Homepage di Nienteansia.it

Switch to english language  Passa alla lingua italiana  
Newsletter di psicologia


archivio news

[Citazione del momento]
Allontanarsi dal mondo, restare sconosciuti e non avere rimpianti: a questo può arrivare solo l'uomo superiore. Confucio
Viagra online


Psichiatria, con il Dsm-5 tutto ciò che piace diventerebbe disturbo mentale

… in un certo qual modo sulla comunità scientifica italiana. Fino a quando in psichiatria e psicopatologia dominava la cultura tedesca, le classificazioni dei disturbi psichici erano le più precise e ordinate possibili, saldamente fondate sui pilastri epistemologici della medicina. Il …

Internet ci rende stupidi? autistici o infovori – dall’Attention Restoration Theory all’Attention Deficit Disorder

E’ difficile resistere alle seduzioni della tecnologia, e nella nostra epoca dell’informazione istantanea i benefici della velocità e dell’efficienza non sono nemmeno in discussione”, dichiara Nicholas Carr, in “Internet ci rende stupidi?” (Raffaello Cortina, Milano 2011), aggiungendo però: “Sarebbe molto triste se dovessimo accettare senza discussioni l’idea che gli ‘elementi umani’ sono fuori moda e superflui, specialmente se si tratta di alimentare le menti dei nostri figli”.

Citando Joseph Weizenbaum (1923 -2008), Nicholas Carr parte dalla considerazione che i computer non potranno mai essere in grado di esprimere giudizi critici, ragionati e motivati, bensì seguire pedissequamente regole e applicare formule, che poi dovranno rivelarsi utili ad affrontare, come si suol dire, tutte le stagioni. La lungimiranza di Weizenbaum aveva avvertito per tempo del rischio, a cui saremmo un po’ tutti andati incontro, qualora avessimo assunto l’abitudine di affidarci completamente ai computer, e ne fossimo divenuti dipendenti, di consegnare dogmaticamente al mezzo artificiale “compiti che richiedono saggezza”, abdicando così a determinate facoltà mentali superiori.

David Bowman e Hal, in2001: A Space Odyssey

Il futuro, si spera, non debba corrispondere a quello piuttosto cupo, prospettato dal film di Stanley Kubrick “2001: A Space Odyssey” (1968), in cui all’assenza di emozioni del personaggio umano (David Bowman), che si preoccupa di svolgere ogni sua attività in piena efficienza, mirando alla perfezione robotica, fa da contraltare la disperazione di Hal (Ibm) nel corso dello spegnimento dei suoi circuiti, prolungata sino alla regressione al senso di angoscia. In un mondo in cui la programmazione si ostina a seguire le istruzioni degli algoritmi, l’unico brandello di umanità finiscono per dimostrare di averlo le macchine. Quando confidiamo in esse affinché ci aiutino a capire qualcosa di più di noi, ad appiattirsi su quella artificiale è la nostra intelligenza!

( Continua … )

Dalla simbiosi all’autonomia: decorso naturale e patologia

Si ha una simbiosi quando due o più individui si comportano

come se formassero un’unica persona”.

(Schiff, 1980)

 

Aaron e Jacqui Schiff considerano la psicopatologia come il risultato di una relazione simbiotica non risolta. Una volta instaurata, la simbiosi fa sì che i partecipanti si sentano a proprio agio, ma questo agio ha un prezzo molto elevato in quanto implica il sacrificio di buona parte delle risorse individuali. In altre parole, si può dire che la stabilità viene acquisita a patto che entrambe le persone svalutino le proprie capacità, in modo che ciascuno senta di aver bisogno dell’altro.

Simbiosi naturale
La relazione simbiotica all’origine della vita garantisce al bambino la sopravvivenza attraverso la protezione, il nutrimento e il calore che la madre gli procura ma, con l’acquisizione delle capacità autonome, con lo sviluppo del sé e delle funzioni dell’Io, diviene man mano un terreno da cui prendere le mosse perché l’individuo possa esplorare modalità indipendenti di stare in vita.
Una struttura genitoriale positiva e coerente è in grado di offrire al figlio un’adeguata protezione e un clima di fiducia: occasioni che promuovono l’intimità ed occasioni che incoraggiano la separazione. Per ogni bambino è necessario incorporare i seguenti messaggi:
- Puoi risolvere i problemi
- Puoi pensare
- Puoi fare le cose
In termini analitico-transazionali l’incorporazione di questi messaggi si traduce nella capacità della persona di utilizzare efficacemente il problem solving, di disporre attivamente delle risorse dell’Adulto e nel sentire sia se stesso che l’altro Ok.

