dell’elemento si proietta sui fornelli emanando un alone di appartenenza, dal valore fortemente identitario. Il rifiuto di quest’atto fondante delle civiltà equivale ad una mancata accettazione della propria rassegnata umanità, una contestazione ed uno spaesamento insieme, una negazione nichilista che sa di disturbo dell’insoddisfazione, di crisi domestica, quasi una cancrena familiare.
( Continua … )

Sesso ossessione on-line

I dispositivi di comunicazione mediatica hanno recentemente rappresentato dei potenti fattori di cambiamento nell’assetto cognitivo-affettivo e nella maniera d’interagire con gli altri. Ma, man mano che si sono andati diffondendo, con la contemporanea crescita delle pagine web e dei loro contenuti, hanno cominciato a palesare delle problematiche di “abuso” e delle modalità psicopatologiche di utilizzo della rete. Queste cosiddette nuove “dipendenze” tecnologiche interessano prevalentemente le giovani generazioni di adolescenti (statisticamente significativa la prevalenza del sesso maschile) e potrebbero comprendere varie forme di vere e proprie “addiction”, le quali andrebbero dal mobile ai videogames, come ad altri sistemi di impiego, quali la messaggistica. Con il perfezionamento dello “strumento”, ormai indispensabile per favorire un’adeguata modernizzazione informatica, si è verificato un proporzionale aumento della stessa desiderabilità del medium. E’ così nata una sorta di nuova generazione di perennemente “connessi” per tutti gli scopi, contrapposta alla precedente, preoccupata di limitare gli “accessi” ed inasprire le censure. Il conflitto intergenerazionale si è visto così complicato da un ulteriore contenzioso, un solco culturale (digital divide) che allontana ancor di più la dimensione esperienziale e la sottocultura giovanile, rendendone inintelligibili i linguaggi ed incomunicabili i vissuti.
La dimensione della virtualità produce modalità comunicative nuove, differenti da quelle convenzionali dell’”altro ieri”, con l’introduzione di uno slang costituito da acronimi, abbreviazioni, frasi sincopate, emoticons, nonché l’eventuale possibilità di ricorrere ad “identità fittizie”. I contatti relazionali favoriti dalla rete si sarebbero inevitabilmente dimostrati più superficiali, fluidi, instabili. Difatti, se emozioni e sentimenti possono proiettarsi in un mondo fittizio, inesorabilmente la realtà tende a perdere di significato, l’identità psicoaffettiva, sessuale e sociale si sbiadisce, le medesime relazioni interpersonali non avrebbero modo di consolidarsi. Quella che rappresenta una forte esigenza di “individuazione” verrebbe delegata ad una sorta di “protesi” dell’io, mentre la necessità di affermarsi sarebbe veicolata verso il soddisfacimento da quanto non è che un semplice apparire. Investendo nella virtualità sembra più facile dirimere i conflitti e gratificare i propri bisogni e, con la distensione dell’ansia, ci si aiuta a combattere la noia, la solitudine e la malinconia.

( Continua … )

L’ingegneria approssimativa della mente umana – accrocchi, pastrocchi… quisquilie e pinzellacchere: “ma mi faccia… il piacere!”

E’ sicuramente il piacere la nostra bussola, come, ben prima di Freud, aveva notato Aristotele. Se le specie si sono propagate è proprio grazie al piacere; eppure la più recente ricerca relativa alle motivazioni che giustifichino tanta dedizione al sesso, oltre a “piacere” e “riproduzione”, ne elenca altre 235, tra cui “sfuggire alla noia”, “fare un po’ di sano esercizio”, “un modo come un altro per dire grazie”, “una maniera per avvicinarsi a Dio”, ecc. (Meston C.M. e Buss D. M. (2007): “Why humans have sex” in Archives of Sexual Behavior, 36 (4) pp.477-507).

Siamo soliti classificare automaticamente ed inconsciamente qualsiasi cosa nella categoria gradevole-spiacevole. Per quello che in psicologia cognitiva viene conosciuto come “effetto priming positivo”, si reagisce più prontamente a qualcosa che viene avvertito appartenente alla categoria del buono. E’ dubbia l’ipotesi che tale categoria debba necessariamente condurre ad un beneficio genetico diretto, visto che, nella stragrande maggioranza delle circostanze, persino il sesso appare una pura e semplice ricreazione, piuttosto che un’attività procreativa finalizzata alla perpetuazione del patrimonio genetico.

Il piacere può essere considerato un adattamento oppure si tratta di una soluzione efficace ad un problema, adottata da quella che Gary Marcus definisce “l’ingegneria approssimativa della mente umana” (“Kluge”, Codice, Torino, 2008). Se avesse prevalso, infatti, la logica evoluzionista, il piacere sarebbe dovuto essere più strettamente collegato a quelle attività in grado di garantire il più alto coefficiente di moltiplicazione del corredo cromosomico, mentre di fatto ci ritroviamo ad inseguire una mescolanza di cose di genere astratto, a cui, nell’insieme, si dà la definizione di “felicità”, ma che sostanzialmente, ad un’analisi più approfondita, corrisponde un po’ all’autostima, un po’ al successo, alla considerazione di cui si è oggetto tra i propri simili, alla percezione del controllo sulla propria esistenza, al benessere, e così via dicendo.
( Continua … )