( Continua … )

ACT: Acceptance and Commitment Therapy

In un’alternanza di entusiasmo e scetticismo, si sente sempre più spesso parlare di ACT…ma di cosa si tratta? L’Acceptance and Commitment Therapy (più sinteticamente ACT, pronunciata come una singola parola) è una delle terapie definite di terza generazione che costituiscono la più recente evoluzione della terapia del comportamento. Essa fa ampio uso di strumenti linguistici come metafore e paradossi, abilità di mindfulness e moltissimi esercizi esperienziali, associatici ai tradizionali interventi comportamentali. La sua efficacia è dimostrata sperimentalmente per una vasta gamma di condizioni cliniche: depressione, disturbo ossessivo compulsivo, stress lavoro-correlato, dolore cronico, fobia sociale, ansia, panico, disturbo post traumatico da stress, anoressia, abuso di sostanze…

Nell’ACT, unico è il modello di psicopatologia, ma infinite le possibili declinazioni. La “semplicità” del modello (sottesa però da una complessa e solida base teorica e scientifica, abilmente tradotta e resa accessibile), parallelamente alla sua infinita duttilità, ne rende semplice ed efficace l’applicazione clinica. Le stesse caratteristiche rendono agevole l’applicazione dell’ACT in età evolutiva, grazie alla possibilità di tradurre esercizi e metafore tradizionali in un linguaggio immediatamente accessibile anche ai più piccoli.

Un breve accenno ai fondamenti teorici: l’ACT si fonda sulla Relational Frame Theory (RFT; Hayes et al., 2001), una teoria scientifica del linguaggio e della cognizione. In questo contesto il termine linguaggio fa riferimento sia al suo uso privato che a quello pubblico: facciamo uso pubblico del linguaggio, ad esempio, quando parliamo, raccontiamo o disegniamo; quando invece pensiamo, immaginiamo, pianifichiamo o, semplicemente, ci preoccupiamo, ne facciamo un uso privato.

( Continua … )

Paola Pesenti Gritti

Psicologa, Psicoterapeuta Cognitivo-Comportamentale e Dottore di Ricerca in Psicopatologia dello Sviluppo. Iscritta all’Ordine degli Psicologi della Lombardia, socio ACBS (Association for Contextual and Behavioral Science) e Terapeuta ACT (Acceptance and Commitment Therapy). Esperienza clinica maturata nell’ambito della psicologia dell’adulto (disturbi d’ansia e dell’umore, difficoltà relazionali) e dell’età evolutiva (problemi comportamentali e disturbi d’ansia, psicologia scolastica e disturbi dell’apprendimento). E’ consulente presso il servizio di Psicopatologia dello Sviluppo dell’Ospedale San Raffaele di Milano e svolge attività libero-professionale a Milano con adulti e bambini/adolescenti.
email: pesentigritti [.] paola [@] gmail [.] com
Sito web: www.psych-e.it

L’impostore e “Il sentimento d’impostura”, esaustività e “ Lacune”

Alla stregua di altri perversi, mistificatori e impostori non assumono la piena coscienza  delle proprie falsificazioni e si auto-convincono che siano veritiere. La loro personalità è sempre manipolatrice e seducente, contorta e contraddittoria. Ma l’antinomia più eclatante si esprime, innanzi tutto, nella contrapposizione tra realtà esterna, oggettiva, e realtà interna, soggettiva, secondo la quale ciascuno, inconsciamente, deforma la percezione delle proprie esperienze, contemporaneamente, sia in senso difensivo che creativo. In tal modo la memoria diviene il risultato di un’ondivaga mediazione tra impulsi e meccanismi di difesa.

 

Disturbo della memoria

Le tracce mnesiche lasciate dalle esperienze e accumulate negli engrammi mnemonici non possiedono caratteristiche di stabilità ma subiscono procedimenti di rimodellamento, ri-categorizzazione, venendo influenzate  dalle esperienze più recenti e soprattutto dalle emozioni provate nel momento della registrazione e rievocazione. Il passato viene così modificato a scopo difensivo, anche non intenzionalmente, e le versioni di uno stesso avvenimento possono diventare molto diverse fra loro: ci si dimentica selettivamente di ciò che ha provocato sofferenza, un ricordo può venire sostituito da un altro, alcuni particolari ingigantiti, altri omessi, le date diventano imprecise… Ma tutto questo solo in una certa misura, perché un eccesso di stravolgimenti, o la negazione totale, depongono per qualche interesse cosciente allo scopo di procurarsi dei vantaggi. Il nostro passato viene quindi modificato nei limiti di motivazioni difensive, per ragioni emozionali, ma, tutto sommato, in maniera alquanto calibrata.

 

Immaturità dell’Io

L’infantile bugia, da un punto di vista evolutivo, potrebbe essere considerata quale conseguenza dell’immaturità dell’Io,  non ancora idoneo a distinguere la realtà esterna dal vissuto interiore. Successivamente, invece, la menzogna si adatta alla capacità di costruire uno spazio mentale intimo, dal confine inaccessibile agli altri.

I contributi dell’etologia, messi in evidenza da Matilde Rechichi (1998), definiscono, quali aspetti dell’aggressività, i comportamenti di lotta per la dominanza, oltre che per la sopravvivenza. Animali nel branco, pure gli uomini si costituiscono in società gerarchizzate, sia a scopo di pacificazione, sia per conquistare posizioni di predominio, spesso facendo facilmente prevalere i propri interessi personali su quelli della collettività.

( Continua … )